The Project Gutenberg eBook of Racconti

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Title: Racconti

Author: Ferdinando Martini

Release date: March 31, 2025 [eBook #75764]

Language: Italian

Original publication: Milano: Treves, 1888

Credits: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

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RACCONTI


RACCONTI

DI

FERDINANDO MARTINI

PECCATO E PENITENZA.
L’ORIOLO. — GITE AUTUNNALI.
LA MARCHESA.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1888.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati tutti i diritti.

Tip. Fratelli Treves.



INDICE


[1]

L’ORIOLO.

[3]

Alla signora Caterina Pigorini-Beri.

I.

Nel bel mondo fiorentino le stravaganze della marchesa Adriana erano da un pezzo famose. Per dirne una: le ragazze sono fatte, sì o no, per prendere marito? Che restino in casa, aspettando chi non viene, le brutte e le povere si capisce; ma che lei, Adriana di Roccamare, lei ricca, lei bella, lei di una delle famiglie più illustri d’Italia, avesse aspettato i ventisei anni per sposare un uomo di quarantacinque, addirittura non si capiva. E pazienza, se il padre non si fosso curato di accasarla, o nessuno l’avesse chiesta! Ma il buon principe aveva fatto tutto quanto può fare un padre diligente o impaziente; e prima ch’ella arrivasse a’ diciotto anni la domandavano in moglie giovani nobili quanto lei, ricchi più di lei. Li scartò tutti. Se almeno si fosse saputo perchè! Niente. Una volta parve disposta a risolversi e si parlò di un matrimonio con un conte di San Salvario, gentiluomo piemontese elegantissimo, speranza occulta di molte madri, desiderio manifesto di molte figliole. Se non che, una sera venne in testa a quel benedetto conte di parlare di Napoleone e della sua guerra contro Pietro il Grande.

[4]

— Alessandro — osservò Adriana.

— Ah! sì, Alessandro il Grande — corresse sollecito il San Salvario.

— No, Alessandro... e basta.

E l’altro piccato:

— O grande o piccolo, io ho avuto qualcosa di meglio da fare in vita mia che studiare la storia di Russia.

— E di Grecia. Paesi scismatici non contano.

E il matrimonio dopo le mal celate ironie andò a monte. C’è egli senso comune a mandare a monte un matrimonio di quella fatta per un errore di cronologia?

Una mattina di luglio a Posillipo dove i Roccamare solevano passare l’estate, il principe alzatosi da colazione chiamò Adriana e, baciatala sulla fronte, le porse un astuccio di velluto rosso.

— A te, Nuccia mia, eccoti il mio regalo.

Adriana aprì; l’astuccio conteneva due mirabili perle nere, due orecchini da regina. Buttò le braccia al collo del padre e gli rese il bacio con grande espansione d’affetto.

— Di’ la verità, tu credevi che io me ne fossi scordato? Mai. Diciotto luglio, tuo compleanno. Son date, Nuccia mia, che non si scordano. Nascesti proprio a quest’ora: mezzogiorno e un quarto. Mi par ieri. E sono nientemeno che venticinque anni! Eh! Nuccia mia, il tempo passa.... E bisognerebbe anzi che facessimo un discorso....

— Facciamolo pure — riprese gaia Adriana; e mostrando l’astuccio: — Se la conchiusione somiglia all’esordio....

— Eh! no, no, si tratta di un discorso serio. [5] Stammi a sentire. Tu vedi, figliola mia, ch’io non dimentico nessuna delle nostre care solennità di famiglia, e voglio che oggi il tuo compleanno si festeggi in tutte le regole. Ma, Nuccia mia, bisogna anche pensare che è il ventiquattresimo che noi festeggiamo. Figurati, Adriana, che dolore sarà per me il giorno che te n’anderai.... Sono strappi.... Basta, voialtri figlioli non li imaginate neppure. Io vorrei che tu rimanessi con me tutta la vita, ma.... Eh! sicuro se tu fossi storpia o senza dote.... Ma con cotesto visetto.... Eh! è così... non c’è da abbassare gli occhi.... Non te lo dice mica un giovanotto, te lo dice tuo padre. E con mezzo milione di dote e le speranze....

— Babbo!

— Sì, va bene, non saranno le speranze tue, ma saranno quelle di tuo marito e de’ tuoi figlioli, se ne farai. Si sa; si deve morire, e una volta o l’altra toccherà anche a me... tardi, preghiamo Dio, più tardi che sia possibile.... Te lo ripeto, vorrei tu stessi sempre con me, ma tuo fratello ha trent’anni e bisogna che prenda moglie. Prima di tutto, lo sai, io son tutto affezione e non mi rassegnerei a chiuder gli occhi senza aver tenuto in collo dei nipotini; poi se tuo fratello non si ammoglia non smette di giocare, e se non smette di giocare io non smetto di avere ogni momento dei sopraccapi. Dunque, stammi a sentire. Sai il bene che ci vogliamo Guglielmo ed io; ma il mondo è mondo; chi vuoi che venga qui in casa...?

S’interruppe. Adriana, fissati gli occhi in quelli del padre, soggiunse:

— Una cognata è un impiccio.

[6]

— Ecco....

E poichè l’altra seguitava a guardarlo senza battere palpebra, il Principe riprese compunto:

— Figurati, te lo dico con le lacrime agli occhi perchè, in fondo, una nuora sta bene che è la moglie del proprio figliolo, ma non è sangue del nostro sangue.

— E... dunque? — domandò dopo pochi secondi di silenzio Adriana.

— Dunque, io non mi provo più a proporti nessuno perchè tanto è fiato sprecato. Ma desidero tu sappia che io qualunque sia la tua scelta l’approvo fin d’ora. Tu non puoi scegliere che un uomo per bene.... Eh! bambina mia, ci s’intende! Dillo a me. Credi che non lo vegga quanto valgano poco i giovani al giorno d’oggi? È una disperazione! Ma e d’altra parte? Quando non c’è di meglio? Lorsque l’on n’a ce que l’on aime, il faut aimer ce que l’on a — dice la vecchia canzone. — Ah! tu eri fatta per rimaner sempre vicina a me ed essere il bastone della mia vecchiaia. Ma!...

E postosi innanzi allo specchio si ravviò i capelli e sclamò con un sospiro:

— Non è allegra la vita!...

— Ma, babbo....

— No, no, non mi dir nulla, Adriana mia, non mi dir nulla. T’intendo a volo. Non facciamo discorsi dolorosi, per carità. Io ho compito il mio dovere; te l’ho detto: voialtri giovani non lo credete, ma pur troppo è così: la vita non è allegra. Bisogna farsi animo e con un po’ di coraggio ci si strascica come me, bene o male, fin verso la sessantina. Dunque siamo intesi, Nuccia mia; io approvo [7] fin d’ora, approvo a occhi chiusi, approvo senza discussione.

Affacciatosi alla finestra, gridò: — Vicè, preparate la lancia — e se n’andò fischiettando un motivo dell’Africana.

II.

Adriana passò la più gran parte di quella sera nella terrazza prospiciente sul mare. Era una sera incantevole, la quale io non descriverò, perchè se anche fosse stata diversa e il vento di ponente avesse sconvolto i marosi e i fulmini guizzato di là dal Vesuvio, Adriana chiusa tutta in sè stessa non avrebbe sentito o pensato diversamente. Teneva volti gli occhi al cielo stellato senza guardare, senza vedere. Quando il marchese Gaudenzi, antico frequentatore della casa e che l’aveva giovanotto conosciuta bambina, le si accostò e con la confidenza che viene dalla consuetudine le domandò scherzevolmente:

— Che cosa cerca lassù?...

— Una ispirazione — rispose Adriana senza scotersi: poi, volgendosi a un tratto verso di lui: — E l’ho trovata.

— Tanto meglio. E... si può sapere?...

— Eccome!... L’ispirazione di cercare il suo aiuto.

— Per che fare?

— Per trovare marito.

— Pessima ispirazione. Se avessi di queste abilità me ne sarei servito io per trovar moglie, [8] prima di arrivare a questi benedetti quarantacinque e sentirmi addosso un po’ grave il peso del celibato.

— Ah! un’altra ispirazione!... Lei è una brava persona.

— Eh! si fa il possibile....

— E io una buona figliola....

— Questo non lo mette in dubbio nessuno.

— Dunque?

— Dunque che cosa?

— Dunque mi pare che la seconda sia proprio un’ispirazione stupenda.

— Non capisco — soggiunse dopo una pausa breve il marchese.

— Oh! via, capisce benissimo. Lei si lamenta d’esser celibe, io devo maritarmi. Ragazza non si può rimanere, perchè Guglielmo gioca e una cognata è un impiccio....

— Come, come?

— Non ci badi, non importa. Se le dicessi che sono innamorata di lei, direi una bugia per la prima volta da che sono al mondo e lei si metterebbe a ridere. Le dico: non sono innamorata ma sono una buona figliola. Ci pensi.

Rientrò in salotto; e accostandosi al principe che se ne stava sdraiato leggendo un giornale, gli sussurrò all’orecchio:

— Ho chiesto la mano del marchese; spero che me la concederà.

Passarono otto giorni prima ch’ella si risolvesse a dire un’altra parola al Gaudenzi. Il quale, intontito dapprima, s’era dato poi pian piano a vagheggiare quel disegno. Non si faceva bensì una ragione [9] del movente d’Adriana e desiderava spiegazioni, dilucidazioni; ma quanto più la perseguitava e s’affaccendava a preparare un colloquio, tanto più Adriana lo sfuggiva e qualche volta lo scansava addirittura. Una sera si rincontrarono sulla porta della scala; egli scendeva per cercarla in giardino, ella saliva credendolo nel giardino. Presa fra l’uscio e il muro, Adriana, prima che l’altro avesse tempo d’aprir bocca:

— Ho detto: non sono una donna innamorata, ma sono una brava ragazza; proprio non saprei che altro dire.

E andò a chiudersi in camera sua.

Quella medesima sera il marchese Gaudenzi domandò al principe la mano della figliola. Il principe, abbracciandolo e asciugandosi gli occhi:

— Se è destinato — gemè — che qualcuno me la porti via, meglio tu che un altro.

III.

Due anni dopo la contessa Montani scriveva da Firenze a una cugina dimorante a Palermo:

“Sai, cara Lilì, che sei molto, ma molto curiosa? Stai un anno senza scrivermi, poi mi mandi dieci righe; non mi dici nulla nè di te nè de’ tuoi, e mi sfilzi invece un rosario d’interrogazioni. Meriteresti che non ti rispondessi neppure; ringrazia Dio che fa un tempo orribile o che ho da consumare in qualche modo l’ora della trottata.

“Passiamo alle interrogazioni.

[10]

“Prima: Com’è stato il carnevale a Firenze? Bellissimo. Balli tutte le sere; balli piccoli, ben inteso, ma pieni di brio; di quelli che vanno a me, dove non si corre rischio di presentazioni. Su questo argomento le mie opinioni, i miei gusti li conosci da un pezzo. Mi piace la Firenze quale è ora; senza visi novi, dove i cognomi sono inutili, dove quando si dice Pierino, Masino, la Giulia, la Bice, l’Eufrosina, s’intende subito di chi si tratta.

“Seconda: A che punto sono le nozze di Guglielmo Roccamare? Al punto fermo. Sono otto mesi che ha sposato la Zanhoff. Quand’era scapolo giocava; ora ha lasciato le carte per i cavalli e non fa che guidare; la moglie, viceversa, non si lascia guidare. Così dicono.

“Terza: Che fa la coppia Gaudenzi? Adriana, mi pare d’avertelo scritto, ebbe un bambino. Volle allattarlo lei e ora l’ha mandato in campagna perchè nei salotti, dice, i ragazzi non possono crescere sani e vegeti. D’inverno va due volte la settimana a vederlo; a maggio si pianta in campagna anche lei, e a rivederci a Natale. Quand’è a Firenze riceve il mercoledì. Tre mesi abbiamo durato a andare puntualmente ogni mercoledì sino in fondo al Lung’Arno per vederla. Il portiere si cava il cappello, s’inchina da portiere beneducato e ripete serio, come se fosse convinto di dire la verità, una volta: — La signora si sente poco bene; un’altra: — La signora è dovuta uscire. — Io non mi ci provo più, tengo d’occhio il calendario e so quando tocca l’assenza e quando la malattia. In società vien di rado e se ne va alle undici. Buon sonno. Puoi intavolare qualunque discorso con lei: [11] sì, no, no, sì — più d’un monosillabo non le cavi di bocca. Metteva conto d’imparare quattro lingue per tacere poi in tutte e quattro! Suo padre ci va a desinare ogni tanto e dice che non ci va per il pranzo, ma per il chilo, perchè non c’è caso che la figliola glielo disturbi con le discussioni. Gli domandai l’altra sera se Adriana parlava almeno con suo marito. Mi rispose: “Nel matrimonio quel che conta è l’azione, il dialogo è un di più.„ Non capisco bene che cosa abbia voluto dire, ma una birichinata di certo; quello sarà un birichino anche a ottant’anni. Il marchese è la contentezza personificata; pare, a vederlo, che abbia dieci anni di meno; quand’è con la moglie, la guarda come se la vedesse per la prima volta. E fin qui ha ragione; Adriana è ora più bella che mai; gli uomini dicono di no perchè non hanno nulla da sperare, le donne ne convengono perchè non hanno nulla da temere. Anche il marchese va e viene di città in campagna e di campagna in città. Fa grandi coltivazioni, utilissime a suo tempo per Mimì che tirato su a quel modo diventerà un bel contadino e potrà lavorare sul suo.

“C’è altro?

“Ah! sì! Quarta ed ultima. Che n’è di Carlo Sismondi? Da parecchi mesi non si vedeva più; è ricomparso questo carnevale mutato addirittura e senza quella solita musonerìa che ti dava tanta noia a Saint-Moritz. Ha ballato ogni sera, sempre con le ragazze, la qual cosa fece supporre che si disponesse al santo matrimonio; ieri ho sentito dire che parte per il Madagascar. Che ci va a [12] fare al Madagascar? Se lo domandi a me, non lo sa nemmeno lui. È un benedetto figliolo!... non sta mai bene altro che dove non è; destinato, secondo il mio modesto parere, a non esser contento mai. Ha il cuore troppo buono, il cervello troppo guasto, il gusto troppo delicato; e come dice La Fontaine:

Les délicats sont malheureux,

Rien ne saurait les satisfaire.

“E con questo resto dell’erudizione acquistata alla SS. Annunziata, ti lascio e vado a vestirmi. V. S. è pregata di scrivermi più spesso e meno concisamente. Una stretta di mano a tuo marito, un saluto alla Conca d’oro, a te un abbraccio con tutta l’anima.„

IV.

Quell’istesso giorno di marzo all’ora medesima in cui la contessa Montani scriveva, la marchesa Adriana se ne stava sola nel suo salottino pompadour; stanza che non le piaceva, ma che entrando sposa nel palazzo Gaudenzi volle lasciata tal quale, perchè la madre del marchese l’aveva arredata a quel modo negli ultimi anni della vita ed ella temeva, mutandola, di far dispiacere al marito. L’oriolo di porcellana di Sassonia posto sull’architrave del camino innanzi allo specchio, fra due candelabri di vecchia Sassonia essi pure, segnava le quattro e trentasette minuti. Pioveva a dirotto. La marchesa aveva più volte percorso il breve spazio [13] onde il camino era separato dalla finestra che dava sull’Arno; ora appoggiata la fronte a’ cristalli pareva seguire col guardo le nebbie che a mano a mano velavano il colle di Montoliveto, ora ritornava a sedere sulla poltrona ad attizzare con le molle la legna ardente nel caminetto. Compieva un di que’ brevi e frequenti tragitti quando il cameriere entrò.

— Il signor avvocato Sismondi domanda se la signora marchesa può riceverlo.

La marchesa si fermò e guardò fissa il servitore senza rispondere. Quegli credendo leggere nell’occhiata un rimprovero:

— Gli ho già detto — soggiunse — che la signora riceveva il mercoledì, ma....

— Passi.

E si sedè sulla poltrona accanto al camino.

— Lei mi perdona, non è vero, marchesa — disse entrando il Sismondi — d’avere insistito? Ma desideravo tanto di vederla prima di partire.

— Dunque è vero? — domandò la marchesa stendendogli la mano.

— È vero.

Gli accennò la poltrona dirimpetto, poi:

— E quando parte?

— Domattina forse, domani sera al più tardi.

— E va al Madagascar?

— Neanche per sogno. Chi glielo ha detto?

— Mio padre che pranzò qui ieri sera e che l’aveva sentito dire non mi ricordo da chi.

— Non ho potuto nascondere i preparativi del viaggio e ognuno s’è voluto levar la curiosità di sapere dove andavo. Ad alcuni ho detto: vo nel [14] Madagascar, ad altri: a Nizza. Ieri sera dalla Sangiacomo dove speravo di trovarla ho annunziato la mia partenza per Londra; e al Torriani che è venuto stamani di levata a casa mia per prendere informazioni, ho confidato in gran segretezza che m’imbarco per le Isole Filippine. A lei, e a lei sola dico la verità. Vo ad Amburgo, dove stanno preparando una spedizione per il polo Nord; ho chiesto e ottenuto di farne parte.

— E come mai le è venuto ad un tratto questo entusiasmo per la scoperta del mare libero?

— Ma!... È nato dal desiderio di fare qualcosa.

— E c’è bisogno per questo di andare al polo?

— Che vuole che faccia a Firenze?

— È avvocato, perchè non esercita? Vogliono farlo deputato, perchè non accetta?

— No, marchesa, l’esercizio dell’avvocatura non è per me. Ho paura della dialettica. Quando la si adopera per professione, quando si mette l’amor proprio e il proprio interesse nel vincere ogni giorno la dialettica d’un oppositore, una volta su dieci si rintraccia la verità, le altre nove si persuade sè e gli altri della verità di un sofisma. E questo non mi va.

— E allora accetti la candidatura.

— Peggio che mai. Nella politica una cosa è buona se la fa il tale, è cattiva se la fa il tal altro. E poi sono troppo orgoglioso o troppo modesto. Non sente? In tutti i paesi d’Europa lamentano la mediocrità degli uomini politici, e hanno ragione; ma la maggior parte di quelli uomini valevano assai più, prima di entrare ne’ parlamenti. Chi si caccia nella folla rinunzia a far parte da [15] sè stesso; e nelle assemblee quel che uno può avere in sè di singolare, di rilevante, bisogna rassegnarsi o a perderlo o a nasconderlo. Poi, non ho i requisiti necessari.... Non sono capace nè di rancori implacabili, per esempio, nè di egoismi profondi. Non ho nemmeno ambizione, o, per lo meno, non ho la smania di comandare. Per quanto.... se è davvero la smania del comandare quella che muove gli uomini politici, i più, creda, la scontano. Ne conosco parecchi; per comandare a un sindaco o a un medico condotto obbediscono tutti i giorni alla forza del numero, piegano il capo innanzi agli ordini di uomini che sentono minori di sè, sono costretti ogni giorno a battagliare contro l’intelligenza e la coscienza.... No, no; non son fatto per quel mestiere.

— Tutte bellissime cose; ma, insomma, per non andare al tribunale o a Montecitorio non c’è bisogno di andare al polo.

— Dunque, mi consiglia di restare a Firenze?

— Non ha bisogno de’ consigli miei; dico mi par singolare che un uomo che come lei ha cento ragioni per esser felice a Firenze....

— Non dica di queste cose, marchesa. Non si è mai felici per cento ragioni; sempre per una sola. E poi, felice.... Si fa presto a dirlo.... E lei è felice?

— Io? Che c’entro io?

— Ma sì; se non ha raggiunto la felicità lei che la merita tanto, nessuno ha diritto di ottenerla.

— Senta, Sismondi, se ha dei madrigali belli e fatti, è giusto che li smaltisca per non portarli con sè al polo artico; ma se li deve fare apposta, lasci correre; con me è fatica buttata.

[16]

— Scusi, non mi conosce da ieri; si ricordi ciò che le ho detto da Lady Drummond, la prima volta che l’ho riveduta dopo tre anni. Avrò molti difetti, ma sono incapace di una volgarità. Non fo madrigali pur troppo; ho conosciuto in vita mia molte donne, nessuna....

S’interruppe con una lunga pausa; tanto lunga che la marchesa fu alla fine obbligata a domandare:

— E così?

— Che vuole? Temo che mi accusi ancora di fare dei madrigali. Ma insomma quel che è vero è vero. Ho conosciuto molte donne, nessuna che abbia stimato tanto quanto lei, nessuna che mi sia parsa meritare la devozione che sento per lei. Non vede? Do ad intendere a questo che vado verso Gerusalemme, a quello che vado verso l’Egitto; solamente a lei dico la verità tutta intera. Lascio alle altre dei biglietti di visita per non avere occasione di vederle, da lei vengo quasi in pellegrinaggio, poche ore prima di andarmene o quando non ho più da vedere nessuno, perchè partirei anche più triste se non avessi ancora nell’orecchio, partendo, l’eco della sua voce e nell’animo il ricordo di una buona parola d’addio e di una stretta di mano.

La marchesa stese il braccio verso la parete, compresse col pollice il bottone del campanello, poi, voltasi al cameriere che entrava:

— Portate il thè.

E dopo che ebbe non sorbito, come soleva, ma trangugiato il thè tuttavia fumante, s’accostò alla finestra e:

— Anch’io dovrei andare a lasciare de’ biglietti [17] di visita — disse — ma fa un tempo così indiavolato.

— È la prima volta che il diavolo impone un’opera di misericordia. Ed è davvero sa? un’opera caritatevole il permettermi di rimaner qui fino all’ora del suo pranzo. Pensi, che starò molti anni senza vederla, se pure la rivedrò.

— Resti pure, — rispose sorridendo la marchesa, rimettendosi a sedere — ma non dica di coteste cose. Sta bene che va in capo al mondo, ma anche una spedizione al polo....

— Oh! la spedizione non durerà più di un anno o diciotto mesi, credo; ma è molto difficile ch’io ritorni a Firenze.

— Ma che cosa le ha fatto, Dio mio, questo povero paese che in fondo è il paese suo, dove è nato, dove è cresciuto, dove non le mancano di certo gli amici?

— Il paese non mi ha fatto nulla; ma io ho fatto qui tutti gli spropositi che hanno sciupato la mia vita... e sebbene fossero spropositi necessari....

— Mi dà della pedante se le dico che secondo me gli spropositi non sono mai necessari?

— Della pedante no, il cielo me ne guardi; ma non credo che sia competente a giudicare di certi fatti e di certi sentimenti....

La Marchesa scrollò il capo in segno d’incredulità. Il Sismondi riprese:

— Stia a sentire. Fino da ragazzo ebbi la smania de’ viaggi; volevo fare il marinaro; mi sentivo addirittura portato a quella professione che ci avvicina alla natura e ci tiene per lunghi tratti lontani dal mondo.... Non faccio il misantropo, sa? [18] Non odio nè disprezzo il prossimo, ma non sono quel che si dice un uomo di società.... Mio padre, avvocato insigne, si cacciò in testa di far fare l’avvocato anche a me. Era buono, ma ruvido e imperioso; mi rassegnai. Fu uno sproposito. Sono diventato difatti inutile a me e agli altri; ma potevo fare diversamente?

— Lascia dir me? O senta: suo padre io non l’ho conosciuto, ma, a quello che me ne hanno detto, era un uomo di molta esperienza e le voleva un gran bene. Può essere che il vedersi contrariato ne’ propri desideri gli dispiacesse e che per un momento anche si adirasse della disobbedienza. Ma alla fine se gli avesse aperto l’animo si sarebbe arreso e col tempo avrebbe benedetta quella indocilità e goduto lui per il primo dell’onore che si faceva il figliolo... perchè lei si sarebbe fatto onore dicerto. Scusi, ma se crede di essersi rassegnato per rispetto della volontà paterna, sbaglia; si adattò, pur di evitare un colloquio poco piacevole e risparmiarsi un brutto quarto d’ora. Devo dire il mio parere? Il suo non fu uno sproposito, fu un peccato... già... non occorre che spalanchi gli occhi... fu un peccato d’accidia, e i peccati poi non sono necessari davvero.

— Può darsi; a ogni modo non fu il primo l’errore più grave... Vuole che prosegua?

— Io non voglio nulla, ma se le piace di seguitare, seguiti pure.

— Senta, dunque, ancora. Un altro desiderio di mio padre, l’ultimo forse, fu ch’io mi ammogliassi. I figli unici, si sa, debbono prender moglie. Un’altra stortura, perchè, secondo me — non rida — si [19] nasce maritati o celibi come si nasce poeti; e il matrimonio fa infelice molta gente non perchè sia male assortito e quel tal uomo non sia fatto per quella tal donna e viceversa, ma, il più delle volte, perchè o l’uno o l’altro o tutti due non sono nati con le disposizioni necessarie a quella specie di vita. Nel caso mio non era una stortura quella di mio padre; io son nato marito. Intendo e ho lungamente desiderato la intimità serena della casa e gli affetti che sanno essere tranquilli perchè si sentono sicuri. Bisognava trovare. Cercai e per un pezzo mi persuasi che io davo dietro all’impossibile. Che vuole? L’educazione delle nostro ragazze è così falsa, così piena di ipocrisie e di sottintesi, che il matrimonio diventa per un uomo l’atto più audace della vita. Un uomo può mutare, una ragazza deve; ed io cercavo una ragazza che non mutasse, che non stingesse, come diremmo noi fiorentini... che avesse vinto i pregiudizi della educazione e, guardato il mondo senza curiosità e senza paura, sapesse e, per così dire, confessasse la realtà della vita. Non so nemmeno s’io mi spieghi.

— Oh! si spiega benissimo.

Il Sismondi tacque e socchiuse gli occhi sospirando, quasi il proseguire gli fosse grave. La marchesa non vista volse sopra di lui lo sguardo malinconicamente profondo; poi con voce che ognuno, tranne il Sismondi, avrebbe agevolmente giudicata mal ferma, domandò: E... dunque?...

— La trovai finalmente e le offrii dal fondo del cuore un affetto così alto, così... Non è mica vero che si voglia bene una volta sola; ma è vero che si prova nella vita un affetto, il quale sovrasta a [20] tutti gli altri e, anche dopo molti anni, si capisce, si sente che quello fu l’unico affetto nostro veramente forte e sincero. Mi parve.... non mi parve, era una donna come se ne trova di rado, e perduta quella si dispera per sempre di rinvenire la seconda; ma di gran famiglia e ricchissima; con la sua dote avrebbe potuto comprare tre volte il mio modesto patrimonio. Non osai e fu un grande errore; ho lasciato nella mia vita un forse, che mi tormenta come non le posso dire. Se mi avesse risposto di no, le parrò strano, ma oggi mi sentirei più tranquillo.

Il cielo s’era fatto più scuro, la pioggia cadeva a torrenti; la marchesa, che volgeva le spalle alla finestra, avvolta oramai nell’ombra soggiunse:

— Non fu un errore nemmeno questo, Sismondi, me lo lasci dire; fu una doppia colpa d’orgoglio e di paura.

— Di paura?

— Di paura. Previde le malignità del mondo e non ebbe animo di sfidarle; temè l’accusassero di qualche cosa d’abietto e non seppe armarsi del disprezzo che è qualche volta una virtù. Non fu degno, scusi, della donna che amava; perchè, dato che fosse veramente quale la descrive, non avrebbe, lei, dubitato della nobiltà di cotesto affetto, nè sospettati moventi che non fossero alti. Certe nature alle brutte cose credono quando ne hanno la prova, ma imaginarle non sanno.

— Oh! ma se lei, marchesa, sapesse di chi si tratta!...

— Se fossi una civetta, figurerei di non saperlo per aspettare che me lo dicesse.

[21]

— Lo sa? — mormorò il Sismondi.

— Come vuole che non lo sappia, via, se da due mesi cerca l’occasione di dirmelo, se da mezz’ora non ha altro pensiero che di farmelo intendere? Del rimanente lo so da tre anni.

— Da tre anni? — gridò l’altro trasecolato.

— Dal giorno della nostra gita a Sorrento. Quando fummo arrivati alla spiaggia, lei mi aiutò a scendere e guardandomi fisso mi strinse la mano. Che vuole che le dica? Non so perchè, ma non m’è mai venuto in mente che qualcheduno potesse scherzare con me. Ho anch’io i miei peccati di orgoglio. Aspettai. Quando dopo quindici giorni mi dissero ch’era scomparso da Napoli a un tratto, capii, e l’accusai fin d’allora di paura e d’orgoglio.

— Oh! mio Dio! mio Dio! — mormorò il Sismondi coprendosi con le mani la faccia; poi, quasi un secondo di raccoglimento gli avesse infuso intimi vigori, riprese concitato:

— Oh! se intese allora deve intendere anche oggi; deve intendere che chi le ha voluto bene non può dimenticarla, che un affetto come questo basta a sconvolgere tutta la vita di un uomo.... Oh! ma è inutile, non so, non posso parlare... lei che indovina tutto indovinerà anche quello che sento io.

La marchesa s’alzò e poggiato il braccio al davanzale del camino rimase lungamente silenziosa, con gli occhi fissi ne’ tizzi che crepitavano e mandavano nella stanza bagliori tremuli; poi:

— Dunque, parte domani?

— O domani, o mai.

— Domani.

Il Sismondi s’alzò. — Ebbi dunque ragione di [22] non osare? — domandò; e il tono della voce rivelò assai più che le parole l’amarezza dell’animo suo.

— Ha detto di essere incapace di giudizi volgari.... Via, questa conversazione non può seguitare, Sismondi. Del rimanente io non ho più che una sola cosa da dirle, una cosa che nessuna legge divina o umana può obbligarmi a tacere; ho il coraggio di dirla, ha lei il coraggio di starla a sentire?

Il Sismondi non rispose, ma con gli occhi la supplicò che parlasse. Ed ella, prese nelle proprie le mani di lui:

— Era scritto — disse — ch’io non dovessi amare mai. Un solo uomo m’è parso degno del mio amore: lei.... credo che un solo uomo m’avrebbe fatta interamente felice: lei: credo ch’io non ero capace di fare interamente felice che un solo uomo: lei. Dio non volle, è inutile ribellarsi ai decreti della Provvidenza.... E ora, addio; dicono che sono originale e hanno ragione; difatti sono donna e il pericolo non mi piace.

Lasciò le mani di Carlo e appoggiò le spalle al davanzale. Egli, guardatala un momento, sussurrò: — Oh! Adriana, Adriana; — si mosse verso di lei, si fermò: finalmente, quasi vinto nella esitanza estrema da un impeto cieco, si slanciò e fece per accostare le labbra alle labbra di lei. Ma la marchesa alzatasi in punta di piedi curvò indietro la schiena e, stese le braccia in avanti, lo trattenne; poi con un sorriso pieno di profonda malinconia:

— No, Carlo, mai. Per esser padrona del mio rammarico, debbo essere padrona della mia volontà.

Il Sismondi la guardò ancora: coprì di baci rapidi la mano che Adriana gli stendeva, e fuggì.

[23]

La marchesa nello sforzo per togliersi al bacio di Carlo aveva dato con le spalle nell’oriolo di porcellana; il quale, per quell’urto sufficiente a spostarlo non a farlo cadere, rimase in bilico; quando, uscito il Sismondi, la marchesa si scostò dal camino, ripiombò al suo posto: fermo bensì alle 5 e 40 minuti.

V.

E fermo alle 5 e 40 minuti l’oriolo del salottino Pompadour rimase per de’ mesi parecchi. Un giorno che la contessa Montani, credendo di far bene stese la mano per rimetterlo, ebbe a mala pena aperto il cristallo e già la marchesa le si precipitò addosso e le afferrò con tanta forza il polso da lasciarle la lividura. E la contessa ne’ ritrovi serali andava dicendo:

— A voi, andate a fare il bene; guardate qui come mi son ridotta per rimettere l’oriolo a quella stravagante d’Adriana; — e mostrava agli amici il cerchio paonazzo.


Intanto il marchese Gaudenzi stava in gran pensiero. Sua moglie non era più quella di prima, la malinconia di lei s’era mutata addirittura in tristezza. Non parlava quasi più, non usciva più, passava le giornate intere a sfogliare degli atlanti. Suppose desiderasse e le propose di viaggiare; al [24] solo sentir parlare di viaggi la marchesa uscì in un rifiuto così riciso com’egli non ne aveva mai avuti da lei, così aspro da dimostrare mutata l’indole sua. Interrogò i medici; ma, nonostante ella dimagrasse a vista d’occhio, i medici l’accertarono che per la salute non c’era da temere; proposero le distrazioni; proposta sapiente che al marchese parve quasi una canzonatura; licenziò i dottori e fece venire di campagna il bambino. Neanche il piccolo Luca ebbe fortuna; la madre a volte insofferente di capricci e di bizze lo voleva lontano da sè, a volte lo teneva, con affettuoso pentimento, per ore ed ore sulle ginocchia; e il buon marchese si lambiccava il cervello a indagare con diligenza trepida le ragioni di quel mutamento, ma non veniva a capo di nulla.

Un giorno la marchesa se ne stava seduta sulla solita poltrona presso al camino; aveva sulle ginocchia una carta geografica e vicini a sè aperti sopra una sedia un atlante e alcuni libri; e via via ora dava un’occhiata a questo e a quel volume, ora tracciava sulla carta con le dita profilate linee invisibili. Luchino scorazzava per la stanza gridando e ogni tanto tornava con risate squillanti a scombuiare carte e volumi. Più volte la marchesa s’era rassegnata a riordinarli; ma Luchino aveva preso gusto al gioco e non c’era verso di farlo smettere nè con preghiere nè con ammonimenti. Alla fine la marchesa gli domandò in tono di rimprovero:

— Vuoi star buono, sì o no?

— No — rispose il bambino.

— E allora ti meno via. E s’alzò, e di peso se lo prese in collo e fece per avviarsi alla porta.

[25]

Luchino, vedendo la minaccia prossima a verificarsi, strillò, si divincolò; e Adriana, accostandolo allo specchio che stava sopra al camino:

— Guarda come sei brutto quando sei cattivo.

Il bambino, mirando la propria imagine riflessa nella caminiera, stese le braccia in avanti e sarebbe caduto, se la marchesa non lo avesse stretto più forte: ma squilibrato piombò con le mani sull’oriolo e lo scosse; quando le ritrasse s’udì il pendolo ricominciare il suono isocrono e lieve.

La marchesa cacciò un grido, baciò e ribaciò il bambino e dette in un pianto dirotto.

Il marchese tornando a pranzo scorse la traccia di quelle lacrime; e impensierito più che mai domandò a sua moglie se non era possibile di trovar fine a quelle tristezze; avrebbe data la vita per vederla sorridere; chiedesse. N’ebbe in risposta:

— Fa’ mutar la mobilia del salottino.

Credè di sognare, ma non mise tempo in mezzo ad appagare quel desiderio. Sparirono i canapè dalle stoffe fiorite, la lumiera di Murano, sparirono i candelabri e l’oriolo di porcellana di Sassonia, e ad un tempo, se non sparì, si diradò l’afflizione d’Adriana. E il marchese da quello, che fu de’ pochi casi notevoli della sua vita, trasse questo ammaestramento: che le donne hanno tutte quante un ramo di pazzia; tanto è vero che la sua, la quale certamente valeva più delle altre, s’era tormentata e lo aveva tormentato un anno e più per la mobilia d’un salottino.

Monsummano, 1886.

[27]

PECCATO E PENITENZA.

[29]

A Vittorio Bersezio.

IO A UN ALTRO.

Airolo (Canton Ticino), 21 ottobre 1867.

Mio caro, restando a Lucerna hai avuto più giudizio di me; sono arrivato ieri sera ad Airolo e vi resterò fino a Dio sa quando. Succede in questo paese come all’inferno, dove ogni momento arriva gente e non se ne va mai nessuno. Sul serio: il Ticino ha rotto la strada da Quinto a Faido e buttato all’aria il ponte presso Dazio-Grande; sicchè per ora è impossibile partire colla diligenza. Se ti punge il dulce ridere suos, se ti preme veramente arrivare a Firenze prima del 25, va’ subito a Coira e passa per lo Spluga; ma prima di partire di’ a’ nostri compagni dello Schweizerhof come stanno le cose; che non venga anche a loro il ticchio di pigliare la via del Gottardo. Qui non c’è che una locanda sola; i letti son tutti pieni, e chi viene da ora in là sarà giocoforza che dorma all’ombra degli abeti.

Sai chi c’è? Paolo Carpi. Ho letto il suo nome sul libro de’ viaggiatori. M’hanno detto che è andato stamani a visitare i luoghi dove il danno della [30] inondazione è maggiore e tornerà qui stasera. Son quasi cinque anni che non ci siamo veduti, e non puoi imaginarti che piacere mi faccia il trovarlo qui.

Chiacchierando col cameriere ho saputo che c’è anche un Conte di San Vittore. Mi son messo in testa che sia compagno nel viaggio a Paolo. I San Vittore e i Carpi non sono un po’ parenti? M’accorgo che la domanda è inutile; tu non potrai rispondermi che a Firenze e Paolo mi risponderà stasera. Se avessi qualche altra cosa di bello da dirti, passerei volentieri scrivendoti il tempo che manca per arrivare all’ora del desinare.... A proposito; come si pranza male su queste montagne repubblicane! Fremi pure di sdegno, ma io non veggo l’ora di essere a Milano per mangiare un risotto appestato dall’alito della monarchia.

Serbami un posto nella tua memoria; nel cuore ci hai troppa gente ed io odio la calca.

Il tuo M.

* * *

Airolo è un paesetto all’imboccatura della Val Canaria, tra Bellinzona e Hospental. Le sue poche e povere case sono poste lungo la via del Gottardo, la quale sale verso il monte serpeggiando a settentrione del paese; l’occhio l’accompagna sino alle pericolose balze della Val Tremola, ove si perde tramezzo agli abeti. Di là dalla via il terreno scende con ripido declivio verso il Ticino che quivi, ancora prossimo al lago Sella onde nasce, pare un [31] fiumiciattolo di poca o nessuna importanza. Oltre il fiume altri monti, coronati da piccoli ghiacciai o solcati dalle morene, sono le ultime ondate di quella tempesta che sollevò le Alpi Lepontine.

Scritta la lettera, uscii. Cadeva una giornata d’ottobre; dalle falde delle montagne scendevano torrentelli recando acque al Ticino; nuvole di una tinta unita, fredda, coprivano a poco a poco il cielo, e nascondendo lentamente la parte superiore della montagna, ne arrotondavano i vertici. Pareva che la natura si mettesse in quell’ora la sua veste più squallida; che il vento di ponente strisciando sulle brevi praterie della valle e sui folti muschi delle falde montane, mutasse in giallognolo il loro verde vigoroso. I soli abeti, geometrici, serbavano il nero delle loro piramidi e si staccavano mirabilmente sul fondo grigiastro del quadro.

Io passeggiava pensando a chi sa quante cose che ora non ricordo più e fumacchiando un di quei sigari che fanno tanto rimpiangere la Svizzera a chi ritorna in Italia, quando mi sentii chiamare per nome. Mi volto; era Paolo Carpi.

— Chi non muor si rivede, — disse l’amico correndo verso di me. — Sai che debbono esser passati quasi tre anni dacchè ci siam veduti l’ultima volta?

— Quattro, mio caro; ci siamo lasciati a Milano nel 63, ci ritroviamo sul San Gottardo nel 67.

— Quattro anni? Perdio! come s’invecchia presto! Di dove vieni?

— Dalla Germania; e tu?

— Da Spa; sono passato per Strasburgo e Basilea.

[32]

— Solo?

— Solo.

— E quando parti?

— Ma!... quando sarà possibile.

— Partiamo insieme?

— Ecco... chi sa? Devo aspettar qui una lettera... Basta.... vedremo; figurati se mi farebbe piacere passare qualche giorno con un amico come te.

Si danno in oggi alla parola amico tanti sensi e tanto diversi che conviene questa volta determinarne il significato.

Paolo ed io fummo compagni di scuola; de’ miei condiscepoli egli fu il solo per il quale sentissi un affetto vero. Usciti da rettorica, ci vedemmo di rado ed è facile capire il perchè; egli faceva il milionario ed io il giornalista; egli si divertiva con le donne leggiere, io ero costretto a seccarmi con gli uomini gravi. Ciò non ostante quando ci trovavamo qualche volta all’osteria, qualche altra al ballo di un ambasciatore, ci stringevamo forte la mano e facevamo di notte giorno parlando di noi, dei nostri studi e de’ nostri amori, di ciò che avevamo fatto o che volevamo fare; egli si congratulava meco de’ miei saggi letterari che gli parevano belli, io seco della sua amante che mi pareva bellissima.

Nel sessantatrè gli prese la voglia di fare il diplomatico e fu nominato segretario del Ministro d’Italia a Costantinopoli. Allora ci perdemmo di vista; quattro anni dopo ci ritrovammo ad Airolo, il giorno stesso nel quale ha principio questo racconto.

La conversazione cadde, al solito, sulla nostra [33] prima gioventù, sulle scappate scolaresche, e sulle vicende de’ nostri compagni.

— Che n’è stato — gli domandai — di Gigi Ruteni che abbandonò il Liceo per entrare nella Marina sarda, perchè era sicuro, diceva lui, di diventare ammiraglio?...

— È morto a Lissa l’anno passato.

— Povero ragazzo! E il Brini soprannominato il piccolo Aleardi, che scriveva versi così pieni di tenerezza e di malinconia?

— Fa l’agente di cambio a Torino.

— E quel bel giovanetto biondo che veniva a scuola accompagnato dalla mamma più bionda e più bella di lui?... Ti ricordi?... Aveva tanta attitudine alla meccanica e noi gli predicevamo sempre che avrebbe fatto fortuna?

— Ha finito il suo studiando sul moto perpetuo. Ora l’hanno chiuso nel Manicomio di Perugia.

Non ebbi coraggio di domandare altro; tutte quelle biografie brevi e crudeli mi avevano messo di mal umore. E ripensavo tanti sogni svaniti, tanti propositi dimenticati, tante speranze deluse, stelle cadenti del cielo della giovinezza che brillano un momento, poi si perdono nell’oscurità della vita.

— E Federigo Ripàri (un altro condiscepolo) — riprese dopo poco Paolo — l’hai veduto?

— Mai; forse trovandolo non lo riconoscerei neppure.

— È qui.

— Qui... ad Airolo?

— Con sua moglie.

— È ammogliato? Da quando in qua?

— Saranno due anni ad aprile. Ha sposato una [34] milanese, una delle donne più istruite e più simpatiche che io conosca: la figlia dell’ingegner Crolli. Oh! si va a tavola.

Difatti la campana della locanda sonava a refettorio.

— Lascia andare — soggiunsi; — pranzeremo da noi.

— Non è possibile.

— Hai qualche amico?...

— No... ma bisogna che pranzi a tavola rotonda.

— A proposito: c’è qui un Conte di San Vittore; non siete un po’ parenti?

— La madre del conte Emilio è sorella di mio padre.

— Sicchè siete cugini.

— Per l’appunto....

— E allora, perchè mi dai ad intendere che non hai qui amici?

— Sei curioso veh! mi hai domandato se ho qui degli amici e non dei parenti — e se ne andò verso la locanda in tanta fretta ch’io durai fatica a tenergli dietro. Se egli, in quel punto voltandosi avesse detto: “ho mutato pensiero, pranziamo da noi„ io gli avrei risposto: no, ho mutato pensiero anch’io, voglio venire a tavola rotonda; tanto mi pungeva la curiosità di conoscere il Conte di San Vittore. Lo avevo spesso sentito lodare come uno degli uomini più culti, più cortesi, più ricchi dell’aristocrazia fiorentina, e ora mi pareva che Paolo, con quella sua distinzione tra gli amici e i parenti, fosse lì lì per dirmene male.

Quando entrammo nella sala da pranzo, il Conte (Paolo con un’occhiata me lo indicò) era già seduto [35] ad una delle estremità della tavola. Notai che tra i due cugini non ci fu neanche l’ombra di un saluto; i commensali crederono di certo che quelle due persone, così strette per vincoli di parentela, si vedessero per la prima volta nella modesta locanda d’Airolo.

Il Conte di San Vittore era un uomo sui trentacinque, alto, calvo nella parte anteriore del cranio; aveva il viso di un puro ovale incorniciato da una folta e finissima barba nera. Credo che il fare un ritratto somigliante di quell’uomo, sarebbe stata ardua impresa anche per Michele Gordigiani; tanto la sua fisonomia si mutava da un momento all’altro. Studiai la cagione di questa mutabilità e credei trovarla negli occhi, i quali non saprei dire di che colore fossero; ora parevano azzurri, ora grigi, ora verdognoli; qualche volta apparivano fosforescenti come quelli del gatto. E la mobilità della fisonomia non aveva relazione alcuna coi movimenti dell’animo; perchè per quanti diversi aspetti pigliasse, il volto del Conte non lasciava trasparire nulla di ciò ch’egli sentiva o pensava. Sulle prime, si sarebbe preso per una persona pulita e nulla più; ma ad un osservatore minuzioso, le mani bianche e sottili, il fare disinvolto, la studiata semplicità del vestire lo dimostravano uomo iniziato ai difficili segreti dell’eleganza e conoscitore delle consuetudini del bel mondo.

Il pranzo era cominciato da pochi minuti, quando entrarono Federigo Ripàri e sua moglie. Avevo detto a Paolo che non mi sarebbe forse possibile riconoscere Federigo, ma non imaginavo ch’egli fosse cangiato così. Quell’uomo, ch’io avevo lasciato [36] fanciullo vegeto e fresco, aveva i capelli grigi, la pelle floscia e le palpebre inferiori cerchiate da quell’occhiaia nera e profonda che è segno di stento, di stravizio o di dolore. Noi suoi condiscepoli sapevamo che non poteva avere più di trent’anni; chiunque, a vederlo, gliene avrebbe dati oltre quaranta. Salutò freddamente Paolo del capo; me o non volle riconoscere, o forse non riconobbe neppure.

La signora Ripàri si sedè accanto al marito.

Una donna così bella si vede di rado. Alta, svelta, la maestà quasi severa del portamento era in lei temperata dalla grazia quasi infantile de’ lineamenti, puri come un profilo antico intagliato nell’agata. Il morbido volume de’ suoi capelli biondi mi fece tornare in mente i versi del poeta tedesco: Dio ha dato la donna bionda agli uomini del settentrione, per compensarli della mancanza del sole. Nulla è perfetto nel mondo, neanche le belle donne pur troppo, e spesso Pigmalione s’affatica invano a infondere la vita nelle membra mirabili e gelide di Galatea; ma negli occhi cerulei della signora Ripàri brillava il pensiero, e lo spirito illuminava quell’onesto sorriso.

Capitata in un convegno di poeti o d’artisti, la signora Ripàri sarebbe stata accolta con uno di quei gridi che erompono spontanei dall’animo di chi si sente fortemente compreso dall’ammirazione; fra gente che dava battaglia alla noia con l’arme dell’appetito passò senza che nessuno ci badasse. Tanto è vero che a questo mondo non basta aver merito; bisogna anche saperlo mostrare a chi può pregiarlo e scegliere una occasione propizia.

[37]

Il pranzo passò come al solito; si parlò del cattivo tempo, della inondazione, delle valanghe; si fecero passare di mano in mano pezzi di diorite e di cristallo di rocca, raccolti qua e là per le montagne; pochi gl’interlocutori, molte le comparse che mangiavano senza parlare. Federigo non parlò, nè mangiò; non fece altro che guardar fisso il Conte San Vittore, il quale pareva non accorgersi d’essere sbirciato, squadrato a quel modo. Carolina (era questo il nome di battesimo della signora Ripàri) tentò più volte di attaccare discorso col marito e inutilmente; alle sue domande non rispondeva o rispondeva con monosillabi e Carolina pareva si sentisse umiliata dal contegno freddo, quasi sdegnoso che egli teneva con lei. Cercava di leggere in viso ai commensali se se ne fossero accorti e si rallegrava di vederli tutti intenti nelle loro chiacchiere o nelle loro vivande; ma quando i suoi occhi s’incontrarono co’ miei, capì ch’io avevo osservato e meditato, che v’era un testimone di que’ silenzi eloquenti e divenne pallida a un tratto. Alle frutta s’alzò; stette per un momento con le mani appoggiate sulla spalliera della sedia guardando Federigo e come aspettando qualche cosa da lui. Egli, se si fosse voltato verso la moglie, si sarebbe avveduto, da una specie di moto nervoso ond’era scossa tutta la persona, che quella donna soffriva, e tanto più, quanto più si sforzava di nascondere l’intima pena; ma non si voltò; guardava il Conte di San Vittore.

A poco a poco anche gli altri commensali si alzarono e andarono chi da una parte chi dall’altra. Volevo andarmene anch’io, Paolo mi fe’ cenno di [38] rimanere. Il Conte si alzò e andò a porsi innanzi al camino entro cui scoppiettavano gli ultimi avanzi d’un gran fuoco; Federigo restò al suo posto, rimpetto al Conte, guardandolo.

Nessuno parlava; io avevo il presentimento che stava per succedere qualcosa di grosso. Me ne sarei andato volentieri, ma Paolo mi trattenne daccapo con un’occhiata.

Il Conte cavò fuori da un astuccio di cuoio di Russia un manilla e si diresse verso la tavola sulla quale stava un candeliere acceso. Subito che Federigo ebbe indovinata l’intenzione di lui, balzò in piedi, stese il braccio verso il candeliere, accese un sigaro, spense il lume e lo posò piano piano; poi guardò il Conte come se aspettasse una parola, un gesto... che so io? un pretesto qualsiasi per attaccarla. Ma l’altro, come se nulla fosse, prese sulla tavola un coltello, tagliò la punta chiusa del manilla e con un fiammifero di cera che trasse da un astuccio di platino lo accese e tornò al suo posto. Sopra una piccola tavola presso a lui era un numero della Gazzetta Ticinese; il Conte l’aveva a mala pena toccato e già v’era piombata sopra la mano di Federigo. Il Conte lasciò andare la gazzetta e, quasi non fosse fatto suo, si mise a scrivere colla matita sopra un taccuino che aveva levato di tasca. Federigo quand’ebbe in mano il giornale, lo buttò sul fuoco; il Conte seguitò a scrivere.

Paolo pareva distratto, ma teneva d’occhio ogni mossa del Conte e di Federigo.

Quando il Conte ebbe finito di scrivere, andò verso la porta. La bussola era chiusa, Federigo vi [39] s’appoggiò; a me parve difficile che il Conte potesse esimersi dal parlargli e mi tenni certo una parola sola sarebbe favilla secondata da grande incendio. Il Conte invece passò davanti a Federigo come se non gli fosse neanche passato per la mente d’andarsene, e si diresse verso una delle estremità della sala; colà giunto tirò il cordone di un campanello. Dopo un momento s’udì un lieve rumore dietro la porta e di fuori qualcuno girò la maniglia. Bisognò che Federigo si scostasse; il Conte invece s’era avvicinato all’uscio dalla parte opposta.

Entrò il cameriere.

— Accendete il fuoco in camera mia, — disse il Conte; — e passando tra il cameriere e la soglia uscì.

Paolo gli tenne dietro.

Federigo, o meravigliato o stizzito della abile strategia del Conte, si lasciò andare sopra un divano e parve immergersi in una meditazione profonda.

Io rimasi nella sala aspettando Paolo da cui speravo avere la spiegazione di quella difficile sciarada. Intanto, ripensando i fatti avvenuti, io andavo cercando da me la parola dell’enigma e facevo questo discorso, che mi pareva assai ragionato.

— Questi due uomini si odiano, o per lo meno Federigo odia il Conte di San Vittore. Perchè? Vattel’a pesca! Ma è chiaro che Federigo ha tanta voglia di accattar briga col San Vittore, quanta cura pone questi nell’evitare ogni contesa. Ci deve esser di mezzo una donna che non vuol compromettere... altrimenti come si spiega il contegno di un gentiluomo?.... Ma giusto, è egli poi il Conte [40] questo gentiluomo che mi hanno detto? Che il Conte abbia paura? Non c’è che questa spiegazione; perchè quand’anche ci fosse di mezzo una donna, il contegno addirittura insolente di Federigo non avrebbe fornito all’altro un pretesto tale, da parere la ragione vera ed unica di un duello? E poi da quella partenza ad una fuga c’è scattato poco. E Paolo che fa che non torna? È chiaro anche questo: cerca di persuadere il cugino che se non si batte col Ripàri è un uomo rovinato per sempre. Riepiloghiamo. Federigo Ripàri cerca di provocare il Conte; questo è un fatto. Il Conte scansa ogni occasione di duello; il Conte ha paura. Così si spiegano le parole di Paolo sul conto del cugino e il suo contegno verso di lui. Ma e il motivo di tutto ciò? Lo troveremo, pensai con la superbiola di un uomo che ha fatta un’osservazione profondissima e ha dato prova a sè stesso di essere abile nel sillogismo. — Lo troveremo; e seccato dal ritardo di Paolo, che d’altra parte non avrebbe potuto dirmi cosa ch’io non avessi indovinata senza di lui, uscii dalla sala per salirmene in camera mia.

La quale camera mia volle il caso si trovasse precisamente accanto a quella della signora Ripàri.

Non faccia il lettore le meraviglie, non dica con quel suo sorrisetto d’incredulo “che bel caso!„ In una triste condizione sono oggi romanzieri e commediografi; il pubblico dopo le fandonie che s’è succiato per tanti anni in santa pace, s’è fatto diffidente, ombroso. Basta che un fatto semplicissimo, torni utile al commediografo o al romanziere, perchè paia al lettore inverosimile. La signora Ripàri [41] stava al n. 18; accanto al n. 18 v’era di santa ragione il n. 19; anch’esso, in tanta piena di forestieri, dovè esser dato a qualcuno; fu dato a me; che meraviglia? Forse se l’albergatore mi avesse assegnato il n. 10, questo racconto non avrebbe veduto la luce. Albergatore malcauto! Troppo poco si concede in oggi al caso che pure ha tanta parte nella nostra vita. Come va, signor lettore, che vi trovate questo racconto tra mano? Siete andato proprio a cercarlo? No; lo avete visto per caso nella vetrina del vostro libraio. Ve l’ha prestato un amico? Siete andato in traccia di quest’amico? No; l’avete trovato per caso. O forse vi siete risoluto a comprare il libro dopo che lo avete visto annunziato in qualche giornale? Non è un bel caso che il mio editore l’abbia fatto annunziare per l’appunto in quel foglio che ha l’invidiata fortuna di numerarvi tra i propri lettori?

Torniamo alla signora Ripàri. Ella dimorava dunque in una camera divisa dalla mia per un sottile assìto ricoperto da una semplicissima carta di Francia. Poco dopo ch’io fui entrato in camera, l’uscio della stanza accanto s’aprì, e udii facilmente Federigo pronunziare queste parole:

— Buona notte, Carolina.

Udii facilmente ho detto e ripeto. Chi conosce gli alberghi de’ monti elvetici non meraviglierà di queste mie parole. Coloro che in ogni locanda alpestre della Svizzera veggono un nido di congiurati s’ingannano; co’ sottili tramezzi di legno non ci è segreto che tenga; dopo tre ore passate nella stanza accanto alla vostra, il vicino sa tutti i vostri usi, anche quelli che vorreste non conosciuti [42] da alcuno. Nelle case delle montagne elvetiche non si congiura; meglio all’aria aperta; tanto è vero che Guglielmo Tell per preparare la rivolta abbandonò le mal sicure case di Altdorf e condusse i compagni sulle alture del Rutli.

— Aspetta, Federigo, voglio dirti una cosa.

— Son qui.

— Sai che da parecchi mesi faccio di meno anche delle lagnanze.

— Carolina....

— Lasciami dire; molti sentimenti si sono spenti in me, uno è rimasto vivo per fortuna mia e tua: l’orgoglio. Mi lagnerei ancora se giovasse a qualcosa; ma il lamentarsi inutilmente è una umiliazione che non voglio soffrire.

— E poi? — disse Federigo col tono di chi non ha pazienza da buttar via.

— Hai fretta? Va’ pure, non c’è nulla che prema... ne parleremo domani. Buona notte.

— No, Carolina, guarda, son qui... qui seduto e per ascoltarti.

— Stammi dunque a sentire; ce n’è bisogno, credilo. Io non ti chiedo che tu sii innamorato di me, queste cose non si chiedono, si ottengono; non si riacquistano quando si sono perdute, nè si risuscita un amore che doveva essere eterno e che è morto a un tratto, di etisia fulminante, dopo un anno di matrimonio. Ti chiedo soltanto che tu sii con me quale saresti con qualunque altra donna e quale ti impone di essere se non la legge del cuore, la legge del mondo; se non l’affetto, per lo meno l’educazione.

— Non ti capisco.

[43]

— No? Allora è inutile andare avanti.... Buona notte.

— Insomma, perdio! non ti capisco.

— Federigo, non alzare la voce; ricordati che siamo in un albergo; risparmia agli altri lo scandalo, a me lo spettacolo di una di quelle brutte scene da commedia che aborro tanto.... Sai quello che t’ho detto tante volte: tu non gridi che quando sei persuaso d’aver torto.

— Ebbene, dunque, sentiamo.... che cosa c’è?...

— Quando partiamo?

— Quando la carrozza potrà percorrere senza pericolo la strada di qui a Bellinzona.

— Sta bene; domani dunque, se siamo ancora ad Airolo, noi pranzeremo qui insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda.

— Perchè?...

— Perchè io sopporto il tuo contegno finchè siamo soli, ma, lo ripeto, ho ancora tanto orgoglio da non tollerarlo in santa pace dirimpetto alla gente. Durante il pranzo sei stato accanto a me come accanto ad una persona che tu non conoscessi neppure.... anzi, ho tanta stima della tua educazione, da credere che il tuo contegno sarebbe stato diverso con chiunque. Io voglio dunque che tu sii meco quale un gentiluomo dev’essere con una donna. So essere disgraziata, mi ci hai assuefatta; ridicola, no.

— Carolina, tu prendi al solito le cose troppo sul serio.... Io ero distratto....

— Eppure tu mi toglierai anche l’ultima illusione. Una volta credei che tu mi volessi bene, comincio a credere d’essermi ingannata. Non puoi [44] avermi amato, mi conosci troppo poco. Se tu mi conoscessi, Federigo, non anderesti cercando una scusa che io non ti chiedo. Oggi eri distratto... e ieri?... È un po’ lunga una distrazione che è principiata un anno fa e dura ancora. Non ne parliamo più. Sei libero di scegliere: o pranzeremo in camera insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda. E ora va’, devi essere stanco della tua gita di stamani.... Buona notte.

Vi fu un breve silenzio; poi Federigo, parlando rapidamente e con voce concitata, riprese:

— Hai ragione, Carolina, tu hai ragione, ed io ho torto, lo sento, ho molto torto... ma il cuore non ci ha che fare... dipende, che so?... dal mio temperamento... dalla mia costituzione fisica. Ho qualche stravaganza, perdonamela e....

— Oh! Federigo, tu abusi un po’ troppo di me. Tu sai che nonostante le tue distrazioni, le tue stravaganze, come le chiami, io ti voglio ancora bene, lo sai, e ne abusi. Non mi venir fuori col temperamento che non ci ha nulla che fare. Non so se tu ti ricordi qualche volta che mi hai voluto bene anche tu; certamente non puoi aver dimenticato di che amore t’ho amato io; io povera donna, che ho messo in te tutte le mie speranze e tutti i miei desiderii, che t’ho creduto il solo uomo capace di tradurre in realtà i miei sogni. Ci vuole un animo molto delicato, molto giovane, per intendere di che colori io avessi vestito l’avvenire. Ho serbata viva la mia speranza per un anno intero dopo le nostre nozze. Ringrazio Iddio di avermi fatto cieca per tutto quel tempo, cieca ma felice; se avessi avuto più esperienza, se avessi saputo vedere più [45] addentro nelle cose della vita, mi sarei accorta che tu non eri poi quel tale uomo ch’io m’era figurata.

— Carolina! — esclamò brusco Federigo.

— Non t’adirare, non ho in mente di dir nulla che possa offenderti. Il primo torto fu mio, sperai più di quanto è lecito sperare. Un uomo capace di appagare tutti i desiderii di una fanciulla buona, intelligente, affettuosa, di porsi tra lei e il mondo, perchè il mondo non violi ad un tratto la verginità dei suoi pensieri, che sappia insegnarle a poco a poco la realtà della vita senza disperdere tutti quanti i suoi sogni, i suoi inganni, le sue ubbìe, se vuoi che dica così, di ragazza innamorata, un uomo capace di un acume così avveduto, così delicato non c’è.

— Ma, Carolina... è impossibile.... bisogna prendere il mondo....

— Come è, lo so, me l’hai detto tante volte! Ma se lo confesso da me che speravo troppo.... e del rimanente ciò poco importa. Fatto sta che tu per un anno m’hai voluto bene e molto, di questo sono sicura; chi ama come ho amato io non s’inganna. Un giorno.... che cos’è accaduto, Dio mio, quel giorno? Non lo saprò dunque mai?... Un giorno, come per incanto, sei diventato freddo, noncurante, e...

— Ma ti voglio bene ancora....

— Sì... tronchiamo, Federigo, tronchiamo questo discorso. Ci sono delle cose che offendono tanto l’amor proprio di una donna, da essere impossibile persino il parlarne. Mi vuoi bene ancora.... — S’interruppe, poi con accento di dolorosa ironia domandò: — Come a una sorella?

[46]

Federigo non rispose.

— Io ti annoio, — riprese con simulata giocondità Carolina, — ti annoio, lo capisco, e mi dispiace che siamo andati col discorso tanto lontano. A che giova? A farmi almeno sapere perchè, da chi fu distrutta la mia felicità? No. È un anno che me lo domando inutilmente e oramai non voglio più saperlo. Il mistero mi ha messo paura.... Ah! Federigo.... tu hai sciupati crudelmente i più belli anni della mia gioventù.

La signora Ripàri disse queste ultime parole con dolore così acerbo, così profondo, che suo marito quasi scosso esclamò con voce piena di lacrime:

— Oh! Carolina, Carolina, per carità, perdonami, perdonami. Se tu sapessi quello che io soffro! Dio sa se ti vorrei felice e ti faccio patire. Senti, vieni, vieni qui, accanto a me.

E poichè ella non si mosse, udii Federigo alzarsi e soggiungere:

— Non vuoi? Perchè non vuoi?... Oh! Carolina... Carolina....

— Federigo... — mormorò la signora Ripàri, con voce che pareva chiudere in sè tutto il rimpianto del paradiso perduto, tutte le speranze della terra promessa — Federigo....

A questo punto s’udì nel corridoio il Conte di San Vittore chiamare il cameriere della locanda.

— Oh! no mai! mai! — gridò Federigo, e uscì rapido fuori della stanza.

L’atto, la fuga di Federigo mi diedero per un momento a pensare; credei fosse un maniaco. M’affacciai sul corridoio; Federigo in piedi, pallidissimo, non si accorse di me; parve titubare un momento, [47] poi con passo risoluto andò fino ad una delle estremità del corridore e picchiò ad una porta.

— Avanti, — disse una voce dall’interno della stanza.

Era la voce del Conte.

Quando tornai nella mia camera non s’udiva più nella stanza di Carolina che un cupo e lungo singhiozzo.

Chi non s’è trovato qualche volta a spiegare una sciarada e messosi in testa che il primo fosse di certo una data parola, non ha sudato sangue per trovare un secondo ed un terzo che potessero stargli accanto? Così per l’appunto successe a me. Ho esposto le mie osservazioni rispetto a quanto era avvenuto durante e dopo il pranzo; e poichè i personaggi dell’ultima scena erano gli stessi della prima, io mi affaticava a dipanare il filo che doveva legare insieme la paura del Conte, i patimenti di Carolina, le ire e le stravaganze di Federigo. Feci le ipotesi più strambe: gelosie, rancori politici, odii ereditari, tutto l’archivio dei vecchi drammi fu rovistato per trovare uno scioglimento a questa nuova commedia e inutilmente.

Così almanaccando intorno alle cose vedute con la curiosità che si fa tanto più forte, quanto meno prontamente si appaga, quella notte non potei chiuder occhio. Sul far del giorno udii parlare e passeggiare nella strada sotto le finestre. M’affacciai. L’aurora imbiancava le cime dei monti, un vento leggiero passando traverso agli abeti, recava fino a me gli acri e salubri profumi della montagna; una carrozza coi cavalli attaccati e volti verso il monte stava innanzi alla porta dell’albergo.

[48]

Poco dopo il Conte di San Vittore, avvolto in una pelliccia, il viso quasi interamente nascosto in un’amplissima ciarpa, uscì nella strada, montò nella carrozza e partì.

Non c’era più dubbio; il Conte fuggiva, dunque aveva paura.

Il sillogismo s’era compiuto allora nella mia testa, quando Paolo entrò in camera.

— Oh! — dissi vedendolo. — Che c’è di nuovo?

— Che ti vengo a dire addio.

— Parti?

— Per Milano, fra un’ora.

— In che modo?

— Colle mie gambe fino a Faìdo; troverò facilmente una vettura purchessia, che mi porti sino a Bellinzona; partendo stasera di là con la diligenza arriverò domattina alle nove a Camerlata, alle undici a Milano.

— E lì ti fermi?

— Vo a Firenze difilato.

— Ma non m’avevi detto che aspettavi una lettera?

Bussarono alla porta.

— Eccola — disse Paolo.

Difatti un cameriere della locanda entrò e consegnò a Paolo una lettera.

Paolo guardò lungamente la soprascritta; ruppe con mano quasi tremante il sigillo, poi come se avesse voluto risparmiarsi una qualche commozione: apri e leggi, soggiunse.

Guardai l’amico e non senza meraviglia m’accinsi ad obbedirlo. Aprii e lessi:

[49]

“Fra dieci giorni a Bruxelles. Avvertite lo zio.

San Vittore.

— Finalmente! — gridò Paolo, mentre un sorriso che manifestava una contentezza profonda gli illuminò il viso. — Finalmente!

— Oh! sì, era tempo! — esclamai.

— Di che?

— Oh! bella — soggiunsi col furbo sorrisetto dell’uomo avvezzo. — Era tempo che il Conte si ricordasse che quand’uno si chiama San Vittore non può fare impunemente delle vigliaccherie.

— Il Conte è un gentiluomo, anzi, è un uomo di cuore....

— Ma si batte?

— Con chi?

— Col Ripàri.

— Non ci mancherebbe altro!...

— O dunque?

— Dunque.... oh! è una storia troppo lunga....

— T’accompagnerò e me la racconterai strada facendo.

— Perchè no? — soggiunse Paolo dopo un momento di pausa. — Ho bisogno di essere espansivo oggi, nè potrei — conchiuse stringendomi la mano — aprire l’animo mio più sicuramente che a te. È una storia d’amore triste, mio caro, come tutte le storie d’amore che sono finite sopra la terra....

················

Un’ora dopo Paolo ed io ci avviammo per la grande strada che da Airolo conduce a Bellinzona; egli narrava, io ascoltava con religiosa, con dolorosa attenzione la storia breve e vera che oggi racconto.

[50]

Intanto spuntava il sole; sui monti che poco prima apparivano allo sguardo cupi ed informi, si distinguevano ora i sentieri cespugliosi, i massi l’uno all’altro sovrapposti, le cascatelle, le grotte; e il vento fresco della mattina, asolando intorno, portava sino a noi, insieme con i vigorosi aromi del timo e della menta silvestre, il canto degli uccelli, che per gli alberi della valle dicevano all’autunno un malinconico addio.

I.

Quando nel maggio del 186... il Conte Emilio di San Vittore fece sapere che si ammogliava fra un mese, gli amici che aveva numerosi, il bel mondo di cui era assiduo e festeggiato frequentatore furono per quella notizia alquanto meravigliati.

Ricco, non aveva bisogno di una dote che gli puntellasse il patrimonio; fortunatissimo in amore, per lui versavano lacrime molte belle infelici, per lui schiudevano le labbra a sorrisi procaci le più civette tra le donne d’Italia; avvezzo oramai alla vita di scapolo, alla varietà e alla frequenza delle commozioni, egli non avrebbe potuto adattarsi alla tranquilla serenità della vita domestica. Perchè dunque pigliava moglie? Coloro che, per spiegare l’enigma, misero innanzi l’ipotesi che il Conte Emilio fosse innamorato, non fecero altro che destare l’ilarità in tutte le sue gradazioni diverse, dal sogghigno più dispregiativo fino allo scroscio di risa più badiale.

Tutto ciò avveniva non già perchè la gente fosse [51] priva di perspicacia; era davvero difficile trovare non soltanto la ragione ma il motivo onde il Conte era spinto ad ammogliarsi e che egli d’altra parte si compiaceva nel tenere nascosti.

Emilio era aristocratico fino alla punta dei capelli; da giovanotto aveva messo da parte molti scrupoli, molti proponimenti dimenticati; d’una cosa sola non s’era dimenticato mai: che egli era il discendente di quei Conti di San Vittore, la cui nobiltà vantava parecchi secoli e che ora sotto la cappa luccicante d’un ambasciatore, ora sotto la tonaca sanguigna d’un cardinale avevano avuto larghissima parte nelle vicende della patria. Mai, per esempio, una di quelle facili donne con le quali egli sprecava il suo tempo, la sua giovinezza e i suoi danari, non aveva potuto oltrepassare le soglie dell’antico palazzo dei San Vittore; la religione della casata era la sola a cui il Conte si mantenesse con fervore devoto. Nondimeno nei luoghi che frequentava, egli aveva fatta relazione con molta gente, la quale non era pari a lui nello splendore del nome o nella purezza del sangue. I parenti, aristocratici più di lui, avevano messo il broncio, lo tenevano per un iconoclasta; e il Conte, nemico per natura delle seccature di qualunque specie fossero, da qualunque parte gli venissero, si risolse a prender moglie, coll’intendimento di rompere ogni relazione con i suoi amici del giorno avanti e di fare ammenda di così grave trascorso. Ammogliandosi, egli ristringeva i vincoli che lo legavano al bel mondo, e dopo aver erogato le rendite nel nutrire e nel vestire (nello spogliare, forse, se meglio vi piace) le belle ragazze di tutti i paesi, si [52] proponeva spenderle, d’allora in poi, nel far ballare e cenare le signore della nobiltà fiorentina.

Non gli rimaneva che scegliere; e qui cominciavano le difficoltà. Il Conte, pur trattandosi di cosa tanto grave quanto un matrimonio, non era uomo da buttar via il tempo a cercare, tra le signorine italiane, quella che meglio gli convenisse. Per uscir dalla bega, una mattina si presentò alla casa di un suo vecchio zio materno, il marchese Varalli.

Il marchese Varalli era un antico libertino arrivato a settant’anni senza neanche l’ombra di un pentimento. Era lungo e smilzo: aveva la pelle incartapecorita e i capelli bianchissimi; ma il passo rapido e sicuro, la vista lincea, l’udito perfetto e due fila intatte di bianchissimi denti facevano testimonianza che gli stravizi di ogni maniera nulla avevano potuto sulla sua ferrea costituzione. Di quando in quando era tormentato dalla gotta; ma egli ci scherzava su, e ricordava agli amici Pericle, Augusto, Carlo V, il maresciallo di Sassonia, illustri gottosi.

Quando suo nipote comparve nella stanza: — Che miracoli son questi? — domandò il vecchio. — Sono tre anni che non v’ho visto, signor Conte gentilissimo e diletto nipote. Se io fossi uno zio da commedia e voi un nipote spiantato, direi che venite a domandarmi de’ quattrini in prestito; ma siete più ricco di me, e....

— Zio, — riprese Emilio, — vengo da lei per un consiglio.

— Un consiglio? Perdio! questa non me l’aspettavo. Voi che siete di una generazione di filosofi, venite a prendere consiglio da un avanzo mal conservato [53] di una generazione di gentiluomini?.... Che diavolo v’è accaduto? Basta, mettetevi a sedere. Son qui.

— Senta, zio, so che i miei parenti, lei per il primo, si sono lagnati perchè ho menata sin qui una vita un po’....

— Niente, niente; — interruppe colla sua voce fessa il Marchese. — Non so quello che abbiano detto gli altri vostri parenti, e non me ne curo. Quello che ho pensato io ve lo dirò: ho pensato che alla vostra età si deve fare quello che avete fatto voi. Volete che vi rimproveri d’aver corsa la cavallina, d’aver mantenuto qualche bella donna? Siete giovane, pare che siate anche bello, siete ricco... Magari ci potessi tornar io! Rispetto a donne, dunque, non ho niente da osservare; quando le principesse erano brutte e le cameriere belle, io m’attaccavo alle cameriere. Che l’origine di una donna si perda nelle leggende delle mille e una notte o in quelle d’una notte sola, tanto fa. E poi con le donne non ci si lega; oggi sì, domani sì, domani l’altro no, non ci si trova più per tutta la vita, o se ci si trova, magari non ci si saluta. Fin qui sta tutto bene e siamo d’accordo. Quello che non mi quadra è il vostro contegno coi maschi; che dando dietro a Lucrezia, facciate la conoscenza di Bruto, si capisce e tiriamo via; ma che lo salutiate per la strada e lo conduciate in carrozza con voi... ah!... questo poi no.

— Ed io per romperla addirittura con tutte queste conoscenze un po’.... un po’ democratiche....

— Volgari, plebee.

— È gente che mi son trovata accanto senza quasi avvedermene.

[54]

— E che v’è venuta intorno per chiedervi danari e non restituirveli; per farsi vedere amica di un San Vittore e infliggere con la sua stessa presenza accosto a voi una umiliazione al nostro ceto; per....

— Ho risoluto di prender moglie.

— Bene, — soggiunse senza scrollarsi il Marchese.

— Ma io da me non son mica capace di trovare una ragazza che mi convenga in tutto e per tutto. Mi manca la esperienza, forse, la pazienza di certo. Vorrei che lei, zio, si pigliasse l’impegno....

— Vi ci vuole una donna bella e di spirito. Se volete aver gente in casa vostra, non l’avrete che a questo patto; che sia ricca....

— Oh! poco importa....

— Siete ricco voi abbastanza. Fin qui le cose vanno come l’acqua alla china.

— Dunque ci pensa lei?

— Eh! adagio!...

— Cioè?...

— Volete maritarvi nella vecchia maniera o nella nuova?

— Non capisco, — rispose dopo un breve silenzio e con un lieve sorriso il Conte.

— Ecco: voi sapete che io non sono un figlio del fortunato secolo decimonono. Son nato nel 1791, grazie a Dio e al marchese padre, che quando mi mise al mondo, aveva per l’appunto l’età che ho io. Ah! pur troppo le generazioni deperiscono.... Basta, lasciamo là le malinconie. Dunque dicevo che son nato nel secolo passato; e io, nonostante le rivoluzioni, posso dire d’aver vissuto fino al 1830, [55] per tutti gli anni della mia gioventù insomma, come avrei vissuto sotto Gian Gastone.

— Zio, scusi, io non intendo....

— Voialtri giovanotti seguite la moda, e oggi c’è l’uso di dire che la società d’allora era corrotta. Avete a sapere, filosofi miei, che era tale e quale quella d’oggi. Gli uomini erano uomini e le donne donne; salvo che parevano più signore quelle quando compravano la complicità d’una cameriera, che le vostre quando vanno a udienza dalla regina. Non avete nè mutato, nè inventato nulla voialtri. Voi chiamate colpa ciò che noi chiamavamo galanteria; io vi chiamo ipocriti quando voi vi intitolate puritani, e siamo pari. Dicevo? Ah! ho dunque bisogno di sapere come voi la pensate, perchè appunto dal vostro modo di pensare dipende la scelta di una moglie che vi convenga. Per farla breve: a trentadue anni e dopo la vita che avete menata, non mi venite a raccontare di voler essere un marito sul serio, perchè io non la bevo; dunque una delle due: o volete una donna che non sia tanto nuova nella scienza della vita, e allora scegliete una ragazza iniziata da un paio d’anni ai misteri del bel mondo; potrete dirle il giorno delle nozze ch’ella deve pensare a sè, come voi provvederete a voi, e buona sera signori; o volete una donna ingenua, che si serbi fedele a voi finchè non abbia acquistato un po’ d’esperienza, e allora scegliete una ragazza uscita ieri di convento. Ve n’andrete in campagna con lei, l’aiuterete a lavare il viso a’ figlioli e per un certo tempo potrete dormire fra due guanciali. Tocca a voi a scegliere in massima. Aprite bocca ed io mi [56] farò esecutore della vostra legge e troverò l’individuo appena designata la specie.

— Ecco... — soggiunse modestamente il Conte.

— Ho capito, — interruppe subito l’altro con un sorriso maligno — volete l’ingenua. Siete un ipocrita anche voi.

— Zio....

— Sì... e un credulone. Voi scegliete l’ingenua, perchè vi figurate, come si figurano tutti, che si lascierà ingannare senza rendervi la pariglia. Sta bene. L’ho trovata.

— E si può sapere?...

— Bellissima. A me non piace, ma per i gusti d’oggi è fatta apposta; magra, piccola, molto elegante. Poca dote, ma questo non è un difetto, orfana, e questo è un pregio.

— E lei la conosce?

— Io? L’ho vista qualche volta col duca Esmeraldi che è suo tutore.

— E si chiama?

— Alessandra. Voi potrete chiamarla Alessandrina, Sandrina, Rina, a piacimento; per questo non ci saranno difficoltà.

— E la famiglia?

— Altissimo lignaggio, vera aristocrazia toscana, caro mio; nome illustre e soldi pochissimi.

— Va bene; desidero di vederla.

— È giusta; domani alle sei sul piazzone delle Cascine. Sarò in carrozza col Duca e con la pupilla. Guardatela bene, magari venite alla carrozza e parlatele. Domani pensate, domani sera risolvete, domani l’altro vi aspetto a colazione da me.

[57]

II.

Il marchese Varalli da quel vecchio libertino che era, non aveva osservato del mondo se non gli aspetti più tristi. Egli, che si vantava di conoscere le donne, non conosceva in sostanza che certe donne le quali si somigliano tutte. Nemico del nuovo, non aveva studiato del suo secolo che le mutazioni apparenti; proponendo per moglie a suo nipote Rina Miriani, credeva d’avergli trovata una delle solite educande senza idee proprie, senza volontà, senza carattere. E prese un abbaglio. Rina, rimasta orfana a tre anni, era stata affidata dal tutore Duca Esmeraldi alla custodia di una governante inglese; buona donna, puritana, che secondo l’uso inglese aveva lasciato liberamente svolgersi l’intelletto e il sentimento di Rina, e coltivata la più che femminile energia e la fermezza di propositi della sua figliola, per dire come diceva; di guisa che quando Rina fu messa in conservatorio non era più bambina, ma una donna di quattordici anni.

Intendiamoci: la bambina propriamente detta non esiste. La donna comincia, si può dire, a tre anni, perchè a tre anni cominciano a disegnarsi in lei i suoi due contrassegni morali: l’amore e la vanità. A tre anni cominciano nella donna le forti e delicate simpatie; e dove i maschi, secondo che veggono onorato ora l’aspersorio ora il fucile, imitano i diaconi o i capitani con le processioni o [58] con le battaglie, le bambine non pensano che ad una cosa, la quale sarà poi la occupazione costante di tutta la loro vita: a farsi belle. Dicendo dunque che Rina era donna a quattordici anni, intendo significare che aveva dato un addio a tutte le superstizioni infantili e acquistato precocemente la pericolosa facoltà di osservare e di dedurre.

Il Conte Emilio di San Vittore che non aveva in vita sua praticato ragazze — s’intende ragazze a modo — non capì la differenza che passava tra Rina e un’educanda di quello che gli aveva descritte il Marchese; e ammaliato dall’aspetto di quel viso leggiadro sul quale nessuna passione aveva lasciata la sua triste impronta; dalla tranquilla limpidità della voce, eco della limpida tranquillità dell’anima; respirando l’aura fresca, salubre, che aleggiava intorno la bella creatura, l’arte del marito gli parve più facile che non gli fosse sembrata dapprima. Del rimanente, importa notarlo, la sua osservazione analitica rispetto a Rina non fu nè diligente nè lunga.

— Dunque? — gli domandò il Marchese, quando Emilio, che aveva veduta Rina alle Cascine il giorno innanzi, fu da lui all’ora della colazione.

— Dunque mi piace.

— Dicerto?

— Dicerto.

— E a me, no.

— Come?...

— Ma questo importa poco, piace a voi....

— Ma pure, me l’ha proposta lei.

— Perchè quella mummia del Duca l’aveva proposta a me, m’aveva detto che usciva ora di collegio.

[59]

— Non è vero?...

— Verissimo; ma deve uscire da un collegio militare costei.

— Non la capisco, zio.

— Eppure è molto facile, caro mio; questa ragazza non è per voi. Non appartiene a nessuna delle due classi che abbiamo passate in rassegna ieri l’altro. Non è donna da tollerare senza richiami un’offesa, nè da pigliare abbagli sul conto vostro. Ha le sue idee; e se le manca l’esperienza, ha la ferma volontà di acquistarla. Se volete una moglie pronta a compiere in silenzio la volontà del marito e a rassegnarsi alle vostre infedeltà per rispetto umano, questa non è, ve lo dico io, donna per voi o, per dir meglio, voi non siete uomo per lei.

Tutti sanno che il più delle volte da lievissime cause provengono gravi effetti; tutti sanno che nelle dispute, per esempio, tale che sul partito da pigliarsi sarà rimasto dubbioso innanzi alle più strette argomentazioni, ai ragionamenti più logici e più validi, si persuade in grazia di una esclamazione, di un sorriso, di un’interiezione. E così fu del Conte. Il discorso del Marchese, la pittura che questi gli fece di Rina, lo sgomentarono addirittura. Aveva lo zio in concetto d’uomo che conosce il mondo, e per di più non dimenticava di essersi rivolto a lui, pronto ad accettare la moglie che da lui gli fosse scelta ed offerta. Era già dunque disposto a dimettere il pensiero delle nozze con Rina Miriani, con la stessa facilità onde l’aveva accolto, quando vennero in bocca al Marchese quelle malaugurate parole: o voi non siete uomo per lei. Come? il Conte Emilio di San Vittore, festeggiato [60] dai babbi, blandito dalle mamme, acclamato, desiderato, da tutti; che aveva visto cento donne sorridergli con tanta voluttà il giorno dell’amore e piangere con tanta sincerità il giorno dell’abbandono; il Conte Emilio di San Vittore, bello, ricco, nobile, cavalleresco, giovane, culto, poteva dunque trovare una donna, culta, bella, aristocratica, elegante, che non si stimasse fortunata di vivere con lui, che egli non fosse capace di fare contenta? Il Marchese vaneggiava; egli non sapeva di quali pregi fosse ricco il nipote, bisognava mostrarglieli.

Questo ed altri consimili suggerimenti dettero al Conte Emilio una certa vanità dispettosa ne’ brevi istanti di silenzio che succederono alle ultime parole del Marchese. E alzandosi riprese:

— Che vuol che le dica? Mi dispiace di non essere dalla sua anche questa volta; ma mi pare che la signorina Miriani, specie dopo ciò che ella me ne ha detto, sia propriamente la donna che mi ci vuole. Ha molto ingegno, una grande squisitezza di maniere e nobilissime tradizioni di famiglia. Per un gentiluomo mi pare....

— Tutte belle cose — soggiunse sogghignando il Marchese; — tutte belle cose per le sere di ricevimento e che accarezzeranno il vostro amor proprio finchè le sale di casa San Vittore saranno piene d’invitati.... Ma dopo? A porte chiuse e a lumi spenti? Non tutti i giorni s’invita gente a ballare, ma si vive tutti i giorni; e per vivere in due bisogna andar d’accordo, se no guai. Oh! insomma io ve l’ho detto e ve lo ripeto: pensateci e... non ne fate nulla; quella ragazza ha una testa [61] esaltata; vi seccherà, si seccherà, vi seccherete. Voi poi, vedete, voi, credete a me, non sarete buono a infiltrare in quel cervellino una sola delle vostre idee. Ieri si parlò di politica, di costumi, di religione; eravamo in due, il Duca ed io; e lei, bisognava sentirla, combatteva a tutta oltranza, scartava quest’opinione, accettava quella, che era ben inteso la sua e per conseguenza la migliore. “Io penso... io credo...„ Sicuro, lei pensa, lei crede. Ragazza? È un avvocato da cassazione.

Il Conte lasciò che lo zio si fermasse per riprendere fiato e accomodando le labbra a un sorriso alquanto ironico, riprese:

— Mi sarà lecito di osservare, senza mancare di rispetto nè a lei nè al Duca, che per arrivare all’intelletto di una donna come quella che dipinge, non c’è che una strada: la strada del cuore. La signorina Miriani è stata educata forse secondo i metodi moderni....

— Belli!

— ... per i quali si dà alle facoltà intellettuali svolgimento più ampio di quello che si dava prima... a’ suoi tempi. La resistenza che ha trovato lei cederà, creda, dirimpetto ad un uomo, che senza cullare la propria moglie nelle arcadie degli affetti eterni, sappia fin dal primo giorno ispirarle quella amicizia rispettosa, che....

— Non andate avanti, — interruppe alzandosi anch’egli il Marchese. — Non andate avanti; buttate via il fiato e dite delle cose, le quali, mi sarà lecito d’osservare senza mancarvi di rispetto, non hanno mai avuto senso comune nè ai miei tempi, nè ai vostri. In sostanza il vostro discorso, mi dispiace [62] in coscienza di non lo poter chiamare ragionamento, significa questo: che io son vecchio e mi sgomento, voi siete giovane e potrete fare dell’indole di vostra moglie quel che vi pare e piace; sta bene, pigliatela e buon pro vi faccia. Aggiungo una cosa e non se ne parli più. Io, proponendovi questa ragazza, mi sono ingannato per dar retta a uno sciocco, che è il Duca Esmeraldi. Voi, ostinandovi nel volerla, vi rovinate per dar retta ad un altro sciocco che....

— Che?

— Che siete voi. Tenete a mente: di qui a qualche anno, o voi farete il campagnolo seppellito fra i boschi della vostra fattoria delle Poggiola, rinunziando al mondo e allo sue pompe e accomodando gli sbadigli in modo da farli passare per sorrisi; o questa donna vi pianterà, per cercare chi le dia ciò che voi non dovreste prometterle e in ogni caso non potrete nè saprete darle mai. E ora andiamo a colazione e beviamoci su, come dice il mio guardaboschi quando ha bastonato la moglie.

················

E due giorni dopo furono stabilite e nel mese seguente celebrate le nozze tra il Conte Emilio Boffinghi di Saint-Aubin di San Vittore e Rina unica figlia del defunto marchese Miriani.

Uscendo di chiesa gl’invitati ripetevano le frasi che si dicono a fior di labbra in simili congiunture; e il marchese Varalli gli stava a sentire con quell’attenzione silenziosa e sardonica che è il sublime della canzonatura.

[63]

— È proprio una coppia bene assortita, — diceva uno dei testimoni.

— Se fosse vivo il povero Marchese! — soggiungeva un altro, ricordando il padre della sposa morto da quindici anni.

— Bravo Emilio! non poteva scegliere meglio.

— Nè prendere più savia risoluzione.

— Davvero! perchè è inutile confondersi, un po’ di pace non si trova che nel matrimonio.

— Già — saltò su a dire il marchese Varalli — come la ricchezza ne’ terni al lotto; una combinazione favorevole, e centodiciasettemila e non so quante contrarie.

— Oh! ma sentite, caro Marchese, se que’ due lì non fossero felici insieme, vorrebbe propriamente dire che....

— Che cosa?

— Che... che... basta, se n’è viste tante.... e poi non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

— Neanche cotesto aforisma, che si ricorda di Salomone.

Dopo la colazione il Conte e la Contessa partirono per la villa delle Poggiola, ove avevano fermo di passare il resto dell’estate e tutto l’autunno. Lo zio gli accompagnò sino alla carrozza; strinse la mano allo sposo, baciò la sposa, e congedandosi da loro, pensò tra sè: anche questa è fatta! ma o io sono uno scimunito, o ne sentiremo delle belle e tra poco!

[64]

III.

La villa delle Poggiola è distante un trenta chilometri da Firenze sulla strada delle Filigare. Fu edificata nel 1513 da Guido di San Vittore; ma gli eredi di lui e gli eredi degli eredi, e via discorrendo, accomodarono, sciuparono, mutarono sempre qualcosa, ognuno secondo i gusti propri e gli usi del tempo; di guisa che sulle mura della villa vedi oggi l’impronta di parecchie generazioni.

Gli antenati del Conto Emilio si chiamarono in origine Boffinghi. Vecchie pergamene, conservate da lui con religiosa cura nell’archivio di famiglia, attestano che un Corrado nativo di Bopfingen, città imperiale della Svevia, venne nel 1154 in Italia con Federigo Barbarossa; e dopo la pace di Costanza, formata dimora in Lombardia, fecesi italiano nel nome e si chiamò Da Boffinga, donde vennero, con l’andare del tempo, i Boffinghi. Al tempo delle contese tra Luigi XII ed il Moro a cagione del Ducato, un Guido Boffinghi parteggiò per Luigi, ed uscito da Milano stette con i Francesi. Dal re fu con altri mandato, perchè abilissimo, a trattare della lega co’ Veneti; e dopo la battaglia di Novara, ove combattè a fianco del La Tremouille, ad accompagnare il Moro prigione nella torre di Loches. In ricompensa di questi servigi ebbe in dono da Luigi XII il feudo di Saint-Aubin nella Borgogna, quello di San Vittore nell’Astigiano, [65] e facoltà di porre nello stemma una ruota d’oro in campo azzurro, col motto “Sans sortir de l’ornière„ significante la fedeltà serbata al re in ogni tempo. Da allora in poi Guido aggiunse al nome de’ Boffinghi quelli de’ feudi donatigli e si chiamò Boffinghi di Saint-Aubin di San Vittore; il vecchio ed il nuovo nome illustrò poi combattendo a Bologna, a Brescia, a Ravenna e ottenendo da Gastone di Foix lodi senza fine per il valore dimostrato in quelle battaglie. Quando il Milanese passò a Massimiliano Sforza e Luigi fu costretto a richiamare dall’Italia gli eserciti, Guido, visto di mal occhio nel Ducato, riparò in Toscana e vi fabbricò una villetta (quella appunto di cui parliamo) perchè gli fosso asilo sicuro dalle persecuzioni de’ nemici e riposo alle fatiche delle armi.

Venuti tempi più tranquilli, i San Vittore tornarono a Milano; ma la villa fu ingrandita da un cardinale della famiglia, il quale, nominato vescovo tra gl’infedeli di non so qual parte d’Oriente, aspettò inutilmente tra gli ozi campestri che i Turchi si facessero cristiani e gli permettessero di provvedere alla salute del gregge. Si stabilirono novamente in Toscana quando un altro Guido, bisnonno del Conte Emilio, fu chiamato dal granduca Leopoldo I a delicatissimi uffici d’ambasceria segreta e da quel tempo non si mossero più.

Il capitano aveva adunato nella villa una stupenda collezione di armi, il cardinale vi raccolse a mano a mano una galleria bellissima, l’ambasciatore una vasta biblioteca; l’avo d’Emilio circondò la casa di un giardino a uso Le Nôtre, e tre le piante straziate a furia di forbici, foggiate [66] a urne e a piramidi, fece quelle splendide e noiose villeggiature nelle quali si compiacquero tanto i nobili del secolo scorso. Il figlio di lui allargò i confini del giardino, lo accomodò all’uso inglese, piantò molti alberi, desiderando, diceva, che proteggessero la sua vecchiaia com’egli avea protetto la loro gioventù; ma lo diceva per moda e perchè aveva forse letto i libri del Rousseau; tanto è vero che in villa non andò se non di rado, portandovi gli usi della città, e da vecchio non si mosse mai da Firenze, dedito solamente a’ piaceri della gastronomia, che lo condussero, con una colica violenta, al sepolcro.

Il Conte Emilio andava alla villa due o tre volte l’anno insieme con numeroso seguito di amici, per fare in que’ dintorni una cacciata alle starne, agli amici mostrava con orgoglio le medaglie ottenute nelle mostre d’orticoltura dalla sua mirabile collezione di rose emula di quella di Charlottenhof. Di questo orgoglio del Marchese i compagni suoi sorridevano, il giardiniere rideva addirittura.

La villa delle Poggiola sta sopra un’altura; un duecento metri dietro la villa s’alza un monte ripidissimo di forma conica, grigio in basso per i folti uliveti che ne vestono le falde, grigio in alto per i massi calcarei che ne coronano la cima. Dalla sinistra del monte si parte una catena di collinette, che danno nome di Poggiola a quel luogo; e si fanno via via tanto più basse e rotonde quanto più si avvicinano alla via provinciale, la quale traversando la pianura passa innanzi al giardino dei San Vittore.

Nel giardino si entra per un cancello di ferro battuto, ricchissimo, ma carico di rabeschi e di [67] frastagli senza parsimonia e senza gusto, e incastrato in due colonne esagone di marmo sulle quali ostentano la floscia opulenza delle forme una Pomona e un Vertunno dell’Ammannato. Dal cancello un largo viale conduce fino alla villa; gli umili platani lo fiancheggiano sulle prime, separati l’uno dall’altro da’ raccolti rosai. A destra, dietro a’ platani, rigogliose piante di lauri e di lentaggini nascondono il muro ond’è circondato il parco; a sinistra si stende in leggiere ondulazioni un prato: a rompere la monotonia degli spazi erbosi una crittomeria, un cedro Deodara, un tasso, un viburno. Quando il viale si allontana dal muro di chiusa e si va con curve lievi imboscando, i platani cedono il luogo alle paulonie ed ai tigli; e il giardino mostra la bellezza delle sue prospettive pittoresche e la varietà armoniosa de’ suoi frondeggi che percorrono tutte le gradazioni del verde, dallo smorto degli alberi giudaici e degli evomini variegati al cupissimo de’ cipressi e de’ lecci.

Più in alto il viale rasenta un laghetto; nelle sue acque si bagnano le radici profonde e le punte molli de’ salici celanti, co’ rami ricurvi, statuette di ninfe e di oreadi, screziate sul mezzogiorno dai raggi del sole che passano attraverso le foglie; di là dal laghetto, in lontananza, luccicano i cristalli delle stufe, asilo iemale di bertolonie e di calladii, di dracene e di orchidee; dirimpetto alla villa il viale più ripido e più diritto è fiancheggiato da roccie muscose, su cui s’abbarbicano, rampicando all’ombra delle mimose, le vitalbe pieghevoli e le svelte bignonie.

Un ampio piazzale si stende innanzi alla villa [68] esposta a mezzogiorno. In essa, ogni generazione ha lasciato traccia di sè; e a chi s’intende un po’ di queste cose dà subito nell’occhio uno strambo accozzo di linee purissime e di scartocci barocchi, di gugliette gotiche e di architravi greci; ma la villa, fabbricata in principio con modesti intendimenti, andò via via allargandosi, ognuno de’ padroni vi aggiunse del suo, senza curarsi nè tanto nè quanto di guardare se l’aggiunta andasse d’accordo con quel che c’era di già.

Per farla breve, un amico mio, guardando un giorno con me le difformità di quell’immenso casone lo paragonava ad un uomo che portasse le calze alla spagnuola, la giubba a coda di rondine, e un elmo del medioevo; domina bensì la giubba a coda di rondine, ossia, per uscire dal paragone, il barocco pretenzioso de’ primi del settecento. La parte centrale della fabbrica che dà sul piazzale, ha due piani; le finestre del piano terreno sono guernite di inferriate le cui curve sporgenti poggiano sopra due cariatidi; quelle del primo piano portano sopra sè un frontone triangolare interrotto al vertice, per far posto ad un busto di marmo raffigurante qualche personaggio celebre della famiglia. Lungo le soglie verticali di queste finestre scendono due ampie liste di stucco accartocciate nelle estremità e tutte ornate di goffi ghirigori a rilievo. Un doppio e grave scalone di pietra mette dal piazzale nella gran sala terrena, la sala del biliardo, riquadrata di stucchi capricciosi, i quali svolgendosi in curve barocche fanno da cornici ad antichi ritratti anneriti dal tempo. Dalla sala terrena conduce al primo piano un’altra scala [69] a due branche; lungo il parapetto, alcuni amorini di bronzo a cavalcioni sopra altrettante chimere egiziane reggono candelabri di finissimo gusto.

La grande sala del primo piano è un vastissimo rettangolo; la copre un soffitto a cupola dipinto a fresco, con soggetto mitologico, di sotto al quale gira intorno un cornicione ornato di satiri e di ninfe scolpiti a bassorilievo. Questa sala ha nei lati corti, quattro finestre; due danno a mezzogiorno sul piazzale; le altre, spartite da una leggiadra colonnetta a spirale, guardano a settentrione le estreme aiole del giardino. Da uno dei lati lunghi sta in alto un ballatoio per l’orchestra, sostenuto da sette smilzi puttini che rappresentano, mi figuro, le sette note della musica e che per sostenere quella baracca avrebbero ad essere altrettanti Titani. Nel mezzo della parete opposta, chiuso in una semplice cornice di stucco un Ratto di Proserpina, in tela, sullo stile de’ Caracci; sotto al quadro un’ampia tavola di marmo cipollino. Ai lati della tavola quattro armature compiute; nei grossi pilastri che separano le finestre, due armadi a cristalli ove sta raccolta in gruppi pittoreschi la collezione delle armi; ove il kriss malese s’incrocia colla daga del sedicesimo secolo, e l’alabarda de’ lanzichenecchi tocca le canne di un fucile di Saint’Etienne.

La sala ha quattro porte, poste alla estremità dei lati più lunghi del rettangolo; una dà sulla scala; per l’altra, dal lato medesimo, si entra nella stanza da pranzo adorna di alcuni quadri stupendi del Newton Fielding, il Raffaello delle anatre; la terza opposta a quest’ultima, mette in un quartiere [70] da lungo tempo deserto, ove stanno il medagliere, le vetrine delle ambre e degli avori, la galleria e la biblioteca, sale vastissime dove brillano gli specchi di Venezia, racchiusi tra le volute delle cornici dorate e dai cui soffitti pendono le lumiere di Murano co’ loro goccioloni sfaccettati e luminosi; dove i seggioloni di cuoio con le spalliere a intaglio e con le borchie metalliche spalancano i loro tarlati braccioli. Bronzi attribuiti al Verrocchio, porcellane di Sassonia, piatti del Giappone, vasi di Capodimonte, tazze d’onice sostenute da sotto-coppe di cristallo di Boemia, maioliche di Pesaro, smalti di Limoges, arazzi di Firenze, ogni oggetto di quelle stanze è una prova di gusto artistico e di opulenza fastosa.

La quarta porta finalmente, rimpetto a quella della scala, dà nel quartiere più moderno, quello che il Conte Emilio scelse per le nozze. È un’infilata di stanze, ammobiliate alla Pompadour, piena di sofà, di canapè, di poltrone con i fusti intagliati e dorati ove spiccano i medaglioni verdi ed azzurri co’ soliti amorini e co’ soliti fiori.

La camera occupa l’angolo della casa, tra mezzogiorno e ponente. Non v’è nulla di antico; tranne il letto a baldacchino di damasco giallo, solcato qua e là da larghe strisce di trina bianca di Fiandra; gli altri mobili sono moderni, ma fatti con garbo e disposti con semplicità. Tre quadri pendono dalle pareti; uno, meschina opera del Benvenuti, è un ritratto della madre del Conte vestita alla foggia dell’Impero; ai lati del letto una Sacra Famiglia di Lorenzo di Credi e una delle solite Madonne ahi! troppo leggiadre di Carlo Dolci.

[71]

IV.

Firenze è una bella città non c’è che dire; ma, tra le principali d’Italia, è quella dove ci si diverte meno. In ciò molti convengono e incolpano la gente che ci vive; io credo invece la colpa sia tutta della gente che c’è morta. Che volete? A Firenze ogni passo che si fa ci torna in mente un pezzo di storia; s’esce da pigliare una limonata al caffè Doney e si batte il capo nelle case de’ Buondelmonti; ci si scansa un tantino per non restar sotto ad un omnibus e s’inciampa nel sasso di Dante; si spazzola il cappello e si pensa che forse gli atomi del Savonarola o di Pier Capponi ce ne hanno imbiancato il cucuzzolo. Di qui, un confronto continuo tra le grandezze passate e le piccinerie presenti; e si contempla, si studia, s’impara, ma non ci si diverte.

Il duca Esmeraldi, tutore di Rina Miriani, arrivato alla sessantina, pensava che gli restavano pochi anni da vivere, che a Firenze s’era annoiato abbastanza, e non vedeva l’ora di liberarsi della pupilla, per andare a Parigi a godere, come meglio potesse, gli ultimi carnevali.

Tutte le ragazze sanno, tutte le mamme dicono che trovare un marito, a questi lumi di luna, è difficile; difficilissimo trovarne uno per Rina, la quale non si contentava di un marito qualsiasi. Il Conte di San Vittore era un ottimo partito; come molti padri e molti tutori, anche il Duca ci aveva [72] messo gli occhi su. Ne aveva parlato qualche volta a Rina, per tastare il terreno; questa, indovinando il pensiero del tutore, aveva preso intorno ad Emilio le sue brave informazioni, e colla furberia machiavellica che hanno le ragazze d’ingegno, era riuscita a saper di lui come suol dirsi, vita, morte e miracoli. Quando il Duca, dopo il colloquio con il Varalli, le propose di sposare Emilio di San Vittore, Rina dunque lo conosceva e conoscendolo consentì.

Consentì perchè preferiva Emilio un po’ guasto dalle male consuetudini, a un di que’ monelli scempiati, viziati, effemminati che furono un tempo il disdoro della nobiltà fiorentina; consentì, perchè, sebbene sapesse con quale uomo s’univa, credeva nondimeno che con il tempo e con l’amore avrebbe potuto farselo quale lo desiderava.

E credeva male; la colpa non era sua, ma di chi l’aveva educata a quel modo. Difatti il Duca affidandola a una governante inglese, poi mettendola in convento, poi rendendola da capo alla governante, stimava aver compiuto intiero il proprio dovere. Ma le monache tentarono di empirle la testa di giuccherie, alle quali Rina non prestò fede; la governante scelse un metodo di educazione che è buono quando è logico; la lasciò dapprima padrona di leggere ciò che volesse, di pensare come volesse; ma quando la riebbe dal convento, non si attentò d’andare più in là, tentennando tra il vecchio e il nuovo, tra la prudenza italiana e la libertà inglese. Di questa guisa, scansando la strada maestra e procedendo per le viottole, andò a riuscire al punto diametralmente opposto a quello cui [73] si dirigeva; Rina, che doveva essere ammaestrata da lei a guardare il mondo nel suo vero aspetto, si caricò la testa di una farragine di credenze e di opinioni in parte buone in parte cattive, ma da lei non provate al crogiolo dei fatti quotidiani; sicchè andando a marito non aveva più la verginità di pensiero per cui l’animo riposa in una fiducia serena e non la pratica della vita, per cui s’impara a guardarsi dagli inganni del mondo.

E sposava, fidando nel “poi„ Emilio di San Vittore.

Così succedè ciò che era facile prevedere. Di solito le finestre della stanza che accoglie la prima notte, gli sposi si chiudono quando il sole tramonta; nelle sale delle Poggiola invece i lumi si spensero quando l’aurora sorse, e il Conte Emilio scese anche più meravigliato che afflitto in giardino. Passeggiando per i viali si voltava ora qua, ora là; gli pareva ogni tanto di udire tra’ lauri lo scroscio di riso dello zio Varalli. E se è lecito a’ profeti ridere quando ci casca addosso un malanno presagito da loro, il Marchese di ridere avrebbe avuto proprio ragione; egli, preso dapprima un abbaglio, proponendo per eccitamento dell’Esmeraldi Rina al nipote, s’era poi ben apposto nel consigliarlo a dimettere il pensiero di quelle nozze. Si faceva chiaro oramai che Rina era tutt’altra da quella che il Conte si figurava.

Il Conte fu sbalordito; donde si aspettava docile timidità uscirono vigorie fiere e resistenze meditate; avvezzo a sedurre le donne degli altri non trovò il verso di vincere la sua; esperto in tutte le simulazioni che gli amori facili vogliono per non [74] parere abietti, non seppe neanche fingere. Pensava: che fare? Non s’insegna in un giorno la realtà della vita a una ragazza di diciotto anni, non s’usa violenza alla moglie, il raccomandarsi alla lunga è ridicolo. Aspettò.

E anche Rina aspettò; ognuno dei due giudicava male l’indole dell’altro. Se gli avesse buttato le braccia al collo, se avesse pronunziato una di quelle parole affettuose che si adirava di non udire da lui, forse avrebbe provocato nuove commozioni, acuito desideri nuovi, suscitato l’amore. Aspettò sperando aiuto dal tempo, il quale non fece se non crescere gli ostacoli che separavano la inesperienza presuntuosa di lei dalla rassegnazione superba di suo marito.

Dell’errore non s’accorse che troppo tardi; quando cioè il Conte dopo aver fatto per lei inutilmente ciò che aveva fatto per le donne conosciute, praticate, amate a modo suo, si sentì stanco alla fine di quelle ch’egli chiamava romanticherie per non dire puerilità.

— A Firenze — disse egli una sera — devono credere che la nostra luna di miele non finisca più.

— Cioè? — domandò Rina trepidante.

— Mi pare che da ora in là potremmo andar via; in questo romitorio comincia a far freddo.

— Siamo di settembre....

— Lo so, e c’è l’uso di passarlo in campagna il settembre, ma....

— L’autunno è la stagione....

— Già... più mesta dell’anno... lo dice anche il Guerrazzi — soggiunse con un sorriso sardonico [75] Emilio. — E per questo; la mestizia non è fatta per noi. Andiamo a Firenze a cercare un po’ d’allegria.

Rina tacque; se un senso di dignità le impedì di piangere in presenza di suo marito, pianse disperatamente quando fu sola; quella breve conversazione aveva distrutto ogni sua speranza. Combattere nella solitudine della campagna contro la noncuranza di suo marito le pareva tuttavia possibile; combattere a Firenze fra le distrazioni e i pericoli del bel mondo, no. Si propose allora di tentare l’ultimo sforzo e conquistare l’affetto con l’affetto; ma il proponimento fu breve; l’amore era nascente e l’amor proprio adulto, l’amor proprio trionfò.

Verso gli ultimi di settembre una carrozza di casa San Vittore partiva dalle Poggiola, salutata dalle grida de’ contadini, dalle riverenze del fattore e dalle lacrime della fattoressa. Il Conte e la Contessa ritornavano a Firenze.

Era una di quelle giornate piovigginose che già nell’autunno preparano, predicono l’approssimarsi dell’inverno. La carrozza procedeva per la strada maestra lunga, diritta, attraverso la pianura vasta. Il Conte fumava e non si affacciava allo sportello, se non per dar la via alle boccate di fumo che il vento trasportava dietro la carrozza. Rina colla testa appoggiata all’altro sportello, guardava i cerchi d’acqua che le gocciole della pioggia facevano sulle pozzanghere della strada, seguiva col guardo il volo impacciato di qualche uccellino che, disturbato dal rumore della carrozza, andava a cercare più in là un ricovero all’intemperie; alzava gli occhi al cielo grigio e piangeva.

[76]

— Giacomo, o di che piange la signora? — domandò il cocchiere al cameriere del Conte, che gli stava seduto accanto a cassetta. E l’altro: — Lo sai come sono le donne; ha visto piangere la fattoresca e frigna anche lei.

Quando arrivarono a Firenze erano le nove di sera. Il Conte accompagnò Rina fino al quartiere preparato per gli sposi, le baciò la mano, le augurò la buona notte e se ne andò a dormire nel solitario letto del suo celibato.

— O questa? — domandò con suprema meraviglia il cocchiere a Giacomo che usciva dalla camera del padrone.

E Giacomo colla cera dell’uomo avvezzo:

— Usi de’ signori, imbecille!

V.

Rina Miriani

al Duca Esmeraldi, — Parigi.

Firenze, 16 gennaio 186....

Ha ragione, Duca, di sgridarmi come fa, ha proprio ragione. Sa quando ha torto? Quando pensa che la sua lettera non mi sia giunta gradita.

Bisognerebbe che io avessi dimenticato tutto il bene che mi ha voluto, tutto ciò che ha fatto per me; le pare possibile? Dunque l’indugio lo metta sul conto della pigrizia, non su quello dell’ingratitudine. D’altra parte volevo che Emilio le scrivesse anche lui e aspettavo a spedire le due lettere insieme; ma è tanto occupato a questi giorni, [77] che per non meritare più oltre giusti rimproveri, mi son risoluta a scriverle io sola.

Eccole ora le notizie che mi domanda. Siamo stati alle Poggiola fino alla fine di settembre; è un bel luogo, ma triste. Io che uscivo dal mio caro quartierino, in quelli stanzoni grandi e cupi non mi ci ritrovavo; credo che non ci torneremo a primavera e per me non lo desidero. A Firenze molta nebbia, molta gente e punto brio; poco me n’importa, perchè non vado in nessun luogo; passo parte della sera con Emilio, e il resto con lo zio Varalli, che viene quasi sempre. Sa? L’Ida Giuliani si marita; ci ho tanto piacere che non può figurarselo, molto più che dicono un gran bene del suo fidanzato, il quale pare sia innamoratissimo. Dio voglia che sieno felici! Per non fare ipocrisie con lei, Le dirò che se da un lato godo per l’amica, da un altro soffro per me. Che vuole? Lei che, lo capisco anche dalla sua lettera, non si moverà più da Parigi; l’Emilia che si marita a Torino.... io spezzo addirittura tutti i legami che mi stringevano ancora ai miei bei giorni passati. Non mi rimproveri, veh! lo sa, ho anch’io le mie bizzarrie e credo che anche tra nuovi affetti non si arrivi mai a dimenticare i giorni della prima giovinezza. Scommetto che co’ suoi... anni (ci metta il numero, io non voglio parere impertinente) non gli ha dimenticati neanche lei.

Guardi quanto mi ha fatto scrivere! Quattro pagine: ci rimane però ancora posto sufficiente per dirle che Le voglio e Le vorrò sempre un gran bene.

La sua Rina.

[78]


Il Duca Esmeraldi

alla Contessa Rina di San Vittore, — Firenze.

Parigi, 21 gennaio 186...

Ti ringrazio, Rina mia, ti ringrazio d’avermi risposto e più di tutto di volermi ancora un po’ del tuo bene.

Saluta Emilio e digli da parte mia che ti faccia divertire; è il tuo tempo e se a Firenze t’annoi (è avvenuto per tanti anni a me, che non me ne meraviglierei), fatti condurre qua a Parigi dove i divertimenti non mancano. Hai ragione di pensare che mi ci stabilirò; ho poco tempo da vivere (briccona, sono sessantadue gli anni, e tu lo sai come me) e voglio stare in una città dove si abbiamo i propri comodi, bisogno supremo de’ vecchi. Se tu non verrai, siccome il Cenisio non mi fa paura che d’inverno, a estate lo passerò volontieri per abbracciarti. Sta’ allegra; che parli tu di prima giovinezza? Fino a trent’anni, credilo, si va d’incanto; da trenta in là... te lo dirò, se sarò vivo, quando ci sarai arrivata.

Ti mando un bacio; e per compensarti, un gingillo di collana, che ti starà bene come tutte le cose che ti metti addosso. T’abbraccio.

Il tuo vecchio
Esmeraldi.

[79]


Il Duca Esmeraldi

al Marchese Varalli, — Firenze.

Parigi, 21 gennaio 186....

Caro Marchese,

So che avete a noia gli epistolari e non vi scriverei senza una grave ragione. Ho paura che con tutta la nostra esperienza, abbiamo fatto uno sproposito; Dio voglia che non ci tocchi di rimproverarcelo come una colpa. Vi acchiudo una lettera che Rina m’ha scritta qualche giorno fa e a cui ho risposto come al solito, scherzando, oggi stesso. Leggetela. Non è davvero la lettera di una donna maritata da tre mesi, nè, ciò che più importa, la lettera di una donna contenta. Che cos’è accaduto? A che razza di vita la condanna vostro nipote? È geloso forse? Basta, certo è che Rina non è contenta. Non è possibile che io m’inganni; la conosco tanto, da capire ciò che ella non vuol dirmi e che nella sua ingenuità crede d’avermi nascosto. Voi la vedete, passate la sera con lei, conoscete e vedete Emilio; ditemi tutta la verità. Prudenza non ho bisogno di raccomandarla a un gentiluomo della vostra fatta; se posso far del bene scrivetemi e verrò subito.

Ah! Io mi lodo ogni giorno più d’aver saputo fare di meno delle gioie coniugali; e voi?

Il vostro
Esmeraldi.

[80]


Quando la lettera del Duca pervenne al marchese Varalli, questi se ne stava sdraiato sopra una poltrona fumando e facendo il chilo dopo colazione. Il Marchese non leggeva mai nè lettere, nè telegrammi a digiuno, per paura che una cattiva notizia potesse togliergli l’appetito e lo privasse per quel giorno delle voluttà dello stomaco, estreme voluttà della vita.

Il Marchese lesse e rilesse la lettera del Duca, dette un’occhiata a quella di Rina, poi le buttò sdegnosamente sul tavolino tutte e due, e seguendo collo sguardo i vortici azzurrognoli del fumo, pensò fra di sè: — Quel Duca è un gran buffone! si congratula d’esser rimasto celibe e si lagna se chi si marita non è felice. Non ci voleva molto, a dir la verità, per capire che quei due non eran fatti per stare insieme, e bisognava pensarci prima. “Abbiamo fatto uno sproposito.„ Voi l’avete fatto, carissimo, e più grosso di voi quel sapientone del mio nipote!... Bisognava non gliela dare. Oh bella! Perchè gliela avete data? Io lo so, Duca mio; voi vi siete affrettato a conchiudere il matrimonio per la smania di disfarvi della pupilla; e voi recitate il Miserere colle varianti: Peccata senectutis meæ ne memineris Domine.... “Voi che la vedete, andate, studiate.„ Che bell’originale! Io che vado là a passare un quarto d’ora la sera per distrazione, devo mettermi a fare il confessore! E Rina, se mai, piglia me per confidente, me, zio e di settant’anni! Che bell’ingegno! “E se posso far del bene verrò.„ Piglierete un reuma a venir da Parigi di gennaio e non farete altro. Se volete fare il bene davvero, morite e lasciate a Rina il vostro [81] patrimonio; tanto più che io per ora non ho voglia di crepare e se campo dell’altro, mio nipote non sarà imbrogliato ad amministrare l’eredità.... Quell’altra scimunita rimpiange “i giorni della prima giovinezza!„ Belli! quand’era in convento a imparare i sopraggitti! La conchiusione, in sostanza, è questa: ci tormentiamo tutti l’uno con l’altro; Emilio tormenta Rina col suo contegno, Rina tormenta Emilio coi suoi musi lunghi e con la sua cera di vittima rassegnata, il Duca tormenta sè colle sue paure e me colle sue lettere. Intreccio vecchio, scioglimento facile e lieto fine. Rina trova prima o poi il modo di consolarsi, i musi lunghi finiscono... Emilio non vede ed è contento; la corrispondenza epistolare della Signora diviene allegra, il Duca non capisce ed è contento; io... lo sapevo... e... e, sissignori, son contento anch’io purchè non mi secchino più.

E il Marchese scrisse prima assai brevemente al Duca; asseverava non saper nulla di quanto il Duca temeva: forse la lettera di Rina era stata scritta in un momento di malinconia e d’altra parte egli non ci leggeva quello che il Duca ci aveva letto. Scrisse un viglietto uggito, insomma, buttato giù tanto per fare; poi, riflettendo che in sostanza nel combinare il matrimonio era stato di mezzo anche lui, pensò essere suo debito di parlare col nipote, con cui fino a quel giorno aveva evitato di tener parola delle faccende domestiche.

Ecco come adempiè quello che reputava un dovere. Il giorno trovò sul piazzone delle Cascine Emilio e lo fermò.

— Dov’è Rina?

[82]

— È là in carrozza.

— Di che umore?...

— Ma!... buono; perchè me lo domanda?

— Perchè per solito ha l’aria annoiata e mi pare che abbia ragione.

— Non capisco come mai.

— Capisco io; credete che non sappia e non vegga tutto io? Pochi discorsi; Rina va a letto alle dieci, voi tornate all’alba... voi siete il marito di vostra moglie dalla mattina alla sera e... e basta! Vi avevo predetto ogni cosa; non credevo però che le mie previsioni si sarebbero avverate tanto presto. Non mi fate discorsoni, perchè non ho pazienza, e poi tira troppo vento su questo maledetto piazzone; se credete che vostra moglie possa durare a far questa vita, credete male... Che v’intendiate tra voi altri, ve l’ho già detto un’altra volta, è impossibile....

— Dunque?... — domandò impazientito il Conte.

— Dunque pensateci voi e chi ha bagnato rasciughi.

E voltandogli le spalle si allontanò, lasciando il nipote piantato come un piolo in mezzo al piazzale.

VI.

E un anno passò. Rina vedeva il marito a pranzo e qualche volta alla passeggiata; unica distrazione le era il pianoforte, unico compagno nelle lunghe sere dell’inverno il Varalli; con lui, per impedirgli il racconto degli aneddoti che non le piaceva ascoltare, giocava all’écarté. Rina stava dunque sola sino al tramonto. La solitudine è spesso funesta a [83] chi ha l’animo delicato e l’intelletto vivo; prostra l’uno nella malinconia, dà all’altro una singolare operosità. Nelle donne, nelle giovani specialmente, l’abuso del pensiero è sempre cagione di molti guai e Rina non faceva altro che pensare dalla mattina alla sera. A che pensava? Chi potrebbe ridirlo? Passava dai ricordi recenti alle speranze lontane; e quelli e queste crescevano il tedio dell’ora presente. Povera Rina! qualche volta rideva, rideva conchiudendo che il meglio è separarsi senza lacrime dagli inganni della gioventù e, se la vita è un deserto, mettere tutte le forze della mente e del cuore a cercarvi l’oasi della rassegnazione; qualche volta invece piangeva quasi rabbiosamente; le speranze deluse, i desiderii nascosti le tumultuavano rammaricandosi nel seno, e il soffio del peccato aleggiava nell’anima sua.

Avete mai osservato un quadro della seconda maniera del Raysdael? Verso la fine di settembre, sulle ventitrè, quando il cupo degli alberi si stacca più vivamente sul tono tranquillo del cielo, e la luce si ritrae lenta e la brezza pungente comincia a spandere le rugiade, Ruysdael dava di mano al pennello; un raggio, una nuvola, faceva interpreti de’ suoi sentimenti; confidava agli alberi e alle cascate i segreti della sua fantasia.

L’ora che il Ruysdael sceglieva per dipingere, Rina la sceglieva per passeggiare; anch’essa era triste come il pittore di Harlem; egli piangeva sulla felicità troppo presto perduta, ella sulla felicità non per anco raggiunta; egli cercava la pace ne’ misteriosi godimenti dell’arte, ella un compenso a’ desiderii repressi nel bacio immacolato della natura.

[84]

In una di quelle predilette giornate di settembre, Rina saliva il viale dei cipressi che conduce al Poggio Imperiale; la sua carrozza la seguiva al passo; i cavalli pareva sapessero la strada e tiravano avanti sciolti dall’autorità del cocchiere. Un giovane le passò accanto; pareva cogitabondo, Rina lo guardò quasi senza volere e ammirò in lui la vivacità degli occhi, l’aspetto buono e la virile bellezza della persona. Il giovane anch’esso parve colpito dalla pensosa malinconia di Rina e si fermò. Rina seguitò la sua strada con indifferenza; indifferenza apparente bensì, perchè chi avesse potuto sollevare il velo che le copriva il viso avrebbe osservato come le guancie le si fossero accese ad un tratto di un incarnato vivissimo. Il giovane la seguiva; tutte le donne, anche senza voltarsi, sentono il passo, veggono l’ombra leggera dell’uomo che le segue. Rina era divenuta rossa. Perchè? Per il presentimento che abbiamo quando si avvicina un pericolo? L’altro le tenne dietro a breve distanza, fino alla fine del viale, dove Rina rimontò in carrozza e partì.

Il giovane rimase fermo un momento, guardando dietro alla carrozza, poi continuò pensoso, a passo lento la sua passeggiata.

Si chiamava Federigo Ripàri e nasceva da una delle più ricche famiglie della cittadinanza fiorentina; orfano, simpatico a molti per la dolcezza dell’indole, per l’ingegno svegliatissimo, aveva la nomèa d’uomo fortunato in amore e quella più difficile a ottenersi, specialmente con le donne, di essere molto piacevole. Era sui ventitrè anni; sebbene per sfogliare troppo il libro della vita, non [85] avesse avuto tempo di dare una guardata agli altri, nondimeno sapeva fare un po’ di tutto. Non era pittore, ma schizzava con garbo il motivo d’un paesaggio, o la caricatura d’un amico; non era poeta, ma scriveva versi che l’Aleardi, per esempio, avrebbe potuto sottoscrivere, e romanze che, ignaro del contrappunto, metteva in musica a orecchio egli stesso. Aveva, insomma, quel tanto di studi che ci vuole per piacere alle donne e che bisogna non spingere oltre un certo limite; se state di qua siete stupidi, se di là pedanti. Aggiungete una cera malinconica che alcuni credevano simulata e non era, una fantasia desta e malaticcia, e saprete su per giù quale era Federigo Ripàri.

In quella bella giornata d’autunno, era uscito dalle porte della città, col bisogno di quell’innocente sfogo che molti provano nella prima gioventù: il bisogno di far de’ versi; non per un album, non per musica, dei versi che gli lusingassero l’orecchio per una sera, suoni vaghi, eco di vaghi desiderii. Egli cercava appunto la propria gradazione d’un aggettivo, quando vide Rina; anche Fausto cercava la scienza e trovò Margherita.

— Bella donnina! — pensò tra sè Federigo. — Chi sia? Dev’essere una forestiera.

Firenze, avanti il trasporto della capitale, era una città sui generis. I Fiorentini componevano, si può dire, una sola famiglia; di guisa che per le vie un uomo niente niente se ne desse pensiero, poteva dire il nome di ogni donna che passasse in carrozza, quasi sempre aggiungere il nome dell’amante, se ne aveva uno; e se la religione della [86] Dea indigena pendeva verso il politeismo, recitarvi, mutato il sesso, la litania di don Giovanni.

Federigo era al fatto di ogni segreto del bel mondo, conosceva tutti, tutti lo conoscevano; eppure in nessuna delle conversazioni che egli frequentava, in nessun ballo, in nessun teatro aveva veduto quella signora; supponeva dunque con ragione che fosse una forestiera.

— Dev’essere una forestiera... ricca perchè quei cavalli del Mecklembourg che aveva, costano parecchi quattrini; e vedova di certo, perchè i forestieri generalmente accompagnano la moglie in viaggio. Basta, vedova chi sa? Fosse mal maritata?.... O sia venuta qua a veder de’ parenti e abbia lasciato il marito a casa?... Che sia la moglie del nuovo console di Francia che è arrivato ieri?... No... forestiera non dev’essere.... Starebbe in locanda e avrebbe un legno a fitto.... la livrea era turchina e argento, m’è parso... O bigia? No turchina.... Ci vada alla Pergola? È facile, stasera c’è ballo nuovo.... Bella donnina!

Questo monologo incominciato alle sei finì dopo mezzanotte. Federigo girò tutti i teatri della città, interrogò tutti gli amici suoi dando i connotati della bella incognita, senza poterla vedere, senza aver una notizia neanche vaga sulla patria, sul nome, sullo stato di lei. Alcuni degli amici che interrogò si affermarono incompetenti; finalmente alla Pergola, Federigo trovò un vecchio signore molto erudito nella scienza delle livree e delle carrozze, frequentatore assiduo di tutte le conversazioni ed interrogò anche lui.

— Avete detto una livrea bigia e argento?

[87]

— Ecco mi pare... forse era turchina.

— O turchina, o bigia; come si fa a non ricordarsi il colore d’una livrea?...

— Ma... ecco... m’è parsa bigia.

— Due cavalli?...

— Bai scuri, quelli li ho visti bene....

— Quello di destra balzano dal piede di dietro?

— Ma non ho guardato....

— Dio santo! se non avete guardato a nulla... livrea bigia... cavalli del Mecklembourg.... Ah! ho capito!

— Finalmente!...

— Eh! caro mio.... ci vuol la mia pratica.... basta, siete fortunato.... livrea bigia e argento.... va bene?

— Va bene.

— Cavalli del Mecklembourg, bai scuri....

— Bai scuri.

— È una milanese, la moglie del conte Grimaldi.

— Siete certo?

— Certissimo.... una donna alta, bionda, grassoccia.

— Ah! neanche per idea; magra, piccolina, nera....

— Non può essere, caro mio, avete visto male... Livrea bigia, cavalli bai scuri, casa Grimaldi, fidatevi di me. — E lo piantò.

Federigo poco persuaso si rivolse ad un altro e gli fece presso a poco la stessa interrogazione, dandogli questa volta tutte le indicazioni così sulla livrea, come sulla persona.

— Magra, piccola, bruna?...

[88]

— Livrea... — soggiunse Federigo.

— E chi s’occupa della livrea? Vestita come?

— Di lilla; con una sottanina nera.

— Occhi celesti?

— Non saprei.

— Come non saprei? Con un neo piccolissimo vicino al labbro inferiore a sinistra?

— Sarà....

— Dev’essere.... Te lo dico io chi è.... È Lady Turner.

— La conosci?

— Come se la conosco? Sono di casa; l’ho accompagnata anche stamani alla stazione; partiva per Livorno.

— Ma se l’ho vista oggi al Poggio Imperiale!

— È impossibile.... sarà stato ieri....

— Di’ piuttosto che non era lei....

— Era lei, era lei. Piccola magra, bruna, vestita di lilla con un neo... non c’è che lei. Sbagli, credi a me; l’avrai vista ieri....

— Ma se ti dico che l’ho vista oggi.

— E io ti dico che è partita stamani per Livorno. — E lo lasciò.

Era giocoforza dimettere il pensiero di avere per quella sera indicazioni alle quali Federigo potesse fidarsi; non potendo far altro andò a letto. Era solito leggicchiare, quella sera non lesse; a notte inoltrata s’addormentò pensando e domandando a sè stesso: chi sia?

Federigo, nonostante la sua disposizione alla malinconia, dormiva, come si dorme a ventitrè anni, molte ore e tutte di seguito. Il suo primo pensiero, appena svegliato, era quello di chiamare il servitore [89] che gli portava il caffè; quella mattina si svegliò, non sonò il campanello, ma se ne stette lungamente a seguire con gli occhi i giuochi irrequieti che i raggi del sole, penetrando nella stanza per le imposte socchiuse, facevano sopra i muri, ripetendo a sè stesso: chi sia?

VII.

Vestitosi alle fine, cercando di farsi bello più del solito, verso le tre uscì di casa col proposito di andarsene verso il Poggio; ma a che fare? Se il giorno avanti si fosse imbattuto nella simpatica incognita alle Cascine, luogo di usati convegni, avrebbe con fondamento potuto sperare di ritrovarcela; ma al Poggio Imperiale!

Dal Maglio ove abitava, Federigo se ne andava giù giù per via de’ Rondinelli verso Santa Trinita, quando gli dette nell’occhio una malibran ferma innanzi a una bottega di crestaia; e gli parve il cocchiere che sedeva a cassetta fosse quel medesimo, il quale conduceva il giorno innanzi la famosa carrozza su per la salita del Poggio. Rallentò il passo e intanto ch’egli cercava di raccapezzarsi sul conto del cocchiere, la bella incognita uscì dalla bottega e montò nella malibran. Parve a Federigo che, nel vederlo, ella si fermasse un momento quasi commossa, e che prima di tirare il cordone per dare il segno della partenza, voltasse gli occhi verso di lui; gli parve, e così andò difatti la cosa, ma se anche fosse andata in modo diverso, Federigo [90] avrebbe goduto egualmente, perchè in simili casi noi godiamo più a spese della fantasia che della realtà.

La carrozza partì prima che Federigo si fosse riavuto dal suo dolce stupore; aveva riveduta quella donna, ma ne sapeva sul conto suo quanto prima. A un tratto si ricordò che fuori dello sportello era dipinto uno stemma; ricordarsene e montare in un fiacre fu tutt’una. Raggiunse difatti la carrozza e vi scorse non un solo stemma ma due: l’uno portava un corno da caccia dorato in campo verde; l’altro, spaccato, aveva nella parte superiore dello scudo un leone rosso rampante in campo d’oro; e nella inferiore una ruota d’argento in campo azzurro col motto: sans sortir de l’ornière.

Mezz’ora dopo Federigo sapeva che il primo stemma era de’ Marchesi Miriani, il secondo dei Conti di San Vittore.

Il palazzo San Vittore era noto a lui come a tutti. — Oramai — diceva Federigo tra sè — ho la chiave della fortezza; mi metto di piantone davanti al palazzo, le vo dietro se esce di casa, la vedo se s’affaccia alla finestra. — Il disegno era bello, ma per quel giorno non c’era caso di metterlo in pratica; cominciava a farsi buio. Federigo se ne andò a casa, e dopo aver passeggiato un paio d’ore in lungo e in largo il suo salottino, si sdraiò sopra una poltrona. Desiderò che qualche amico capitasse, come avveniva spesso, da lui, per potergli esporre tutte le idee, confidare tutti i sentimenti che gli mulinavano dentro; ma, a farlo apposta, quella sera non ci andò nessuno. E Federigo scelse per suo confidente un pezzo di carta [91] bianca; si mise a tirar giù senza pigliar fiato versi, versi e versi pieni di calore giovanile e di imagini strampalate. Se fossero stati di un altro, Federigo, leggendoli a sangue freddo, gli avrebbe presi per una parodia dei canti orientali di Saàdi o di Firdusi.

La mattina dopo, per tempissimo, era innanzi a casa San Vittore, aspettando. Nessuno s’affacciava alla finestra, nessuno metteva piedi fuori del portone. Federigo pensò non esser facile che una signora uscisse di casa alle otto nel mese d’ottobre; girandolò tre orette, alle undici ritornò daccapo al suo posto, aspettò inutilmente sino a mezzogiorno, si confortò persuadendosi che quella era forse l’ora della colazione. Tornò alle tre; Rina non uscì quel giorno.

L’uomo è qualche volta un molto bizzarro animale. Rina non era uscita; fatto così semplice, si poteva spiegare con molte ragioni semplici del pari. No, signore; Federigo se ne andò a casa adirato, sgridò il servitore, buttò ogni cosa sottosopra; pareva venuta la fine del mondo. Come? gli era parso che una signora, la quale tre giorni avanti non conosceva neppure, lo avesse guardato; questa signora sapeva che egli non poteva vederla che per le strade di Firenze, e non usciva di casa? Oh! le donne, le donne! Dice bene Shakespeare: “perfide come l’onda.„

E, notate bene, Federigo aveva torto in tutto e per tutto. Egli era stato, sebbene a caso, veduto; se non che Rina non gli si era mostrata; non già che ella fosse una di quelle donne furbe, avvezze a carezzare gli amanti a quattr’occhi e a salutarli [92] in pubblico di mala grazia e che sono più avare di lettere che di baci, no; Rina era mossa da un senso di pudore; provava un grande compiacimento nel vedere Federigo, ma non voleva che Federigo se ne accorgesse. E poi, quel compiacimento non poteva durare nè durò senza vicenda di dubbiose malinconie.

Fu quello per Rina un momento grave; l’affetto nuovo non era così saldo nell’animo suo da toglierlo al dominio dell’antica speranza. Se il Conte si fosse degnato non dico di scrutare ma di osservare, avrebbe capito di che si trattasse; non importava essere un grande psicologo per intendere che a quel punto Rina non pretendeva di vincere, domandava di arrendersi; che una sola parola purchè detta a tempo da lui avrebbe bastato a salvarla. Ma il Conte non si degno; guardò tanto poco la moglie che non vide nè il suo pallore, nè gli occhi umidi di lacrime trattenute a mala pena, supplicanti, imploranti; pranzò, fumò e dopo il pranzo:

— Vieni al teatro? — disse a Rina.

— Perchè non resti in casa stasera? — domandò l’altra con desiderio affettuoso, quasi umile.

— A far che?

— Buona notte, dunque, — soggiunse Rina, stendendo la mano al marito; egli, la strinse così sbadatamente, da non accorgersi nemmeno che quella mano era gelida e tremante.

Rina gli guardò dietro e dette in uno scoppio di pianto.

Perchè c’è un curioso mistero psicologico che io non mi studierò di spiegare. Una donna maritata, [93] la quale non sia congiunta contro ogni sua volontà a un essere spregevole, se commette un errore, lo commette, o perchè è corrotta, o perchè si sente attratta verso un ideale sognato e non raggiunto. Nel primo caso non c’è rimedio; ma nel secondo avviene che prima del fallo la donna ritorna per poco al marito. È, come dicono, il miglioramento della morte; quasi pare che prima di cercare altrove il sodisfacimento del suo desiderio irrequieto, voglia chiederlo un’altra volta all’uomo che le è compagno nella vita. — Perchè?

Ne ho domandato a un moralista, il quale con la burbanza di chi ha una spiegazione bell’e fatta per tutti i misteri impenetrabili della natura umana, m’ha risposto:

— È la voce del dovere.

No; il dovere è assoluto, non patteggia; e la donna in procinto di fallire, impone al marito due patti: prima, amarla, poi amarla come l’ama quell’altro.

Dunque? L’ho già detto; osservo il fenomeno ma non mi attento a spiegarlo.

Mentre il Conte usciva di casa, Rina aprì la finestra e guardò nella via. Pioveva a dirotto. Vide il marito salire nella carrozza che lo aspettava alla porta e pensò che egli, scese le scale, non si ricordava più di lei; seguendo con gli occhi la carrozza, scorse Federigo che si voltava per guardare ancora una volta la finestra a cui era affacciata.

Ho detto scôrse: dovevo dire credè scorgere. Federigo a quell’ora, se pur pensava a Rina, ci pensava da lontano; e quello che ella prese per lui, era un pacifico cittadino il quale andava forse in [94] cerca dell’ombrello che non aveva e non si voltò per guardare finestre, bensì per scansarsi dalla carrozza. Ma che importa la verità quando è dolce l’inganno? Rina credè veder Federigo; e ciò che ella pensasse, quali paragoni facesse tra il Conte che se n’andava in carrozza e l’incognito che a quell’ora e con quel tempo passeggiava sotto le sue finestre, è tanto facile a imaginarsi, che io non starò a dirlo neppure.

Richiuse la finestra e sonò il campanello.

Un giovane alto, pallido, biondissimo, tutto vestito di nero, il quale se non fosse stata l’età sua si sarebbe preso per un professore di filosofia di qualche Università tedesca, entrò nel salotto.

Era il segretario del Conte.

— Ma perchè viene lei? — domandò con un po’ d’impazienza Rina subito che l’ebbe veduto.

— Ma, se la signora Contessa ha qualche cosa da comandare....

— Ma che cosa vuole che comandi a lei? Ho bisogno di Giacomo.

— Scusi....

— No, scusi lei, signor Luigi.... — riprese Rina rabbonitasi; — e giacchè è stato così cortese da venir qui invece di Giacomo, faccia il favore di dirgli che stasera non ci sono per nessuno.

— Vuole star sola tutta la sera?

— Sì.... già non verrebbe che lo zio Varalli a far la partita e stasera non ne ho proprio voglia... Leggerò.

— Se ha bisogno di me....

— No, no, grazie, signor Luigi... grazie; faccia l’ambasciata a Giacomo... buona notte.

[95]

— A’ suoi comandi, signora Contessa, — replicò l’altro ed uscì.

Rina rimasta sola pensò, — pensò; — poi, non erano ancora sonate le dieci, si coricò.

La notte sognò. Le pareva di essere al Poggio Imperiale e di trovarvi le stesse persone del giorno antecedente. La mattina dopo fa presa da una smania indicibile di vedere se il sogno si verificasse; e montata in carrozza verso le due, si fece condurre al Poggio. A piè del viale lasciò il legno e salì verso il palazzo.

Il Poggio di quei tempi non somigliava in nulla al Poggio d’ora; la nuova cinta era di là da venire; que’ viali oggi aperti, popolati di case, erano allora modesti, malinconici, solitari; passeggiata favorita dalla gente che stanca de’ rumori cittadineschi, andava a cercare un po’ di pace sui colli di Bellosguardo e d’Arcetri, o per i viottoli remoti del piano di Giullari.

Rina co’ suoi occhi lincei sbirciò fino alla cima del viale, ma non vide nulla; si persuase che i sogni sono sempre sogni, e se ne ritornò silenziosa verso la carrozza. Il cocchiere sonnecchiava a cassetta e dovè chiamarlo più volte.

Ma nella carrozza, dov’ella entrava con tanto visibile malumore, l’aspettava una sorpresa; v’era su’ cuscini un mazzolino di fiori e un pezzetto di carta su cui si leggeva questo verso, col quale il signor di Voltaire ha provato di conoscere profondamente l’essenza dell’amore:

C’est moi qui te dois tout, puisque c’est moi qui t’aime.

Federigo.

[96]

Pigliare il mazzolino, leggere il foglio e portare l’uno e l’altro alle labbra fu un momento, ma quale momento! E il bacio impresso alla carta e a’ fiori fu così lungo che quando la carrozza passò dalla porta Romana ov’era fermo Federigo, egli potè agevolmente vedere la bella Contessa di San Vittore premere colle labbra le gaggìe ed il foglio che egli, grazie al dormiveglia dell’incauto cocchiere, aveva gettato nella carrozza.

Anche Rina lo vide; si dettero un’occhiata sola, ma che, secondo il solito, disse all’animo di que’ due, più che non direbbero mille discorsi o mille volumi. Quelle gaggìe, quel verso ripetuto a diecine di volte, avevano insegnato a Rina la strada del paradiso; accadeva nell’anima di lei, ciò che avviene in certe zone dove il levare del sole non è preceduto dal crepuscolo; era notte... è giorno.

Federigo rimase così assorto, che per un momento non vide più nulla intorno a sè; gli parve lo cogliesse una vertigine. Quando l’estasi finì, notò che un giovine pallido, biondo, stava fermo innanzi a lui. Federigo si mosse dando facoltà alle gambe di condurlo dove volevano purchè lasciassero alla testa intera la libertà.

Anche il signor Luigi (era lui il giovane che aveva dato nell’occhio a Federigo) si mosse; e mentre questi infilava la via de’ Serragli, egli se ne andò cupo e cogitabondo verso Annalena.

Federigo, tornato nella sua cameretta del Maglio, aprì le finestre le quali davano sopra uno di quegli orti modesti nelle cui aree hanno oggi fabbricato le case del quartiere Savonarola; si appoggiò al davanzale pensando a mille cose senza [97] fermarsi su di alcuna, e riconducendo ognuna di esse ad un solo principio: Rina. Avvertì allora per la prima volta che due nidi di rondine erano appesi al tetto di una casa vicina, e si domandò: — Povere rondini! o che ci sono di già? — E non ricordava che le rondini se n’erano andate da un pezzo verso il Nilo ospitale; non ricordava che quelle rondini, delle quali ora mirava i nidi, le aveva tante volte maledette nell’estate, perchè troppo mattiniere gli guastavano il sonno. Scôrse in mezzo allo squallore quasi invernale dell’orto una pianta di crisantemi, la carezzò lungamente col guardo; seguì le nuvole che vagavano pel cielo, respirò a pieni polmoni un’aria fresca che da’ colli di Fiesole scendeva fino a lui, e, come se non l’avesse mai visto, esclamò: — Come è bello quest’orto! — Sonarono le nove di sera, era ancora alla finestra e si compiaceva guardando le luci giallastre de’ lampioni lontani tremolare tra gli alberi nel buio della notte. Il freddo lo punse, ma non seppe risolversi a chiudere. La solitudine, di notte presso la campagna, ha un incanto che non si ridice; ci par d’esser signori dell’universo; vien voglia di ordinare a Zeffiro che carezzi quei certi capelli, di imporre alla brina che non sciupi le azalèe di quel tale giardino.... Questo incanto dolcissimo provava appunto Federigo; ed egli suscitava le memorie, vagheggiava le speranze, confondeva nelle grandi armonie della natura le forti armonie dell’anima sua.

In quelle ore istesse, Rina faceva la partita di écarté collo zio Varalli. Egli le aveva insegnato il gioco e se ne teneva, perchè l’allieva aveva fatto [98] in poco tempo progressi tali, da arrivare il maestro. Quella sera bensì non fu contento di lei; Rina sbagliava, si distraeva... quando, lasciava al Marchese le date che non gli toccavano, quando, le pigliava tutte per sè, quasi ogni carta diventasse atout in mano sua; talchè lo zio, impazientito, domandò alla fine:

— Ma dov’hai la testa stasera?

Rina non glielo volle dire.

VIII.

Il marchese Varalli, dopo la famosa lettera del Duca, s’era messo a osservare le consuetudini di Rina; non già che gli premesse di salvarla, se in procinto di fallire, o di unirla strettamente con il marito, se gli si serbasse fedele; ma per amore della scienza, perchè Rina gli pareva, come dicono i medici, un bel caso ed era curioso di vedere che cosa avrebbe fatto da ultimo quella donna, con quell’indole, in quell’età, in quello stato d’animo, in quella condizione domestica.

E anch’egli, il Marchese, che aveva detto addio da un pezzo all’età de’ facili inganni e degli amori cominciati da lontano, prese, in questa faccenda, un abbaglio. Sapeva che nessun giovinotto frequentava la casa San Vittore, sapeva che Rina non usciva di casa che nella carrozza propria, accompagnata, s’intende, da un servitore; aveva scandagliato l’animo di questo servitore, senza trovare il menomo argomento di sospetto e aveva conchiuso a modo suo:

[99]

— Quella donna lì è di marmo; è una donna senza nervi. Po’ poi, nella disgrazia, mio nipote ha avuto una certa tal qual fortuna, trovando una moglie che non lo secca nè con l’amore, nè col cattivo umore e che può faro a meno dell’assiduità del marito senza.... Basta, anche queste son cose che succedono!

S’era bensì accorto che Rina non era da qualche tempo tranquilla come prima, che non giocava più con la stessa attenzione, che aveva la cera un po’ malandata; una volta entrando, come usava, senza ambasciata, l’aveva trovata a leggere una lettera nascosta in fretta e in furia: ma questi non erano per lui indizi tali da farne gran caso: con un mezzo o con un altro arrivava sempre a raccapezzare se Rina era uscita sola a piedi; se nessun viso novo s’era visto in casa sua; e poichè aveva la certezza che questi due fatti non erano accaduti, del resto non si curava. Agli amori sospesi tra le finestre di un primo piano e il lastrico di una strada, egli non ci credeva; aveva dimenticato oramai le passeggiate notturne, fatte cinquant’anni prima sotto le finestre chiuse di una bella addormentata.

Così Rina lasciata a sè stessa dal marito dissoluto, dal tutore lontano, dallo zio sbadato, correva verso l’abisso della colpa e vi correva per la via più facile: quella del carteggio.

C’è meno pericolo, secondo me, nel chiudere un uomo e una donna giovani in una villa solitaria e farceli stare tutta una settimana, che nel lasciar loro la libertà di scriversi quando vogliono e quello che vogliono. Quando un innamorato parla, la ragione, [100] se anche poco, qualcosa suggerisce; quando scrive, chi detta è la fantasia.

In quel tempo giunse a Firenze da Costantinopoli Paolo Carpi. Era il solo cui fosse dato salvare quella donna giovane e non fortunata, il solo che potesse col linguaggio del cuore mostrarle tutti i pericoli, verso i quali la conduceva l’affetto; il solo finalmente che avesse tanta autorità presso il Conte, da movergli i rimproveri meritati per non avere alimentato a suo pro un affetto eguale nell’anima della moglie. E Rina lo accolse, allorchè le fu presentato da suo marito, con affabilità quasi affettuosa. Vi fu un momento, anzi, nel quale si propose di dire a Paolo, con la risolutezza che era sua, ogni cosa; ma poi o che non avesse sufficiente fiducia in lui, o che la passione la dissuadesse con uno de’ suoi tanti sofismi, fatto sta che non ne fece più nulla; e quando Paolo ripartì pochi giorni dopo per Torino, dove lo chiamava il ministero, portò seco il convincimento che il matrimonio dei San Vittore era de’ tanti matrimoni dell’alto ceto: un affetto tranquillo tanto da parere sopito, una valuta intesa tra i coniugi per vivere senza gelosie, senza uggie reciproche: la solita scapataggine per parte d’Emilio, poco pericolosa alla rassegnata pacatezza della moglie.

Paolo Carpi si trattenne a Firenze una quindicina di giorni; durante la sua dimora, il palazzo San Vittore aveva preso un altro aspetto; Rina era più gaia, il Conte stava un po’ più in casa; c’era da sperare che questo suo costume casalingo fosse per durare. Ma partito Paolo, il Conte tornò alle proprie consuetudini; una parte della sera [101] Rina dovè passarla vicino al fuoco, così triste le prime volte che s’accende sul finire dell’autunno, e un’altra giocando al solito la solita partita col solito Marchese. Otto giorni dopo la partenza di Paolo, accadde in casa San Vittore un fatto così nuovo da meravigliare tutti coloro che lo seppero, e da porgere soggetto per parecchie ore ai chiacchiericci dei servitori.

Rina, fatta dopo mezzogiorno colazione in fretta, chiamò la cameriera.

— Datemi il mio cappello nero.

— Esce, signora?

— Sì.

— Vado a ordinarle la carrozza.

— No, vado a piedi.

— Ma il signor Conte è uscito.

— Lo so.

— Ah! viene a prenderla il signor Marchese?

— No... non mi seccare... non viene a prendermi nessuno; vado sola.

Rina si studiò di pronunziare queste parole col tono altero della padrona, che non vuole render conto di ciò che fa; ma non ci riescì, le tremava la voce. Giustina non ci badò; un osservatore più attento o più acuto di lei avrebbe capito subito che c’era per l’aria qualche cosa di nuovo.

Licenziata Giustina, Rina si chiuse nella propria camera, che era un modello di vaghissima semplicità. V’era da un lato un armadio di noce opaco che si giudicava alla prima scolpito da artefice abilissimo, dal Barbetti o dal Lienhart. Là dentro stavano chiusi i vestiti di velluto, di seta, le trine di Fiandra, le martore, i cappelli d’ogni foggia e [102] d’ogni colore, tutto il corredo, insomma, d’una donna elegante. Dirimpetto all’armadio una Psiche, anch’essa di noce opaco, sorretta da due statuette scolpite nel legno istesso e raffiguranti la Salute e la Gioventù; vicino alla finestra, appoggiato al muro, un lavamano di marmo nei cui bacini di porcellana finissima, incastrati in fori circolari, cannelle d’argento versavano l’acqua fredda e la calda. Nel fondo della stanza il letto a padiglione tutto bianco, a’ cui piedi si stendeva uno stupendo tappeto di Smirne; accanto al letto un ritratto a acquerello della madre di Rina. Innanzi alla finestra, sopra una tavola insaccata in una sottana di mossolina, stavano raccolte e simmetricamente disposte cesoie d’ogni misura, lime d’ogni forma, spazzole dure e soffici, pettini di tartaruga e d’avorio, acque salubri e polveri odorose. Quante frivolezze direbbe un filosofo! E direbbe male, perchè il dilemma del buon Gautier è giusto: una delle due: o l’anima c’è, e importa tener lindo e aspergere di aromi il corpo che le è vaso e tabernacolo; o non c’è in noi che materia e giova che ognuno la faccia più bella che può.

Chiusa a chiave la porta, Rina si gettò attraverso il letto e, serrati gli occhi, stette per un pezzetto immobile. Le si agitavano nell’animo molti sentimenti diversi; era nell’ora delle titubanze terribili che tormentano la donna innamorata, quando cede la prima volta a un comando della passione, al quale le sembra che sarebbe bello resistere; quando il sì e il no le tenzonano nel capo; quando capisce che una volta fatto il primo passo, non c’è più strada per tornare indietro. Rina sentì allora [103] di che forza fosse oramai il suo affetto; pensò anch’essa forse come il poeta che “il vento dell’amore manda il naviglio della vita„ e pur temendo la tempesta, giudicò men triste il morire in alto mare, che poltrire nella solitudine della riva.

Si alzò, interrogò lo specchio, perchè le ripetesse anche una volta che era bella; per consiglio suo, buttò via un mantello che s’era messo dapprima, e prese invece un leggiero scialletto di trina di Malines, uno de’ più graziosi oggetti del suo corredo di sposa; si guardò daccapo; pose in tasca un libro che aveva accanto al letto, si guardò un’altra volta ed uscì.

Se la disgrazia fa ch’io abbia tra’ miei lettori alcuno di coloro, che nel mondo delle passioni hanno fatto soltanto una gita di piacere e studiato le donne ne’ romanzi del Bertolotti o del Ducange, si meraviglierà della cura che Rina poneva nel suo abbigliamento, dubiterà della profondità dell’affetto suo, la piglierà per una donna vana e via discorrendo; e in queste cure di Rina stava appunto una delle prove del suo affetto per Federigo, che ella andava in quel giorno a cercare.

Molte donne sanno e pochi uomini intendono tutta la poesia che è talvolta ne’ colori bene accozzati d’una veste, nell’armonia d’un abbigliamento femminile. Quante cure spese non ad attrarre l’attenzione del volgo, ma a compiacere lo sguardo delicato dell’uomo per il quale vorreste esser perfetta! Ogni nastro è un sospiro, ogni fiore un sorriso; per una donna che vuol bene, il vestirsi è uno degli innumerevoli episodi del poema d’amore.

E poi, siamo giusti, Rina aveva proprio ragione [104] di guardarsi, di riguardarsi. Era simpatica; non dico bella addirittura, perchè qualche imperfezione ne’ suoi lineamenti si sarebbe potuta trovare; ma la sua testa, se non per il disegno, meravigliava, come gli stupendi dipinti della scuola veneta, per il colore. Aveva i capelli neri, morbidi, lucidi; gli occhi neri del pari, vivissimi e la pelle coperta di quella leggiera tinta rosea che fu il segreto degli statuari greci e di cui possono dar soli una idea il tono incarnato di qualche camelia bianca, o i primi vapori dell’alba sulla cima d’un’alpe.

Rina uscì al solito fuori della porta Romana; se non che invece di tirar diritto, voltò a destra e prese a salire il viottolo ripido, che mena verso Bellosguardo. Saliva guardando di qua e di là come chi cerca qualcuno; sfogliava ogni tanto una pagina del libro, figurandosi di leggere; ma leggeva in un altro libro: nel proprio cuore.

Quel volume che ella teneva fra le mani, lo avea letto pur troppo! Era un romanzo che Federigo aveva trovato modo di farle pervenire e di cui aveva segnato colla matita i passi più caldi e più tristi.

Là dove il viottolo sbocca in un’altra stradicciola, Rina si fermò; Federigo stava aspettandola vicino alla cantonata.

I canoni dell’arte e il desiderio di conciliare al mio eroe la simpatia altrui vorrebbero ch’io lo dipingessi come un uomo compito, ma in omaggio alla verità debbo dire che quel giorno aveva l’aria molto impacciata; un po’ perchè un innamorato di quell’età, che va al primo appuntamento, disinvolto non è quasi mai; un po’ perchè s’era messo un vestito [105] nuovo, e tutti sanno che il vestito nuovo dà l’aria impacciata anche al più avvezzo diplomatico del mondo.

Tanto Federigo quanto Rina avevano pensato e preparato un mondo di interrogazioni da fare, di cose da dire, e per la strada, scelto via via le principali perchè tutte non ci poteva esser tempo bastante. Subito che si videro vennero l’uno incontro all’altro; egli prese la mano tremante di lei fra le sue e la strinse. E zitti. Dove erano andate le tante cose che avevano da dirsi? Non se le ricordavano più, non sapevano nè l’uno nè l’altro da che parte rifarsi.

Federigo si sgomentò subito di quel silenzio e a torto; prima, perchè per dirsi che ci si vuol bene non importa una lunga conversazione; basta una parola, un’occhiata, il tono di voce onde si pronunzia un buon giorno o un addio; poi, perchè gli innamorati discorrono tra loro anche stando zitti; v’è una forza fatale, che spinge il pensiero di ambedue sopra una medesima via. Alla fine, come Dio volle:

— Come ti ringrazio, — disse, — d’esser venuta....

— Sì.... Oh! ma perchè siamo venuti qui?

— Perchè? Come si faceva se no? Qui nessuno ci vede.

— E se ci vedessero? — domandò Rina con naturale fierezza. — Oh! non ho paura di questo, ma io te lo domando: dove andiamo?

Federigo credendo ella ripetesse la prima interrogazione con parole diverse, replicò:

— Dove vuoi.

Rina alzò la testa e lo guardò fisso; questa volta fu lei che si trovò corta a parole.

[106]

Passarono due secondi e a Federigo parvero due secoli, tanto che trovò il tempo di scaricare sopra la propria stoltezza tutti i vituperi imaginabili; una frase volgare che gli serviva per riattaccare il discorso gli parve una trovata da oratore:

— Come sei bella!

— Ti pare?

— Dio mio, Rina!

— E mi vuoi bene?

— Perchè te lo direi?

— Mi vuoi bene solamente perchè sono bella?

— No....

— Se non sai nulla di me! Mi hai veduta, e....

— Ma e le tue lettere? E poi non mi domandare tante cose, Rina mia; so che ti voglio bene e basta.

— È tanto facile a dirsi. E se io non lo credessi?

— Oh! sì che lo credi; se no, non saresti venuta qui.

— Hai ragione, — replicò Rina e chinò pensierosa la testa.

— E... lui? — domandò Federigo.

— Cioè?

— Se se ne accorgesse?

— Confesserei.

— Tu?

— Non posso nè fingere, nè dir bugie. Promettimi che non me ne dirai neanche tu.

— Mai.

— Bada, Federigo, bisogna volermi molto bene.... la mia divisa la sai: J’aime, quand on m’aime, que l’on m’aime, comme j’aime. Ma perchè stai zitto? Che fai la sera? Ci pensi mai a me?

[107]

— Sempre, Rina; oh! saremo tanto felici se tu vorrai; tu puoi fare di me tutto quello che ti piace; ho menata una gran bratta vita sin qui... brutta perchè inutile; ho uno scopo ora, sei tu, ho una gioia, sei tu, ho una speranza, sei tu.

Rina strinse forte la mano a Federigo, poi alzò novamente la testa e guardandolo con grande dolcezza: — Addio, — gli disse.

— Di già?

— Addio, — replicò Rina.

— A quando?

— Non lo so.... Scrivimi, Federigo.... Avevo tante cose da dirti....

— E anch’io....

— Che n’hai fatto della mia foglia di lauro?

— L’ho qui; — e mostrò custodita tra le carte di un taccuino una foglia che Rina gli aveva mandato in una lettera pochi giorni prima.

Rina sorrise serena come sorridono le madonne nei quadri del Perugino; Federigo le strinse ancora una volta la mano e si separarono. L’uno andò verso Marignolle, l’altra riprese la strada di porta Romana. Egli fischiettando, ella se ne andò giù giù a passo lento, ripensando a tutto ciò che le aveva detto Federigo, il quale in sostanza non le aveva detto nulla. Quando tornò a casa, sonavano le cinque; era stata fuori quasi tre ore e i servitori facevano un gran cicaleggio su questa assenza inconsueta della signora.

Ma quel cicaleggio non arrivò sino alle orecchie del marchese Varalli; quando il vecchio gentiluomo entrò la sera alla solita ora nel palazzo San Vittore, trovò tutta la casa sossopra; aveva preso male al signor Luigi.

[108]

IX.

O felici di vent’anni, non invidiate nulla a nessuno! Non gli agi al ricco, non la potenza al monarca, neanche con più nobile desiderio gli applausi al poeta. Il tempo fugge; e se la fortuna serbi a voi in altra età l’oro, la possanza o la gloria, verrà giorno che vorrete dare (e ahimè! non vi sarà conceduto) oro e possanza e gloria per un palpito solo delle commozioni antiche, per un’ora della giovinezza perduta, per una sola delle speranze de’ lontani “vent’anni.„ De’ tuoi vent’anni, amico, quando tutto ti sorrideva d’attorno e la fantasia volava dietro a mille lusinghieri fantasmi, e t’erano ignoti i dolori, le delusioni che t’è toccato provare; dei vostri venti anni, signora mia, quando vi credevate una creatura tanto privilegiata da non saper mai che fosse il soffrire; e piangevate lacrime di tenerezza sopra una rosa offertavi di nascosto e un sorriso e una stretta di mano v’empievano l’animo d’un godimento ineffabile! Ahimè! quell’età è passata! Tu sei intristito, amico; voi siete invecchiata, signora mia; il dolore, cancro della bellezza, ha lasciato sul vostro volto le sue indelebili impronte. Altri gode oggi, altri sorride, altri spera, altri rimpiangerà dopo voi.... O felici di venti anni, non invidiate nulla a nessuno!

E l’esperienza? — dicono. — Oh! sì, bella cosa! ci costa patimenti d’ogni maniera e non ci serve a niente; ogni giorno impariamo il modo di navigare [109] fra le sirti e gli scogli, in mari che non varcheremo mai più. Lasciate un lembo dell’anima vostra tra le unghie rosee d’una bella infedele e avrete imparato che ci sono a questo mondo delle donne pericolose; macchiate d’un fallo la vostra vita e vi porrete in grado di giudicare da voi che tutti gli errori si scontano; riducetevi povero in canna e confortatevi dello avere appreso la utilità del risparmio. Se l’esperienza fosse utile a qualcosa, in tante migliaia di secoli il mondo sarebbe divenuto un Eden. E non mi pare che sia.

Questa famosa esperienza Rina non l’aveva; altrimenti avrebbe saputo che la paura quando entra nell’animo col suo proprio nome, sgomenta e invilisce, ma se si dà per prudenza aiuta e difende; che il mondo, il quale sa che la colpa c’è, chiude un occhio sul peccato, purchè sia fatto con garbo. Ma Rina, ripeto, tutte questo belle cose non le sapeva; lasciandosi menare dalla passione che la signoreggiava, seguitò le sue gite solitarie pei dintorni di Firenze, non pensando o non curando che altri s’occupasse di lei. Così la cosa giunse agli orecchi del Marchese. Rina non aveva veduto Federigo che per la via; ma il vecchio zio, quando seppe di queste passeggiate della bella nipotina, sospettò che il dramma fosse già molto innanzi e aspettò sogghignando la catastrofe; la quale, e lo confessava a sè stesso, gli era difficile imaginare. Non supponeva bensì che fosse per finir male; dal contegno del Conte egli aveva creduto potesse dedursi, che questi, prevedendo da lungo tempo ciò che succedeva, si sarebbe portato da gentiluomo e da uomo di mondo qual era.

[110]

E s’era proposto di non parlargli mai di ciò che sapeva, quando ad Emilio, per sua mala ventura, venne in mente d’andarsi a godere il Carnevale a Parigi. Egli capiva che lasciare Rina sola a Firenze era non un pericolo (a questo non ci pensava neppure) ma una scortesia, e d’altra parte il condurla seco toglieva ogni diletto alla sua gitarella. Pensò di rivolgersi allo zio Varalli, con questo disegno: egli, il Conte, avrebbe invitato Rina a andar seco; lo zio l’avrebbe dissuasa dall’accettare l’invito.

Verso gli ultimi dell’anno, zio e nipote si trovarono alla Pergola; in que’ giorni appunto il Varalli aveva, non visto, veduto co’ propri occhi Rina sola uscire fuori della porta a Pinti e salire nel Camposanto degli Inglesi, ove qualcheduno l’aspettava di certo, e aveva esclamato con un sogghigno:

— Poveri morti!

E nemmeno quando vide il Conte accostarglisi quella sera per parlargli, il Marchese potè trattenere un sorriso sardonico; ma il nipote c’era avvezzo e non ci badò più che tanto.

— Senta, zio — disse Emilio, — ho intenzione di fare una gita.

— Solo?

— Ecco, in sostanza... sicuro... solo.

— Bravo! — disse il Marchese ridendo senza riserbo.

— Cioè?.... — domandò l’altro.

— Cioè.... Sapete chi era il Principe de’ Conti?...

— Lo so, ma non capisco....

— Ecco: il Principe viaggiava e viaggiando scriveva a sua moglie: “Non mi tradite, Principessa, per carità.„ “Siate tranquillo, signor mio, — rispondeva [111] la Principessa, — non me ne vien la voglia altro che quando vi vedo.„

E rise da cupo.

— Zio, — riprese Emilio dopo una pausa, con un po’ d’impazienza, — io le parlo sul serio.

— E io?

— Dunque, ho intenzione di passare il Carnevale a Parigi, ma vorrei che Rina non venisse; già il viaggio ci costerebbe più del doppio....

— Se l’ho sempre detto che siete un buon amministratore....

— Insomma....

— Dunque?...

— Dunque.... bisogna pur nonostante che offra a mia moglie di condurla con me; ma vorrei che lei la persuadesse....

— A rimanere a Firenze? Caro Emilio, se tutte le missioni diplomatiche fossero come questa, darei dei punti a lord Palmerston.

— Crede che si persuaderà?

L’ingenuità con cui furono profferite queste ultime parole, fece uscire da’ gangheri il Marchese.

— Io ho sempre avuto un vago sospetto — proruppe egli — che il matrimonio rechi molto nocumento alle facoltà ragionative e per questo son rimasto scapolo. Ma ora, altro che vago sospetto! Come? Conoscete Rina, sapete che ha vent’anni, la vedete a pranzo e basta.... e v’imaginate che possa dolersi se ve ne andate? Ma, caro mio, che ve ne andiate voi o... che so io?... il cocchiere, per lei è lo stesso. Fino a stasera v’ho creduto un uomo di mondo; m’accorgo che mi sono sbagliato. Che diavolo! Siete entrato da voi nel laberinto e [112] volete che vi ci levi io? Bravo! Mi parete un ragazzo con questi vostri sotterfugi. Lasciamo andare. Ve l’ho detto fin dal giorno in cui m’avete dato la fausta notizia del vostro stabilito accasamento: le cose andranno così e così. Sono stato profeta e non ci voleva di molto; ma Dio santo! speravo che avreste fatto le cose un po’ meglio; e non vi sareste ridotto alla parte di fanciullone e a mettere vostra moglie nella necessità di dare appuntamenti campestri. Volete viaggiare? Viaggiate; che bisogno c’è che c’entri io? Andate a casa, salutate la cara metà, auguratele buon divertimento e partite; al resto ci penserà lei; ma come una signora, non come una crestaia.

— Zio, pensi a quello che dice....

— Eh! figliolo mio! così aveste pensato voi a quello che facevate.

Vi fu un momento di pausa; poi il Marchese domandò come se nulla fosse:

— Chi è quella forestiera al numero tredici second’ordine?

— Non la conosco, — rispose Emilio senza neanche voltarsi verso il palco indicato dallo zio ed uscì dal teatro.

Quando fu nella strada, si ricordò che aveva ordinato la carrozza per la mezzanotte. Battevano allora le undici all’oriolo di Santa Maria Nuova. Andò a piedi. Abitava di là d’Arno; la strada per arrivare a casa era lunga ed egli aveva tutto il tempo per pensare ai casi suoi.

Lo zio non gli aveva detto nulla d’esplicito; ma egli, se non sapeva, sentiva che Rina amava un altro. Se ne meravigliava? No. Corrotto dalla gente [113] tra cui viveva e dalle consuetudini prese, si può dire che Emilio avesse preveduto, sin dal primo giorno, ciò che ora avveniva. Prevedendolo, aveva messo le mani avanti e s’era fatto nei festosi banchetti della vita galante la sua parte anticipata. Se dunque Rina fosse stata un’altra, se la cosa gli fosse stata annunziata da altri e con altre parole, chi sa che cosa sarebbe successo? Ma Rina gli dava soggezione; sentiva egli tutta la fiera nobiltà di quell’indole; sentiva d’avere molti torti verso Rina e non gli pareva vero che ella gli desse buon gioco, avendo una volta torto anche lei. E due frasi del Marchese lo avevano specialmente colpito; gli “appuntamenti campestri„ e “il contegno da crestaia„ lo mettevano in pensiero sì perchè accennavano a fatti positivi, sì perchè lo inducevano nel sospetto che Rina avesse fatto qualcosa di grosso; il che significava nel vocabolario del Conte e del suo ceto, ch’ella si fosse data in braccio a qualche amore volgare, per cui venisse a macchiarsi l’antica purezza della casata.

Queste cose mulinava tra sè il marito; l’uomo poi pensava alla propria umiliazione, cui sottostà sempre mal volentieri, anche quando gl’importa poco della donna che gliela infligge.

Così, tra una cosa e l’altra, il Conte si metteva su da sè medesimo, si accendeva nel petto gli sdegni e le collere; dove avesse avuto il tempo di rifletterci o anche di dormirci sopra, le cose sarebbero andate meno male. E fu difatti primo suo pensiero di aspettare la mattina per parlare con la moglie; ma il caso, il solito caso, il quale ha, come ho detto altra volta, tanta importanza [114] nelle vicissitudini della vita, volle che entrando in casa, egli s’accorgesse che Rina era sveglia e si risolvesse ad andare da lei.

Mandò a letto il cameriere, poi, preso un lume dalla scrivania, traversò la lunga fila di salotti che separavano la sua dalla camera della moglie e si fermò innanzi alla porta.

Tale era la sua stizza in quel momento, che, l’uscio sembrandogli chiuso, gli venne l’idea di buttarlo all’aria con un calcio; (anche i Conti quando sono soli e arrabbiati sono uomini come tutti gli altri), poi si accorse dalla gruccia che era aperto, posò il lume in terra ed entrò.

Rina, seduta sul letto, leggeva.

La sua gentile figura si staccava mirabilmente sul fondo del cortinaggio; dalla nuvola di mussolina leggiera che le nascondeva il collo ed il seno usciva, trattenuto appena dalle pieghe eleganti di una camicia di battista, il braccio, rotondo come se lo avessero modellato Prassitele o Dupré nel marmo di Paro o di Carrara. Il pettine le era caduto di testa e i capelli neri come l’ebano, lunghi come i rami del salice, cuoprivano di leggiadri ghirigori le trine onde era guarnito il guanciale.

Quando il Conte girò la gruccia, Rina lasciò cadere lentamente il libro sulle ginocchia e fissando lo sguardo verso la porta domandò:

— Chi è?

— Son io, — rispose l’altro ed entrò.

— Tu?...

— Io.

Il contrasto era singolarissimo; negli occhi nictalopi [115] del Conte di San Vittore, sfavillava l’impeto di mille sentimenti diversi, anzi, per dir meglio, delle molte gradazioni di un sentimento solo: lo sdegno; in quelli di Rina si specchiava invece la più sicura tranquillità.

— Tu.... qui.... a quest’ora?

— O a quest’ora o ad un’altra, — soggiunse il Conte, andando di passo lentissimo verso il letto della moglie — poco importa; bisogna che ci spieghiamo e per questo tutte le ore son buone.

— Spiegare?... Che cosa? — interrogò Rina.

— Ma... il tuo contegno, se non ti dispiace.

Rina tacque; il Conte prese in fondo al letto una graziosa berretta di trina che stava sul piumino e stazzonandola ripigliò:

— Abbiamo da far dei conti; meglio era farli prima d’ora, ma....

— Lascia stare quella berretta che non ci ha nulla che fare... e quel tono da dramma, che anche questo non ci ha che fare proprio nulla. Che cosa hai? Hai da lagnarti di me?

— Molto: e bisogna finirla.

— Se non ti spieghi più chiaro....

— Finirla... con lo passeggiate campestri, e....

In sostanza il Conte non sapeva nulla; non un solo fatto da citare; si accorse allora che la sua furia era stata soverchia e si trovò imbrogliato.

— E?...

— E... solitarie.

— Non posso dunque più uscire di casa quando mi pare e piace?

— Nessuno ve lo impedisce; si vuole impedirvi soltanto e io, perdio! lo impedirò ad ogni costo, [116] di macchiare il nome dei San Vittore, che io ed i miei abbiamo sempre mantenuto purissimo.

— Emilio, sta’ a sentire, tu reciti una parte che non hai studiata e la reciti male. Io non so dove tu voglia andare a parare con questa scena, nè posso imaginarlo. Mi vieni a fare il geloso.... tu!...

— Non mi avete dato il diritto di esser geloso forse?...

— Emilio mio, è un diritto questo che bisogna acquistarselo. Per averlo, non basta, credilo, di venire in camera di una donna a mezzanotte e dirle delle parole scortesi....

— Ma, Dio santo!... io son pur tuo marito. Che cosa dev’essere dunque, secondo te, un marito?

— Ma... secondo me... dovrebb’essere un amante o null’altro. Siamo giusti, Emilio; la vita che meno, non è, Dio lo sa, quella che desideravo. Questa famiglia che non è famiglia, questo matrimonio senza nè diritti nè doveri, quest’abbandono in cui vivo, che qualche volta diventa noia, noia addirittura.... Ma già lo sai tu che cos’è la noia? Tu non lo sai, non l’hai mai saputo; e poi non basta provarla, bisogna capirla. È una pena, sai?.... È una pena grande, un dolore, proprio un dolore.... Ma dove sono andata?... Ah! questa vita, dunque, non è quella che io avevo sognata; ma tu hai voluto così, così sia. T’ho io mai domandato conto dei tuoi giorni, delle tue sere... delle tue notti?... E vieni a domandarlo a me di qualche passeggiata campestre come tu la chiami?... Via, via, Emilio, siamo di buona fede; tra noi due non c’è bisogno di spiegarsi nulla. Giacchè sei venuto, parliamo di qualche altra cosa.

[117]

Dette queste parole, Rina appoggiando le mani sul letto, fece forza per sollevarsi; il velo che le nascondeva il seno, scombuiato da quel movimento, s’aprì, e sotto la camicia di battista si disegnò sino alle anche la leggiadra e smilza personcina di lei.

Il Conte vedendosi innanzi quella donna così vaga nell’aspetto, così gentile nelle movenze pensò che ella era e non era sua; sentì un battito forte e frequente tormentargli le tempie, una corrente calda montargli dai piedi alla testa e riversarsi con impeto verso il cuore. Si guardò intorno; la camera era avvolta nell’ombra, l’orologio a pendolo batteva i suoi colpi monotoni, un’aria tepida spirava d’intorno; si slanciò verso il letto di Rina e presole il braccio che ella teneva abbandonato sul lenzuolo susurrò;

— Rina....

Rina svincolò il braccio, pose le sue mani al petto di Emilio e lo respinse; egli, che non si attendeva a quello sforzo, retrocedè stupito e Rina schizzando dal letto infilò una veste da camera di flanella a righe bianche e rosee che stava sopra una poltrona; quando il Conte si riebbe dal momentaneo stupore, ella era già in piedi, pallida, facendo a sè riparo di una seggiola.

Il Conte mosse un passo verso di lei.

— Emilio, in verità, stasera tu hai perduto il giudizio.

— Rina, Rina, perdio!

— Emilio, io non posso lottare: i tuoi muscoli sono più forti dei miei, e il rispetto che porti a te è anche minore di quello che porti a me.... Ma io, lo sai.... io non ti amo.... Tu dunque dimentichi [118] tutto?... anche il nostro colloquio alle Poggiola e?...

S’interruppe; prevedendo la piega che avrebbe preso il colloquio parve inclinata a tacere, ma un pensiero la vinse e seguitò:

— Che vuoi fare? Vuoi invocare la legge? Le vostre leggi le hanno fatte i vecchi e noi povere donne ce ne accorgiamo. Io non ti amo, te lo ripeto. Eppure ci è stato un tempo, in cui non ho desiderato, non ho sognato altro che di amarti ed essere amata da te. Ma tu hai seguitato la tua solita vita... io ho trascinato tristamente la mia. Che vuoi ora da me?

— Oh! insomma, Rina, finiamola....

— Ho finito; te lo ripeto: non ti amavo più, ti stimavo, domani ti disprezzerò.

E gettata lontana da sè la sedia che la separava dal Conte, lasciò cadere le braccia e aspettò.

Il Conte non si mosse; ma dopo poco fissando gli occhi irosi negli occhi severi di Rina, riprese:

— Ditemi dunque che avete un amante!

— Non so i segreti del tuo linguaggio, e non so che cosa s’intenda per amante nei luoghi che tu frequenti. Ma c’è al mondo un uomo che mi vuol bene....

— E che voi amate?

— Sì.

Può darsi, come credeva il Rousseau, che il selvaggio sia migliore dell’uomo incivilito; il braccio che il Conte aveva alzato verso Rina fu bensì trattenuto per aria dall’uomo educato.

Scorsero pochi secondi.

Rina se ne stava immobile; i suoi occhi soli si [119] volgevano verso la porta donde le era parso venisse un lieve rumore.

— Tornate a letto. Domani scioglieremo questa questione e provvederemo perchè queste farse... o questi drammi non si replichino. Voi non potete consentire a rimanere ancora in casa mia, io non posso permettervi di fondarci una fabbrica di eredi legittimi. Scusate se ho interrotto la vostra lettura. Buona notte.

Ed uscì.

La stanza accanto era rimasta quasi al buio; il lume lasciatovi crepitava per mancanza d’alimento e mandava interrotti chiarori.

Il Conte lo prese, lo alzò cacciando lo sguardo in ogni angolo della stanza; gli aveva ferito l’orecchio un rumore come di passi che si allontanino. Non vide nulla; traversò novamente con passo rapidissimo la lunga fila di salotti ed entrò nella propria camera, ove si chiuse.

Se l’animo del Conte fosse stato più tranquillo, egli avrebbe potuto scorgere agevolmente l’ombra del suo segretario ritto presso uno stipo, disegnarsi tra le Amadriadi e i Fauni, onde il Poccetti istoriò le pareti del palazzo dei San Vittore.

X.

Subito che il Conte se ne fu andato, Rina corse, quasi per istinto, a chiudere la porta a chiave; poi si gettò sopra una poltrona, e coi gomiti appoggiati ai ginocchi e la testa chiusa tra le palme, [120] pensò. Pensò subito, s’intende, a Federigo, ai giuramenti di lui, alle sue lettere; le parve di potersi fidare e il fidarsi era in quel momento così dolce per lei! Poi riandò, con quella minuzia di analisi che è tutta propria delle donne, ogni frase pronunziata, ogni atto compiuto in quella sera da suo marito; e, bisogna pur dirlo, conchiuse che ella aveva fatto quanto le ordinavano l’affetto e la dignità. Perchè Rina pensava con la propria testa e sebbene non le prendesse mai, e molto meno in quella congiuntura, la voglia di filosofare, pure le vagava per la testa indistinto il problema, che ha incuriosito e tormentato le donne di tutte le generazioni.

“Perchè una legge darà me, donna inerme, debole, bisognosa di assistenza e di affetto a un uomo che non mi ama e che non amo neppur io? Perchè mi toglierà all’uomo di cui sono il desiderio solo e la sola speranza? E chi mi fa colpevole, colui che adoro o colui che mi disprezza?„

Si alzò come per divagarsi e passeggiò per la stanza. Adocchiò per caso un ritratto di sua madre che stava appeso alla parete, vi si fermò lungamente davanti cogli occhi inumiditi. — Povera mamma! — pensò, — mi sorride! Chi sa se quel sorriso è un artifizio del pittore? Sarà stata felice lei?.... Avevo due anni solamente quando morì e dicono che facesse un gran piangere per lasciare me tanto piccina.

E si rivide bambina, ricca di vestiti e di trastulli, povera di baci.

— Se avessi un bambino io! Dio, come gli vorrei bene!

[121]

Oh! se le donne sapessero che negli amori colpevoli stanno chiusi insieme il peccato e la penitenza! Se sapessero che la vera gioia della loro vita è un bambino concepito senza paure, carezzato senza rimorsi; memoria e speranza ad un tempo, raggio che illumina equamente le floride rive della giovinezza e i freddi orizzonti della vecchiaia! E l’hanno detto, ma invano: il vero tipo della donna contenta è Maria che allatta Gesù.

— Come gli vorrei bene! — ripetè; ma le tornarono alla mente, come uno scherno crudele, le ultime parole del marito; si sentì mancare la forza, si buttò sul letto e pianse.

Quando si riscosse sonavano le cinque; due ore era stata senz’accorgersene in quel torpore cocente.

Allora ritornò col pensiero più tranquillo ai casi di quella sera, al — domani — di suo marito e ci vide chiara, aperta una minaccia di mandarla via.

Dove sarebbe andata? Che avrebbe fatto?

I chiacchiericci, le mormorazioni del mondo non le davano pensiero; e poi, in quel momento, se anche avesse sentito il rossore della vergogna salirle alle gote non avrebbe saputo far altro che nascondere il viso sul petto di Federigo.

Si vestì alla meglio; ma cercando nell’armadio questa cosa e quell’altra, le venne tra mani un libro di preghiere colle iniziali del suo nome da ragazza. Era un premio che le avevano dato in convento; e ripensò alla vita di allora, alle sue compagne; ne compianse alcune, quelle principalmente che le erano parse fredde, egoiste; quando [122] si fu sul punto dell’invidiare — un difetto col quale le più fra le donne nascono e di cui guariscono di rado — passò in rassegna le più ricche, le più contente delle sue giovani amiche; le vide liete nella famiglia, circondate di rispetto e di cure, ma non ne invidiò nessuna; nessuna era, come lei, amata da Federigo.

XI.

Compiangete chi si leva tardi. Quanti sono che non hanno mai sentito le fresche carezze dell’alba, quanti che non hanno mai salutato il levarsi del sole; e non goderono una delle delizie più salubri e più pure! Dall’aria fresca della mattina traggono forza nuova le membra; e gli acri profumi che manda la terra bagnata di rugiada pare dieno vigori insoliti alla fantasia. La notte è finita, ma i sogni aleggiano ancora; si sogna desti e ogni desiderio sembra facile a compiersi, ogni lavoro a farsi, ogni voto a serbarsi.

Dal monte e dalla pianura, dai fiumi e dai prati si estolle un’armonia indefinita e solenne, una sinfonia piena in cui si confondono le mille voci della natura e che nessun Beethoven eguaglierà mai. È canto d’uccelli, pei campi, è suono di campane pei borghi; momento il più tranquillo del giorno; s’avverte il volo d’un insetto. La natura parla sola e dà ad intendere che essa, buona madre, provvede da sè ai bisogni dei figli; pare che quella pace non debba finir mai, che s’abbia [123] a vivere contemplando e contemplare benedicendo. Più tardi il canto dei contadini cuopre lo spinciare dei fringuelli; nelle selve lontane l’eco porta dai casolari il grave rumore dell’incudine; il rumore cresce, cresce, a poco a poco, come rombo di tempesta che si avvicina; e dalle officine stridenti, dai campi vangati, dai fondachi uggiosi s’alza terribile la voce della necessità.

L’albeggiare in città è meno pittoresco, non meno singolare. Quando Rina uscì sola dal palazzo San Vittore, avviluppata nella sua pelliccia, con le mani aggranchite nel manicotto di martora, sonavano le sette. Mentre scendeva le scale, il cuore le batteva forte; la sgomentava il pensiero di esser vista sola per le vie così di buon’ora, le pareva che la gente dovesse indovinare chi era, dove andava e perchè. Desiderava, tanto le sembrava lungo il cammino, che la portassero a volo, o, per lo meno, di potere giungere sino alla casa di Federigo senza imbattersi in anima viva. Ma quando, traversato l’atrio, oltrepassò il portone e fu nella strada sola davvero, il cuore le si strinse; era avvezza a vederla popolata, e la trovava deserta; la solitudine le fece pena. Nella casa dirimpetto, un lume mandava un fiochissimo raggio tra le imposte socchiuse e Rina si ricordò d’una povera malata che soffriva senza speranza là dentro. Era quello il solo segno di vita che giungesse sino a lei e le rammentava la morte.

Si fece coraggio e si mosse. Al primo piano di una casa della cantonata, un servo scamiciato scoteva dalla finestra un tappeto; quando Rina passò, egli cessò dal moto e pronunziò qualche [124] parola a voce alta, di cui la povera fuggitiva udì il suono, ma non intese per fortuna il significato.

Arrivò, come Dio volle, fino in via de’ Martelli, trovando soltanto qualche operaio, che le passò accanto senza guardarla nemmeno; procedendo ratta ratta sul marciapiede, presso San Giovannino si scontrò con una vecchierella tutta vestita di nero, che usciva dalla messa e teneva ancora tra mano il libro delle preghiere.

Rina andava di passo così rapido, che per quanto si studiasse di scansare la vecchia devota, le fu impossibile di non urtarla lievemente col gomito. Quella si rivoltò come un basilisco e squadrò Rina da capo a piedi.

— Scusi, — balbettò Rina tremando.

— Che scusi! vada più adagino! se andasse in chiesa non avrebbe tanta furia!...

E via, via, una filastrocca di parole che si perderono in suoni confusi dietro la bella fuggente.

Erano lievi accidenti, ma nella imaginazione di Rina divenivano avvenimenti terribili. Traversò la piazza San Marco di passo più lesto; le pareva che ogni pena sarebbe finita per lei, appena avesse vista da lontano la casa di Federigo; entrò nel Maglio e subito fissò gli occhi verso il porto desiderato.

Fermi innanzi alla porta stavano un uomo e una donna, presso ad uno di quei carretti con i quali i contadini dei dintorni portano il latte a Firenze; quando Rina passò vicino a loro, la donna dette all’uomo un’occhiata e tossì; l’uomo tossì anch’esso e più forte per significare che aveva, come suol dirsi, mangiata la foglia.

[125]

Rina arrivò finalmente alla casa di Federigo; era tempo! La trovò aperta, volle salire lesta le scale, e le forze le mancarono. — Ma perchè, — si domandava, — perchè questa gente che non mi conosce, che non sa nè di dove vengo, nè dove vado, crede avere il diritto di insultarmi e di scherzare su di me?

Salì, meglio che potè, le scale. Quando fu in cima le parve di rinascere. Picchiò alla porta; Federigo venne ad aprire.

················

Felice, dice Aristofane negli Acarnesi, chi ti stringerà fra le braccia al levarsi del sole.

XII.

Alle undici, il Conte di San Vittore era sempre nella sua stanza.

Nell’anticamera, la cameriera passeggiava su e giù, aspettando che la signora sonasse il campanello e il signor Luigi stava muto, immobile, pronto agli ordini del padrone, quando il marchese Varalli entrò, senza farsi annunziare, nel quartiere del nipote.

— Chi è? — domandò brusco Emilio udendo aprire la porta.

— Io, — rispose col suo solito sorrisetto il Marchese.

— Lei, zio? A quest’ora?

— Vi par presto? Aspettate un tantino e vi persuaderete che è tardi.... molto tardi.... Facciamola corta. Rina è fuggita.

[126]

— Eh? — urlò il Conte.

— Se vi par dura la parola, dirò: è andata via, ma la sostanza è la stessa. M’ha scritta una lettera.

— Me la faccia vedere.

— Non posso. Ella confida nella mia fede di gentiluomo e vuole che la lettera non vi sia mostrata.

— Oh! ma la ritroverò.... — E in così dire il Conte gettò via la veste da camera ond’era coperto e infilò il primo vestito che gli capitò fra le mani.

— Voi farete quel che vi parrà; ma prima farete a me la grazia di starmi a sentire.

— Sì... ma faccia presto, zio.

— Non mi perdo mai in discorsi lunghi, lo sapete; dirò tutto quello che ho da dire e niente di più.

— Dunque?

— Dunque c’è una parte della lettera che mi tocca passare sotto silenzio; ce n’è un’altra di cui posso dirvi brevemente il contenuto. Rina asserisce che voi sapete la ragione per la quale s’è indotta a lasciarvi; dopo le vostre minaccie, ella ha pensato che, partendo, vi risparmiava la parte odiosa di mandarla via. Io non so nulla di questa faccenda; voi potete dunque capire, io no. Il meglio è, mi pare, che mi diciate tutto.

— Rina ha un amante.

— Eh! grazie della notizia.

— Lo sapeva?

— Il giorno in cui vi siete sposati, ho saputo che l’avrebbe avuto o prima o poi e ve l’ho detto; ieri sera poi, se non sbaglio....

[127]

— Ha ragione.

— C’è stato dunque qualche cosa di grosso da ieri sera in poi?

— Sì; non ho nessuna difficoltà a confessarlo; io mi sono portato molto male con Rina, ho dimenticato perfino di essere un gentiluomo; ma credo d’avere il diritto....

— Noi abbiamo avuto, caro Emilio, parecchi colloqui su questo argomento. Ve l’ho detto: io reputo il matrimonio, come tante altre instituzioni umane, una cosa necessaria e priva di senso comune. Chi ha passata la leva sa che un affetto non dura mai tutta la vita; e chi si marita figura di credere tutto l’opposto. Bisogna dunque preparare le cose in modo che quando l’affetto passa, uno riacquisti la propria libertà, senza che l’altro se ne disperi; ma bisogna pensarci per tempo. Voi, con tutta la vostra esperienza, non ci avete pensato, avete offeso vostra moglie....

— Io? Mai.

— Mai? Ma le avete fatto la peggiore offesa che si possa fare ad una donna giovane; le avete fatto capire che non vi piaceva, o che se vi era piaciuta un giorno, v’era venuta a noia il giorno dopo. L’arte del marito è un’arte difficile e voi non l’avete mai saputa. Con una donna delle solite, la cosa sarebbe andata più piana; con Rina no. Io ve l’ho dotto il primo giorno, ve l’ho pestato in testa mille altre volte, non m’avete voluto dar retta, la colpa è vostra.

— Senta, zio: confesso d’essermi lasciato un po’ troppo acciecare dallo sdegno ieri sera; ma deve convenire che una donna la quale dà all’amante [128] appuntamenti per le piazze e per le strade e se ne fugge da casa ha le sue brave colpe anche lei, e mi pare che il marito abbia il diritto di essere severo.

— Ah! quand’è così non dico più nulla.

— Ma, no.... Dio santo! Dica, dica.

— Ma che volete che dica? In verità ve l’ho cantato un’altra volta, mi par di discorrere con un ragazzo; a voi toccava e non a lei pensare a tutte queste belle cose. Ma che cosa credete che ci stieno a fare le donne in questo inondo? Ci stanno per amare sino ai trent’anni e per essere amate da trent’anni in là. E quando una donna, dell’indole di Rina, ama, ama in modo tale che si cura pochissimo di ciò che gli altri penseranno o diranno di lei.

Queste ultime parole furono perdute pel Conte; egli pensava ad altro. Quando lo zio ebbe finito:

— Insomma, dov’è Rina?

— Non posso dirvelo.

— E io le ripeto che la troverò.

— E quando l’avrete trovata?

— La condurrò meco.

— Non verrà.

— Non verrà?

— No. Ma andiamo avanti; e quando l’avrete con voi?

— Allora.... allora vedremo.

— Volete, dunque, fare uno scandalo?

— Voglio anzi che scandali non avvengano.

— Bravo; scegliete proprio la strada buona.

— Ma che cosa farebbe dunque lei nel mio caso?

[129]

— Io?.... Io nel caso vostro.... io già non sarei mai venuto a questi ferri....

— Sì, sì, ho capito, ho capito.... ma insomma?

— Insomma io a quest’ora mi sarei convinto che questa scappata di Rina si risaprà; a buon conto dovranno saperlo i servitori, che è quanto dire il popolo e il comune. Sicchè il meglio sarebbe, io penso, far credere al mondo che voi non soltanto avete consentito la partenza, ma domandato una separazione per la solita incompatibilità di carattere. Ecco quel che farei io: il minor chiasso possibile.

Il Conte non rispose. La pausa che succedè al discorso del marchese Varalli fu lunghissima. Emilio passeggiava su e giù per la stanza visibilmente agitato; lo zio lo stette a guardare per un pezzo, poi, stanco di quel silenzio, si messe a sfogliare un album di fotografie. Finalmente il Conte andò verso il tavolino presso il quale era seduto il Marchese, e:

— Ho preso il mio partito, — disse. — Ha ragione, zio; soltanto la prego di occuparsi lei di tutto quel che c’è da fare in questi frangenti. Io parto oggi.

— Per dove?

— Per ora vado alle Poggiola, poi chi sa?... Un uomo che si trova nei miei panni o ha da sfidare le dicerie del mondo, o andarsene. Bisogna, dunque, o che io vada stasera al ballo dell’Altenstein, domani sera a quello della marchesa Genziani e poi a quello del casino e via discorrendo, o che mi seppellisca tra gli abeti della villa. Scelgo quest’ultimo partito che mi risparmia molte noie [130] e qualche vergogna. Ora che mi son risoluto, mi può mostrare liberamente la lettera.

— La vostra risoluzione non mi libera dall’impegno che ho con Rina; ha fatto assegnamento sulla mia parola, debbo mantenerla.

— Sia pure; le dica dunque che io voglio, intenda bene, voglio che ella non stia a Firenze; le dica altresì che i frutti della sua dote, alla ragione del sei per cento, le saranno pagati dal mio segretario o dal mio maestro di casa, mensilmente, dove ella dimorerà.

— Ho inteso.

— Le pare che sia fatto tutto?

— Tutto.

— Allora le domando il favore di lasciarmi solo. Verrò a trovarla alle tre, prima di partire; ora ho proprio bisogno di rimaner solo. Se le dicessi che sono addirittura innamorato di Rina, non mi crederebbe; mi crederà, se le dico che questo dramma ha uno scioglimento che mi dispiace. Sarà la consuetudine.... non lo so.... insomma.... E se Rina preferisse di tornare con me?

— Non lo credo.

— Purchè ella troncasse ogni cosa, non potrei perdonare.... e....

— Ma, e tocca propriamente a voi a perdonare?

— Non ci pensiamo dunque più.

— Vi aspetto alle tre.

— E.... chi è.... costui?

— Non lo so; ma se volete evitare gli scandali, che ad ogni modo tornerebbero a danno del vostro nome, mi pare inutile di indagarlo per ora; — per ora, — ripetè il Marchese battendo sulle parole.

[131]

— Cioè?

— Cioè, dato e non concesso che Rina si stanchi di quest’uomo e lo pianti, o egli, il che è più facile, pianti lei; allora potrete cercarlo, e con un qualunque pretesto....

— La ringrazio del consiglio, ma su questo intendo di fare a modo mio.

— V’ho detto al solito quello che avrei fatto io, se fossi stato così.... Insomma; a rivederci... vado a scrivere al Duca.

— A proposito; e se Rina andasse da lui?

— Dio buono! ma se Rina per resistere alla tentazione avesse voluto andarsene da Firenze, vi avrebbe pregato di portarla via. È partita da sè senza dirvi nulla, è segno che vuol esser libera. Non andrà dunque certo a Parigi a recitar daccapo la parte di pupilla; a meno che il Duca non facesse per lei quel che fanno le peccatrici quando sono lontane tanto dalla gioventù, quanto dal pentimento.... Povero Duca! lasciatelo in pace... Io gli scriverò.... egli al solito, rimarrà a bocca aperta, poi si persuaderà e tutto sarà finito. Oh! faccio tardi, a rivederci alle tre.

Uscendo il Marchese udì il Conte chiudere per di dentro la porta della sua camera, donde non si mosse che quattro ore dopo; ciò che facesse o pensasse in quel tempo, nessuno lo ha mai potuto sapere.

Il Marchese trovò il segretario del Conte nell’anticamera.

— Oh! signor Luigi.

— Ai suoi comandi, signor Marchese.

— Giusto lei... venga un po’ con me.

[132]

— Ma il signor Conte....

— Non vuol nessuno per ora; ad ogni modo potrà dirgli che è stato meco.

— Eccomi.

Scesero le scale in silenzio; quando ebbero oltrepassato il portone, il Marchese prese per la mano il segretario e, con quella cera di benevola protezione che i gentiluomini dell’antica stampa sanno pigliare a tempo opportuno, gli disse:

— Senta, signor Luigi; io ho conosciuto suo padre e conosco lei; perle d’uomini tutti e due; l’onestà discende per li rami in casa sua. Mi dia la sua parola che farà e non dirà ciò che sto per ordinarle.

— Mi fa un onore che so di meritare, signor Marchese; può fidarsi.

— È detto dunque. — E gli strinse la mano. — La signora è partita.

Il signor Luigi impallidì e guardò il Marchese con un occhio, il cui languore esprimeva ad un tempo la meraviglia e lo spavento.

— La Signora!...

— È partita... oh!... signor Luigi, non caschi dalle nuvole; son cose umane. Il Conte non deve sapere dov’è, ma, in confidenza, è a Pisa all’albergo delle Tre donzelle. Io dovrei andare a vederla; ma s’immagini se io vado a Pisa... ci passerò l’inverno quando avrò male ai polmoni. E poi non voglio commozioni. Dunque le darò una lettera, la rimetterà in proprie mani alla Contessa da parte mia, aspetterà la risposta e ripartirà. Ha capito?.... Ohè! signor Luigi... che cos’ha?

— Oggi non mi sento bene; lo sa, ho una salute così capricciosa...

[133]

— Dunque non può?...

Il signor Luigi, che aveva tremato sino allora come preso dalla febbre, si scosse, guardò il Marchese e rispose:

— Posso sempre quel che voglio, signor Marchese, e voglio sempre far ciò che Ella mi comanda.

— Comanda? Domanda, dica, domanda come un vero servizio.

— Grazie. Sarà fatto.

— Venga a casa; le darò la lettera; potrà partire colla corsa del tocco. Non più tardi, mi raccomando.

— Stia sicuro.

Pare che il signor Luigi si vantasse, asseverando di poter sempre fare ciò che voleva. Fatto sta che aveva promesso di partire al tocco; ma quando uscì di casa Varalli, si mise a girare per tutte le strade, tranne per quella che conduceva alla stazione e quando vi arrivò credendo che fosse il tocco a mala pena, erano le quattro sonate.

Alle cinque, mentre egli partiva per Pisa, il Conte di San Vittore se ne andava alle Poggiola. Il signor Luigi tornò a Firenze il giorno dopo; il Conte mai più.

XIII.

Chi ha ragione, Esiodo che saluta Amore architetto dell’universo o Bacone che lo paventa perturbatore del mondo? È egli vero che

“Amor è quel che ’l core a valor chiama„

[134]

come affermava sei secoli fa in uno de’ più brutti versi che sieno stati scritti, messer Caccia da Castello, o vero invece che “amore è odio, gemiti, grida, onta, dolore, ferro, lacrime, sangue, cadaveri, ossami, rimorsi„ come, tra le mattìe della gazzarra romantica, bandiva Pietro Borel il licantropo? Questioni inutili; quando si dice amore si accenna ad un sentimento, la cui natura muta secondo la diversa natura di coloro che lo provano; innamorati Catullo e il Leopardi, il Petrarca ed il Byron. Mi ricordo d’una povera ragazza, figliuola di uno speziale di campagna, la quale mi aveva scelto per confidente; doveva sposare un giovanotto del paese e i suoi pensieri di tutti i giorni erano la casa, la biancheria, la batteria da cucina, la lana, l’armadio: col suo damo parlava di queste e di poche altre cose. Una signora che sapeva a mente tutto il De Musset, e che era a parte anche lei di quelle confidenze, mi diceva:

— Eppure quella ragazza crede d’amare sul serio! Povera Elisa!

Povera davvero; il suo damo la lasciò ed ella s’avvelenò coll’atropina.

Rina aveva carezzato l’amore nei sogni di giovinetta, l’aveva indarno aspettato nelle solitudini di sposa; prima e poi la sua fantasia s’era serbata vergine, e le duravano tuttavia immacolate nell’anima la speranza e la fede. La condizione impostale dal marito le parve dunque molto facile a osservare. Non voleva che ella stesse a Firenze; per che farci a Firenze? Se le fosse stato ingiunto di domiciliarsi a Calcutta, Rina avrebbe obbedito senza rammarico. Il paese prediletto, [135] veramente suo, era quello dove Federigo dimorava con lei; di là da quel paese il deserto. Non c’era che un uomo a questo mondo: Federigo; un intento alla vita: amarlo. Pronta, dunque ad obbedire in questo alla volontà del Conte, si rallegrò molto quando Federigo le propose di passare la primavera e l’estate in campagna.

Sola con lui, senza disturbi.... Ma era questo il suo sogno, povera donna, e diveniva realtà! il suo sublime egoismo stava per esser soddisfatto.

E pochi giorni dopo la visita del signor Luigi, Rina e Federigo partivano per la Val di Nievole.

Tradizioni domestiche, dimore grate, reverenza di sepolcri troppo presto dischiusi, amicizie numerose e dilette, memorie della adolescenza ignara e della giovinezza felice mi fanno cara la Val di Nievole sopra ogni altra regione d’Italia; pur s’io la miro bellissima non credo sia quello inganno di occhi amorosi. Ne’ monti che la chiudono è una armoniosa varietà di tinte e di linee, sulle quali e lo sguardo e l’animo si riposano insieme. Dai vertici che si colorano nel cupo delle querci si stacca per le falde l’allegro verde de’ castagni, e la infima costa ricca dei prosperi ulivi, cinge di una glauca ghirlanda i fertili terreni della pianura. La Nievole ora torrente, ora ruscello corre in mezzo alla valle tra gli argini ombreggiati dai pioppi e dai canneti. Lungo tutto il piano, da Serravalle a Collodi qua paeselli nuovi, là rôcche antiche, testimoni delle lotte civili, ruderi scampati alle ingiurie del tempo e degli uomini. Ne’ villaggi, quivi come dappertutto, poca la gente ammodo, molta la plebe curiosa, fastidiosa, piccosa, irosa, oziosa, [136] viziosa, invidiosa, velenosa; ma da’ colli, dal piano, vola un’aura di prosperità e di pace. Il popolo della campagna, tutto dedito all’agricoltura, lavora e canta; canta quelle canzoni che solo sa comporre nella più melodica lingua del mondo; popolo di agricoltori e di poeti accoglie inconsapevole nell’animo i godimenti che la natura gli offre, e li trasfonde e ritrae spontaneo negli umili ritmi stupendi. In un angolo della valle, l’immenso piano del padule di Fucecchio interrotto da canali malagevoli, avvolto da nebbie basse, rade. Fra quelle nebbie, a dispetto dei bonificatori importuni, vivono famiglie d’atleti; cacciatori e pescatori, eroi della miseria che aspettano il loro Plutarco. O valle benedetta, amore della mia gioventù, desiderio dell’età virile, invocato asilo della stanca vecchiezza, serba insieme con il ricordo del figliuolo lontano, i sorrisi del cielo benigno, i tesori della terra feconda.

Rina non aveva predilezione alcuna per la Val di Nievole; non c’era mai stata; ma quando, affacciandosi a una villetta in collina, tra Serravalle e Monte Catini, mirò tutta la splendida varietà dello spettacolo che aveva dinanzi agli occhi, pianse di tenerezza e di gioia e desiderò di morire là giovane e bella, per morir degna, come viveva, dell’amore del suo Federigo.

E Federigo?

Provò le medesime sensazioni anche lui; ma la vita gli pareva quel giorno così lieta e desiderabile, che a morire non ci pensò.

Rina, che viveva in un affetto solo, che aveva posto vita e mondo, anima e intelletto, desideri [137] e speranze, tutto in Federigo, poteva e sapeva riunire i due estremi del cerchio fatale e illuminarli con la luce del suo amore sublime; Federigo voleva vivere; più forte di ogni altro gli batteva nel cuore il palpito della gioventù. Amava Rina bensì: anzi giurava a sè ed a lei che l’avrebbe amata eternamente. Eternamente!... intercalare d’innamorati che i re dell’Egitto non osarono incidere sulla cima delle piramidi.

Non mi provo nemmeno a descrivere la letizia di quei due innamorati. La felicità, fu già osservato, è così rara che l’uomo per descriverla, ha inventato poche parole soltanto; laddove i contrassegni dell’idea del dolore occupano parecchie colonne nei vocabolari di tutte le lingue del mondo. Federigo e Rina lontani dal mondo, si ridicevano ogni giorno le stesse cose, ogni giorno le ascoltavano collo stesso piacere. Erano allegri? Godevano apertamente della loro allegrezza; veniva l’ora della malinconia? Piangevano insieme. Di che piangevano? Di nulla. Che trovavano nel pianto? Tutto. Federigo avviava sempre il discorso parlando delle memorie di Rina, delle sue consuetudini, dei suoi desiderii; l’istinto gl’insegnava che per arrivare al cuore di una donna bisogna discorrere non di sè, ma di lei.

Il Duca Esmeraldi, sebbene possedesse ville e poderi, non poteva soffrire la campagna e non aveva condotto quasi mai la pupilla fuori di Firenze; alle Poggiola sappiamo che vita menasse Rina, con che animo ci stesse. La vita dei campi era dunque per lei una cosa nuova; e difatti correva, batteva le mani, si stupiva di ogni cosa con [138] ingenuità infantile; sorrideva ai fiori ed al sole, alle lucciole che brillavano tra le siepi, alle stelle che scintillavano nel cielo.

Ignorava i nomi di ogni pianta e di ogni albero; smaniosa di impararli presto si confondeva in guisa da far venire i bordoni a un orticultore; appena si fu raccapezzata, cominciò a scherzare sulla passata ignoranza e a dare lezioni di botanica a Federigo.

Un giorno passeggiando nell’orto della villetta colse un fiore di margherita.

— Lo sai che cosa è questa, Federigo?

— Dio mio! è vero che non ho studiato scienze naturali, ma fin qui ci arrivo anch’io. È una margherita.

— No.

— È vero, come è vero che tu sei bella.

E, perchè Rina non dubitasse, confortò la comparazione di un lungo bacio.

— Andiamo, Federigo.... se ci vedessero....

— E poi?

— E poi così non si ragiona. Questa è una margherita, grazie, tutti lo sanno; ma è anche un’altra cosa.

— Che cosa?

— È un’indovina.

— E che cosa indovina?...

— Ora sentirai. Il m’aime, un peu....

— No, Rina, lascia andare. Che bell’abilità! Senti, se dice di sì indovina quello che sai; se dice di no, si fa canzonare.

Il m’aime, un peu....

— Andiamo via, Rina, sei pur bimba qualche volta.

[139]

— Ma, Federigo, mi pigli per così stupida da credere a queste scioccherie?

— Ma perchè le fai?

— Ma lasciami fare....

— No, ho detto di no....

— Ti prego, Federigo, sii buono... lasciami fare; tanto deve dir di sì, se è indovina, non è vero?

— Ma... crederei.

E Rina sfogliò sorridendo la margherita sino alla fine. L’oracolo risposo point du tout.

Rina trattenne nelle mani il fiore spogliato dei suoi poveri petali; lo guardò, lo riguardò, poi lo lasciò cadere in terra e dette in uno scoppio di pianto.

— Ma, Rina, è possibile che tu pianga per queste cose? Ma via, son fanciullaggini; lo hai pur detto tu che sono scioccherie.

— Sì, sì... lo so... ma intanto... È la prima volta che lo faccio, sai?

— Pare incredibile! hai tanto ingegno, e delle volte ti pigliano certi pregiudizi....

Federigo si dimostrava, qual era, molto giovane. È lecito non credere a Dio; ma come non metter fede ne’ tavolini che girano, ne’ malefizi del sale versato sulla tovaglia e ne’ vaticinii di una margherita?

— Sì... e se fosse vero? — domandò Rina rasserenandosi.

— Se fosse vero, la margherita avrebbe ragione, ma siccome non è.... Vedi, Rina, dicono che la natura ha fatto tutto bene.... io ci ho i miei dubbi.

— Perchè?

— Perchè avrebbe dovuto dare a quel fiore una foglia di meno....

[140]

— E allora avrebbe risposto?...

Passionnement — conchiuse Federigo, e per non far la conchiusione diversa dalle premesse attirò Rina tra le braccia e le coprì la fronte di baci.

E Rina svincolandosi da lui:

— Me l’ha fatto proprio per dispetto!

— O per vendetta, — soggiunse Federigo raccogliendo il fiore, e mostrandolo mal ridotto come era: — Sfido! L’hai rovinato così.

Rina sorrise; prese la mano di Federigo, gliela strinse forte e così uniti andarono a correre per i campi.

Era di primavera; intorno a que’ due amanti gioiva l’imene universale, quell’amore salutavano per la terra e per l’aria altri amori d’insetti e d’uccelli. Da ogni fronda s’ergeva un cantico, ogni filo di erba era un letto nuziale.

················

La sera Rina sonava un po’ sopra un vecchio pianoforte; una mazurka dello Chopin, studiata da lei per la prima volta il giorno che s’imbattè al Poggio in Federigo, poneva fine tutte le sere all’accademia.

— È il nostro inno reale! — diceva Rina sorridendo.

Cessata la musica, veniva l’ora della poesia. Federigo leggeva a voce alta qualche squarcio del Leopardi, dello Shelley, del De Musset; Rina (guardate un po’ che gusti!) sarebbe stata più volentieri a sentire i versi di Federigo, ma egli non ne scriveva più; capiva che la sua musa era debole, nè le era consentito levarsi all’altezza di quell’amore.

[141]

La posta arrivava tutte le mattine, ma i giornali, stretti ancora nelle loro fasce inviolate, s’accatastavano sui tavolini; le lettere degli amici di Federigo giacevano dimenticate per più giorni nelle tasche del suo vestito; stando alle apparenze, non ve n’era nessuna che meritasse risposta.

Quando, sulla metà d’agosto, s’aprì la caccia, Federigo mostrò desiderio di andare in cerca di quaglie. Se ne discorse molto tempo innanzi; Rina era restìa a concedere il permesso, ma Federigo persisteva.

— M’alzerò pianino pianino, — diceva, — che non mi sentirai neppure. Uscirò alle quattro per tornare alle nove; tornerò che tu, poltrona, dormirai ancora e ti sveglierò con un bacio. Toglierò un po’ di tempo al sonno, a te neanche un minuto.

E fu fissato che Federigo andrebbe a caccia la mattina dopo; ma Rina, che dormiva del sonno leggiero di chi vuole svegliarsi, udì Federigo fare i preparativi per la partenza.

— Dunque vai proprio? — domandò a lui che la credeva addormentata.

— Vedi, m’avevi promesso di non svegliarti.

— Come si fa, Dio mio? È la prima volta che mi lasci sola....

— Senti, Rina mia, veggo che ti dispiace e rimango.

— Ma perchè deve dispiacere a me di vederti andar via e non a te di lasciarmi?

— Ma se ti dico che non vado. — E si affrettò a deporre gli oggetti che teneva fra mano.

— No, no, Federigo, voglio che tu vada. Perchè non ti devi divertire?... No.... No... sono una sciocca.

[142]

— Dunque andrò.

— Sì, ma ancora no.... resta un altro pochino con me, Federigo mio.

Due ore dopo, erano lo sei della mattina, Federigo uscì, lasciando Rina appisolata. Passando dalla porta di casa sentiva qualche cosa di nuovo, di straordinario moverglisi nell’animo; da quattro mesi non aveva lasciato sola Rina neanche per un’ora; allontanandosi da lei per la prima volta, se ne angustiava come di un rimorso. Girò intorno casa, le quaglie gli frullarono davanti, rumorose come al solito; non se ne accorse neppure. Alle sette, senza essersi macchiato di alcun omicidio, senza aver nemmeno scaricato lo schioppo, era daccapo sulla porta della villetta.

Salì le scale pian piano pensando tra sè: — Le ho detto che sarei tornato alle nove e sono appena le sette! Chi sa che sorpresa svegliandosi! — Entrò in camera con tutte le precauzioni per non destarla ad un tratto. Rina s’era alzata, vestita, e, rannicchiata sopra una poltrona in un angolo della stanza, piangeva aspettandolo.

Le imposte erano chiuse, sopra un tavolino filava dimenticato il lume da notte.

Quando Rina vide Federigo cacciò un grido, un di quei gridi che valgono molte parole e gli si gettò al collo. Egli le rispose con un bacio; le sorrise come un uomo che ha sollevato l’animo da un gran peso, poi corse ad aprire le finestre; e insieme con l’aria profumata della mattina, rientrarono nella stanza la poesia e la luce.

[143]

XIV.

Uno de’ primi giorni di ottobre, sul tramonto, Rina e Federigo giravano al solito per la collina; si destò un venticello freddo, poi cominciò a venir giù un’acquerugiola fina e ghiacciata. Per quanto cercassero di far presto, quando tornarono a casa, erano fradici mézzi. Rina ammalò, e dovè stare a letto per otto giorni; la colse una febbre così violenta, che ne uscì estenuata come da una malattia gravissima. Federigo passò tutta la settimana al letto dell’ammalata; non chiuse occhio per sei lunghe notti; qualche volta si sentiva venir la cascaggine e sul fare del giorno un freddo pungente gli entrava nell’ossa. Gli veniva voglia di moversi, ma, per non svegliare Rina, rimaneva inchiodato sulla poltrona combattendo freddo e cascaggine con l’unica forza che avesse: la volontà. La gioventù gli era a carico; all’età di Federigo il sonno è, secondo i casi, un amico fedele, o un poderoso nemico.

Rina, uscita di febbre, volle che Federigo se ne andasse a respirare le aure fresche di un bel giorno di ottobre, sui poggi dove erano stati tante volte insieme. Federigo obbedì. Nel lasciare la sua bella convalescente, le si accostò per darle un bacio; appena ebbe posate le labbra su quelle di lei, si ritrasse; aveva sentito l’alito dell’inferma.

Uscito, Federigo si trattenne lungamente a passeggiare su pei colli che sorgevano a ponente della villetta; Rina, con l’acume della donna innamorata, [144] notò due cose: la prolungata assenza di Federigo, la sua negligenza.

Egli infatti dimenticò, tornando, di darle la buona sera, secondo era solito, con un altro bacio.

I giorni seguenti uscì daccapo e non ritornò dai campi più sollecito o più affettuoso. Nell’animo di Federigo il bisogno di star sempre presso Rina andava estinguendosi; egli stesso se ne meravigliava, ma pur meravigliandone, non provava, per quel fatto psicologico, rammarico veruno.

La sera aspettava con ansietà la posta, leggeva con diligenza i giornali, con diletto le lettere degli amici e rispondeva subito.

— Federigo, sei stato fuori tutto il giorno, hai letto i giornali, sta’ un po’ con me; risponderai domani.

— Rina mia, è impossibile. Come si fa? Devo scrivere per un affare importante e se tardassi nascerebbero guai.

Un’altra volta, Federigo levandosi di buon mattino disse a Rina che andava a Pistoia.

— A che fare?

— Ho bisogno di veder uno, ma mi trattengo poco. A mezzo giorno sono a casa.

— Perchè non condurci anche me?

— Che vuoi venire a fare? Con questo fango... e poi, Dio mio! è una città così noiosa....

— E allora.... allora va’ solo, ma torna presto.

— A mezzogiorno.

Mezzogiorno passò, venne la sera e Federigo non ritornò. Alle otto, quando già da un pezzo Rina si torturava con timori crudeli, il postino le portò una lettera; era questa:

[145]

Rina mia, non posso tornare; ho da fare in serata. Che noia! Scrivo in fretta da un caffè. Ti mando un bacio; sii buona.

FEDERIGO.

Rina lesse con un’occhiata tutta la lettera e sentì come una mano gelata posarlesi grave sul cuore. Era la prima volta che Federigo passava la sera fuori di casa, era la prima volta che mancava ad una promessa.

Si provò a scusarlo; e sebbene ferma nel credere che le dicesse il vero, la conchiusione delle sue meditazioni su quel fatto così semplice ma così solenne per lei fu che egli doveva tornare, magari anche a mezzanotte, ma tornare. Questo lo dicevano la ragione ed il cuore; per uno sforzo di volontà poi, col quale si studiava di trovare in fallo piuttosto sè che Federigo, arrivò a persuadersi che ella era troppo esigente e che non si poteva pretendere un uomo facesse a mezzanotte tre miglia di strada, mentre pioveva a dirotto. E si acquetò in quest’idea per un momento; poi riflettendo disse fra sè:

— Eppure un mese fa sarebbe tornato!

Da quella sera angosciosa, da quella notte insonne, Rina non fece che studiare ogni moto, ogni parola di Federigo.

Quando le parlava la sua parola era più calda, meno affettuosa; tutti gli atti di lui più riguardosi forse, meno spontanei. E Rina piangeva, ma in segreto perchè sperava ancora; assisteva all’agonia della sua felicità e pur si sforzava di non credere alla morte.

Le donne, non mi ricordo più chi l’abbia dotto [146] ma ha detto bene, specie le donne di una certa età, sono deboli e credule come i popoli; per condurseli dietro e questi e quelle basta un sofisma messo innanzi con garbo. Vi fu un momento in cui Rina si lasciò vincere dai sofismi di Federigo; ed egli che la vedeva tanto soffrire ebbe per lei la postuma compassione dell’amante; rialzò con mano amica quella povera donna curvata sotto il peso di un grande dolore, le nascose la noia sotto un sorriso, e nei simulati ardori di un baciò dimoiò il ghiaccio dell’anima sua.

Una volta, per tutta una giornata Federigo non si mosse di casa, passò la sera accanto a Rina, con la testa reclinata sulla spalla di lei; ella lo accarezzava, Federigo piangeva. — Sinceramente? — Sì. Di che? Non lo so. Forse ella gli destava un vago senso di pietà e lo movevano a piangere un po’ lo stato di lei, un po’ la immatura morte di un amore che lo avea fatto contento.

E Rina, non peranche ammaestrata intorno al casi della vita, si ostinava nel proseguire i sogni, che oramai volavano per un cielo diverso; diceva a sè stessa che ove Federigo potesse serbare per lei la tenerezza di un fratello, ella avrebbe trovato in sè tanta forza da obliare la felicità perduta. Così i pallidi raggi della speranza illuminavano ancora il suo cuore; poi venne il crepuscolo del dubbio, poi le tenebre della certezza. Bisognava rassegnarsi, ma Rina ebbe un bel tentare, l’affetto vinse la ragione e il dolore la volontà. Un giorno ella si lagnò apertamente come chi di lagnarsi ha diritto; e Federigo straziò quel cuore già tanto piagato con queste parole:

[147]

— Rina, mi hai seccato!

Rina aspettò che Federigo fosse uscito ed uscì anche lei, per non tornare più.

Perchè l’amore vive di tutto e muore di nulla. Le donne sono, checchè se ne pensi, più costanti degli uomini. L’uomo è fatto così: vorrebbe vedere la donna nelle sfere degli angeli e pone ogni studio per trarla con sè nei gorghi umani del senso; poi se ne duole e si rammarica che l’angelo non ha più le ali che egli stesso ha recise. L’angelo è caduto; va bene che è caduto nelle nostre braccia, ma intanto cammina sulla terra accanto a noi; e viene il giorno in cui ogni lieve imperfezione dà noia. Un amico mio, che aveva amato molto una ragazza, l’abbandonò poi perchè la vide un giorno con gli stivalini spaccati. L’amore dura meno in coloro che lo sentono più ardente e profondo; tutti gli entusiasti sono incostanti; consumano, per così dire, in un giorno le commozioni di un anno, suggono la vita come il ferro rovente la gocciola d’acqua; e ciò spiega il continuo mutare d’affetti che si rimprovera ad alcuni fra gli artisti più grandi.

Federigo non era davvero un grande artista; ma poichè non poteva animare come Pigmalione la statua, oggetto dei suoi sogni e dell’amor suo, spezzava quelle che non raggiungevano la purezza e la perfezione dell’ideale vagheggiato.

Per questo, a coloro i quali sanno adattarsi alla realtà della vita, l’amore è riposo, sventura agli altri che sognano una vita e un mondo diversi. I sogni non si verificano mai; quando uno ha ottenuto l’amore agognato come il colmo della felicità, è contento, ma non come aveva sperato.

[148]

L’amore è un desiderio; appagato si estingue.

E si muta, dicono, in amicizia. Non è vero. Io non so in che modo il Rivarol, che pure leggeva nel cuore umano come in un libro, abbia potuto scrivere all’amante: “È tempo di edificare il tempio dell’amicizia.„ La risposta della sua bella gli provò che le donne intorno a certi argomenti ne sanno più di qualunque filosofo. Ella gli rispose difatti: “non si edifica sulle ceneri.„

XV.

Federigo, finchè Rina rimase con lui, ebbe per incomportabile quel vincolo, e perchè non era più innamorato lui s’adirava che l’altra si ostinasse a volergli bene. “Che diavolo! Se avesse voluto legarsi per sempre, meglio pigliar moglie e farla finita; poi, si sa, tutto passa a questo mondo; se non lasciava sarebbe lasciato. Ora c’era di mezzo l’amor proprio, ma fra qualche mese anche Rina si sarebbe consolata, come tutti si consolano di un affetto perduto o d’un’illusione dileguata.„

Eppure quando fu solo, solo in quella villa deserta, quando rivide il letto di Rina, la sedia rustica su cui ella soleva riposarsi in giardino, il pianoforte tuttavia aperto si sentì come un gruppo alla gola e pianse. Di che? O non aveva fatto di tutto per rimaner solo? Si provò a dormire e si svegliò più volte in sussulto. Il giorno dopo si propose di andare a Pistoia per distrarsi ma non ne fece nulla. Gli pareva tutti dovessero domandargli [149] di Rina, tutti rimproverarlo del suo contegno verso di lei; e andò invece a Firenze con l’intenzione di cercare un amico con cui sfogarsi, o una stanza che non chiudesse, come la villetta della Val di Nievole, tanta malinconia di memorie; una stanza ove stare solo a pensare, e.... a cercare modo di richiamare Rina? No; questo pensiero non gli venne neppure.

Andò per pochi giorni, vi si trattenne un mese; nel frattempo gli amici suoi gli proposero una gita a Milano. Accettò; e si ricordò allora, dopo molti giorni di oblìo, che prima di partire bisognava tornarsene alla villa. Vi tornò infatti tranquillo, molto diverso da quello che era partito.

Nel fare i bauli gli occorse aprire uno dei cassetti della scrivania. V’era dentro tutto il museo archeologico dell’amore; ciocche di capelli, fiori, guanti, chiusi in tante buste, sopra ognuna delle quali era diligentemente scritta una data. I fiori avevano perduto il profumo e il colore, le date il significato. Federigo ne lesse due o tre sbadatamente, frugò invano nei ripostigli della memoria, poi gettò tutti quei poveri monumenti del proprio e dell’altrui affetto, sul fuoco.

Da ultimo, gli capitò un fazzoletto che aveva preso a Rina il giorno nel quale s’erano parlati al Camposanto degl’Inglesi. Lo avvolse e lo pose nella valigia. Non come il superstite che custodisce religiosamente il ricordo del morto, ma come il soldato che appende alle pareti della sua sala un brano della bandiera strappata al nemico.

Rina soffriva intanto crudelissime pene; soffriva come chi, guardando al passato, dice: — Ahimè [150] fosti pur breve! — e all’avvenire: — quanto sei lungo!

Ella se ne stava chiusa in una locanda a Firenze, ov’era giunta di sera, aspettando che il cuore o la mente le suggerissero il da farsi.

L’inverno s’approssimava, ed ella passava le intiere giornate accanto al fuoco, attizzandolo senza tregua. Nonostante le fiamme che uscivano dal camino, e il calore tropicale della stanza, sentiva freddo; si ricordava quel giorno d’autunno quando sulla collina solitaria, presso alla villetta di Val di Nievole, la brezza ghiacciata dopo il tramonto del sole aveva soffiato sopra di lei. — Ah! pur troppo il sole è tramontato! — diceva tra sè.

Una sera volle scrivere a Federigo, e scrisse, infatti, una lettera da far piangere i sassi. Voi lo sapete come scrivono queste povere donne abbandonate, quando intingono la penna nelle loro lacrime! Fu lì lì per mandare la lettera; poi impose silenzio al cuore e la stracciò.

Rina, cresciuta tra il volterianismo del duca Esmeraldi, il puritanismo anglicano della sua governante e le puerili superstizioni del convento, non aveva per sè i conforti della fede cristiana; sebbene ella non sapesse ancora che cosa credere, sentiva che lo zio, la governante e le monache avevano tutti torto. Ma negare non consola; credere sì, perchè equivale a sperare. La più bella e più durevole delle mitologie ha un farmaco per ogni dolore, un balsamo per ogni ferita, perchè facendo cominciare la vita vera dell’uomo, non alla nascita ma alla morte, lo sovviene in ogni tempo di conforti ineffabili e di speranze immortali.

[151]

Alla povera abbandonata era dunque amara quella solitudine che si era imposta; e cercava la via di uscire quando seppe che ad una compagna di collegio, allora dimorante a Bologna, era morto in que’ giorni il marito, maggiore di cavalleria. Pensò andare da lei e le scrisse. N’ebbe la risposta che si può imaginare; la vedova era in uno stato da far pietà, l’aspettava a braccia aperte.

E Rina andò a Bologna.

Quei giorni di confidenze aperte, di mutui conforti, di memorie evocate insieme, furono dei meno tristi fra quanti ne passò Rina dopo l’abbandono di Federigo. Le era lecito piangere e non sola; narrare tutto era uno sfogo, udire il racconto delle pene dell’amica, confortarla era una buona azione.

Ma quel tempo passò presto. In capo a qualche mese gli ufficiali del reggimento si presentarono alla vedova del loro commilitone, cercando con tutti i mezzi di distrarla. Il comandante, forse per dare il buon esempio, fu più sollecito e più assiduo di ogni altro nel compiere quest’opera di misericordia. Così, a poco a poco, di quelle due donne infelici, ambedue apparentemente inconsolabili, una si consolò. Frequentando gli ufficiali, la vedova del Maggiore si fece naturalmente desiderosa di promozioni e sposò il Colonnello. E Rina imparò che era meno doloroso piangere un morto, che portare il bruno d’un vivo!

Povera rondine, che il gelo cacciava da ogni dove, ella lasciò l’amica sua alle pallide commozioni delle seconde nozze e partì per Milano. Aveva saputo che Federigo era là e le pareva che il solo [152] balsamo alla propria ferita fosse la possibilità di vederlo ogni tanto, e il sapere che vivevano insieme tra la stessa cinta di mura, sotto un medesimo cielo!

Rina aveva giurato a sè medesima di non cercare Federigo; vederlo qualche volta a caso e senza che egli se ne accorgesse, perchè non gli venisse voglia di fuggire, era il solo suo desiderio e le pareva potesse facilmente appagarsi. Dapprima il giuramento fu scrupolosamente osservato, ma poi....

Da quindici giorni ella era arrivata a Milano e Federigo non l’aveva veduto ancora. Un lunedì, verso le tre, all’ora della passeggiata, si vestì con la solita semplicità elegante, calò un velo sugli occhi e s’avviò verso il Corso Vittorio.

E quel giorno e molti altri successivi, il giudizio e la passione disputarono così nella mente di Rina:

— Usciamo? — diceva il giudizio. — Che andiamo a fare con questo freddo? È egli tempo questo da andare a zonzo per la città?

— Pare che sia freddo, ma è forse più in casa che fuori — soggiungeva la passione. — E poi il moto riscalda. Io non ho freddo, io.

— E dove andiamo?

— Ma... per il Corso....

— Andiamo piuttosto sui bastioni, se proprio usoiamo per far del moto.

— Tu le consigli d’uscire, o mia perpetua nemica, — conchiudeva il giudizio — per il gusto di farle violare una promessa fatta a me; noi usciamo col solo fine di cercare Federigo....

— E sia; ma in fondo, poi, qual è il tenore della promessa? Staremo a Milano senza cercarlo, paghi [153] di vederlo qualche volta alla sfuggita e di vivere nella stessa città. Se non usciamo e se non andiamo nei luoghi più popolosi, rischiamo di non vederlo mai; e importa vederlo, non foss’altro per accertarsi che egli è ancora qui....

— Rina, Rina, non dar retta ai sofismi di costei; se tu mi avessi sempre ascoltato, quanti dolori ti saresti risparmiati!

— Rina, Rina non badare a quel pedante; senza di me, avresti tu provato tante gioie? E i tuoi giorni beati li devi tu forse a costui?

— Torna a casa, Rina....

— Va’, cercalo... che male c’è? Sarai in tempo a fuggirlo.

— No; vistolo, lo seguirai.... Pensaci, Rina... io ti preparo molti anni di quiete....

— E io ti preparo chi sa? forse un altro giorno d’amore!....

Un altro giorno d’amore! Il giudizio, da quella persona assennata che era, dopo questa vaga promessa giudicò inutile ogni altra parola e, sentendosi vinto, lasciò a sè medesima Rina, la quale senza più alcun ritegno si mise a girare per Milano con la ferma intenzione di cercare e trovare. Quando la passione ha debellato il giudizio, non solamente compie i suoi propositi, ma ha anche l’audacia di confessarli.

Quel giorno non lo trovò. Passeggiando per il Corso le parve invece di vedere una sua antica conoscenza, il signor Luigi; o almeno qualcheduno che gli somigliava, come si somigliano tra loro due gocciole d’acqua. Rina ne fu meravigliata; e si fermò presso la vetrina di una bottega, per [154] aver modo di osservare quell’uomo e sincerarsi. A un tratto l’altro, volgendosi, vide Rina. Si guardarono. L’una si mosse e proseguì il suo cammino. L’altro rimase immobile nel mezzo della strada; sordo alla voce del conduttore, poco mancò non rimanesse sotto ad un omnibus che passava in quel punto.

— Non mi saluta, non è lui, — disse Rina. — Che singolare rassomiglianza!

E non ci pensò più.

Ma nè quel giorno, nè i seguenti, fu così fortunata da rinvenire colui del quale andava in traccia. E così ciò che il giudizio non aveva potuto ottenere, ottennero il dispetto e lo sconforto. Rina per un pezzo non uscì più di casa.

Una sera, verso la fine del carnevale, se ne stava sola presso il caminetto, seguendo col pensiero cento imagini dolorose; per la strada era un viavai di carrozze, di maschere, un frastono da non si ridire. Non c’è per la gente che soffre cosa più spiacente della allegria clamorosa degli altri. E Rina disturbata in quel suo sconsolato e pur dolce abbandono, s’alzò per uscire. Le pareva che in mezzo alla folla, al chiasso si sarebbe divagata; ed uscì difatti, nonostante la sua cameriera le facesse presente che l’ora era tarda e non le conveniva andar sola per le vie della città, così popolate in quella sera.

A chi consiglia non gli duole il capo, insegna il proverbio. Così anche le cameriere, se hanno la testa a segno e il cuore libero, danno lezioni di convenienza; ma anche le signore se ne dimenticano, quando il cuore batte più forte e la testa ragiona più debole.

[155]

La serata era scura e freddissima; ma la gente pareva non si sgomentasse nè del bujo, nè del gelo. I perpetui convalescenti, che ai primi freddi dell’autunno s’erano chiusi in casa paurosi delle polmoniti, quella sera, nel cuor dell’inverno, giravano per Milano sfidando i rigori della stagione; i cittadini precisi che hanno la consuetudine di spazzolare diligentemente i vestiti e lisciare e lustrare il cappello ogni volta che ritornano a casa, permettevano quella sera che gente ignota, nascosto il viso sotto una maschera di carta pesta, sporcasse loro il pastrano e ammaccasse il cilindro. E la cosa si spiega. Dio buono!... era di carnevale e bisognava divertirsi; se l’uomo non si diverte dalla Epifania alle Ceneri, quando mai si divertirà?

Queste considerazioni Rina non le faceva; poichè era stata costretta a togliersi alla quiete del suo salottino, si svagava tra quel frastono; un tale svago forzato era anch’esso, forse, un tormento; ma così nell’ordine fisico, come nel morale qualche volta l’accrescimento del dolore dà refrigeri momentanei. Rina dunque andava di qua e di là, per questa o per quella via; camminava con passo rapidissimo, dirigendosi non sapeva neppur lei dove, e non avendo che un solo fine: sbalordirsi.

Finalmente seguendo sempre, senza avvedersene, i passi altrui, e andando dove la maggior parte della gente andava, si trovò in una piazzetta. A un lato della medesima si alzava uno di quei vecchi e cupi palazzi che nelle città medievali stanno fra le casupole moderne come Sansone in uno spedale di tisici; le finestre inferiori del palazzo, che corrispondevano al piano terreno, erano [156] illuminate di fuori; innanzi alla porta ampia, avevano costrutto un padiglione posticcio, con antenne e tele di vario colore. Una lunga fila di carrozze ingombrava la piazza; ad una ad una infilavano sotto il padiglione e vi si fermavano; la gente che v’era dentro scendeva, e la carrozza, proseguendo verso un cortile interno, andava a riuscire per un altro portone, nella strada parallelamente opposta. Dentro l’atrio un nuvolo di servitori, di lacchè, di guardaportoni, dalle livree ricchissime. Ai fianchi del padiglione gran numero di popolani che sfidavano il freddo di una notte di febbraio, per levarsi il gusto di vedere i signori che andavano a divertirsi.

Spesso, quando fermata la carrozza ne discendevano una o più persone, si udiva un mormorìo confuso; era una specie di plebiscito col quale il popolo salutava la sterminata ricchezza di un uomo, o la singolare beltà di una donna; era un grido di ammirazione per le collane, per le trine, per gli smanigli, per le croci. Salutava il popolino, ammirava e invidiava; sentiva un tal quale desiderio di comunismo, che si manifestava spesso, secondo i casi e gl’individui, in un’occhiata, in un sospiro, in una bestemmia; ognuno di quelli spettatori desiderava di essere il duca tale, o il marchese tal altro, o almeno uno di quei fortunati lacchè tutti vestiti di verde e coperti d’oro da capo a piedi.

Rina, entrando nella piazzetta, dovè fermarsi ad una cantonata; andare innanzi non poteva per via delle carrozze, tornare indietro nemmeno, per via della calca che ingombrava la strada. Rimase lì [157] senza badare a ciò che avveniva intorno a lei; pallida, con gli occhi stralunati, immobile; pareva una sonnambula. E le carrozze passavano. A un tratto l’abbassarsi di uno dei cristalli laterali di un fiacre fece un po’ di fracasso. Rina si scosse e guardò; dallo sportello si affacciò la testa di un uomo che, toltasi di bocca una sigaretta, la buttò sul lastrico. Lo sportello si richiuse; la carrozza entrò sotto il padiglione.

Rina si mosse con passo rapido e procedendo con molto vigore, si cacciò tra la folla accalcata presso la porta.

In quel punto la carrozza si fermò, e l’individuo che v’era dentro discese.

Rina aveva riconosciuto Federigo.

Accade qualche volta di formare un disegno dal quale speriamo trarre molto utile e lo vagheggiamo con la fantasia nelle ore più tranquille del giorno, lo carezziamo nelle notti piacevolmente insonni; poi per un caso o per un altro ci conviene abbandonarlo e separarci da quei lusinghieri fantasmi. Qualche tempo dopo, mutate le circostanze succede altresì che ci appare tutto ad un tratto, e quando meno ce lo aspettiamo, la possibilità di condurlo ad effetto. Allora l’animo sulle prime è invaso da molti sentimenti diversi; la speranza che risorge più calda, la dubitazione di non aver fatto dapprima tutto ciò che potevamo e il dispetto di trovarci in colpa di negligenza; il timore di lasciar fuggire anche questa volta l’occasione propizia, lo stupore finalmente che la fortuna, cui siamo corsi dietro per molti mesi, ci venga ora innanzi da sè.

Questi sentimenti irruppero tutti insieme nell’animo [158] di Rina, subito che le apparve Federigo; e con tale subitanea violenza, che Rina non si accorse neppure del sogghignare della gente, meravigliata di vedere una donna di condizione civile, sola, a quell’ora, in quel luogo, con quell’aspetto; e non udì le crudeli ironie e le parole invereconde, con le quali quella stessa gente spiegava sicura un fatto che non intendeva.

Rina uscì di mezzo alla calca e si diresse a passo lento verso una cantonata dove stava ferma una vettura di piazza. Vedutala vuota vi entrò. Il cocchiere sceso da cassetta per richiudere lo sportello, e le domandò:

— Dove comanda?

— Qui.

Il cocchiere non avendo inteso bene, ripetè l’interrogazione.

— Voglio restar qui per ora; vi dirò poi....

Il cocchiere tacque; sebbene un po’ meravigliato, rimontò a cassetta e ripigliò, involto nell’ampio pastrano, il sonno interrotto.

Dalla carrozza Rina vedeva la facciata del palazzo ov’era entrato Federigo. Si era propriamente nascosta in quella carrozza col proponimento di aspettare che egli uscisse? No. Federico poteva trattenersi a lungo, uscire accompagnato dagli amici; Rina tutte queste cose le aveva pensate, e montando nella carrozza cedè a uno di quei moti naturali che ci sospingono senza che noi ci diamo la briga di spiegarli neppure. Tutti noi abbiamo passeggiato di notte sotto le persiane chiuse della nostra bella; abbiamo cantato lontani da lei la canzone che prediligeva, trovando così compagnia [159] nella solitudine, pace nella lontananza, e qualche volta conforto nell’abbandono. Perchè?

La gente andava intanto via via diradandosi; quando suonarono le due all’oriolo di una chiesa vicina non era più innanzi alla porta del palazzo anima viva. Il cocchiere dormiva sempre; Rina vegliava aspettando.

E per fortuna sua non aspettò lungamente. Fissa sempre con lo sguardo verso la porta, vide aprirsi una grande invetriata che metteva alle scale ed uscirne Federigo. Egli si fermò un po’ sotto l’androne per accendere un sigaro; poi camminando dinoccolato, lento come chi è preso dalla stanchezza o dalla noia, traversò la piazzetta; passò senza voltarsi neppure presso la carrozza e scantonò.

Rina era rimasta là col solo desiderio di vedere Federigo ancora una volta e per un momento; ma quando lo perdè di vista non ebbe più che un pensiero: seguirlo.

Uscì in fretta dalla carrozza e si diresse verso la strada nella quale egli era infilato; il cocchiere che s’era svegliato al rumore, la trattenne gridando:

— Ohè!... e io?...

Rina si fermò, trasse di tasca un biglietto e senza guardare se fosse da cinque o da cento lire lo porse al cocchiere e fuggì. Il cocchiere sbirciò alla luce del lampione il biglietto, e visto di essere pagato lautamente, tanto per rimeritare come poteva la sua benefattrice, compose le labbra a un sorriso maligno che significava:

— Ho avuto a fare con una matta o....

Povera Rina! non mi basta l’animo di scrivere tutto intero il dilemma.

[160]

Quel che le passava nell’animo mentr’ella teneva dietro a Federigo può essere indovinato, descritto no. A un tratto Federigo intonò a mezza voce la mazurka di Chopin, che ella aveva tante volte sonata nella villetta della Val di Nievole.

— Chi sa, — pensò Rina tra sè, — che egli non si ricordi dei nostri amori.

Non era molto lontana dal vero. Federigo aveva passato il carnevale in mezzo al chiasso, al rumore, agli amori facili, brevi, frequenti; si sentiva stanco di corpo e di spirito. Per questo, era uscito così per tempo dal ballo; per questo, tornando a casa, cantarellava quel delicato motivo; per questo andava pensando tra sè:

— Oh! così non si vive; bisogna o voler bene davvero o non legarsi neppure per un giorno. Oh! se Clotilde ne trovasse un altro!

Giova dire due cose: che Clotilde era una ballerina della Scala e che il voto di Federigo era già esaudito da una settimana.

Rina, la quale camminava più presto, si trovò a poco a poco presso di lui; lo raggiunse; e senza sapere nè a quale legge fatale obbedisse, nè che cosa si facesse, passò il suo braccio magro e tremante sotto il braccio del fuggiasco. Federigo si fermò e gli balenò in mente che Clotilde lo perseguitasse anche a quell’ora. Sì volse e nonostante il velo che la copriva, riconobbe subito la sua bella abbandonata.

— Tu! tu, Rina mia? tu qui.... — e le strinse forte il braccio contro il proprio petto. Rina cercò di svincolarsi.

— Tu tremi, Rina; sei tornata dunque? Oh! [161] povera piccina mia! — e le baciò, traverso il velo la fronte.

Rina si ritrasse.

— Oh! hai ragione, non son mica degno di baciarti io! Oh! sono stato cattivo, lo so.... povera bella, come sei pallida! Perchè non parli? C’è rimedio a tutto, non è vero? Vieni, vieni con me, e non ti lascierò più, più mai. Oh! Rina, perdonami. Come sei buona! Come t’ho fatto soffrire! Ma non t’ho scordata, sai?... Oh! ma vieni.... Si gela qui.

Rina non sapeva più dire una parola; l’ultima battaglia tra la ragione e la passione si combatteva forse per lei in quel momento; ma ella non ascoltava se non la voce del proprio amore, fatto più ardente, più imperioso che mai.

Quando volle rispondere a Federigo, non pronunziò che monosillabi; quando opporsi al suo desiderio di condurla seco, non trovò forza per resistergli. Un quarto d’ora dopo, ella entrava nel quartierino che Federigo abitava in prossimità dei giardini pubblici.

Sulla toilette di Federigo ov’ella posò il suo velo, stava una larga coppa di vetro di Murano; in quella coppa era il fazzoletto che egli le aveva preso quel tal giorno ed aveva conservato per caso.

— Non mi ha dimenticata, — disse Rina imprimendo su quella povera reliquia un bacio caldissimo. Guardava ancora il fazzoletto come assorta in una dolce estasi, quando fu scossa da uno schiamazzo che veniva dalla strada. Strinse con moto convulso il fazzoletto, guardò intorno a sè e fece per uscire. Federigo che era dietro l’accolse nelle sue braccia.

[162]

XVI.

Federigo fu tenero senza affettazione, passionato senza ipocrisia; durante un mese non uscì quasi mai solo, e passò i giorni interi sognando sveglio insieme con la sua bella.

Poi la primavera tornò; la campagna si coprì del verde vellutato de’ frumenti, interrotto a quando a quando dai gialli tappeti delle rape in fiore; i mandorli esalarono amare fragranze dalle loro bianche ghirlande, la viola mammola, ametista odorosa, fiorì celatamente tra l’erba. Sulle vette de’ freschi platani, e delle querci severe, tra’ longevi cipressi e le gracili acacie i fringuelli cantarono: da ogni lato s’alzarono al cielo profumi e armonie; profumi e armonie primaverili, onde lo spirito s’esalta, perchè sentiamo che v’è in noi qualcosa di così ricco e fecondo come l’olezzo degli alberi e il canto degli usignoli. Pensieri d’amore s’alzano anch’essi verso il cielo, e ci pongono negli occhi lacrime che hanno, come l’odore del biancospino, una soave amarezza.

In quei bellissimi tra i giorni dell’anno, Federigo e Rina partirono da Milano e percorsero lieti la Lomellina, il Monferrato, il Canavese; là, nell’oblio del mondo, s’amarono come angeli decaduti, ma senza timori e senza rimpianti. S’amarono più dolcemente di prima, ma più tristamente perchè si ricordavano d’essersi lasciati una volta e forse avevano il presentimento di doversi lasciare daccapo [163] e per sempre. A Torino, la mattina, s’imbarcavano sul Po e si abbandonavano mollemente ai flutti e all’amore; passavano le ore calde del mezzogiorno ora qua ora là, e la sera andavano a respirare la brezza odorosa lungo i viali dei giardini pubblici, o tra i boschetti del Valentino.

Dopo quattro mesi di quella vita piena, sicura, Rina e Federigo ritornarono a Milano. Quivi Federigo sentì rinascere nell’animo il desiderio di quei romanzi che cominciano a mezzanotte e finiscono all’alba, e ogni capitolo dei quali narra la storia di una diversa eroina. Rina, che aveva gettato in quell’anima tanti germi d’affetto, s’accorse ancora che aveva seminato nel deserto.

Federigo fu bensì con quella disgraziata meno crudele della prima volta. Le nascose co’ sorrisi e le parole affettuose la propria indifferenza; ma ahimè! era inutile; le memorie tristi parlavano, e troppo spesso, al cuore di Rina. Intese che era venuto il tempo di partire e di partire per sempre.

Una mattina, mentre Federigo dormiva ancora del suo sonno tranquillo, ella si alzò piano piano, s’accostò ad una tavola e scrisse piangendo per più di mezz’ora; ogni tanto si voltava impaurita, ma Federigo seguitava a dormire.

Quando ebbe finito di scrivere si alzò; passeggiò un po’ per la stanza, poi aprì le finestre. Sorgeva l’alba; l’azzurro del cielo era screziato di nuvole brevi, rade; dappertutto silenzio; il vento della mattina asolava fresco tra gli alberi del giardino.

— Che bel cielo! — disse Rina; e guardando Federigo: — Si sveglierà sotto un raggio di sole, [164] quando gli uccelli canteranno e il vento gli porterà fin sul letto, col canto delle lodole i profumi delle magnolie.

Ritornò verso il letto. Federigo si destò al rumore, e veduta Rina in piedi presso di sè, alzò il braccio, l’accarezzò, le sorrise; poi, voltandosi dall’altra parte, ricominciò il suo sonno.

E Rina stette lungamente a contemplarlo; fece, per così dire, provvista di ricordi, determinando bene nella mente i profili, i lineamenti, il colore, come un pittore che voglia dipingere un ritratto a memoria; poi lo baciò sulla fronte, si asciugò gli occhi ed uscì.

Quando Federigo si svegliò, non seppe darsi conto dell’assenza di Rina. Allora gli sovvenne di averla tra ’l sonno veduta girare per la stanza e balzò dal letto. Subito gli cadde sott’occhio la lettera che Rina aveva scritta per lui e per lui lasciata sul tavolino.

Era questa:


“Addio, Federigo, addio e per sempre; non t’adirare se ti lascio così. Se t’avessi detto la mia intenzione, tu m’avresti scongiurato di restar teco; e dove avrei trovato la forza per dirti di no? Restare sarebbe stata per me forse un’umiliazione, per te una sventura di certo.

“Non domandare dove vado e a che fare. Vado in qualche luogo a pensare a te. Non aver paura, non ti cercherò più; mi dimostrerei ingrata del bene che mi hai fatto, e me ne hai fatto molto, perchè m’hai insegnato quanto si possa esser felici nel mondo.

[165]

“Non posso più legarti con una catena di rose e con una di ferro non voglio. Addio, Federigo mio; ti ringrazio, ti ringrazio del tuo amore, di questi mesi così belli, così ridenti; ti ringrazio di essere stato meco così affettuoso da principio, così cortese da ultimo. Ti ricorderai qualche volta di me, della tua povera piccina, non è vero? Il giorno che ripenserai a me, il cuore me lo dirà. Lo sai per prova, il cuore mi dice tutto. Se passi dalla Val di Nievole, da’ uno sguardo a quella nostra cara villetta. Io non la vedrò più; per me è un sepolcro ed io ho paura dei morti.

“Tieni a mente, Federigo, che ti lascio senza un rimprovero; prima di lasciarti per sempre ti bacierò anoora sulla fronte come si fa ad un fratello che vada lontano. Io ho chiesto al mondo ciò che non poteva darmi, e se mi sento trista, sconsolata nel fondo dell’anima, la colpa è tutta mia. Sii felice; avrei voluto far io la felicità di tutta la tua vita; non ho potuto; perdonami.

“Addio, Federigo.... Oh! Dio mio, è proprio vero che non ci vedremo più?„

XVII.

Dicono che la scienza della vita s’impara stando tra gli uomini; ed è opinione così universalmente accolta che io non mi proverò a confutarla. Forse anche quella sentenza dice la verità, ma, per lo meno, non la dice tutta. A quella guisa che leggendo, leggendo senza mai pensare da sè, s’imparano [166] i fatti della storia, ma non le leggi che li guidano; così quando i documenti della nostra vita sieno raccolti nell’archivio della memoria, bisogna, a volerne dedurre qualche criterio, esaminarli partitamente, meditarli; lavorìo lungo, il quale non si fa che stando soli. Sotto questo aspetto la solitudine è una grande maestra.

E di ciò era prova il Conte di San Vittore. Egli non era più tornato a Firenze. Nella solitudine della sua villa delle Poggiola, aveva molto pensato, molto ricordato, molto dedotto. In diciotto mesi era divenuto un altro uomo; e se avesse potuto tornare indietro, il suo contegno verso Rina sarebbe stato diverso. Il Conte non era uomo da tollerare che altri si ridesse di lui; dopo la fuga di Rina aveva facilmente inteso che non poteva più stare a Firenze, senza andare incontro a mille guai e suscitare dispute e provocare scandali, che gli avrebbero fatto più torto che altro. Aveva preso il suo partito da uomo, senza perplessità, e da uomo aveva saputo mantenerlo, senza rammarico. E il mutamento operatosi in lui non era effetto della mancanza di compagnia o di qualsiasi desiderio non sodisfatto, ma di riflessione lunga e pacata intorno a quanto era successo. Passato l’impeto primo della collera, il Conte aveva saputo fare a ciascuno la parte che gli spettava e, caso raro, non s’era preso per sè la migliore.

Del rimanente, queste nuove idee del Conte non si distinsero, non si ordinarono se non per caso, un giorno in cui ricevè una visita inaspettata.

Quel giorno egli stava sul piazzale davanti alla villa, passeggiando e fumando; udì un chioccare [167] di frusta e un tintinnìo di sonagli. Aggrottò le ciglia e guardò verso la strada, facendo brusca cera, come se quel rumore gli annunziasse una visita e quella visita lo seccasse di molto.

— Chi è? — domandò ad alta voce; ma nessuno gli rispose per la gran ragione che non aveva nessuno intorno a sè che potesse rispondergli.

In quel punto una carrozza sboccava nell’ultima parte del viale e saliva piano piano verso la villa. Il Conte le andò incontro per vedere chi fosse il seccatore che veniva a disturbarlo; nè ebbe gran cammino da fare, perchè riconobbe subito affacciata allo sportello la testa canuta, cartilaginosa, sardonica dello zio Varalli.

Subito che la carrozza si fu fermata sul piazzale, il Conte aprì lo sportello ed offrì il braccio allo zio; ma questi, senza curarsi dell’appoggio, saltò a terra in un attimo.

— Lei qui, zio? — disse allora il Conte.

— Eh sfido! Vi ho scritto di venire a Firenze, voi non mi avete nemmeno risposto; m’è toccato a ripetere il miracolo di Maometto.

— Scusi, zio.

— Sì... e un’altra volta non lo farò più, — riprese con una spallata il Marchese.

Il Conte non rispose; salendo lo scalone che metteva nella sala terrena, fece strada allo zio il quale lo seguiva in silenzio.

Giunti che furono nella sala, il Marchese depose sul biliardo il cappello e la cappa, e volgendosi al nipote:

— Non vi dirò che l’accoglienza sia molto affettuosa.... questo no.... vi dirò, invece, che non me [168] ne ho per male; io non vengo qui come zio, ma come uomo d’affari.

— Cioè? — domandò il Conte turbato.

— Oh! Non vi mettete in apprensione.... Vi porto trecentocinquantamila lire. Le volete?

— Si spieghi, zio, la prego.

— Volete vendere il vostro palazzo?

— Il palazzo San Vittore!

— Eh! già! Se non fosse dei San Vittore non sarebbe vostro, e se non fosse vostro non potreste venderlo. Andiamo per le spiccie. Il conte Suardi di Macerata, che voi conoscete benissimo, è stato fatto senatore....

— Senatore! Come mai?

— In primo luogo ha mezzo milione d’entrata.... e questo è un gran merito, in uno Stato indebitato come il Regno d’Italia.... e poi non s’è mai occupato di nulla, e s’è acquistata la nomèa d’uomo d’ordine. Ma tutte queste cose non hanno nulla che fare col contratto che vi propongo. Veniamo al grano. Il conte Suardi, dunque, vuol sedere in Senato.... giacchè non ci può far altro; e siccome non è uomo da andar a stare a dozzina, vuol comprare un palazzo a Firenze. Mi ha domandato se vendevate il vostro. È pronto a pagarvelo trecentocinquantamila lire. Se guardate le carte dell’eredità lasciatavi da vostro padre, vedrete che nel 1854 quel palazzo era stimato centoquarantatremila lire. Il trasferimento della capitale vi fa dunque guadagnare.... sette e tre dieci.... dugentosettemila lire, se non sbaglio; dugentosettemila lire nette, perchè le spese di contratto e di registro saranno pagate dal compratore. Combinando io la faccenda, risparmierete [169] anche la senseria; quando mai, vi permetto di regalarmi uno spillo da cinque luigi in segno d’affetto e di riconoscenza. Dicevo dunque: dugentosettemila lire di guadagno. Io venderei subito, ma con voi, io non faccio testo. Pensateci bene e risolvete.... Ma risolvete presto, perchè il Suardi è partito ieri; non vuol tornare a Firenze prima di avere una casa e d’altra parte il pover’uomo ha una grande smania d’andare a parlare al Senato.... con qualcuno dei suoi colleghi. Dunque, sì o no?

— Ma....

— Se l’offerta non vi quadra, ditelo; diecimila lire più, diecimila lire meno, non credo che vi saranno difficoltà....

— Oh! non è per questo! — disse il Conte con la stizza di chi fu capito a rovescio.

— Ah no? Per diecimila lire non vi scrollate? Siete più ricco o più... giovane di quel che credevo.

— Ma così.... subito....

— Avete bisogno di tempo? Vi concedo un’ora; intanto — e in così dire ripigliava il cappello — intanto farò una girata per il giardino. Sta bene?

— Sta bene. Fra un’ora le darò la risposta.

Amen — soggiunse il Marchese.

Il Conte salì al primo piano e si chiuse nella sua camera; il Marchese uscì; per lo scalone trovò Giacomo, il cameriere del nipote, con un fascio di carte in mano.

— Che hai costì?

— I giornali del signor Conte. Se li vuole....

— Dio me ne guardi! — rispose il vecchio.

E continuò a scendere lo scalone. Andando verso il parco pensava:

[170]

“È proprio vero che questi ragazzi spendono molto male il loro tempo. Perdio! verrà il giorno che se ne pentiranno. Questo qui, a voi, s’ingurgita quotidianamente una mezza dozzina di giornali, per saper che, poi? Che c’è una rivoluzione in Grecia, un’altra in Ungheria, un’altra a casa del diavolo che se li porti tutti.... Che cosa me ne viene a me delle rivoluzioni? Se cominciassero come nel 48 la storia del comunismo, tanto tanto.... ma se aspettano un altro po’, li concio io per il dì delle feste anche i comunisti. Basta, speriamo bene; ora che hanno fatto senatore il conte Suardi....„

Quando ebbe compiuto dentro di sè questo monologo singolare, il Marchese si fermò in mezzo a un viale, dette intorno un’occhiata e continuò:

“Che villa! Che giardino! Se l’avessi io, vi do parola, mio caro, che me ne saprei servire un po’ più di voi.... Che belle villeggiature ci ho fatto cinquant’anni fa! Ah! son nato troppo tardi.... Eh! quel benedett’uomo del signor padre.... tutti i gusti son gusti... ma anche aspettare di essere arrivato alla fresca età di settant’anni per mettere un figliolo al mondo!... Già, ogni medaglia ha il suo rovescio; forse se fossi nato prima, a quest’ora sarei morto.... Uhm! Già, poi alla fine, che importa? Almeno avrei vissuto un po’ meglio; e mi tocca a passare il tempo tra’ vecchi rimbambiti e i bimbi decrepiti.... Eccolo là.... quel famoso boschetto.... ci ho dato il mio primo bacio all’Emilia. Che spalle aveva quella fattoressa! Pensare che ero arrivato a vent’anni senza dare un bacio ad una donna. Ma.... ho rimesso il tempo perduto.„

E si fregò le mani.

[171]

“Che divario! mi par d’essere in un deserto.... Ma allora si veniva in campagna per divertirsi, ora ci si viene per guardare alle cose sue.... Come è divertente questa generazione di Cincinnati! A me già è sempre parso che Cincinnato avesse meno giudizio del suo figliolo.... Come si chiamava? Quinzio.... Quinzio.... Eh! vattel’a pesca! Lui sì che se li sapeva godere. Dicono fosse una birba; più ci penso e meno mi pare.... Ma ora è di moda guardare alle cosidette proprie terre. Ma, dico io, se s’ha a fare i contadini, che vantaggio c’è ad esser nati signori? Potate, ragazzi, seminate e divertitevi. Coraggio, e andate fino in fondo.... attaccatevi addirittura all’aratro, e buon pro vi faccia.„

Mentre così pensava, gli dètte nell’occhio, lungo un viale, un alberello. Vi avevano inchiodato un cartellino di porcellana bianca su cui stavano alcune parole di colore turchino lucido. S’accostò e lesse: Oesculus hippocastanum.

Oesculus hippocastanum! che diavolo d’albero sia?„

Guardò e riguardò, esaminò la corteccia, i rami e le foglie, poi ad un tratto dètte in un grande e sonoro scoppio di risa.

“Oh! perdio! è un marrone d’India!... Oesculus hippocastanum! Oh! buffoni!... maledetto secolaccio, che non vuol mai chiamare le cose col nome più semplice! Dio sa che cosa gli par di fare a quel mio nipote quando mette questi cartelli!....„

Sghignazzando guardò l’oriolo; l’ora era passata di qualche minuto e con passo frettoloso si diresse verso la villa.

Il Conte era novamente sceso nella sala terrena e aspettava. Il Varalli entrò, depose al solito il [172] cappello sul biliardo, e vôlto al nipote domandò serio:

— Qual è il nome botanico del melo cotogno?

Cydonia vulgaris, secondo Linneo.

— Me ne rallegro con voi e con lui. Quanta scienza, caro nipote!... e quanti cartellini di porcellana!

Il Conte capì di essere canzonato; ma non se ne curò e tacque aspettando che lo zio riportasse il discorso sull’argomento del palazzo.

— Avete risoluto?

— Sì.

— Vendete?

— Vendo.

— A porte chiuse?

— A porte chiuse; ma desidero che alcuni oggetti non facciano parte della vendita.

— Sta bene; venite a prenderli.

— No; mi faccia il piacere di mandarmeli lei, zio.... io non ci rimetto piede.

— E questi oggetti sono...?

— I ritratti di famiglia.... s’intende.... la mia scrivania e....

— E?...

— E tutti i mobili della camera celeste.

— Della camera di vostra moglie?...

— Sì.

Il Marchese sgranò gli occhi e li fissò verso il nipote. E questi:

— Capirà che non voglio vendere il letto di mia moglie....

— Volete avere la consolazione di dormirci voi.... si capisce.

[173]

— Zio, parliamo del contratto e non d’altro — soggiunse il Conte.

Ma fu come dire al muro; l’altro non gli badò, si mise a passeggiare su e giù per la stanza, poi ad un tratto, fermandosi, domandò:

— Non vi frullerebbe mica pel capo l’idea di ripigliar Rina con voi?

— No.

— Ah!

— Perchè Rina non consentirebbe a tornarci.

È impossibile dire l’aspetto che prese la faccia del Marchese; forse l’ironia e lo stupore non s’accoppiarono mai siffattamente sopra volto umano. Non rispose nulla e si mise a passeggiare daccapo in lungo e in largo la stanza. A un tratto, trovandosi innanzi fermo il nipote, si fermò egli stesso e lo guardò. Il Conte era pallidissimo; i suoi occhi grigi sfavillavano; aveva fisonomia serena ed altera, il piglio dell’uomo risoluto. Con tutto il suo cinismo, lo zio fu costretto ad abbassare gli occhi innanzi al nipote.

— Zio, — prese a dire Emilio di San Vittore, — non avevo l’intenzione di toccar questo tasto.... anzi.... Lei ha voluto toccarlo, stia dunque a sentire il suono che manda. Rina è colpevole, lo so; ma possiamo noi, lei ed io, possiamo condannarla?

— Mi pare che voi l’abbiate condannata il giorno in cui vi siete separato da lei.

— Non n’esca per il rotto della cuffia; mi risponda a tono. Lei, a buon conto, non può. Le colpe di Rina sono di quelle verso le quali lei mi è parso sempre molto indulgente. Tanto è vero, che se Rina fosse stata più esperta nell’arte d’ingannare [174] o io avessi figurato di non accorgermi dell’inganno, lei, zio, avrebbe chiuso un occhio e lasciato che l’acqua corresse alla china. I suoi tempi... que’ famosi tempi che ricorda sempre con tanto compiacimento, ne hanno vedute di molte delle donne colpevoli come Rina....

Vi fu un momento di pausa; poi il Marchese, ripigliando la solita cera dell’uomo spregiudicato:

— Volete — disse — che vi risponda a tono? Sarete servito. A’ miei tempi, sicuro, le mogli erano... mogli, ma i mariti erano rassegnati. Da una parte e dall’altra c’era infedeltà, sicuro; ma non c’era inganno. In materia di morale c’è molto del relativo. Quelli della Nuova Orléans offrono la moglie all’ospite, ma non la bastonano il giorno dopo perchè li ha traditi. A’ miei tempi in queste faccende non si metteva importanza. Ve l’ho già detto: si chiamavano galanterie e ci si rideva su. Ma poichè voialtri le stimate colpe e colpe gravi, bisogna che siate logici, anche se l’esser logici vi secca, e alla colpa facciate seguire la condanna.

— Ma e io?...

— Lasciatemi finire. Sapete un po’ che cos’ha fatto quel bel secolo colle sue innovazioni e co’ suoi progressi? Ha sciupato la macchina del mondo e ora non si sa più come farla andare. Avete un bel presumere; a fare che il mondo diventi un vivaio di Catoni, non ci arriverete mai. Di questo a’ miei tempi s’era tanto persuasi, che il fiume delle passioni si scavava perchè non traboccasse. Voi, invece, colla vostra sapiente austerità, avete ristretti gli argini. Siete una massa di buffoni. Ecco fatto.

— Mi permetta dirle, che Ella conosce tanto il [175] matrimonio quanto io l’Abissinia, che ho veduta solamente sulla carta geografica e non è competente a giudicare nè di me nè di Rina, nè del mio contegno di ieri, nè delle mie idee d’oggi. Ella ha guardato certe cose distratto, da lontano, e non vi ha mai riflettuto sul serio; ma sempre con quel suo animo un po’ scettico, e, scusi, un po’ corrotto da’ tempi e dagli usi. Vede che parlo franco....

— Tirate avanti....

— La donna è lasciata più dell’uomo in balìa del male, perchè nella vita ha meno cose da fare. Il lavoro è un grande preservativo. Per questo io credo che il matrimonio ci faccia o molto felici, o disgraziati senza rimedio. A Rina e a me è toccata questa sorte.... Chi ne ha colpa? Io. Che ho fatto di Rina? Perchè avrebbe ella dovuto darmi il suo affetto, quando le negavo il mio? È rimasta vedova il giorno in cui s’è maritata. Io non ho mai capito quella donna, altro che quando l’ho perduta. Aveva bisogno di essere amata, ed io non sapevo ancora, come ancora non lo sa lei, zio, che cosa fosse l’amore. Non trovandolo in me, l’ha cercato altrove. Ha mancato? Forse. A ogni modo, io che ho colpe tanto più numerose e tanto maggiori, posso condannarla?

— E allora fate l’ultima corbelleria e perdonate.

— Se il perdonare è uno sbaglio, peggio per quelli che non sbagliano mai.

— Bravo! dunque ripigliatela con voi e che il Signore vi benedica. Lei mi è parsa sempre un po’ esaltata, voi siete ammattito addirittura, farete una coppia numero uno.

— Zio, la prego, non scherzi. Ho passato due [176] anni qui, solo, con un pensiero solo. Sono nel fiore della vita, e mi sento morire; non so se morrò, nè come vivrò. Con me si estingue la mia famiglia. Mi sento fiacco, annoiato; desidero gli affetti che non ho saputo acquistarmi, desidero d’amare e di essere amato davvero, e sono innamorato di un’ombra che si è dileguata. Sono un disgraziato, zio, e co’ disgraziati non si scherza.

Il Conte portò il fazzoletto agli occhi gonfi ed umidi. Il Marchese si avvicinò a una parete della sala e tirò forte il cordone del campanello.

Giacomo comparve.

— Dite al cocchiere che attacchi.

Quando Giacomo fu uscito dalla stanza, il Marchese s’avvicinò al nipote, e stesagli la mano:

— Dunque sul contratto siamo intesi. A rivederci, Emilio.... o addio forse, perchè voi non mi parete intenzionato di venire a Firenze, ed io non ho punta voglia di tornare quassù. Non vi prometto neanche di chiamarvi al mio letto quando sarò al lumicino, perchè ho proibito al mio medico di avvertirmi.... Oh! a proposito, lo sapete eh? quale è stato il contegno di Rina dal giorno che partì da casa vostra?

— Lo so.

E il Marchese, accompagnato dal nipote, scese lo scalone; nel piazzale montò in carrozza e di là, salutato un’ultima volta il Conte, sdraiandosi sui guanciali borbottò tra sè:

— Lo sa ed avrebbe il coraggio civile di ripigliarla? Già, in che consiste po’ poi questo coraggio civile? Nel fare uno sproposito e nell’avere il fegato di confessarlo.

[177]

E passando di pensiero in pensiero, guardando gli alberi, i prati, i boschetti che gli ricordavano i suoi primi amori, incominciò a cantarellare:

Cari luoghi io vi trovai

Ma quei dì non trovo più.

Mentre il Marchese si godeva e si torturava ad un tempo con questi ricordi della gioventù, il Conte saliva nella propria camera.

E per una settimana non fu più veduto uscirne.

XVIII.

Io non posso assistere con animo tranquillo alla demolizione di una casa. S’intende che non parlo di quelle che sono stimate capolavori dell’arte; per buttar giù uno di quei mirabili edifizi, ci vuole un barbaro del quinto secolo, o un sindaco del decimonono; ma in ogni casa, per modesta che sia, sta chiuso un tesoro di memorie e sopra ognuna delle sue pareti è scritta a caratteri invisibili la storia di qualche affetto: e mi pare che ogni colpo di martello dato in que’ muri debba rimbombare per consenso nel cuore di qualcheduno. Se buttassero giù la casa dove mio padre è nato, dove mia madre è morta, non me ne saprei dar pace. E mi dispiacque molto quando gli inesorabili ingegneri della Comunità di Firenze, nel tracciare il nuovo Viale dei Colli, demolirono una villetta singolarissima del piano di Giullari. Forse dispiacque solamente a me; perchè aveva [178] cattiva fama e le donne del vicinato spacciavano che ogni tantino vi succedeva qualche disgrazia.

Ho detto singolare ed era per questo: che la non si mostrava mai tutta intera. S’aveva un bel girare, guardare, scendere e salire su per le collinette che le stavano intorno; di qua si scorgeva l’altana, di là il lato destro e via discorrendo. Il peggio era d’andare difilato innanzi al cancello; traverso a’ ferri alla distanza di un metro si vedevano due filari di cipressi fiancheggianti un vialetto che torcendo di lì a poco non si capiva dove menasse. La gente del popolo, avvezza a scolpire co’ soprannomi, la chiamava la Vergognosa e aggiungeva: “E ha ragione di vergognarsi! Ce n’è successe di tutti i colori là dentro.„

Era stata fabbricata una trentina d’anni fa da un tale di cui i vicini ignoravano il nome, gli usi, la patria, perchè viveva solo ed usciva di rado fuori del cancello. Nessun prete c’era entrato mai; e il curato che ogni anno andava in giro a far lo stato delle anime, sonava indarno il campanello della villetta; non gli aprivano. All’incontro, un povero non s’era mai attentato inutilmente a chiedere l’elemosina a quel solitario. Ma anche la carità di quell’uomo, dicevano le donnaccole, portava disgrazia. E citavano esempi: una volta un muratore che s’era tronco un braccio cadendo da una fabbrica ebbe dallo sconosciuto uno zecchino; lo spese in tanta acquavite e il giorno dopo morì lasciando quattro creature. Già si sa, la farina del diavolo va tutta in crusca.

A’ tempi ne’ quali avvennero i fatti che qui si raccontano, la fama della villa aveva avuto l’ultimo [179] tracollo. Il vecchio padrone di circa novant’anni era morto ad un tratto. Saputasi la notizia un nuvolo di nipoti, di cugini, di zii con tanto di bruno al cappello, s’erano messi in riga per chiappare l’eredità. Poco importava loro se la villa fosse maledetta o no; gli eredi sono gente spregiudicata. Onde liti, contumelie, tanto che s’era andati ai tribunali. E le donne del vicinato conchiudevano:

— Quel vecchiaccio non lascia in pace la gente neanche dopo che è morto!

Il tribunale aveva nominato un amministratore e si cercava di appigionare la villa, fino a che non fosse giudicata la causa. Le cose stavano a questo punto, quando Rina, abbandonato Federigo, ritornò a Firenze.

C’è sempre nello spirito umano anche più illuminato un cantuccio oscurissimo in cui si rannicchiano le schifose chimere della superstizione. Negli scavi di Pompei si trovano de’ piccoli priapi, dei rami di corallo ritorti o biforcati, quali si usano oggi a Napoli come talismani contro la jettatura. Il paganesimo è passato, la credenza nella iettatura è rimasta; la religione è morta, la superstizione vive.

Sebbene Rina cercasse un asilo solitario ove ella potesse, separata dagli uomini, vivere insieme col proprio dolore, nondimeno la nomèa paurosa della villa la trattenne sulle prime dall’andarvi. Ma era d’estate; quasi tutte le ville de’ dintorni riboccavano di abitatori; verso Fiesole se ne trovava qualcuna ancora sfittata; ma bisognava andarsi a cacciare nel tumulto della gente allegra e Rina voleva stare da sè, avere la piena libertà di pensare [180] e di piangere sola. Alla fine la repugnanza fu vinta; ella si persuase che alla sua tristezza, il luogo triste si oonfaceva meglio d’ogni altro.

Una mattina si vestì e sul mezzogiorno, salita in una carrozza chiusa, si fece condurre per le vie più popolate; passò dinanzi al palazzo San Vittore e uscì dalle mura per quella stessa porta onde era uscita per andare al suo primo colloquio d’amore; rivide il viale del Poggio; quando fu sulla collina dette una guardata all’orizzonte nebbioso entro cui si nascondeva Firenze e sorridendo, colle lacrime agli occhi mormorò:

— Addio!

Sulla porta della villa stava ad attenderla una sua vecchia conoscenza, il signor Luigi. A lui il tribunale aveva affidata l’amministrazione della contesa eredità.

Quantunque fosse d’estate, si ravvisava nel giardino, alla prima, la traccia di un lungo abbandono; i licheni e le ortiche prosperavano in mezzo a’ viali, le larghe malve deturpavano i prati; gli alberi confondevano insieme i loro rami, li intrecciavano ingombrando le aiole, ripigliando il posto già loro disputato dalle forbici del giardiniere; la felice petulanza della natura meridionale libera di sè stessa aveva fatto d’un giardino una selva.

Rina, riconosciuto il signor Luigi, gli stese la mano senza pronunziare parola. Anch’egli tacque; e facendo strada alla nuova ospite la condusse nella villa.

Il quartiere aveva lo stesso aspetto del giardino; la stoffa delle seggiole era sbiadita; l’oro delle cornici divenuto rosso sotto la polvere; gli [181] orologi a pendolo, scarichi, segnavano tutti un’ora diversa; le stanze, da molto tempo disabitate, apparivano fredde, oscure; aprendo le porte, si sentiva un soffio d’aria gelida e tanfita come quando si apre un sepolcro.

Sebbene la stagione propizia e i luoghi bellissimi invitassero alle passeggiate, Rina non oltrepassò mai il limitare del giardino. Il suo grande conforto era di salire sull’altana, di sera, quando nessuno poteva vederla; là i suoi sguardi si volgevano verso Firenze e fissi parevano ricercare nelle ombre lontane le fila d’un sogno interrotto. Talvolta passeggiava sola pe’ viali e si fermava con doloroso compiacimento innanzi ad una magnolia, il cui fusto unico verso la radice si biforcava poi per guisa, che mentre l’un ramo spandeva acri profumi nel giardino, l’altro scoteva i fiori pomposi di là dal muro di cinta. E guardando que’ due rami diceva tra sè:

— Anche noi uniti per un momento poi divisi per sempre.

Passava le notti in una insonnia dolorosa; invocava il sonno e s’accorgeva che il sonno, come la felicità, fugge quando si chiama.

Se fosse stata iniziata ai tristi e fecondi misteri dell’arte, ella avrebbe immortalato il suo dolore, lo avrebbe scritto a lettere eterne in qualche capolavoro, avrebbe potuto godere delle sue angoscie medesime; ahimè! anima oscuramente sublime, Rina non sapeva che amare e morire.

La monotonia di quei giorni era rotta soltanto dalle visite del signor Luigi. Da principio andava a trovarla ogni due o tre sere, per prendere, come [182] diceva lui, gli ordini della signora; poi le visite si fecero più frequenti e più lunghe. Egli le portava le notizie della città, parlava finchè gli pareva che il dialogo le facesse piacere; e quando Rina s’abbandonava alle proprie malinconie, ai propri fantasmi, alle proprie memorie, taceva. Spesso in que’ volontarii silenzii, ella s’accorse che gli occhi gli s’empievano di lacrime. Nell’anno che era stata con suo marito aveva visto mille volte quell’uomo; lo aveva rivisto dopo assai spesso, quand’egli, con puntualità mirabile, andava a portarle le sue mesate d’assegno; eppure, assorta in altri pensieri, si può dire non l’avesse mai guardato bene. Ma la solitudine, lo abbiamo già detto, aguzza l’intelletto; e Rina nella quiete della Vergognosa intravide ciò che si nascondeva sotto quei lineamenti così regolari e così mobili, sotto quel viso così queto e così espressivo ad un tempo.

Una sera, mentre ella se ne stava pensando, come avveniva spesso, a’ giorni beati trascorsi con Federigo in Piemonte e fuggiti oramai senza lasciare speranza di ritorno, udì battere alla porta del salottino.

— Chi è? — domandò.

— Son io — rispose di fuori la voce del signor Luigi.

— Avanti.

Per quanto Rina si studiasse di pronunziare con dolcezza tale parola, non potè togliere alla voce quel non so che d’annoiato che c’era; e il signor Luigi entrando nella stanza capì agevolmente che disturbava.

— Segga, signor Luigi.

[183]

— No, sono arrivato in un cattivo momento. Ho creduto che nella solitudine soffrisse, che pensasse troppo; e il pensiero ammazza come il veleno. Ho voluto distrarla e sono stato importuno. Mi perdoni. E poi anch’io son solo.... e, lo so, guai all’uomo che è solo.

La voce del signor Luigi era così piena di singhiozzi vicini a scoppiare, che Rina gli prese la mano e gliela strinse. Due lacrime caddero dagli occhi del giovane e bagnarono la mano che egli teneva fra le sue. Si sciolse e balbettate ancora poche parole di scusa salutò ed uscì. Nè da quel giorno fu più veduto passare il cancello della Vergognosa.

XIX.

Erano corsi quaranta giorni dacchè Rina era partita da Milano, e le parevano quattro anni. E doveva parerle così, perchè tutto era cangiato in lei e intorno a lei; e tra i giorni che aveva vissuti accanto a Federigo e questi che ella trascorreva sola alla Vergognosa, passava tanta distanza, quanta ve n’è tra la luce e le tenebre, le fantasie lusinghiere e le tristi realtà.

E intanto ogni ora che fuggiva, spengeva un raggio nelle pupille di Rina, faceva più mesto uno dei suoi sorrisi. A po’ per volta le dita le divennero lunghe, affilate, le unghie trasparenti come l’agata; la testa s’alzò snella sul debole sostegno di un collo che mostrava i muscoli sotto la pelle [184] e questa parve penetrarsi di raggi come una lampada d’alabastro per entro a cui splenda un lume fioco. Due sole e piccole macchie si staccavano sul pallore cereo di quel viso e ne coloravano gli zigomi, quasi due foglie di rosa cadute in una tazza di latte.

E piangeva; e le lacrime cadendo, a quella guisa istessa che la gocciola d’acqua fora il granito, le passavano il cuore da parte a parte. Perchè non v’è nulla al mondo di più semplice e di più antico di un amore tradito, di un giuramento violato; è una vecchia storia, ma, come dice la canzone dell’Heine, par sempre nuova a chi soffre per essa.

················

Un giorno Rina s’accorse che stava per divenir madre.

Oh! che giorno fu quello per lei! Per la prima volta ella chiese a sè stessa se non le serbasse ancora la vita qualche conforto, e se avesse vuotato fino all’ultima stilla il calice del dolore. Per la prima volta andò fino al cancello, cercando cogli occhi dello spirito il mondo che ella aveva abbandonato così risolutamente, che così presto si era dimenticato di lei! Accarezzò con la mano livida un bel bambino biondo che passò di là a caso e pensò: — Oh! l’avrò anch’io dunque un bambino!

Risalì in casa e dando un’occhiata al quartiere modesto, desiderò ancora le stoffe, i fiori, i libri, la musica; tutto ciò che potesse ricordarle la sua felicità fuggita. Per la prima volta, finalmente, Rina sentì il bisogno d’aria e di luce; e si preparò ad andare verso la collina.

[185]

Si guardò allo specchio per accomodare intorno al volto il più leggiadro de’ suoi cappellini. Ahimè! si vide.... vide le traccie che il dolore aveva lasciate sulla sua pelle; le parve che si riflettesse nello specchio l’imagine di una moribonda. Chiuse dapprima gli occhi, poi raccogliendo tutta la forza, li riaprì e contemplò con orgoglio freddo i resti della sua bellezza intristita.

— Oh! — pensò — vorrei che fosse qui e vedesse da sè a che mi ha ridotta; son brutta e malata, e per opera sua.

Fu il suo primo moto di sdegno e fu breve. Lasciò cadere le braccia, reclinò la testa, sentì piegare i ginocchi e cadde mezza tramortita sopra una sedia.

La natura parve impietosire di tanta angoscia. Rina fu richiamata a’ sensi da un temporale di estate che scoppiò ad un tratto. Si avvicinò alla finestra, e appoggiando la fronte madida per la febbre ai cristalli, guardò le viole reclinare le loro fresche corolle sotto l’urto dell’acqua che cadeva a rovesci, e desiderò che la tempesta passasse anche sopra di lei e reclinasse per sempre quel suo povero capo. Ma si pentì quasi subito di quel desiderio, riflettendo che la sua vita apparteneva oramai alla creatura che portava nel seno.

E da quel giorno un triste presentimento la funestò: il presentimento che ella sarebbe morta nel dare alla luce il suo bambino!

[186]

XX.

O vecchio mondo, tu ripigli ogni anno il tuo sorriso di gioventù ed esci dall’inverno come se tu non ci fossi entrato mai!

La primavera tornò; le rondini rifecero il nido sotto il tetto della villa, gli usignoli cantarono su’ castagni, le api succhiarono il miele nel calice de’ mughetti, le margherite stellarono i prati, le lucciole scintillarono per le siepi, i grilli ruppero col loro sibilo il silenzio della sera, la luna risalì al cielo circondata dalla calda nebbia; ma la bellezza e la salute di Rina non rifiorirono.

E intanto che s’avvicinava il momento solenne, ella provava un senso nuovo: aveva paura a restar sola. Scrisse una lettera a Paolo Carpi che sapeva tornato allora dall’Oriente; questi accettò con gioia l’invito della solitaria, e non lasciò passare giorno senza andarla a trovare in quella Tebaide.

Un giorno all’approssimarsi di quello che doveva essere, secondo i presentimenti, l’ultimo della sua vita, Rina si sentì stanca; il medico, che, per compiacere a Paolo, ella consentì a vedere la prima volta, le ordinò il riposo; le ingiunse di non alzarsi più (per dire come diceva) che a cose fatte. E Rina obbedì; ma prima di coricarsi volle ancora scendere in giardino; e come se non dovesse vederlo più mai, volle contemplare il sole, il cielo turchino, le catene azzurrognole dei monti lontani; studiare ogni colore, ogni forma nel grande [187] quadro della natura. Paolo Carpi, che la guardava da lontano e che è spiritualista, dice, ricordandosi di quel momento: “pareva che l’anima sua inebriata dalle brezze odorose di primavera, tentasse di spiegare le ali per volarsene al cielo!„

Rina pensava alla fanciullezza, all’educazione che le era stata data; e i ricordi del passato la conducevano a interrogare i misteri dell’avvenire. Dirimpetto a quello spettacolo, rammaricava di non avere una fede. Poco importa che si creda ai misteri o ai fenomeni, alla rivelazione o alla scienza; questo è bensì certo: che l’anima umana per acquetarsi ha bisogno di essere persuasa di una verità qualsiasi. Rina, mirando le erbe, i fiori, gli alberi, si rammentava delle lezioni ricevute in convento; del Dio che le avevano insegnato ad adorare colà, un vecchio barbuto e severo, seduto sopra un trono di nuvole e coperto da una tunica rossa stretta ai fianchi da un mantello turchino; e sentiva che se c’è qualche cosa di divino, il raffigurarlo in quella guisa è un oltraggio alla divinità; e dal feticismo delle suore, passava col pensiero alle dottrine del suo secondo padre, il duca Esmeraldi. Ma, ahimè! il volterianismo del Duca non era fatto per lei; quella sardonica incredulità aveva avuto una lama per aprire una ferita nell’anima di lei, non il balsamo per sanarla.

Così pensando, era arrivata presso una vasca piena d’acqua stagnante che non aveva mai osservata da vicino. Si fermò e mirò la opulenta vegetazione di un verde smeraldo che la copriva, e i milioni d’insetti che si movevano su quelle alghe natanti.

[188]

— Ma chi è, chi è — domandava a sè stessa angosciosamente — quegli che fa ogni cosa? Chi ha fatto queste alghe, questi insetti e quella nuvola grigia che corre innanzi al sole, e il vento che la spinge, e questa pietra su cui siedo? Chi ha fatto quel giglio di cui respiro il profumo, e il sole che lo riscalda e l’ape che ne succhia gli umori? Come si chiama? Dio, caso, natura? Morrò dunque senza saperlo? Morire! e perchè si muore? Perchè tutte queste belle cose hanno da distruggersi? E se la morte non fosse che una trasformazione, un transito breve? Se, quando non sarò più donna, divenissi albero, nuvola o fiore? — E seguitando di questo passo, scavava intorno a sè gli abissi pericolosi della filosofia. Paolo la chiamò. Ella tornò in casa e per tutto il giorno rimase assorta in una dolorosa meditazione.

················

Un delirio violento precedè il parto e non lasciò più benavere quella povera madre. Il presentimento s’avverava; Rina non potè vedere il suo bambino, un amore di bimbo vegeto, che nacque quasi senza piangere, come se desiderasse la vita. Ogni parte del corpo di lei si enfiò; il respiro le si fece affannoso. Il medico, interrogato da Paolo, tacque la prima volta, poi ordinò i vescicanti. Quando n’ebbe osservato l’effetto, disse riciso: — Secondo me, non c’è rimedio; può bensì vivere ancora due o tre giorni; intanto se vogliono chiamare qualcuno di loro fiducia, padroni, io non saprei che farci — ed uscì.

Ma, ahimè! il caso era uno di quei pochissimi nei quali tutti i medici si trovano d’accordo.

[189]

Durante quei giorni, le donne del vicinato osservarono un uomo, che di giorno e di notte girava intorno alla villa; se visto scansava, se avvicinato fuggiva. Le donne ne traevano, per la salute dell’ammalata, tristissimi auspici.

Giunse l’alba del terzo giorno. Per le finestre aperte entravano nella camera le luci scialbe e le brezze roride del mattino. Paolo e la cameriera stavano intorno al letto di Rina. Il bambino adagiato in una culla, si destò ed uscì in que’ lamenti fiochi e interrotti che sono de’ fanciulli appena nati. Rina, come se la voce del suo povero piccino l’avesse ad un tratto fatta tornare in sè, girò intorno gli occhi già vitrei, stese le braccia, fece uno sforzo per alzarsi e ricadde.

Era morta.

Il bambino pianse più forte.

Un doppio grido risonò nella camera, e gli echi del giardino, percossi, lo ripeterono.

La porta s’aprì ed un uomo si fermò sulla soglia. La cameriera cacciò un altro grido dallo spavento; le parve vedere colui che da tre giorni s’aggirava solitario intorno alla villa.

Paolo riconobbe il Conte di San Vittore.

Il Conte fece alcuni passi, poi si fermò; sentiva il cuore spezzarglisi, gli occhi coprirsi di un velo, le ginocchia piegarsi. Tentò parlare e non potè; si mosse in silenzio e si gettò ai piedi del letto.

Paolo e la donna uscirono.

Il Conte rimase tre lunghe ore, che gli parvero un minuto, inginocchiato presso il cadavere di Rina. Poi si alzò, la guardò. Era così pallida negli [190] ultimi tempi della sua vita, che la morte non l’aveva cambiata di molto. Ma per lui che non l’aveva veduta da tanto tempo! Le prese la mano, e al contatto di quelle membra gelide, tremò, sentì stringersi il cuore più forte, e si gettò, quasi fuori di sè, traverso al letto.

E fu quello il primo amplesso veramente affettuoso che Rina avesse da lui.

Riavutosi, il Conte contemplò con dolore ineffabile quel corpo abbandonato, lo alzò e depose un bacio sulla fronte della sua povera moglie. Lo adagiò di nuovo sul letto ed uscì.

Quando Paolo rientrò nella stanza, il bambino non c’era più. Il Conte l’aveva portato seco.

XXI.

Il giorno dopo arrivarono alle Poggiola due lettere, che Giacomo depose al solito sulla scrivania del padrone assente. Erano queste:

Ill.mo signor Conte,

In obbedienza ai suoi riveriti ordini significatimi con pregiatissima lettera del dì 15 stante, intorno alla prolungata assenza del signor Luigi, già segretario ed ora facente funzione di cassiere, assenza tanto dall’ufficio, quanto dalla sua casa di abitazione, via de’ Pucci, n. 5, secondo piano, ove da sei giorni non si è più veduto; mi faccio un dovere di notificarle che stamani con l’opera del [191] fabbro, in presenza del notaro e di due testimoni cogniti ed idonei, si è aperto la cassa dello scrittoio, la cui chiave sta nelle mani del signor Luigi summentovato; e numerati così i denari contanti, come i titoli contenutivi (de’ quali tutti Le unisco qui analoga noticina) e confrontate le somme con quelle da me segnate nei libri di riscontro, si è trovato tutto essere in regola; salvo un’eccedenza di lire dugento quindici, verificatasi nella cassa e proveniente dallo stipendio del mese di marzo spettante al più volte ricordato signor Luigi, stipendio da me già allibrato, ma da lui non peranche riscosso.

E in attesa de’ suoi pregiati comandi ho il bene di segnarmi con profondo ossequio

Di Lei Ill.mo signor Conte,

Dallo scrittoio, 21 aprile,

Devot. e Obblig. Servo
Torello Savi, computista.

Altra della stessa data:

Ill.mo signor Conte,

Aggiungendo ragguagli alla mia di stamani, mi faccio un dovere di parteciparle senza frapporre indugio, che ieri sera, sulle sponde dell’Arno presso il ponte di Signa, fu rinvenuto da alcuni pescatori il cadavere del povero signor Luigi. I magistrati, accorsi prontamente sul luogo, pare riconoscessero che l’infelice si era da sè volontariamente [192] gettato nel fiume. S’ignorano fin qui le cagioni che possono averlo condotto a risoluzione così deplorevole.

Ho il bene di ripetermi con profondo ossequio

Di Lei, Ill.mo Signore,

Devot. e Obblig. Servo
Torello Savi, computista.

Insieme con esse, giunse anche alle Poggiola questo avviso stampato:

Milano, 18 aprile 186...

Il commendatore ingegnere Serafino Crolli ed Emilia Crolli nata Landi Cambiasco danno parte alla S. V. delle nozze della loro figlia Carolina, col signor Federigo Ripàri.

XXII.

I lettori ricordano che questo racconto, da me trascritto alla meglio, fu cominciato da Paolo sul punto di partire da Airolo e continuato per la via mentre costeggiavamo il Ticino, lasciando dietro a noi Bodio e Faìdo allora quasi per intero sommerso da un’inondazione. Quando Paolo tacque, annottava; e noi guardando le alture che ci stavano dinanzi, vedevamo disegnarsi sopra un fondo turchino trasparente i sinistri profili delle torri di Bellinzona.

[193]

Il silenzio durò lungamente. Paolo era commosso ed io non osavo turbare con le mie inchieste importune le memorie malinconiche dell’amico.

················

Quando fummo montati nella vecchia carrozza che da Bellinzona, per Lugano, doveva menarci a Camerlata, Paolo, di cui d’ora innanzi riporterò pressochè testualmente le parole, riprese:

— Abbrevio più che posso il racconto. Ieri sera....

— Ma — domandai interrompendolo, — e Federigo?

— Ah! hai ragione. Federigo.... che vuoi? Io sono, to l’ho giù detto un’altra volta, imbrogliato nel giudicarlo. Debbo dire che non ha cuore? Sarebbe il giudizio più spicciativo. Ma quest’uomo così funesto alle donne che lo hanno amato, ha pur sentito anch’egli tutta la violenza della passione; ha amato profondamente, lealmente.... ma brevemente; ha sofferto e molto dei dolori che infliggeva altrui, ma non ha mai saputo vincere sè stesso. Poco dopo la partenza di Rina, Federigo andò sul Lago di Como; a Tremezzina, conobbe l’ingegnere Crolli e la sua figliola che hai veduta ieri sera, che è bella ora, ma era anche più bella a quel tempo. Conoscerla e innamorarsene fu tutt’uno. Gli parve di avere dinanzi a sè il suo primo ed ultimo amore; vide svanire come ombre leggiere i ricordi delle donne alle quali gli era parso di voler bene; sentì l’anima sua rifarsi, per così dire, vergine da ogni commozione antecedente. Carolina Crolli era ragazza; Federigo vagheggiò subito il pensiero di sposarla. Vedi, per esempio, se una fata benigna in quel giorno gli [194] avesse mostrato il futuro, gli avesse detto: “bada, sposando questa donna, tu la farai disgraziata per sempre,„ Federigo non sarebbe fuggito, non avrebbe vinto l’affetto con la volontà, no... si sarebbe buttato nel lago. Geroglifici del cuore umano, mio caro, io non son buono a spiegarli. Fatto sta che l’amò di un amore subito corrisposto.

— Ah!...

— Sì; e Carolina è tale donna che non si può dire andasse in cerea di marito e afferrasse una bella occasione. Ma vi sono degli uomini i quali hanno gli occhi e il sorriso che incantano. Parlano, guardano, sorridono e sono amati; a vent’anni vincono nel paragone gli uomini di trenta, a quaranta sono preferiti ai giovanotti di venti; Federigo è uno di loro. Il matrimonio fu celebrato nell’aprile dell’anno scorso. Dopo lo nozze gli sposi partirono per fare una gita e, girata l’Italia in lungo ed in largo per tre mesi, si fermarono a Firenze. Carolina, che amava già la Toscana come patria di suo marito e che non l’aveva veduta mai, si rallegrò nella letizia delle nostre campagne e propose a Federigo di passare l’estate e l’autunno in collina. Il caso è qualche volta crudele. Federigo e Carolina andarono ad abitare alla Vergognosa.

Dopo tre giorni la gente di servizio era informata per filo e per segno della triste fama che la villetta aveva ne’ dintorni. Quelle chiacchiere giunsero, non so come, all’orecchio di Federigo. Le raccontò a Carolina, e scherzandoci su e baciandole la mano, disse:

— È rotto l’incanto; la sorte della villa è mutata; [195] prima la sventura, ora vi sta di casa la felicità.

Un giorno, imbattendosi in un viale col vecchio contadino che aveva conosciuto tutti gli ospiti della villa, lo interrogò. Il contadino si schermì da prima; poi raccontò quel po’ che sapeva e che, anche a suo credere, non giustificava per nulla le ciarle delle donnicciole.

— Ma che vuole? — conchiuse. — Tre mesi fa l’amministratore s’è buttato in Arno; e una signora che c’era venuta a stare è morta di parto. La si può figurare se la gente ignorante ne ha dette!

Federigo domandò il nome della signora; il contadino che lo aveva dimenticato, indicando uno dei pilastri del cancello, rispose:

— La lo ha lì scritto da sè, povera signora, l’ultima volta che uscì di casa, tre o quattro giorni prima di morire.

Quando il contadino se ne fu andato, Federigo s’accostò al pilastro; v’erano difatti scritte colla matita queste parole:

Rina Miriani
18 aprile 186....

Federigo cacciò un grido e cadde tramortito sul lastrico.

Quando rinvenne, si trovò nel suo letto presso a cui stavano la moglie e il medico-condotto, che Carolina aveva in fretta fatto chiamare. Pensando che il letto su cui giaceva, era forse quello sul quale Rina era morta, schizzò spaventato sul pavimento; [196] fece uscire dalla stanza la moglie e dette ad intendere al medico che soffriva sin da ragazzo di quegli svenimenti subitanei e sapeva quale era il metodo di cura meglio efficace. Poi, così bel bello, lo condusse sul discorso della signora che era morta in quella villa pochi mesi avanti; e il medico gli narrò per minuto tutto l’andamento della malattia. Federigo seppe da lui che il bambino, sopravvissuto alla madre, era stato involato dal Conte.

Fece fare i bauli e, sebbene fossero le undici di sera, costrinse Carolina a partire; la condusse ad un albergo, uscì e non si fece più vedere sino alla mattina. Ciò che sia avvenuto da quel tempo, lo sai; il dialogo tra Federigo e Carolina, udito da te ieri sera, deve avertelo insegnato.

Ha vissuto con sua moglie fraternamente. Se qualche volta, trovandosela accanto, la dolcezza, le lagrime, la bellezza di lei lo commovono; se il senso, mettiamo, sta per ripigliare il disopra, il ricordo di Rina lo fa fuggire lontano. Povera donna! Egli l’ha costretta a viaggiare un anno, cercando sempre del Conte che lo sfuggiva e che ieri soltanto, per un accidente imprevedibile, ha trovato ad Airolo. Carolina è disperata. Federigo.... debbo dirlo? Fra tante donne amate da lui, egli si serba oggi fedele a una sola.... a quella che è morta.

— Ma ieri sera, uscendo così repentinamente dalla camera di sua moglie, Federigo bussò pure a quella del Conte....

— Un momento e saprai tutto. Quando il Conte di San Vittore uscì dalla sala da pranzo per salire [197] nel suo quartiere, io lo seguii; lo consigliai d’andarsene dall’Italia e domiciliarsi altrove per evitare ogni occasione di ritrovarsi con Federigo; occasione pericolosa perchè io, compiendo la volontà di Rina, ho fatto promettere al Conte di non incrociar la sua spada con quella del Ripàri. Mentre si parlava, picchiarono alla porta. Indovinammo subito che era Federigo. Ci demmo un’occhiata e il Conte prima di rispondere mi indicò una retrostanza in cui potevo, senza esser visto, ascoltare ciò che si diceva.

Federigo entrò difatti ed avanzandosi verso il Conte gli disse asciutto:

— Mi chiamo Federigo Ripàri.

— Ho conosciuto a Firenze un banchiere Ripàri.

— Era mio padre.

— Me ne congratulo.

Il Conte parlava con tanta tranquillità che pareva recitasse una parte imparata a memoria. Federigo, indispettito, riprese:

— Insomma, signor Conte, è un anno che la cerco. Se dovremo batterci in duello ci batteremo; ma finiamola. Ci sono conti che si saldano presto....

— E conti che non si saldano mai, — interruppe il Conte, alzando fieramente la testa sdegnosa. — Non ci batteremo in duello, perchè ho promesso di non lo fare e i San Vittore sono avvezzi a mantenere ciò che promettono. Io figurerò di non accorgermi delle vostre offese meschine, come ho fatto stasera....

— Ma, e se v’insultassi più gravemente?

— Badate: non ho promesso di non ammazzarvi; ma....

[198]

— Ma?...

— Ma non vi ammazzerò. Che cosa volete da me?

— Il mio figliolo.

— Avete un figliolo?

— Quello che mi avete portato via.

— Io? Io ho un fanciullo che tengo nascosto e che ho raccolto un giorno presso il letto di una povera morta. Due uomini la menarono alla tomba. Mentre ella moriva, uno di questi uomini, che avrebbe voluto riparare il proprio fallo a costo della vita, lo espiava in parte in un dolore muto ed acerbo; l’altro non si ricordava neppure di averle un giorno sussurrata all’orecchio una parola d’amore. Di questi due uomini uno è di gran lunga più colpevole dell’altro. Voi. Io.... io ho raccolto quel fanciullo perchè ho supposto che chi aveva atterrato l’albero non si curasse del frutto.

— Avete sbagliato e mi renderete il mio figliolo.

— È vostro? Non lo so. Gli darete voi il vostro nome?

— Che ve ne importa?

— Me ne importa perchè gli ho dato il mio e l’ho adottato; gli ho donato sin d’ora tutto ciò che posseggo. Egli si chiama Alessandro di San Vittore; ho fatto per lui ciò che voi non avreste mai fatto.

Federigo piegò il capo e tacque; il Conte continuò:

— Poco importa che quest’atto meravigli voi e faccia ridere gli altri. Quel fanciullo nessuno può togliermelo. Voi gli avete data la vita fisica, misera cosa; io gli darò quella dell’intelletto e dell’onore; [199] e voi non mi insulterete più.... perchè.... perchè avreste rimorso, lo sento, di offendere il padre vero di quel povero bimbo. Non ho altro da dirvi; confido che la sorte ed il senno d’entrambi ci concederanno di non rivederci mai più.

Federigo guardò un momento intorno a sè, poi uscì rapidamente dalla stanza.

Il Conte è partito stamani per Bruxelles ove si stabilisce, ed ove io lo raggiungerò fra una diecina di giorni. Ora debbo andare a Firenze a dar conto al Marchese Varalli della risoluzione di suo nipote.

················

Accompagnai Paolo sino al palazzo del Marchese. Quando entrammo, egli stava per uscire, e nel cortile accarezzava Blood Royal, suo baio prediletto.

Accolse con molta cortesia Paolo, e quando ebbe saputo da lui dell’adozione del figlio di Rina, dette in un gran scroscio di risa e soggiunse:

— Oh! perdio, questa è bellissima! bisogna campare e poi se ne sentono ogni giorno delle più nuove e delle più belle. Sicchè ha perdonato!... Eh! già! il perdono è più dolce della vendetta.... l’ha detto, se il mio maestro di storia non mi ha messo in mezzo, Pittaco di Mitilene.... Lo ringrazi, sa, cavaliere, della notizia che mi ha mandato, e più di avere scelto lei per ambasciatore. Io non scrivo perchè son vecchio e le lettere mi uggiscono.

E dette in un altro scroscio di risa.

— Non mi ricordo chi ha paragonato il marito al gerente responsabile. Corbezzoli! Emilio ha [200] preso il paragone sul serio; firma anche gli articoli degli altri. Pittaco, sicuro, Pittaco, Pittaco di Mitilene.

E, saltato a cavallo con tanta agilità, quanta ne può avere un giovinotto di primo pelo, strinse la mano a Paolo e partì.

XXIII.

Pochi mesi fa, scrissi a Paolo che era a Milano, perchè mi desse notizie del Conte, di Carolina e di Federigo. Trascrivo qui un passo della lettera che mi rispose.

················

“Ho parlato con gli amici di Federigo; sanno poco di lui, perchè vive solo sul Lago Maggiore, separato, sebbene non legalmente, da sua moglie. Fa frequenti gite a Firenze delle quali non dice il motivo, nè dà conto ad alcuno. Sono andato l’altra sera in casa Crolli e ho discorso un momento con Carolina. Se tu la vedessi, non la riconosceresti più. Il vecchio ingegnere mi ha descritto lo stato miserevole della sua figliola. Questo povero vecchio teme, e i medici con lui, che le dia balta il cervello. Povera donna! Alla sua sventura aggiunge la sventura più grave di ignorarne la causa. Col suo istinto di donna ha indovinato che il marito è innamorato di un’altra. Di chi? Qui sta il mistero. Federigo vive solo; nelle cassette della sua scrivania, frugate con diligenza irrequieta, durante l’assenza di lui, non s’è trovato [201] neanche una lettera che fosse prova di questo amore. Povera donna! ella cerca tra la gente felice la sua rivale! Chi le dirà che bisogna andarla a cercare tra i cadaveri del camposanto?

“Il Conte Emilio è a Bruxelles e compie con amore che non potrebbe ridirsi i suoi doveri di padre adottivo.

“L’ultima volta che lo vidi, parlandomi dei casi passati, mi disse:

“— Sono stato crudelmente ferito; non avrei però la coscienza delle mie piaghe se non fosse il balsamo fresco che le ricopre; il bisogno di signoreggiare il dolore mi ha rivelato il segreto della virilità.

“Ma pur troppo dei personaggi di questa storia, quanti peccarono, soffrirono tutti la penitenza. Anche il Conte ha la sua che sarà tanto lunga quanto è crudele. Sandrino di San Vittore, che compie tra poco due anni, somiglia tale quale Federigo Ripàri.„

Vercelli, 1870.

[203]

GITE AUTUNNALI.

[205]

A Giulio Piccini (Jarro).

I. Sul torrente.

Chi da Verona muove verso Trento percorre luoghi pieni di memorie guerresche.

Qua Rivoli ove si fece illustre il Massena, là Roveredo ove il Wurmser si coprì di vergogna, più innanzi Caliano ove i Veneti combatterono contro gli Austriaci condotti dall’Arciduca Sigismondo, laggiù in fondo i leggieri declivi di Custoza infausti due volte. Sopra que’ monti, lungo que’ fiumi, per undici secoli Franchi e Longobardi, Tedeschi e Spagnoli si contesero il dominio delle terre italiane; ora sui campi ingrassati da’ cadaveri pasce la vacca, che lenta leva il muso dall’erba e accompagna col fesso tintinnìo del campanello il grave rumore della vaporiera.

Quanti milioni sciupati nel costruire le fortificazioni che servirono poi così efficacemente alla cessione della Venezia! Quante vite spente per serbare autorità ai congressi di Vienna e di Verona, dei quali non resta oggi che un motto del Metternich e un libro dello Chateaubriand.

Intanto ch’io pensava così, la carrozza s’avviava [206] alla Chiusa. Tramontava il sole; dalle acque dell’Adige, screziate come le penne del pavone, s’alzavano freschi effluvi; e le cime giallastre dei massi calcarei brillavano irraggiate, quasi mosaici dorati sulla fronte d’una basilica bizantina.

Che portentoso contrasto di linee, di tinte, di proporzioni! I massi levano la enorme grigia mole sul fiume, quasi giganti a custodia; a’ loro lembi la fila delle casupole, gialle per i festoni di granturco onde le ornano, si stende lunga e sottile tra l’acqua e la roccia. E tutto il Trentino è così: singolare di austerità vigorosa e di grazia idillica, di balze selvaggie e di colline ridenti. La solitudine de’ gioghi più ardui è rotta dalla paziente fatica del montanaro; dappertutto dove è un tenue strato di terra vegetale egli lascia una traccia di sudata industria; fin sull’orlo degli abissi s’avventura a raccogliere un mannello di fieno; e ogni anno o l’uno o l’altro di quei burroni ha la sua lugubre istoria.

Nulladimeno i Trentini adorano quell’aspra terra, la quale non dà frutti, e scarsi, che al lavoro pertinace; quella ruvida nutrice che li culla bambini fra lo scroscio de’ torrenti e il rombo della bufera; condotti altrove dalla necessità si consumano in una malattia lenta, l’Heimweh de’ Tedeschi, il Laengtan degli Svedesi, la Nostalgia de’ Savojardi; lontani, non altro rimpiangono che i dirupi sui quali si inerpicarono ragazzi, le cime petrose delle loro montagne, le quete ombrie delle loro selve di pini; e resistono alle fatiche più gravi, a’ travagli più duri, per la speranza di morire nella capanna nella quale son nati.

[207]

Poco prima di Trento stanco, assetato, bussai alla porta di una povera casa per cercarvi un po’ d’acqua; al primo colpo nessuno rispose; bussai daccapo e di dentro una voce gagliarda domandò:

— Che volete?

— Un po’ d’acqua.

— Passate.

Spinsi l’uscio ed entrai. La stanza era bassa, angusta; l’intonaco qua chiazzato di larghe chiose d’umido, là sgretolato e rigonfio; rimpetto alla porta, nella parete verso la montagna, una piastra circolare di calcina recente; e sopra attaccati, un vestito da donna e un crocifisso. A sinistra un gran focolare come quello delle case coloniche di Toscana, aperto fino a terra; nel mezzo della stanza una tavola, qua e là qualche sedia fregiata di rossi intagli nella spalliera. Accoccolato presso al focolare un uomo di forme ercúlee; aveva la pelle bruna, quanto può essere la pelle d’un europeo, le labbra d’un rosso cupo fra le quali luccicava lo smalto dei denti forti e bianchi; l’occhio nero e mobilissimo. Era vestito d’una camicia color marrone e di un paio di calzoni simili che gli scendevano sino al ginocchio; le polpe del colore del cuoio nude fino alla noce, il piede sguazzante in un paio di scarponi colle suola di legno, ferrate, a punta larga, quadrata. Gli copriva la testa un berretto catalano di lana turchina, di sotto al quale i capelli neri scendevano ricciuti e lucidi verso le spalle. Con una stecca di legno bianco flessibile tagliava una polenta di granturco ancora fumante. Dal lato opposto del focolare, due ragazzi robusti, seminudi, sudici guardavano con un occhio me, con [208] un altro la polenta; si leggeva loro in faccia una grande meraviglia e un maggiore appetito.

Gettata a’ ragazzi la loro parte di polenta, l’uomo s’alzò e sciacquato un bicchiere vi versò l’acqua da una fiasca, lo pose sul tavolino, e brontolò:

— Bevete.

Bevvi, ringraziai e feci per andarmene; ma vi era nell’aspetto di quella stanza, nella fisonomia di quell’uomo, nel suo desiderio manifesto di liberarsi di me, tanto da solleticare la mia curiosità e da invogliarmi a traccheggiare. Cercai un pretesto.

— Non ci avreste un po’ di latte, buono come ce lo dovete aver voialtri qui nel Trentino?

L’uomo accennò di sì col capo.

Uno dei ragazzi uscì. Al colpo del battente che si richiuse, un pezzo d’intonaco si staccò e cadde con rumore quatto, suscitando un polverìo sottile.

L’uomo taceva. Io quasi mi pentivo di non essermene andato; si sarebbe sentito volare una mosca. Il silenzio fu rotto dal cigolìo dell’uscio; il ragazzo tornò con una ciotola di legno nero piena di latte caldo, aromatico.

Lo bevvi d’un fiato e posata la ciotola esclamai:

— Che buon latte!

Ma l’uomo non rispose; seccato, soggiunsi:

— È del vostro?

— Sì.

— E... che cosa costa?

— Nulla.

— Come nulla?

— Nulla.

— Va bene, farò così....

[209]

E tratta fuori dalla borsa una lira: — Tieni, ragazzo, dissi, dàlla alla mamma.

Non l’avessi mai detto. L’uomo poggiò le mani alle tempie, strinse e scosse la testa poi piegandola sul petto s’alzò lentamente e mormorò:

— Non l’hanno la mamma.

Capii d’aver fatto una sciocchezza; pensai al the absents are the dead del Byron, e presa la mano del montanaro:

— Abbiate pazienza, — soggiunsi.

Non so se per effetto di quella stretta di mano, o della mia voce commossa, il montanaro mi osservò con l’attenzione indagatrice di chi rintraccia tra’ lineamenti una fisonomia nota; e sebbene fossi certo che non c’eravamo veduti mai prima d’allora, parve riconoscere un amico; tanto gli si leggeva in viso quando ero entrato in casa il desiderio di silenzio, quanto ora la voglia di discorrere. In me alla curiosità era sottentrato più pietoso movente: vedevo quell’uomo soffrire, volevo che si sfogasse.

Abbuiava; i ragazzi si trastullavano in un cantone. Il montanaro aprì la porta, sedè sopra uno degli scalini e dato un gran sospiro:

— E glielo avevo detto che venisse con noi!

— Quant’è che avete avuto questa disgrazia?

— Sarà un mese quest’altra settimana.

— E di che male?

Crollò il capo e soggiunse:

— Se aveva ventisette anni e era sana e robusta come me.

Tacque un momento, poi seguitò:

— Eran cinque giorni che veniva giù l’acqua [210] che Dio la mandava. L’Adige cominciava a mugliare. Una mattina mi levo e dico: — “Maria, porto le bestie sul monte, a volte non si può sapere.... Se seguita a piovere e l’acqua c’entra nella stalla pover’a noi. Porto i bimbi con me.„ Dice: “lasciate andare, tanto, pare che si rassereni.„ “Tant’è, le porto,„ dico io; e non ero arrivato qui su quest’uscio che guardai là e vidi de’ nuvoloni neri che si rincorrevano. Dissi: “Sarebbe meglio che veniste anche voi.„ — “O come volete che faccia, Vergine santa, col bimbo al petto? Piove, fa freddo.... Non lo vedete che trema accanto al foco? O figuratevi, lassù!„ — E non venne. Portai le bestie alla capanna che è sul monte. Non dubitate che si rasserenò.... Pioveva, pioveva e l’acqua pareva che ci levasse la terra di sotto a’ piedi. Dal monte vien giù una cascata che dà proprio qui dietro casa. Verso sera la veggo ingrossare e mi sentivo una voglia di andarmene.... Che avevo a fare? Riportare sin qui le bestie? Lasciare quelle povere creature sole lassù? E diluviava. Esco dalla capanna, l’acqua nello scendere mi copriva le scarpe. Dico: — “Via„ — piglio i figlioli in collo e fo per venirmene. Avrò fatto venti passi, che mi sento un rumore dietro; l’acqua rotolava i pini tagliati e lasciati sul monte. Cercai un viottolo che sapevo; non si distingueva più. Si levò un vento forte che mi sbatacchiava tra le braccia i figlioli; il rumore crebbe e dalla cima cominciarono a smoversi terra, alberi, massi e a ruzzolare per l’erta. Salvando, ci pareva l’inferno. “Addio, — dissi — si resta schiacciati.„ — E tanto tiravo innanzi. Il torrente s’allargò, l’acqua veniva [211] giù, schiantando ogni cosa. E io avanti.... Ma a un tratto fu come un gran rombo; io stetti così un momento.... ma poi lo conosco io l’Adige, e capii che era lui; difatti si sentiva il muglìo dell’acqua quando fa forza contro gli argini. Oh! la mia povera donna, — dissi — e mi raccomandai alla santissima Vergine. Non avevo finito di recitare un’Ave Maria che si sentirono dei colpi morti verso casa. Saran durati dieci minuti, e poi un urlo. “La mamma, la mamma,„ — gridarono le creature; io non dissi nulla, ma scaracollai qui a precipizio sempre diritto, cascando, rizzandomi, che non so chi mi portasse.... Quando arrivai a cento passi di qui non fu più possibile, l’acqua mi dava al collo. Chiamai: — “Maria, Maria„ — ma, Dio santo! non rispose nessuno.

Pianse. Il vento di ponente soffiava cupo per la montagna e pareva accompagnare, come un organo invisibile, i singhiozzi del povero vedovo.

— Fino all’alba — seguitò — stetti nell’acqua co’ figlioli fradici mézzi, che tremavano e piangevano; fino all’alba a chiamare la mia povera donna, e via via che la chiamavo mi scemava la speranza di sentirmi rispondere. All’alba l’acqua abbassò e arrivai sin qui. Pensato un po’: tornate a casa, ci avete lasciato la moglie e un bambino e non ci trovate nessuno; e se non ce li trovate vuol dire che son morti, morti affogati.... perchè, già, qui, si muore d’acqua o di foco.

E accennò collo sguardo innanzi a noi il lontano villaggio di Salorno, quasi distrutto da un incendio nel cinquantaquattro.

— Ma e come andò?...

[212]

— Andò che l’Adige ruppe gli argini, l’acqua arrivò sin qui e buttò all’aria l’uscio. La Maria, secondo me, non potendo uscir dalla porta, tentò con un martello di fare un’apertura nella parete che dà verso il monte, per salvarsi in alto col bimbo; aperto il foro, l’acqua entrò da due parti e portò via ogni cosa. Quando tornai io, in questa stanza ci faceva il mulinello. Quel vestito là attaccato al muro è tutto quel che mi è rimasto; lo trovai avviluppato ne’ campi sopra una siepe di pruni.

— Sicchè il più gran danno ve lo fece il torrente?

— Sicuro; dall’acqua del fiume si poteva salvare in collina, benchè l’Adige ne volesse parecchi anche lui quella notte; ma quelli almeno si trovarono e la mia non s’è potuta rinvenire. Chi sa dove l’acqua l’ha portata?... E quando passo davanti al camposanto non posso nemmeno dire:

— “Maria, pazienza, tanto, o prima o poi ci ho a venire anch’io.„

— E il bimbo?

— Il bimbo lo ritrovai quaggiù nel piano; si vede che l’acqua glielo portò via, perchè lei non lo lasciò di certo. Il corpicino tutto pieno di lividi era aggomitolato sopra un mucchio di giunchi.... Dio santo! ma che ho fatto io?

S’alzò, le lacrime gli scorrevano per le gote; andò alla parete ov’era appeso il vestito, ci posò sopra orizzontalmente il braccio sinistro e su quello la testa. Mi voltai verso i bambini: dormivano.

Poco dopo uscii e presi la via del monte; non v’era alle falde quasi più traccia di vegetazione. [213] I campi ricoperti di mota e di ghiaia; mucchi enormi di foglie secche cementati dalla rena umida parevano nidi abbandonati di uccelli giganteschi: pochi arboscelli avvizziti piegavano sotto il peso del fango che li copriva. Qua e là tronchi d’albero divelti dall’acqua e confitti tra le ghiaie; frantumi di scranne, di tavole, di oggetti rurali.

Cercai il torrente. Per la cavità di due grandi roccie di dolomite verdognola scendevano, modeste fra le borraccine, poche fila di acqua. Vi sedei vicino e mi sembrò una voce sussurrasse tra gli scogli: — “La mia naiade vagabonda ha rotto l’urna di cristallo e abbandonati i silenzi della rupe natale; lasciatemi scorrere tra i muschi vellutati e gli amari steli della menta, lasciatemi correre al fiume e la goccia, ove male si sarebbe dissetata la capinera, menerà navigli all’Oceano.„

Quelle poche fila di acqua erano allora tutto il torrente che aveva uccisa la moglie del montanaro. Quando le nevi si sciolgono al soffio dello scirocco, o la tempesta si distende sulle vette della montagna, le cascatelle, conforto e poesia del viandante, si mutano in torrenti ruinosi, e sulle pendici smaltate di fiori portano gli squallori della solitudine e della morte.

Tali le perfide cascate di quelle alpi.

[214]

II. Sul lago.

Il cielo ha una fisonomia come il volto umano; il giorno in cui traversai il lago di Costanza sul battello che si dirigeva a Friedrichshafen doveva essere per gli abitatori dell’aria giorno di festa. Il tramonto era stupendo; una nebbia bassa e densa copriva il lago e gli dava l’aspetto di una vasta superficie di lavagna; il cielo pareva un’immensa cupola azzurra; alla sua estremità inferiore si ripiegava senza gradazioni di tinte una larga striscia circolare di giallo croma; l’anfiteatro delle colline, sulle quali si riflettevano i raggi estremi del sole, scintillava quasi coperta di teletta d’oro trapunta con i diamanti.

Se il mio amico Cabianca avesse tratto da quel motivo uno dei suoi vigorosi acquerelli, chi sa che cosa avrebbero detto gli scrittori di appendici. La natura, che non conosce quei signori e che eglino forse conoscono poco, si divertiva a colorire con le calde tinte della sua tavolozza uno de’ suoi quadri più singolari.

Alla prua del battello stavano i viaggiatori di seconda classe, a poppa quelli di prima; ma l’uno e l’altro dei due scompartimenti erano per la più [215] gran parte ingombri di casse; su’ battelli del lago di Costanza i viaggiatori sono accessori che tolgono spazio e comodità alle mercanzie; ed io sul lago di Costanza, per la prima volta in vita mia, ho desiderato di viaggiare come i bauli.

Le rive del lago appartengono a cinque Stati: la Svizzera, la Baviera, il Würtemberg, il Baden, l’Austria. V’erano dunque tra gli operai che stavano nella seconda classe, sudditi di repubbliche, di monarchie costituzionali per amore, di monarchie costituzionali per forza. M’avvicinai a loro, non parlavano di politica; ma dallo aspetto, dagli atteggiamenti, da’ discorsi che facevano, mi formai il convincimento che i sudditi degli Stati tedeschi non invidiavano agli Svizzeri la loro libertà. V’erano sul battello alcune contadine dell’Alpe Sveva, notevoli per i due contrassegni della beltà, quale la vagheggiò il Tiziano: la robustezza del tronco e la grazia della fisonomia; orbene, io avrei giurato che posti a scegliere tra instaurare la repubblica e baciare le contadine, quelli operai sceglievano le contadine. — Opinioni!

Nella prima classe si adunava una società cosmopolita addirittura; inutile il dire che i più erano Inglesi. Come le quaglie in certe stagioni dell’anno si gettano a migliaia sull’isola di Helgoland, così a giugno gl’Inglesi invadono per legioni il continente europeo. È un’usanza che dura da un pezzo, sebbene il tipo dell’Inglese, quale i nostri babbi lo videro e lo descrissero, sia oramai perduto. L’Inglese, vittima degli osti e dei vetturini, che comprava un pollo per una ghinea non lo trovate più; ora, se ricco, viaggia come i ricchi di tutte le altre [216] nazioni; se di fortuna modesta, ammaestrato dalle soperchierie un tempo sofferte, viaggia imaginando di continuo frodi ed inganni; tenta di ottenere un ribasso alla tavola rotonda e poco manca non rubi al locandiere per rifarsi di quanto sospetta che il locandiere abbia rubato a lui.

Sul battello v’erano individui d’ognuna di coteste specie: il lord che ha palazzo a Londra e castelli in questa o in quella Contea, e l’oscuro mercante che tiene bottega in una città di provincia. Stretta conoscenza sulle montagne dell’Oberland ascese insieme, facevano, traversando il Bodensee, crocchio fra loro.

Per fortuna nacque una disputa sull’elevazione del lago, particolare del quale il Murray pare avesse taciuto; chi diceva una cosa, chi un’altra; volendo por fine alla disputa, uno di loro, il quale scorse la Guida del Joanne ch’io teneva fra mano, mi si accostò e me la chiese. Gliela porsi; mi ringraziarono e fui ammesso alla conversazione.

Colui che mi aveva parlato per il primo vantava un nome scritto nel magno libro del Peerage and Baronetage. Era vestito colla linda diligenza consueta negl’Inglesi: soprabito nero, panciotto, cravatta e pantaloni bianchi, scarpe di vitello lucido; vestiario che avrebbe potuto portare in Piccadilly o a Trafalgar-Square e di cui s’era servito anche sulle Alpi di Berna. Aveva viaggiato mezzo mondo e tratto dai viaggi una quantità molto considerevole di nozioni varie e curiose; e si compiaceva di seminare nella conversazione i tesori della sua dottrina, come il principe Estherazy seminava ballando le perle e i diamanti dei suoi stivali. Conosceva [217] gli nomini più popolari dei paesi da lui percorsi. Aveva parlato in Spagna con l’Arjona e col Montès, a Montevideo col Rosas, a Buenos-Ayres con l’Urquiza e insieme con lui assistito alla battaglia di Caceros. A Washington strinse amicizia col Lincoln; passeggiò al braccio del Brigham Young per le strade di Utah e pranzò col Manin a Venezia. — In Russia udì leggere dal Ponchkine il Dmitri Godunoff, vide il Gogol scrivere le Anime morte. In Persia pregò con gli Yezidi, a Nowo-Tscherkask giocò coi Cosacchi.

Viaggiava solo: “Se il compagno di viaggio, diceva, ha le nostre opinioni, le nostre consuetudini, perchè portarsi dietro un pleonasmo ambulante? Se non le ha, che gusto c’è a viaggiare con un avversario da combattere, con un reprobo da convertire?„

Unico compagno delle sue peregrinazioni, un ombrello, ch’era nello stesso tempo ombrello, bastone, stocco e telescopio.

In un’ampia cassa portava seco gli oggetti curiosi d’arte e d’antichità, raccolti in un viaggio recente per la Francia e per l’Italia. Due vasi di Capodimonte, un piatto di Giorgione, un altro di Orazio Fontana; un Decamerone del Valdarfer, una statuetta in diaspro di Volterra attribuita a Orazio Mochi, un libro d’oro appartenuto ad Anna di Brettagna colle miniature del Poyet; un Elogio della Pazzia di Erasmo rilegato dal Grolier e via discorrendo.

Ricco e artista, archeologo e uomo di spirito, aristocratico e culto, in Italia sarebbe passato per un originale.

[218]

— Sono stato la prima volta in Italia, — mi disse, — vent’anni fa, e da quel giorno ho tenuto sempre dietro alle cose vostre; credevo con un po’ di buona volontà e con l’aiuto dei giornali politici, d’avere un giusto concetto del vostro stato presente. Vedendo le cose da me ho numerato le corbellerie che possono entrare in testa in vent’anni a un galantuomo con un po’ di buona volontà e con l’aiuto dei giornali politici. — Voi altri Italiani....

— Chi le ha detto ch’io sia italiano?...

— Lo neghereste?

— Non lo nego. Le domando come fa a sapere che sono italiano.

— Mio caro signore, voi non siete un mio compatriotta; questo è certo.

— Sta bene; e poi?

— E poi siete troppo linfatico per un greco, troppo vivace per un olandese; parlate da mezz’ora con un uomo di cui non sapete il nome, non siete un tedesco; parlate poco, non siete francese; viaggiate senza servitori, non siete un russo; non avete ancora lodata l’Ungheria, non siete un ungherese; avete data la mancia al facchino, non siete uno svizzero; non avete le mani sudicie di tabacco, non siete uno spagnolo; non portate diamanti alla camicia, non siete un americano del sud; non vi pigliate i piedi in mano, non siete un americano del nord. Dunque siete un italiano.

La conversazione continuò; il suo giudizio sugli Italiani era severo.

— Siete, — diceva — il popolo delle perpetue contradizioni; infingardi e irrequieti: avete il sole [219] e c’invidiate il carbon fossile: vi occupate troppo di politica e non abbastanza; e questo nuoce all’incremento del vostro credito e de’ vostri commerci.

— Perchè? — soggiunsi. — Nelle repubbliche antiche i cittadini si adunavano nel Fôro e disputavano delle faccende dello Stato; usciti di là tornavano a’ loro campi, a’ loro negozi.

— E sta bene; sarebbe curioso che io, inglese, vi dicessi l’opposto; ma voialtri vi occupate di politica quanto basta per distrarvi dagli studi e dalle faccende, non tanto da dare un impulso vigoroso al vostro incremento civile. In sostanza gl’Italiani non amano la libertà....

— Oh!...

— Lasciatemi dire: non l’amano per i beni che porta seco, bensì per i mali che risparmia; ma in fondo, un governo dispotico che desse guarentigie di sapienza e di temperanza, se tali guarentigie fossero possibili, compirebbe i loro voti; tant’è vero che da Taranto a Susa io ho sentito ripetere mille volte quest’antifona: “un uomo! un uomo! ci manca un uomo che pigli le redini e guidi lui.„

— Le pare tanto bizzarro questo desiderio?

— Sicuro. Un uomo! Gli avvenimenti, mio caro signore, in oggi sono giganteschi, e gli uomini si mantengono della loro statura ordinaria. Fra gli uomini e gli avvenimenti c’è una sproporzione grandissima; potete lamentarla in mille modi, e rimediarci in un modo solo: lavorare in molti. Il tempo degli uomini che tenevano in mano le sorti di tutto un popolo è finito con Napoleone primo; e anche lui, sebbene imponesse all’Europa la sua [220] volontà per tanti anni di seguito, ha, in ultima analisi, obbedito alla legge de’ tempi nuovi. Difatti, molte cose che voleva, dominio in Spagna, in Italia, sono distrutte; molti regni che gli era piaciuto annientare, la Prussia per esempio, sono più forti e più potenti che mai. Cercare l’uomo è tempo perso; impiegatelo meglio a fare degli uomini. E lavorate.

Mi strinse la mano lasciandomi sperare che lo avrei ritrovato a Salisburgo; e, presentatomi ad uno dei suoi compagni, scese a Friedrichshafen.

Quest’altro, lungo, secco, aveva il viso cartilaginoso, d’un giallo opaco chiazzato qua e là da macchie d’un giallo più forte, a simiglianza dei vecchi avori rinchiusi negli armadi delle sagrestie; mani da apostolo, piedi larghi larghi. Viaggiava insieme con la sua figliuola, vera ragazza del West-End: pelle liscia, zigomi lucenti, sguardo vago; una figura di Lawrence nata da un personaggio di Hogarth.

Stavano seduti ambedue; il padre teneva fra le gambe uno di quei bastoni ferrati che servono per salire sulle montagne e gl’Inglesi riportano a casa come l’Haji dalla Mecca il caftan verde. Leggeva con una certa tenerezza la Guida del Murray e secondo il Murray lo consigliava, si preparava a provare una commozione triste, o a uscire in grida di ammirazione. Due terzi degli Inglesi viaggiano come lui. C’è al Museo di Brera un quadro del Guercino: Agar e Abramo; tipi volgari, toni sgradevoli: ho detto che è del Guercino, ma si piglierebbe per un Caravaggio sbiadito. Piacque, non so come, al Byron. Il Murray non potè non ammirarlo, [221] dappoichè l’aveva ammirato il Byron, e gl’Inglesi lo ammirano a bocca aperta sulla fede del Byron e del Murray.

La ragazza disegnava. Il Murray aveva segnalato all’attenzione dei viaggiatori le rive del lago di Costanza e il padre aveva pregato la figliola di pigliare col lapis un ricordo; il Murray non aveva preveduta la nebbia e il padre non se n’era occupato. Il disegno era fatto con sentimento; le rive, com’è naturale, non si vedevano; e i segni della matita sfregacciati con lo sfumino ritraevano con bella evidenza la nebbia che le copriva.

L’Inglese, dopo avermi accennato con un’occhiata di compiacimento il capolavoro della figliola, mi confidò che i disegni de’ quali l’album era pieno dovevano illustrare le impressioni del loro viaggio nel Tirolo e nella Svizzera. Me le dette a leggere come stavano nel portafogli; ne ricordo questi frammenti che traduco e trascrivo:


14 Agosto. Mercoledì. Sveglio Mary alle cinque; dice che avrebbe dormito volentieri un altro paio d’ore. Arriviamo al Pfändler alle nove. Panorama delle Alpi tirolesi; molti pini. Hohenents: due cascate. Spettacolo stupendo.

16 Agosto. Venerdì. Bludenz. Fabbrica di carta del signor Gassner. Mary vorrebbe riposarsi. Montiamo sull’Arlberg. Valle strettissima. Spettacolo bellissimo.

9 Settembre. Lunedì. Cresta nell’Engadina, il più alto villaggio dell’Europa. Strada cattiva. Mary è stanca. Semaden 522 abitanti. Vi dimora il banchiere Tosio. Corrispondente a Londra, Johnson [222] Happ and Co., Albrecht-street, 15. Ghiacciaio di Morteratsch che somiglia agli altri già veduti. Spettacolo meraviglioso. Mary si riposerebbe volentieri.

················

Un fiorentino ch’io conoscevo di vista passeggiava lungo il battello, pensieroso colle mani dietro come D. Abbondio prima che incontrasse i bravi; lo scansai. In patria lo derisero, io lo compiango. Lo dicono invidioso; si può fargliene rimprovero? Siamo di buona fede: qual’è l’uomo che non invidia un altro uomo? Alcuni invidiano la fantasia al Verdi, la gloria al Manzoni, i danari al Torlonia; altri più modesti invidiano il trono al Re; il mio compagno di viaggio, modestissimo fra tutti, invidiava alla gente più di lui fortunata un ufficio diplomatico e la commenda della Corona d’Italia.

La diplomazia fu il suo primo amore; egli pensò: “Dio buono! che mi manca per essere un ottimo diplomatico? Parlo la lingua degli altri meglio della mia, so dire, pensandoci, un complimento e una bugia senza pensarci; non ho titoli, ma ho quattrini per comprarli; fumo manillas; mi spalmo le mani due volte al giorno con la pasta di mandorle; ho i modi affabili, l’inchino spontaneo; in gastronomia sto tra’ primi, so che i migliori piselli nascono a Macon e che la mortadella di Reims supera quella di Bologna. La pratica... l’abilità!... oh! poi in fondo, questo mestiere di diplomatico dev’esser molto facile... se se ne giudica dall’ingegno di coloro che lo esercitano.„

Argomentazioni acute e nondimeno inefficaci. Gli toccò per entrare nella diplomazia sobbarcarsi [223] a un esame. Gli esami, è sentenza antica oramai, non provano nulla e non provarono nemmeno ch’egli sapesse verbo di quei tanti diritti che si vuole opportunamente i diplomatici conoscano, posto che debbono aiutare a violarli. Lo bocciarono e addio legazione e commenda!

Allora raccolse intorno alla propria valentìa misconosciuta tutti gli ordini eterocliti che il sacro sentimento dell’eguaglianza coltiva e la rugiada democratica irrora sui soprabiti dei grandi italiani negletti dal Governo o perseguitati dalla fortuna.

Il nastro paonazzo de’ Salvatori, l’amaranto dei Fratelli universali, l’avana de’ Pionieri del progresso, il glauco degli Araldi della civiltà gli fregiarono l’occhiello composti e confusi per lui in una rosetta elegante ostentata nella gloria del sole. Ed egli passeggiando su e giù per il battello la sbirciava colla paga alterezza di chi, nonostante la tristizia dei tempi, si sente al tempo stesso salvatore, fratello, pioniere ed araldo!

Io rimpiangevo di non essere sceso a Friedrichshafen col mio simpatico Inglese. Ci sono dei giorni nei quali lo star zitti rincresce; io morivo di voglia di chiacchierare con qualcheduno; con chi? Col capitano del battello? Aveva da fare; barattammo qualche parola, poi rientrò nel suo stambugio; additandomi un giovanotto suo parente, dottore in filosofia, che s’era ammogliato di fresco, e dopo avor fatto con la sposa il viaggio di nozze (Heirath-Reise) se ne ritornava con lei a Stoccarda.

Erano seduti l’uno accanto all’altro; il marito aveva una faccia rossa, grassa, concupiscente, la [224] moglie floscia, pallida. Se avessi a cercare anche per loro una rassomiglianza nella storia della pittura, paragonerei lui a uno dei fumatori di Adriano Brawer, lei a una delle Madonne clorotiche del Sassoferrato. Lui gesticolava ed istruiva a voce alta la compagna intorno all’autorità del senso interiore, alla obiettività e alla personalità dell’infinito, lei a occhi bassi pareva compresa della picciolezza propria innanzi a tanto sapere, e ricamava, non senza compunzione, una papalina, da coprire la testa al marito finohè non gliela circondasse un’aureola di gloria.

Vicino a loro un vecchio scienziato; teneva una scatola da sigari tutta piena d’insetti diligentemente infilzati in altrettanti spilli; l’apriva e chiudeva ogni tantino. M’accostai a lui, ed egli mettendomi vicino al naso or una, or un’altra di quelle bestiole, mentre mi guardava di sopra gli occhiali, disse:

— Eleater rugosus, Platinus cærulæus — Platinus cærulæus, Eleater rugosus.

Non potei levargli altro di bocca; non so nemmeno di che paese fosse; chiamava gl’insetti col nome latino e aveva il collo del soprabito unto; e queste sono consuetudini comuni a tutti gli scienziati del mondo.

Parte di questa gente scese ad Immerstad, parte ad Hagnau; l’Inglese e la figlia a Moersburg, patria del Mesmer. Il viaggio sarebbe loro parso incompiuto, se non avessero calcato la terra che vide nascere il gran profeta del magnetismo animale.

Sarei rimasto solo se non fossero salite sul battello [225] due persone: una donna ed un giovine, che mi dettero subito nell’occhio, l’una per la stupenda bellezza del corpo e la espressione della fisonomia, l’altro per la semplice eleganza delle vesti e la nobile disinvoltura del portamento. Lui, se mettesse il conto, potrebbe descriversi, Lei no. Nei ritratti di donna ci vuole una finezza alla quale difficilmente si arriva; poeti e romanzieri, delineando con la penna figure di donna, cadono per lo più nel massimo difetto dello fotografia: esagerano i tratti rilevanti, alterano i delicati e guastano i più attraenti aspetti femminili.

Quanti anni aveva? Chi lo sa? Che ha da fare con l’estetica il calendario? Quando una donna adempie scrupolosamente il primo de’ suoi doveri, — essere bella, — chi sarà così audace da investigare quante volte agli albori autunnali abbia fissato gli occhi nel pianeta di Venere, quante abbia destato l’invidia delle Oreadi che l’han vista, d’estate, tuffarsi nella marina? Una battaglia terribile si combatte quaggiù tra la più stupenda delle cose umane, — il volto di una bella donna, — e la più crudele delle potenze misteriose: — il tempo; quando il tempo è vinto dalla bellezza, io non interrogo, ammiro.

Aveva un vestito nero, leggiero, scollato; le spalle coperte da una finissima trina di Malines nera anch’essa, sotto ai cui confusi arabeschi appariva la pelle rosea, luminosa. Le pieghe del vestito, il garbo ond’era ripreso sui fianchi, la semplicità con la quale era tutto quanto foggiato, attestavano lo studio amorevole e quel felice istinto de’ piaceri squisiti che si chiama gusto.

[226]

Vennero ambedue a sedersi vicino a me; parlarono e seppi così ch’erano italiani. Non avendo nessuna voglia d’occuparmi de’ fatti loro, me ne andai all’estremità opposta del battello. Il fanale rosso fu acceso a poppa e rimasi nell’oscurità; credendosi soli cominciarono a parlare più forte; un vento leggiero che cacciava la nebbia dalla superficie del lago, portava sino a me le loro parole.


Lei. — Sicchè.... viaggia senza un fine determinato?

Lui. Per ammazzare il tempo.

Lei. Sarà.... ma....

Lui. Non mi crede?

Lei. Sì.... bensì è una cosa curiosa che lei, viaggiando senza saper dove va, faccia la mia stessa precisa strada, si fermi alle stesse locande alle quali mi fermo io, che so dove vado e perchè ci vado.

Lui. Ma! è un caso, un bel caso, ma un caso.

Lei. Badi; al caso io ci credo poco.

Lui. Che posso dirle? Lei sa dove va e ha preso la strada che doveva prendere, stabilì prima di partire a quali locande si sarebbe fermata. Io vado a zonzo in questo paese, in quell’altro, scendo sempre alla prima locanda....

Lei. Non è vero.

Lui. .... alla prima che trovo.

Lei. Va bene: ma senta....

Lui. Mi faccia il piacere, metta da parte il lei; ho avuto l’onore di ballar seco una mazurka in casa di Rustem-Bey e le ho lasciato il giorno [227] dopo il mio biglietto di visita; siamo stati insieme nel Comitato per gli Asili infantili.... si può quasi dire che siamo in intimità.

Lei. Odio il voi, non do del voi che ai servitori.

Lui. Allora....

Lei. Senta, le propongo una impresa eroica.

Lui. Dica, marchesa, dica.

Lei. Il caso la perseguita, a quel che pare, con una pertinacia insolente; lo gastighi, lo deluda, lo vinca.

Lui. Cioè?

Lei. Cioè.... io vado a Baden; il caso, se lo lascia fare, ci conduce anche lei.... lo canzoni: pigli la strada di Monaco.

Lui. Marchesa, mentre ella scherza sul fato, il fato le insegna a rispettarlo. Guardi, io non sapevo che lei fosse diretta a Baden; le ho detto che viaggiavo senza scopo, ma fra tante irresolutezze, ad una cosa sola ero risoluto: a passare da Baden. Sa che ho studiato medicina; non ho mai voluto esercitare e sono per conseguenza il mio unico cliente. Per guarire da certi piccoli malanni mi sono ordinato per quest’anno le acque di Baden. È un’ordinazione del medico, marchesa, ci va della sua coscienza.

Lei. Ah! ah! glielo diceva io che il caso si sarebbe stancato alla fine? Ho detto per chiasso; mi fermo a Carlsruhe da un vecchio amico del mio povero marito, un antico segretario della legazione d’Austria in Toscana.

Lui. Stamani a Friedrichshafen, quando caricavano i suoi bauli sul battello, io vi ho visto mettere [228] un cartellino su cui era scritto: per Baden; le bugie hanno le gambe corte.

Lei. Cortissime, e lei ne ha detto una affermando di non sapere dove io fossi diretta.

Lui. È vero!... Una bugia per uno; — dimentichi e perdoni, marchesa, come io dimentico e perdono.

Lei (dopo una breve pausa). Lasciamo andare gli scherzi; siamo intesi dunque.

Lui. Eccome; lei va a Baden per.... non ho capito bene perchè ci vada; io ci vado perchè il mio medico, l’uomo che mi conosce meglio e che gode più d’ogni altro la mia fiducia, mi ha ordinato le acque.

Lei. L’avevo pregato di lasciare da parte gli scherzi non senza una ragione. Parliamoci chiaro. Questa conversazione fatta nel mio salottino mi spaventerebbe o mi farebbe ridere; qui sul lago di Costanza, in battello, ci si può permettere un discorso franco, anche con uno spensierato come lei. Io vado a Baden; troverò là molte nemiche intime.... desidero che la sua compagnia così assidua non dia motivi a chiacchiere sul conto mio. Quelle signore, dacchè son rimasta vedova, si son sempre compiaciute nell’imaginarsi ch’io abbia così, di nascosto, qualche capriccetto; io che bado pochissimo a quel che dice il mondo, m’arrabbio ogni volta mi sento lanciare un’accusa simile. Segreti, capricci no: potrei voler bene a un uomo, ma lo direi.

Lui. E lo sposerebbe...?

Lei. Secondo.

Lui. È tanto sincera quanto è bella.

[229]

Lei. Lasci stare i complimenti.

Lui. Se il complimento è una menzogna cortese, questo un complimento non è. Che è bella lo sentirebbe anche se non lo sapesse, perchè una donna sente d’esser bella prima che glielo dicano. Che è sincera poi.... Sfido io! non c’è che lei capace di dire a un uomo: posso avere un amante, e non provare il desiderio di mutarlo in marito.

Lei. Primo punto, non ho parlato di amanti... Ma via, sì, non voglio fare ipocrisie; il significato era cotesto; oramai è andata. Sono vedova e la mia schiettezza non fa danno a nessuno. Sicuro: potrei avere un amante e non sentire il desiderio di farmene un marito. Che vuole? Ho letto, non mi ricordo più in che libro, ma di certo in un libro francese, perchè italiani non ne leggo mai....

Lui. Mai?

Lei. Mai; mi annoiano; dopo che s’è fatto l’Italia non vogliono che si dica; ma siccome i libri italiani seguitano ad annoiarmi anche dopo che s’è fatto l’Italia, io seguito a leggere i libri francesi. Le amiche mie tengono i romanzi di Montépin consunti, accanto al letto, e i libri indigeni sul tavolino di salotto. Io abborro da queste finzioni meschine.... E poi non è vero che i libri francesi divertono di più?

Lui. Non lo so; a me divertono le conversazioni come quella che era cominciata e mi annoiano le discussioni letterarie come quella a cui vorrebbe condurmi. Dunque ha letto?...

Lei. Ah sì!... ho letto in un libro francese che ci sono due specie di cantanti: quelli che hanno la voce e non sanno servirsene, e quelli che saprebbero [230] servirsene ma non l’hanno; lo stesso si potrebbe dire della più gran parte dei mariti; quelli che sono adorati dalle mogli, non se ne curano; quelli che fanno una grazia speciale ogni volta che escono di casa, credono d’essere amati più della luce degli occhi e opprimono a furia di tenerezze; sicchè bisogna star male con gli uni e con gli altri.

Lui. E le eccezioni? Gli uomini che vogliono amare riamati e....?

Lei. Restano celibi; hanno troppo cuore e per conseguenza troppe paure; formano la legione degli amanti onesti e devoti. Tutto ben considerato non mi rimariterò. Circa all’avere un amante, — non mi lodi tanto della mia sincerità, — son sincera... non voglio amare nessuno.

Lui. Eppure sono tanto vanesio da credere che muterà proponimento.

Lei. Oh! (pausa).

Lui. Tant’è; oramai mi pare inutile....

Lei. Un momento. Anche nei romanzi francesi che leggo, salto a piè pari tutte le riflessioni dell’autore: roba inutile, le riflessioni le faccio da me; segua il mio esempio e salti la sua dichiarazione; la faccio da me. Appena ha saputo ch’ero partita da Firenze m’è venuto dietro, sebbene fosse ad Innsbruck da due settimane; ha ballato con me da Rustem Bey una mazurka, che le ha mostrati fra una battuta e l’altra tutti i miei pregi morali; è stato con me nel Comitato degli asili dove non ho mai aperto bocca, e dal mio silenzio ha arguito non soltanto il mio ingegno, ma anche la mia modestia.... A Firenze m’ha sempre cercato, per disgrazia non m’ha trovato mai.... Sta bene?

[231]

Lui. Nulla di tutto questo.... parlo sul serio, Emilia....

Lei. Può seguitare a chiamarmi marchesa, non me ne ho per male.

Lui. Oh! non rida! Guardi un po’ intorno a sè. Se i raggi della luna non penetrassero traverso la nebbia che copre il lago, avrebbe ragione di credere che un raggio d’affetto non possa mai illuminare il cuore d’uno scapato.... Io le voglio bene.

Lei. Quasi quanto a Rustem Bey e un po’ più che agli Asili infantili.

Lui. Non rida. Da quando? Che le importa? Ora che fissa nella luna cotesti occhi fatati, le preme forse di sapere da quanti secoli gira lassù? Come è nato quest’affetto? Ora che respira le brezze del lago, si cura forse di conoscere quale fenomeno fisico ne abbia scavato il bacino?

Lei. Sa che parla bene? Un po’ troppo elegante per una orazione improvvisa forse....

Lui. O bene o male poco importa; ma ripeto che parlo sul serio.

(Pausa).

Lei. Me l’avevano detto che era un uomo singolare: mi vuol bene e non mi conosce.

Lui. Le voglio bene non per quello che so, ma per quello che credo d’indovinare. La conosco poco e l’amo giù molto.

Lei. E forse m’ama molto perchè mi conosce poco.

Lui. Ma c’è proprio bisogno per voler bene a una donna d’esser stati a scuola con lei? Io agli amori che cominciano da bambini non ci credo. Mi ricordo benissimo di tutte le compagne della [232] mia adolescenza, e mi pare impossibile di sentire oggi la commozione più lieve per una di quelle donne che mi figuro bambine con le labbra piene di conserva e trafelate per aver giocato troppo al volano. L’amore ha bisogno di veli dietro ai quali la percezione o l’istinto indovini ciò che non appare; sotto l’aspetto di una donna bella come lei, l’amore nella sua malinconica curiosità cerca e scopre tutti i requisiti dell’intelletto e del cuore.

Lei. È uno spensierato o un poeta?

Lui. Perchè non tutte due le cose nello stesso tempo?

Il battello si fermò.

— Costanza! — gridò una voce dalla riva del lago.

Lei. Oh! eccoci. Mi pensi ai bauli. Dicono che Costanza è una bella città.

Lui. Tocca a lei, marchesa, a farmici domiciliare.


Per le vie deserte di Costanza, per i palazzi e le chiese dove più solenni durano le memorie di Lotario I, di Enrico III, di Federico Barbarossa e di Giovanni Huss, io cercai invano per più giorni i due simpatici viaggiatori.

Una sera finalmente li vidi seduti sulle rive del lago; parlavano poco e di rado; ella coi suoi belli occhi umidi seguiva le striscie luminose che le stelle cadenti tracciavano sull’azzurro del cielo; egli fantasticava distratto dietro alle nuvolette che uscivano da una sigaretta di Latakia.

Parlavano poco e si dicevano tante cose!

Ogni tanto cessavano da quella contemplazione, misteriosa voluttà dello spirito, si guardavano e [233] sorridevano. E Victor Ugo opina che due sorrisi quando s’accostano spesso si confondono finalmente in un bacio.


— Wollen sie gefälligst Ihren werthen Namen auf das Fremdenbuch schreiben?[1] — disse il cameriere del Zühringer Hof a Friburgo, presentando il libro de’ viaggiatori.

E Lui seduto, mentre Emilia in piedi seguiva col guardo lo scorrere della penna, vi scrisse:

— Il conte Carlo F.... e sua moglie.

Monsummano. 1869.

[235]

LA MARCHESA.

[237]

I.

Il ballo era finito allo otto della mattina; le carrozze sfilavano lente innanzi al palazzo del principe Dolgoruki, russo ricchissimo, che spendeva a Firenze le verghe d’argento tratte dalle miniere della Siberia e aveva raccolto in quella notte nelle proprie sale quanti nella città erano noti per nobiltà di lignaggio, o per larghezza di censo; ogni tanto compariva sulla soglia dell’atrio un servitore in livrea, una signora s’alzava per andarsene, e si vedeva un brulichìo, un mover di mani, un curvarsi di schiene; saluti e sorrisi a bizzeffe.

Perchè nell’atrio tutto ornato con piramidi di camelie si adunavano, aspettando la carrozza, le signore alle quali era piaciuto godere sino alla fine il più gaio dei balli carnevaleschi; e là sedute, continuavano le chiacchiere incominciate la sera innanzi. Gli uomini recitavano al solito la filastrocca dei complimenti e le donne al solito gli stavano a sentire con interno indicibile compiacimento; si parlava d’un po’ di tutto; qua uno raccontava in segreto a dieci o dodici persone gli scandalucci della festa: là un altro teneva allegro [238] un crocchio canzonando questo e quello. Guardinga, silenziosa con l’occhio e l’orecchio attento si raccoglieva intorno ai gruppi delle signore la falange innocente degli accompagnatori; gente che forma un solo desiderio dorante il giorno e si prepara un solo godimento durante la sera: quello di dare il braccio a una signora purchessia quando va al ballo, al teatro; condurla quand’esce sino alla carrozza, e chiudendo lo sportello augurarle la felice notte. Ciambellani delle corti d’amore, introducono gli altri nelle sale del re, e aspettano fuori dell’uscio che sia finita l’udienza.

Più ammirata, più festeggiata d’ogni altra, sedeva tra due grandi gruppi di camelie bianche la Marchesa Clara di Villareale; intorno a lei la conversazione era meno rapida, meno festosa che altrove. La Marchesa appariva così portentosamente bella, che gli uomini la guardavano e basta; per discorrere bisognava distrarsi ed eglino se ne stavano a contemplarla in silenzio.

Vi sono al mondo donne le quali non piacciono a nessuno; è difficile trovarne che piacciano a tutti. Perchè gli uomini le guardano con occhio diverso; quegli desidera la maestà delle forme, il torso vegeto, le braccia robuste; ammira le statue di Giunone e vagheggia i ritratti della Fornarina; questi cerca invece nelle donne la grazia della fisonomia, la dolcezza del sorriso, e darebbe non so che cosa per far la conoscenza della Mimi Pinson di Alfredo De Musset. Lasciamo da parte l’estetica e studiamo i fatti quotidiani della vita; come va che spesso noi preferiamo ai lineamenti purissimi di una Venere in carne e in ossa gli angoli [239] bizzarri di un visetto scontorto? Come va che restiamo impassibili innanzi a una donna bella nel compiuto svolgimento delle forme femminili dai grandi occhi umidi, dalla pelle bianca, dai capelli folti, morbidi, lunghi e ci sentiamo attratti verso una donnina magrina, diafana, con gli occhi semichiusi, coi capelli corti, aridi, scarruffati?

Eppure ciò è così vero, che alla donna non importa tanto di essere realmente bella, quanto di parere bella a qualcheduno; e se domani una di quelle leggi che nessuno fa e tutti rispettano, in nome della moda e in onta alla Grecia classica mettesse al bando i volti di un purissimo ovale, voi vedreste le donne affaticarsi a togliere dai propri lineamenti ogni lontana rassomiglianza con la Afrodite di Cnido per terras inclyta o con la Diana del Museo di Versailles. Credete voi che la bellissima signora Tale dei Tali la quale, metto caso, non è stata al ballo di iersera lodata nè curata da alcuno, possa consolarsi stamani leggendo ciò che della bellezza sta scritto nel Convito di Senofonte o nelle Grazie del Wieland? Neanche per sogno. Quell’altra invece godrà che, guardandosi nello specchio e persuadendosi di non essere bella, potrà con una scrollatina di spalle dire a sè stessa: “Che importa? mi basta di piacere a lui!„ Piacere a lui: ambizioni e speranze, cure e desideri sono tutti chiusi per la donna in questo tre modeste parole.

La Marchesa di Villareale era una delle poche donne innanzi alle quali tutti gli uomini fanno un atto di meraviglia e un peccato di gola. Aveva ventotto anni; rare volte sopra un volto femminile [240] s’aprì più rigoglioso e vago ad un tempo il fiore della gioventù; bionda, alta, snella, nel suo viso pallido, marmoreo, spirava non so quale fierezza selvaggia temperata in parte dalla dolcezza quasi infantile dei suoi grandi occhi celesti; la vita sottilissima, larghe le spalle, il tronco voluttuosamente flessuoso. La natura che di rado illumina la fronte delle donne bellissime col raggio dell’intelletto aveva fatta per la Marchesa un’eccezione; bastava guardarla per ammirarne la bellezza, parlarle per intendere ch’era una donna d’ingegno, vederla volgere li occhi per crederla buona.

Quella notte pareva anche più bella del solito, con un vestito di stoffa bianca guernito di marabù, il quale, sebbene ampio e ricchissimo, la cingeva stretta ai fianchi e ne disegnava le forme con elegante armonia; Worth, il più gran sarto da donna fra quanti fiorirono a Parigi, l’Atene de’ sarti, aveva con quel vestito superato sè stesso. Al collo la Marchesa portava una collana, lavoro di arte squisito uscito dalle officine del Castellani e raffigurante una corona di quercia, di cui ogni ghianda era una grossa perla; sulla testa un diadema simile alla collana; accomodato con tanto gusto, da evitare il gran difetto dei diademi, che danno alle signore una tal quale rassomiglianza con le regine di palco scenico; i capelli fermati sulla parte posteriore della testa le scendevano a ricci, gradatamente sulle spalle. Quando tutte le altre mostravano nella cera giallognola, nelle occhiaie profonde, nel corpo accasciato la traccia della veglia e delle fatiche, ella invece era fresca come se si levasse allora.

[241]

Quando comparve sulla soglia il servitore di casa Villareale, la Marchesa si alzò; tre o quattro uomini si fecero innanzi per darle il braccio; ella fingendo non accorgersi di quelle offerte cortesi, si volse ad Alberto Valmarana che stava immobile a guardarla, e:

— Andiamo, via, si scota: che cos’ha stasera? Mi dia il suo braccio.

E appoggiata al braccio di lui traversò l’atrio, strinse la mano alla Contessa Alberici che era stata in conservatorio con lei, salutò col più amabile dei sorrisi amici e conoscenti ed uscì.

Alberto l’accompagnò sino alla carrozza; e chinandosi per raccogliere un lembo della veste di lei rimasto fuori dello sportello, sussurrò queste parole:

— Stasera alle nove dunque?...

La Marchesa abbassò lievemente la testa; la carrozza partì. Alberto rientrando nel palazzo trovò dietro a sè il Marchese di Villareale, marito di Clara.

— Torni dentro? — domandò questi ad Alberto.

— Cinque minuti; voglio stringere la mano alla Contessa Alberici che non ho ancora salutata.

— E poi?

— E poi.... vado a letto.

— Potresti venire a far colazione da noi.

— No, grazie.

— Ci vediamo dunque al teatro?...

— Può darsi.

Il Marchese se ne andò, Alberto s’incamminò verso la Contessa Alberici. Ella appena lo vide accostarsele gli stese la mano.

[242]

— Andiamo, via, meglio tardi che mai.

— Scusi, ma....

E la contessa a bassa voce perchè gli altri non la udissero:

— Che cosa vuoi dire esser felici! si diventa egoisti; non si pensa più che alla propria contentezza! — E... lei è felice molto, non è vero? Eh non dica di no: le si legge in viso. Vada, vada, non la voglio trattenere.

Alberto s’allontanò senza rispondere. La Contessa aveva bensì detto il vero: gli si leggeva nel volto la gioia; nondimeno ella gli tenne dietro con uno sguardo pieno di mestizia e di compassione.

II.

Se Alberto Valmarana avesse avuto venti anni, egli uscendo dal palazzo Dolgornki, imbrancatosi con gli amici, sarebbe andato probabilmente a far colazione con loro, avrebbe bevuto alla salute della sua bella e, senza nominarla, adoperato per guisa da fare a tutti intendere facilmente chi fosse.

Alberto s’avvicinava ai trenta e voleva godere le estreme gioie della gioventù, goderle col desiderio prima, colla memoria poi, e se ne andava a casa solo mentre sonavano le nove della mattina, pensando all’appuntamento che Clara gli aveva dato per le nove della sera; ci pensava come se quello fosse stato il loro primo convegno segreto.... e non era.

Io che so di raccontare una storia vera, m’impensierisco [243] se imagino che qualcheduno già dica fra sè:

— Oh Dio! questo Alberto! come si sente subito che è il personaggio di un romanzo.

Lo so. Lei, uomo sodo, che piglia il mondo come viene, che s’è avvezzato oramai a sorridere delle passioni umane, lei dirà che Alberto non aveva tutti i suoi giorni.

Lei, signora mia, che strascicando faticosamente amori infiacchiti perdè non pure il ricordo, ma il desiderio delle commozioni prime, lei dirà che Alberto la fa ridere.

Pazienza! Alberto era così ed io non posso mutare l’indole sua per far piacere a lor signori; se lo avessi educato io me lo sarei tirato su un egoista, giovandomi dei consigli preziosi di lei, uomo sodo, e dei suoi, anche più preziosi, signora mia; ma lasciato a sè stesso egli, povero ragazzo, crebbe pieno d’ubbìe; aveva tra l’altre quella d’amare, vivendo in mezzo a gente che a mala pena ha vigori sufficienti per fare all’amore.

Quando Alberto entrò in casa, il cameriere gli si fece incontro.

— C’è il signor Mario.

— Dove?

— In salotto.

Alberto aprì la porta; sopra il canapè Mario Loveni, più che amico fratello suo, dormiva saporitamente, ravvolto in un cappotto alla maremmana.

Reno, un bel cane da caccia di razza spagnola, dormiva anch’esso vicino al padrone.

[244]

III.

Al rumore che Alberto fece entrando nella stanza, Reno si svegliò e con un salto gli fu addosso dimenando la coda e divincolandosi. E Mario balzato in piedi,

— Finalmente! — gridò, andando incontro all’amico.

— Caro Mario!

Alberto era andato a casa per starsene solo; dirò meglio: per stare con lei, per ripensare a tutte le parole che Clara gli aveva dette durante il ballo, per raccogliere le memorie e aprire a sè stesso i tesori adunati nel proprio cuore.

Per quanto dunque volesse bene a Mario, per quanto fossero passati quattro mesi dacchè egli non l’aveva veduto, non potè non essere un tantino disturbato dalla presenza di lui; volle vincersi e simulare una festosa accoglienza; ma negl’infingimenti era poco abile e Mario tanto accorto da non lasciarsi pigliare a quei lacci.

— Come mai sei qui? Quando sei tornato? Di dove vieni?

Mario stette un momento senza rispondere poi:

— Vengo, — disse — da Campomoro dove sono arrivato ieri sera; son qui e non so nemmeno io perchè ci sono. Ero venuto per rivederti e per abbracciarti.... sperando di essere accolto un po’ meglio. T’ho rivisto, non t’ho abbracciato, ma non importa, e me ne torno via....

[245]

— Come? Subito?

— Eh perdio! che vuoi che ci resti a fare? Sono stato quattro mesi a caccia in Sardegna e in quattro mesi mi hai scritto una volta per ringraziarmi delle pernici che ti mandai. Torno ieri sera in villa stanco morto; le strade sono ghiacciate e non mi riesce di trovare un legno che mi conduca a Firenze; senza sgomentarmi fo a piedi, di notte, dieci chilometri per il tuo bel muso. Arrivo alle cinque, sei fuori; torno alle nove e mi accogli come un seccatore.... Reno, qui, smetti di far le carezze a cotesto signore; l’uggisce il padrone.... o figurati il cane!...

— No, aspetta, Mario.... ti dirò....

— Che cosa? Quel che mi diresti l’ho indovinato; il resto non lo so e non me lo dici di certo.

— Non ti capisco.

— Oh! mi spiego subito io; ma prima fammi il piacere d’andarti a levare cotesta maledetta cravatta bianca.

Alberto entrò in camera sua, Mario si sdraiò sopra una poltrona vicina al caminetto e ponendo tra le ginocchia la testa del cane, e accarezzandolo pensava:

— Oh! Reno, Reno, povera bestia! campate dimolto se vi riesce; voi almeno siete sempre lo stesso; e quando farete la corbelleria di morire, l’ultimo sguardo di cotesti vostri belli occhioni sarà per il vostro padrone. Campate dimolto, povero Reno! morto voi, morti tutti; sopra Alberto non c’è da contarci più.... ce lo hanno portato via e a me pensa tanto, quanto voi al primo beccaccino che avete puntato. Pazienza! seguiteremo a [246] andare a caccia, a star soli; ci annoieremo insieme, mugoleremo insieme; voi seguiterete a dimostrarmi che la vostra specie è migliore della mia ed io seguiterò ad ammirarvi e a volervi bene.

L’uscio s’aprì e Alberto rientrò nella stanza.

— Mettiti lì, — disse Mario, accennandogli una poltrona dirimpetto alla propria; — mettiti lì e rispondi.

— Ah! si tratta proprio di un interrogatorio? — domandò sorridendo Alberto.

— In tutte le regole. Avanti dunque: come si chiama?

— Chi?

— Come chi? Lei.

— Lei?.... — domandò Alberto facendo il meravigliato; e arrossì.

— Ah! fai il viso rosso? T’hanno guastato meno di quel che credevo. Dunque come si chiama?

— Oh! spiegati più chiaro perchè io non ti capisco davvero.

— Ah! non mi capisci? Senti, figliolo mio, può darsi che in quattro anni dacchè sto in campagna senza vedere anima viva quasi mai, io sia diventato un villano, ma un imbecille no.... Tu sei innamorato fino alla punta dei capelli....

— Ma che!...

— Fino alla punta dei capelli... Dacchè ci conosciamo, ed è molto tempo, non è passata settimana che tu non mi abbia scritto; sei venuto spesso a trovarmi a Campomoro e mi hai ricevuto a braccia aperte ogni volta che comparivo a Firenze. Oggi invece stai sulle spine; non hai coraggio di dirmi “vattene„ ma se me ne andassi ti farei [247] un piacerone. Un mutamento c’è. La ragione? Io l’ho trovata, tu provati a darmene un’altra se ti riesce.

— E se fossi innamorato?

— Se fossi! Bella ipotesi; se tu fossi, giocheresti, caro mio, un gioco pericoloso. Potrebbe essere una fortuna o una disgrazia; ma le fortune capitano tanto di rado!...

— Non mi fare lo scettico; hai una benedetta smania di apparire peggio.... cioè meno buono di quel che sei; ma tanto, lo sai, non ti credo....

— Che c’entra lo scetticismo? Se tu avessi diciotto anni sarebbe un altro paio di maniche. A quell’età l’amore viene in un giorno e se ne va in un’ora! Ma tu ne hai trenta, caro mio, a momenti. Se si trattasse d’una ragazza e tu volessi pigliar moglie....

— Ma e che cosa ne sai?

— Oh! fammi il famoso piacere!... Se tu avessi avuto un’idea simile, a quest’ora m’avresti scritto più lettere che non ho capelli in capo. Già, si comincia, che una ragazza me la avresti fatta conoscere. Non perdiamo tempo in chiacchiere.... Niente ragazza, niente matrimonio. Dev’essere un de’ soliti amoracci....

— Mario!...

— Eh! non c’è nè Mario nè Silla. Ho detto amoracci e non mi ricredo. Contentezze poche e guai dimolti. È così, dev’essere così ed è giusto che sia così. E meno male se t’intoppi in una donna buona; ma con la poesia che ti frulla per il cervello e cotesta bella esperienza che ti ritrovi, non mi farebbe specie tu cascassi fra le unghie di qualche strega, che ti desse il mal d’occhio per tutta la vita.

[248]

Alberto si alzò come spinto da uno scatto di molla; era impallidito ad un tratto. La ipotesi gli parve tale un oltraggio per Clara, che, dimenticando in un momento tutte le prove d’amicizia vera che Mario gli aveva date, non accorgendosi neppure che quella era una testimonianza d’affetto:

— Ma che te ne importa? — disse. — Lasciami un po’ fare quel che voglio e non mi seccare.

Mario si alzò alla sua volta:

— Ah! che me ne importa? Eh capisco! Tu ti scordi d’ogni cosa, e per conseguenza ti scordi anche che siamo amici da un pezzo, che dal giorno in cui t’ho conosciuto t’ho voluto bene come a un fratello. Sicuro che me ne importa; perchè anch’io ho la mia buona parte di egoismo e forse quello che amo in te non è che l’ombra di me medesimo. La vita, caro mio, la conosco più di te.... Sì; non c’è da alzar le spalle, più di te. Pochi uomini sono entrati nel mondo con tanta fede quanta ne avevo io; negavo il male con la sicurezza dello stoico che nega il dolore. Passò quel tempo; e se ora ti secco con le mie sorveglianze gli è perchè ho paura. Già, ho paura che tu ti trovi un bel giorno, come è successo a me, a aver due soli affetti nella vita: un uomo e un cane; un uomo al quale do noia e un cane che non m’intende.... Povero Reno! abbi pazienza!

— Mario, scusa....

— No, lasciamo andare. È inutile di seguitare a discorrere; tra le cose che ho imparate c’è anche questa: che dar consigli e prestar danari son i due mezzi più spicciativi per disfarsi degli amici. [249] Lasciamo andare. Ho capito. Torno a Campomoro. Reno, su; se hai bisogno sai dove sto....

Prese sul canapè il cappotto, fece un cenno al cane ed uscì. Alberto gli corse dietro fin sulle scale, richiamandolo; inutilmente.

Rimasto solo si dolse seco stesso del contegno tenuto con Mario; sapeva i suoi passati dolori e si rammaricava d’aver riaperto vecchie piaghe. Fu l’affare di dieci minuti poco più; poi si sdraiò di nuovo sulla poltrona....

Come sono egoisti gl’innamorati!

IV.

Mario Loveni era nato a cattiva luna; arrivato ai trent’anni non poteva, richiamando alla mente il passato, trovarvi conforto di memorie care. Sua madre morì nel darlo alla luce; suo padre, banchiere tutto dedito ai negozi, lo pose in collegio a otto anni; andava un paio di volte al mese a vederlo per una mezz’ora, gli portava de’ dolci, gli faceva due carezze svogliate e partiva; non aveva nell’animo del figliolo seminato l’affetto e non lo raccolse. Mario stette sei anni in collegio, sei anni di tormenti. I compagni lo burlavano per la sua cera malinconica e la ritrosìa, i precettori lo trattavano con sussiego; ed egli che, quantunque bambino, desiderava un po’ di affetto, trovava lo scherno sciocco da una parte, la fredda autorità dall’altra. Un giorno il socio di suo padre gli annunziò che questi era morto per una caduta da [250] cavallo, e prima di chiudere gli occhi, lo aveva nominato tutore del figliolo. Il tutore levò Mario dal collegio; uomo che al padre di lui rassomigliava nell’indole, nelle consuetudini, nei pensamenti, seguitò col ragazzo la stessa musica; lo confinò in campagna a Campomoro, gli andò a fare una visitina a scappa scappa di quando in quando, gli raccomandò al solito di studiare e di farsi uomo, e non se ne curò più che tanto.

Mario nelle solitudini della sua villa si dette tutto agli studi, e dai quattordici a’ venti anni non visse che per imparare; così che quando uscì dalla minore età ed il tutore, consegnandogli il ricco patrimonio lasciato dal padre, lo fece libero di sè, Mario era un dotto, ma non un uomo; sapeva a mente Plutarco e si figurava di non trovare lungo il proprio cammino che eroi. Tutti i suoi pensieri volavano colle ali dell’entusiasmo verso un polo unico: l’amore del buono. Era ricco, simpatico e trovò nel bel mondo, di cui si fece assiduo frequentatore, molti che gli proffersero la propria amicizia; ed egli in compenso aprì loro il cuore riboccante di affetto e la borsa pingue di danari. Gli amici, da gente discreta, scelsero, s’intende, la cosa meno preziosa: i danari; e in capo a due anni facendo i conti, Mario s’avvide che aveva buttato via un quinto del suo patrimonio in imprestiti forzati, consolidati, senza pagamento di frutti.

— Meno male, pensò, che ho scapitato solamente qualche centinaio di migliaia di lire; poteva andarmi anche peggio!

Volle dare alla propria vita un intento. Nei libri [251] aveva attinto anche lui il desiderio onde è oggi tormentata la più gran parte degli uomini che pensano, di trovare una medicina per guarire le piaghe della umanità. Dato un addio ai salotti, scese nelle officine; gli pareva di conoscerlo il popolo; glie lo avevano dipinto con tanta evidenza il Fourier, il Cabet, il Blanc, il Proudhon. Praticò gli artigiani; nelle anime loro esulcerate dalla servitù, egli voleva versare il balsamo della pace; e sedate le collere, suscitare, aiutare le oneste speranze.

E trovò nelle officine e nelle soffitte ciò che aveva trovato altrove: appetiti infingardi, bramosie selvagge, alimentati quotidianamente dalla superbia e dall’invidia; prepotenze, rivalità senza fine, brutture d’ogni maniera.

Dure prove, dalle quali un altro sarebbe uscito sgomento. Mario no; era tale in lui il bisogno di credere, che quando un sogno si dileguava egli si cullava in un altro.

Alcuni chiamano debolezza questo creare i fantasmi per adorarli poi, incielati in una specie di paradiso morale. Ma chi soffre della triste realtà di questo mondo mediocre, trova, sollievo ineffabile, vigori rinascenti di continuo per spandere le proprie effusioni sopra queste creazioni ideali della fantasia, le quali traggono da noi quanto v’ha di buono, di puro, di sacro in fondo a noi stessi.

— “Ma è inutile!„ soggiungono.

Già; inutile, come contemplare commossi il sole che tramonta, o la luna che sorge; inutile, come lo infiammarsi di fervore e di affetto innanzi a qualche capolavoro dell’arte; inutile come l’amare, come [252] il soffrire, come la vita istessa che ha due sole cose veramente grandi: l’amore e il dolore.

Eppure v’hanno uomini d’acciaio e donne di neve che non intendono queste caste voluttà dello spirito; sogghignano e compiangono. Anche i soldati d’Attila schernivano i banchetti dei nipoti d’Apicio!

Al tempo del suo apostolato democratico, Mario conobbe una di quelle ragazze che credono in coscienza di fare le crestaie ed hanno la pericolosa consuetudine di lasciare la chiave nell’uscio di casa. Non era bella, ma passionata nello sguardo pieno di mistero. Mario credè leggervi il tedio della vita che ella menava, il desiderio di pace, il rammarico d’averla perduta forse per sempre. L’amò come sapeva amar lui; la vestì al solito dei colori dell’imaginazione e le prestò generosamente tutti i requisiti che le mancavano. Fu seco imperioso come un uomo e ad un tempo docile come un bambino; era ignorante, si piegò con pazienza a educarla, era corrotta, volle correggerla! ahimè!...

Avete un bel serrare la cingallegra in una gabbia d’oro e darle ogni giorno il panìco e ripararla dai geli del verno, dagli ardori della canicola; lasciatele l’usciolino socchiuso ed essa tornerà a’ campi aperti. Un bel giorno Mario tornando a casa trovò la gabbia vuota; la cingallegra aveva ripresa la via delle selve. Giulia se n’era andata lasciando a Mario una lettera, documento importantissimo per il quale si faceva manifesto che egli non era riuscito a insegnarle nè la morale, nè la calligrafia.

Fu quello un brutto giorno per Mario; si sentì scosso; e capì che oramai nulla, se non amarezze solitarie, poteva aspettare dalla vita.

[253]

Comprò un cane, Reno, e andò a nascondersi a Campomoro.

Là in campagna, stracco qualche volta per le lunghe passeggiate sulla collina, godeva se non altro, dei benefizi del sonno, e fino all’autunno le cose andavano meno male; quando l’inverno arrivava, Mario era costretto a passare le sue giornate innanzi al fuoco; e, solo, vagheggiava gli antichi inganni, e gli era unico conforto il ricordarsi di avere sperato!

Reno compieva alla meglio il suo ufficio d’amico affezionato e discreto.

Ma quando la sera sul tardi la povera bestia si poneva a dormire sopra una seggiola in prossimità del camino, Mario pensava tra sè:

— Amare una bestia è qualcosa, ma non basta! Se là su quella poltrona fosse seduta una donna, eh! il tempo passerebbe senza ch’io me ne accorgessi; la tramontana soffierebbe senza ch’io mi domandassi al solito: “Che farò domani?„ E vivrei un po’ meglio che in questa solitudine notturna, dove non ho altra occupazione che attizzare il fuoco e porgere l’orecchio al vento che mulina tra i platani del viale!...

Eppure, se dopo una notte insonne apriva la finestra e la luce dell’alba entrava nella sua stanza insieme con l’aria fresca impregnata d’aromi silvestri, sentiva rinvigorire il corpo e l’animo rinnovarsi; usciva a godere delle commozioni dolci e tranquille che la natura dà per nulla ai suoi amici più oscuri; e se una nuova speranza non fosso venuta a tormentarlo, succeduta da un nuovo dolore, forse egli si sarebbe acquetato per sempre nel convincimento [254] che un breve lembo di terra, qualche albero, un sentiero angusto cui fiancheggino le borraccine e il lavoro facile e portentoso della natura bastano ai bisogni dell’uomo che pensa e che sente.

Un giorno ch’egli faceva appunto una di queste camminate s’imbattè in una bambina di circa otto anni, sudicia, stenta. Vedendolo, ella si fermò, e parve volesse chiedergli qualcosa; poi, come vinta dal ritegno, abbassò gli occhi e tirò per la sua strada. Mario prima le tenne dietro con lo sguardo, poi la chiamò.

La bambina si volse.

— Come ti chiami, bimba?

— Carmela.

— E dove stai?

— Alla Pieve de’ Monti.

— Così lontano? E dove vai?

— A Firenze.

— A che fare?

— A vedere la mamma.

— E vai sola?

— Chi m’ha a accompagnare? Il babbo non l’ho più.

— E la mamma t’ha lasciato? Dov’è?

La bambina si strinse nelle spalle e non rispose. Mario sedè sopra un mucchio di sassi, fece sedere accanto a sè quella povera creatura, le ripetè molte volte e senza frutto l’istessa domanda. Alla fine:

— Tu non puoi andare da te, bambina mia, a Firenze.

— Posso.

[255]

— Ma a casa non ci hai nessuno?

— No.

— Facciamo così, vieni da me; stasera ti riposerai e domattina, se ti parrà, te ne anderai via.

La bambina non fiatò; ma quando Mario si mosse gli tenne dietro silenziosa. Egli la prese per la mano, che scottava e tremava; vinse la repugnanza destata in lui dalla pelle della piccina coperta di sudore e di polvere e se la portò in collo fino a Campomoro.

Il giorno dopo Mario, che aveva chiesto informazioni alla Pieve dei Monti, sapeva per filo e per segno la storia di quella creatura. Era la figliola di un muratore morto un anno innanzi; la madre di lei era stata condotta in carcere pochi giorni prima, rea confessa di furto qualificato.

Quando si dimostrò con la bambina al fatto d’ogni cosa, questa dette in un dirotto pianto, nascondendo dalla vergogna il viso tra le mani; e tanto lo pregò e scongiurò perchè la mandasse a vedere la madre, che Mario prese il partito di condurla egli stesso a Firenze.

Ottenne non senza qualche difficoltà il permesso di accompagnarla nella prigione.

Quando v’entrarono, la donna se ne stava accoccolata in un angolo; appena riconobbe la bambina:

— Che sei venuta a fare? — domandò brusca.

— L’ho condotta qui perchè voleva vedervi — rispose Mario — la trovai l’altro giorno sulla strada maestra. Buon per lei e buon per voi! se non ero io a quest’ora sarebbe morta di freddo e di fame.

— To! chi gl’insegna a far la girellona? Se restava [256] a casa, qualcheduno ci avrebbe pensato anche a lei; sta meglio lei fuori che io dentro.

La bambina intanto singhiozzava a capo basso senza dire una parola.

— Siete disposta a dare legalmente il vostro consenso perchè io la tenga con me? Ve la restituirò quando avrete scontata la vostra pena.

— Per me? Uhm! faocia un po’ lei! O fuori o dentro con che l’ho a campare io? Se il mi’ omo mi avesse dato retta la sarebbe ita più liscia. Glielo dissi io quando la venne al mondo: portala agl’Innocenti... la rota la c’è apposta per buttarci i figlioli de’ poveri. Ma lui no!... volle far di su’ testa. E c’è cresciuto in casa cotesto tisicume che non sa far nulla, che non può far nulla... ora gli dole il capo... ora ha gli stomachini....

— Dunque me lo date il permesso?

— Magari!

— Bene: via, piccina, di’ addio alla mamma e vieni con me.

La bimba, che il linguaggio della madre non aveva meravigliato perchè c’era assuefatta, le si accostò, le dette un bacio e,

— Addio, mamma — disse; — vo con questo signore: quando ti manderanno via, se mi vorrai, verrò... se, no... pazienza! ma quand’esci di qui, per l’amor di Dio e del povero babbo bada di non ci tornar più!

Quel dialogo breve bastò a mutare in affetto profondo la pietà che nell’animo di Mario aveva ispirata la bambina; la ricondusse a Campomoro, le insegnò leggere e scrivere e, sebbene non credente, le parlò di Dio; conosceva gli angosciosi accasciamenti del dubbio e lei volle paga nella serenità della [257] fede; si adoperò con ogni sollecitudine a rattoppare, come suol dirsi, quel corpicciattolo smunto e malaticcio; e a poco a poco nella dolce consuetudine dimenticando il passato, si figurò a volte che Carmela fosse sua figliola.

Ella obbedì a ogni volontà del benefattore e l’amò; ma non potè mai dargli una consolazione da lui desideratissima; quella di vederla sorridere.

Una gran fatica dovè durare Mario per indurla a dargli del tu. Non c’era verso di piegarcela; dapprima non volle, poi per far piacere a lui ci si adattò; ma non le riusciva e i dialoghi loro erano qualche volta curiosissimi.

— Senta, — diceva Carmela.

— No: senti. Te l’ho già detto, voglio che tu mi dia del tu.

— Se non mi riesce!

— Provati; ci piglierai l’assuefazione.

— Sì, ma si comincierà un’altra volta, ora no...

— Ora, ora....

— Senti dunque: l’ho letto quel libriccino che tu mi desti ieri sera....

— Ebbene?

— Ma non l’ho capito; se non me lo spiega....

— ..... Spieghi.

— Spieghi tu... quando tu mi dici una cosa intendo subito; da me non son buona a nulla: non mi insegnavano niente lassù al paese.... e se quel giorno non avessi incontrato lei....

— Daccapo!

— Ah! già!... ma se glielo dico che non mi riesce.

E gli buttava sorridendo le braccia al collo, ed egli la copriva di baci.

[258]

Mario menandola a passeggiare seco per la campagna si studiava con la parola piana, amorevole di addentrarla nei segreti della natura; una foglia mulinata dal vento, un grappolo d’uva indorato dal sole, un pettirosso svolazzante per la siepe porgevano argomento a quelle lezioni che Carmela ascoltava a bocca aperta come novelle di fate. Nondimeno qualche volta si faceva trista ad un tratto e Mario, ripensando le cose dette, raccapezzava l’associazione d’idee per cui ella s’era condotta col pensiero al padre morto, alla madre imprigionata.

E passarono tre anni.

Una volta Mario costretto ad allontanarsi per qualche giorno da Campomoro fidò Carmela a una donna di casa e partì.

La bambina, che in tre anni non s’era staccata da Mario un giorno solo, divenne triste. Non faceva che piangere; la donna inquieta, la quale cercava ogni mezzo per distrarla, si arrese al desiderio che quella mostrò di andare a vedere il proprio paesetto e ve la condusse. Arrivata là Carmela ebbe un solo pensiero: domandare notizie di sua madre; e seppe che, scontata la pena, era tornata a casa, rimastavi sei mesi, arrestata daccapo e daccapo condannata per furto.

Quando, la settimana dopo, Mario tornò a Campomoro trovò la bambina malata; dalla gita alla Pieve de’ Monti non aveva avuto più bene; ogni giorno l’assaliva, prostrandola, una febbre violenta. Parve da principio cosa non grave, poi Carmela peggiorò, lagnandosi di fortissimi dolori alla testa. Il medico discorse di tifoidèa ed espresse il timore che la bambina, debole com’era, non giungesse a superarla.

[259]

Dodici giorni, dodici notti stette Mario al capezzale di quella povera bimba. Ella destandosi talvolta dall’assopimento morboso, lo sorprendeva piangente e,

— Perchè piangi? — diceva. — Non ti lascio mica, sai?

Quella rinascente fiducia di lei alimentava nel cuore di Mario la speranza, che il medico procurava invece di spengere. Una mattina Carmela, sollevando lo scarno braccino, gli fece cenno d’accostarsi e colla voce fioca così che pareva respiro:

— Sto male, — disse — non ti veggo quasi più....

Poi, dopo una pausa affannosa:

— Se mai non guarisco, ci penserai, eh? alla mamma... non ha da mangiare, poverina... e per questo...

Cercò la mano di Mario la tenne un pezzo fra le sue senza aggiungere sillaba, poi l’abbandonò e parve uscire di sentimento.

Non parlò, nè si mosse più.

A notte inoltrata il modico e Mario stavano in piedi ambedue, questi da un lato, quegli dal lato opposto del letto; la donna di casa s’era appisolata sopra una poltrona. Carmela giaceva supina, immobile; a un tratto aprì gli occhi e sorrise.

— Ha aperto gli occhi — mormorò Mario volgendosi al medico.

— Aspetta, signor Mario, — disse quegli dopo un momento — la sua mano che glieli chiuda.

Era morta.

················

Poco dopo quel tempo nella casa di campagna dei Villareale che era prossima a Campomoro, Mario conobbe Alberto Valmarana. Questi veniva da una [260] piccola città del Veneto; nel fiore della giovinezza sorrideva alla vita e le speranze sorridevano a lui. Mario ritrovò in Alberto sè medesimo ed ebbe come il presentimento che anche ad Alberto sarebbero toccati que’ medesimi dolori per i quali egli aveva tanto sofferto.

Provò dapprima un senso di pietà; stimò quasi una colpa lasciare andare solo quel giovinotto così buono, così credente, per la sua strada, senza sgombrarla da’ triboli; e pose in Alberto quell’affetto che era per lui un bisogno, un intento alla vita, un mezzo per sostenerla.

Perchè Mario era vittima di uno dei mali più pericolosi fra quanti affliggono l’umanità: il male dell’imaginazione. Chi ne è affetto non guarisce mai, sebbene gli paia talvolta, specie dopo le crisi più fiere, d’essere risanato. È una specie di daltonismo morale per cui il mondo e la vita si veggono diversi da ciò che sono. Gli uomini serî, a sentirli, hanno per curarlo una quantità considerevole di specifici, i quali tutti si compendiano in questa semplice ricetta: mutare la propria indole, ossia divenire un altro uomo, differente in tutto da quallo che v’ha fatto madre natura in un momento di cattivo umore. Quegli uomini serî somigliano un po’ a’ medici, che visitando un operaio logorato dalle soverchie fatiche, sfinito per i cibi insalubri, intisichito nella miseria, gli consigliano di non lavorare, bere ogni giorno una mezza bottiglia di Bordeaux e fare ogni tanto una trottata in carrozza. Potere!

Ah! che profondi conoscitori del cuore umano gli uomini serî.

[261]

V.

Ciò che Alberto facesse dopo la partenza di Mario anche i lettori meno sagaci indovineranno facilmente. Aspettò che sonassero le nove, ora in cui doveva vedere Clara; aspettando, si provò a leggere uno de’ suoi autori favoriti e scorsa, distratto, una pagina, buttò via il volume; ebbe dei momenti di profonda malinconia e delle ore di una letizia quasi infantile. A pranzo non mangiò; bevve una mezza bottiglia di vecchio vino di Borgogna; avanti d’alzarsi da tavola riempì il bicchiere, e porgendolo a Stefano, suo cameriere,

— Bevi anche tu — gli disse.

Stefano, stupefatto da quell’offerta del padrone, non s’attentò sulle prime a pigliare il bicchiere; e Alberto:

— T’ho detto che tu beva.

L’obbediente Stefano si rassegnò ad assaporare il Borgogna e lo sentì così robusto, che ripensandoci giudicò la robustezza sua essere la cagione sola della confidenza insolita datagli dal padrone.

E finalmente alle otto e mezzo, Alberto uscì e s’avviò verso casa Villareale.

Era giunto in prossimità del palazzo quando s’udì chiamare ripetutamente per nome; non rispose; sentì una mano posarglisi sulla spalla, si voltò e riconobbe Alfredo Ferreri, una delle sue conoscenze.

— Dove vai?

[262]

— Ma.... — rispose Alberto — in nessun luogo.... passeggio per far del moto....

— E dove la passi la serata?

— Non lo so, sono stanco del ballo di stanotte; ho una gran voglia d’andarmene a letto presto.

— Perchè non vieni dalla Marchesa?

— Da chi?

— Dalla Villareale.

— Ma.... — balbettò Alberto — è sabato oggi, e la Marchesa riceve il mercoledì.

— Lo so; ma stasera fa un’eccezione alla regola.

— Chi te lo ha detto?

— Me l’ha detto Claudio Piccardi che le presenta stasera l’Olivares... Sai? quell’addetto alla legazione di Portogallo che è arrivato giorni sono.... Dunque vieni?

— No.

— Vieni, vieni, dammi retta. Si piglia una tazza di thè e si fa l’undici. Non foss’altro si guarda la padrona di casa. Hai visto com’era bella stanotte? Che occhi, che spalle! Vieni, vieni, lasciati persuadere.

Intanto erano giunti innanzi alla porta di casa Villareale. Alberto, per quanto avesse dapprima negato, moriva di voglia, come ognuno capisce, di veder Clara; si fece pregare un altro po’ dal Ferreri, poi salì risoluto le scale.

Non era nell’animo suo ombra di rancore verso Clara; anzi più che della pena provata da lui, si doleva in cuor suo del rammarico che Clara anch’ella aveva dovuto provare. E sperava che glielo avrebbe dimostrato questo rammarico, con un sorriso, con un’occhiata, con una di quelle strette di mano che dicono più di qualunque parola.

[263]

Quando entrò con Alfredo nel salottino della Marchesa v’erano già Claudio Piccardi, il conte Olivares e due o tre altri individui di sesso mascolino, solite comparse delle quali non giova neppure ricordare il nome. Clara, seduta sopra un sofà vicino al caminetto, seguitava col diplomatico una conversazione animatissima sulla Germania, che l’Olivares conosceva bene e dove Clara aveva, prima del suo matrimonio, dimorato qualche tempo. Alberto le s’accostò e le stese la mano.

— Buona sera, Marchesa.

— Buona sera, Valmarana.

Non battè palpebra. Alberto che aspettava lo sguardo, il sorriso, la stretta di mano, fu deluso compiutamente nella sua aspettativa.

Che tumulto di pensieri si suscitasse allora nella mente di lui, che pena crudele gli stringesse il cuore, sarà, penso, inutile dire. Si sedè sopra una poltrona senza aprir bocca; poi si alzò, osservò con molta attenzione le figurine di vecchia porcellana di Sassonia, che guarnivano le étagères del salotto; si fermò dieci minuti innanzi a due battaglie del Borgognone che aveva veduto le mille volte; apri gli albums delle fotografie, sfogliò i giornali.... e soffrì.

Sarebbe rimasto zitto chi sa per quanto; ma quando venne l’ora del thè Clara lo chiamò:

— Valmarana vuole una tazza?

— Grazie.

— Grazie sì o grazie no? Non può fare nemmeno lo sforzo di dire un monosillabo di più? Prenda, prenda una tazza di thè, le farà bene; è stanco e si vede. Piccardi, vuol farmi il piacere di passargliela?

[264]

Alberto prese la tazza dalle mani di Claudio e non rispose, Clara continuò a discorrere cogli altri che le stavano attorno e a guidare abilmente la conversazione. Di lì a poco fece cadere il discorso sopra un paravento di lacca comprato il giorno innanzi e richiese il Piccardi del suo giudizio. Questi che era un di quegli uomini i quali sanno un po’ di tutto e hanno una gran smania di sfoggiare la loro erudizioncella, lodò il paravento: ma una volta preso l’aire s’ingolfò in una specie di dissertazione intorno alle differenze per le quali le vecchie vernici del Giappone si distinguono dalle recenti. Intanto che gli altri lo stavano a sentire, Clara s’accostò ad Alberto che s’era rincantucciato presso al camino figurandosi di leggere un giornale della mattina, il quale aveva la data di due mesi innanzi, e intavolò ad alta voce con lui una conversazione sul quartiere del principe Dolgoruki. Alberto la ascoltava trasecolato.

— Così è — seguitava il Piccardi. — Ne volete una prova? Nel 1874 il Nilo che portava le casse contenenti gli oggetti spediti dal Giappone all’Esposizione di Vienna affondò ne’ pressi di Yokohama e le casse rimasero più di un anno in fondo al mare. Le recuperarono. Sapete che cos’era successo? Le lacche antiche erano rimaste tali e quali; i prodotti moderni di Kioto e di Yeddo tutti quanti distrutti.

Si udirono esclamazioni di sorpresa, e in quel gruppo il dialogo al quale oramai prendevano parte in tre, in quattro nel medesimo tempo, si fece rapido, alto e confuso.

Clara allora con voce sommessa ad Alberto:

[265]

— Hai torto, era un impegno antecedente di cui non mi rammentavo; scusa... ti spiegherò, sii buono.

Poi, lasciandolo e dirigendosi verso l’altro lato della stanza:

— Che racconta di bello Piccardi? Voglio sentire anch’io.

Dopo quelle parole, le collere adunate nell’animo d’Alberto si dileguarono; egli non soltanto si adirò seco stesso di aver potuto dubitare di Clara ma ne stupì. Alle undici il conte Olivares s’alzò e gli altri con lui. Alberto si tenne indietro procurando di uscir l’ultimo dalla stanza, tanto per aver tempo di dire una parola di soppiatto alla Marchesa; ma il suo piano strategico bene meditato e meglio eseguito non ebbe successo felice. Clara subito che si trovò sola nel salotto, donde Claudio era uscito in quel punto,

— Piccardi — chiamò.

Claudio rientrò nella stanza.

— Non si dimentichi della mia commissione.

— Non dubiti, Marchesa, le pare?...

Claudio salutò daccapo, e Alberto fu giocoforza uscisse dal salotto con lui.

Quando furono nella strada:

— Vi siete divertito? — domandò Claudio al diplomatico.

— Molto.

— Io no; — e levando di tasca l’orologio, — a voi; con queste piccole riunioni si sciupa la serata senza costrutto; son le undici, poco più. Che cosa si fa ora?

— Pare che tu ti creda un uomo necessario, [266] caro mio, — soggiunse Alfredo; — se t’annoi, perchè ci vieni?

— Sei curioso, sai? Oggi alle Cascine la Marchesa mi ha tanto pregato di condurle gente, come si fa a dir di no? Avevo promesso al conte di presentarlo, ho colto l’occasione.

Passava per l’appunto un fiacre.

— Ferma! — gridò Alberto al cocchiere; poi congedandosi dagli amici:

— Buona notte.

E senz’aggiungere parola aprì lo sportello della carrozza e v’entrò. Solo, lo colse la smania; gli parve che una mano di ferro gli premesse il cuore e gl’impedisse il respiro. Non c’era più dubbio possibile; l’impegno precedente era una solenne bugia, Clara aveva mentito. Perchè? Per non fargli capire che non voleva star sola con lui quella sera. E allora perchè dargli l’appuntamento? Che cos’era accaduto? S’era pentita... perchè? O aveva promesso coll’intenzione di non mantenere? Di certo doveva esser così; la menzogna della sera spiegava l’inganno della mattina. E con che tono carezzevole, con che aperta confidenza gli aveva detto “scusa, sii buono.„ Oltre la menzogna, la simulazione. Ma si mentisce, si simula con un uomo a cui si vuol bene? Quanti e quanto tristi quesiti!

Entrò in casa, si sdraiò sopra una poltrona e la smania gli si fece più intensa. Sentì destarsi il coro delle memorie che cantavano le gioie dei giorni fuggiti, e gli passarono innanzi agli occhi tutti gli episodi del suo poema d’amore.

Molti degli oggetti che guernivano la sua scrivania, muti per altri, avevano per lui una voce.

[267]

— Ti ricordi, — diceva un piccolo vaso di vetro di Murano, — ti ricordi quando mi confidasti il primo fiore che ti era riuscito carpire dalle sue mani? Era una viola di maggio! La custodii per tre giorni gelosamente; ahimè! dai petali riarsi più non s’innalzano olezzi! breve come la vita di quel povero fiore è stato il sorriso della tua gioventù!...

— Ti ricordi, — ripigliava un portafogli in cuoio di Russia, — ti ricordi del giorno in cui ti fui regalato da lei? Come ti tremava la mano quando la stendesti per prendermi! ti ricordi come corresti a nasconderti nel folto degli alberi per baciarmi e ribaciarmi? E la notte, svegliandoti, ti ricordi come balzasti dal letto, per pormi sotto il tuo capezzale?... E ora? Ora io conservo le corolle scolorite di quella viola di maggio e una ciocca di capelli biondi; in me si chiudono, come in una tomba, i resti delle tue morte speranze!

Intanto, il conte Olivares, Claudio Piccardi e Alfredo Ferreri cenavano al Caffè di Parigi. Il conte Olivares domandava agli altri notizie delle persone che aveva conosciuto nei pochi giorni dacchè era arrivato a Firenze. Quando venne la volta d’Alberto:

— A proposito: e quel signor Valmarana?

— Lo avete conosciuto in una cattiva serata; ha dogli alti e bassi, certe volte è piacevolissimo, certe altre funebre.

— Mi era venuto in testa..., — riprese l’Olivares, — basta, non mi arrischio a dirlo....

— Dite, dite pure.

— Posso sbagliare.... m’era venuto in testa che fosse innamorato della Marchesa.

[268]

Claudio e Alfredo dettero in un gran scoppio di risa. Poi il Piccardi:

— Povero Alberto! caso mai l’avrebbe fatta buona!

— Perchè?

— Eh! il perchè sarebbe lungo a spiegare.

— Poco male; io non ho fretta e poi ricordatevi che avete assunto l’impegno di farmi da guida nei laberinti della società fiorentina.

— Sta bene ma... vedete? Per quanto mi conosciate da poco, spero che non mi avrete preso per un collegiale. Eppure che volete che vi dica?... Ho una certa repugnanza a parlare della Marchesa qui a cena al Caffè....

— Eh! perdio! — interruppe l’Olivares, — che cos’è questa Marchesa, una santa?

— Ci corre poco. È una di quelle creature, caro mio, che noi gente corrotta abbiamo bisogno di trovare ogni tanto nel mondo per non perdere addirittura la fede nell’umanità. Se sapeste la sua vita!

— Raccontatemela; chi ve lo impedisce?

— Sì, ma prima lasciatemi bere il caffè.

Claudio sorseggiò la tazza poi riprese:

— Badiamo, bisogna andar d’accordo su certi principii. O ci s’intende sull’ufficio che la donna ha nel mondo e va bene; o altrimenti....

— Bagattelle, — osservò il Conte, — la prendiamo larga. L’ufficio della donna!...

— Ma — interruppe il Ferreri — non saprei.... Accompagnare gli uomini all’inferno facendoli passare per il paradiso.

— Se cominciamo coi paradossi è inutile. Studiate la storia cominciando dall’India.

[269]

Il Conte fece per alzarsi. E Claudio:

— Se mi state a sentire, bene, se no....

— Caro Piccardi, io sto a Firenze e voi partite per l’India; mi avete promesso una biografia e mi preparate una teorica. Seguitate pure, io intanto andrò ad accendere il sigaro. Teoriche non ne voglio. Gli uomini... notate bene che non ho detto i maschi. Cameriere, fuoco. Vi concedo tre uomini ogni cento maschi e credo di essere generoso; gli uomini se ne fabbricano una per giorno di coteste teoriche sugli uffici della donna, e via via la mutano secondo i casi e gli anni, io non so quale sia la vostra; ma quanti anni di esperienza vi costa? Mettiamo venti. Purchè una donna voglia, ve la farà rinnegare in una settimana. È la solita storia dei capelli bruni e dei capelli biondi. Per un gran pezzo ho detto e ripetuto che soltanto le donne brune erano belle; non mi capacitavo come ci si potesse innamorare d’una bionda. Trovai una bionda che me lo fece capire. Fra le donne che un uomo giovane frequenta ce n’è sempre una che gli piace più delle altre. Quella donna è per lui in quel momento “la donna ideale.„ E quindi la sua brava teoria. Cartesio affermò una volta che lo strabismo aggiunge dolcezza alla fisonomia femminile; segno che in quel tempo era innamorato d’una guercia. Mi fate il piacere di dirmi quale fosse per esempio la teorica di Luigi XIV? Prima s’innamora della La Vallière che diceva: “Ah! se non fosse re!„ e non voleva del principe che l’amante; poi della Montespan che sospirava: “Ah! se fossi regina!„ e nell’amante non cercava che il principe.

[270]

— E forse aveva ragione, — soggiunse Claudio, — ai tempi della Montespan non sopravviveva che il re; l’amante s’era perduto nell’ultimo abbraccio della La Vallière.

— Mi pare che si divaghi — osservò il Ferreri.

— Torniamo alla Marchesa, Piccardi.

— Torniamo alla Marchesa. La sua vita non è stata altro, caro Conte, che un continuo succedersi di sacrifizi compiuti senza titubanze e senza rammarico. È una Sangiorgi, credo che lo sappiate.

— No.

— È figliola del barone Sangiorgi, un veneto che fu amico intimo del marchese Piero di Villareale, suocero della Marchesa, morto cinque anni fa. Si compromise nel 1848 e gli sequestrarono i beni. Venne in Toscana e insieme col Villareale si dette alle speculazioni; siccome se ne intendeva, gli riescirono bene e in poco tempo mise assieme qualcosa più di un milione di parte sua. Nel 1859, al tempo della guerra, i due nobili soci conchiusero non so che contratto coll’intendenza deil’esercito francese; per via di questo contratto nacque tra di loro una lite, che durò parecchi anni, costò parecchie diecine di migliaia di lire, e, avrebbe da ultimo messo sul lastrico quello dei due contendenti a cui fosse toccato il torto. Gli amici si erano intromessi più volte per un accomodamento; il Barone era disposto, ma il Marchese montava sulle furie solamente a sentirne parlare. Nel sessantadue il Marchese morì, lasciando un figliolo, Guglielmo che voi conoscete. Gli amici si interposero di nuovo; uno di loro ebbe anzi tanta malizia da accorgersi che Guglielmo era unico erede [271] del Marchese; Clara unica erede del Barone; e che il mezzo più semplice per mettere in pace le due famiglie era di farne una sola. Pochi mesi dopo fu concluso il matrimonio. La signorina Sangiorgi Guglielmo non l’aveva mai nè visto nè conosciuto; lo sposò temendo che la lite conducesse il padre alla rovina, o riducesse alla miseria un povero ragazzo, il quale in fondo non aveva nessuna colpa in tutto quel tramestìo di giudici e d’avvocati. E il suo sacrifizio fu tanto più grande in quanto che ella sapeva benissimo che Guglielmo a venticinque anni era un libertino numero uno.

— Ah! davvero? — domandò l’Olivares.

— E di che tinta! — rispose il Ferreri. — Qualità sopraffine: ditta Ozio e figli.

— Guglielmo condusse la moglie in campagna e seguitò nella vita di prima. Giocò, perdè spesso e molto; in una sera sola settantacinquemila lire; e la Marchesa, che non era stata ancora ad un ballo, dovè, per pagare, impegnare la sua collana di diamanti.

— Perchè — soggiunse Alfredo — ci sono ancora a Firenze dei diamanti veri. Non molti, ma ce ne sono.

— Voi l’avete avvicinata stasera per la prima volta; giudicherete in seguito quanto valga la sua intelligenza; ma gli occhi, la persona tutta imperiosa e seducente, basta vederli per capire che passioni può destare e provare quella donna. Se avesse voluto, imaginatevi!... Ma non ha mai voluto; non ha pensato che a una cosa sola: a tentare di correggere il marito. Non dico di farsi voler bene da lui; non lo ha mai ottenuto, e non [272] può averlo neanche sperato. Senza lamentarsi è rimasta chiusa per tre anni in villa; da due soltanto è entrata nel bel mondo e v’è stata accolta come meritava; gli uomini l’adorano....

— Come una Dea, badate, — disse il Ferreri, — ma non s’arrischiano ad amarla come una donna.

— Le donne, persino le donne, che le invidiano la bellezza, l’ingegno, la virtù, non s’attentano a dire sul conto suo la più piccola cattiveria. E lei, che superiore a tutte per ogni verso potrebbe giudicare e mandare, non ha che silenzi indulgenti, o parole di scusa. Non può credere al male; e quando è costretta a crederci, si sforza di compatirlo. Ecco perchè, caro conte, il vostro sospetto sull’amore d’Alberto ci ha fatto ridere; non credo che Alberto sia innamorato della Marchesa; se fosse, ve lo ripeto, la farebbe buona!

— Quand’è così, — rispose il Conte Olivares, — mi pento e mi dolgo di avere supposto, anche per un momento, una cosa tanto inverosimile. E quando presenterò i miei ossequi a S. M. il re Luigi, lo ringrazierò d’avermi mandato a Firenze e offertomi l’occasione di conoscere questo miracolo di donna, saggia, forte, pura.... c’è altro?

— Voi scherzate, ma io vi dico...

— Non scherzo, mio caro; noto solamente che la Marchesa ha ventotto anni; aspettate, in nome di Dio, a darle questi certificati di donna-modello.... non ho mai visto distribuire ai soldati le medaglie del valor militare, prima che partano per la guerra. E poi non potrebbe darsi il caso che questa virtù celestiale fosse un fantasma creato e temuto dalla vostra superstizione? Sicuro, se vi contentate di [273] adorarla come una Dea, senza arrischiarvi ad amarla come una donna, non sarà lei che si affaccerà alla finestra e getterà il fazzoletto al primo uomo che passa.

— Ma quando tutti tutti vi ripetono la stessa cosa, tutti pronunziano lo stesso giudizio?... Avevo ragione di dire dianzi che bisognava intendersi su certi principii. Se voi a priori non credete all’onestà delle donne....

— Ah! un momento, caro mio, all’onestà sì. Che la Marchesa non abbia avuto e non abbia amanti, sarà verissimo.

— Sarà?

— È, è verissimo; siete contento?

— E allora?

— E allora dico che è onesta, virtuosa non lo so e non lo dico. Un bel merito a non peccare quando non si provano le tentazioni! Se non c’è battaglia non ci può esser vittoria. A questo modo tutte le donne deformi sarebbero virtuose. Voi stesso credete la Marchesa capace di sentire la passione. Aspettiamo dunque; se la vedessi, adorata un po’ meno e amata un po’ più, correre pericolo, combattere la grande, la formidabile battaglia nella quale non c’è neppure parità di forze, perchè la passione ha sempre per alleati la gioventù, il senso, l’amor proprio, la fantasia, l’incitamento stesso che viene dagli ostacoli, se la vedessi combattere e trovare in sè stessa tanto vigore da resistere e da vincere, oh! allora....

— Allora, — interruppe Alfredo, — il Conte scriverebbe tra i ricordi del suo viaggio in Toscana: “Ho visto a Pisa un campanile e a Firenze [274] una donna che pencolano sempre e non cascano mai.„

— Ma finchè tutto ciò non sia dimostrato, abbiate pazienza, caro Piccardi, rispetto le vostre opinioni e serbo le mie.

— Sta bene. Siete arrivato da poco e non è probabile che ve ne andiate da Firenze presto. Ci riparleremo. La Marchesa è la femme loyale come se la figuravano certi scrittori del secolo XVI. Sapete che cosa dice Olivier de la Marche, biografo di Carlo il Temerario? Che la donna virtuosa deve avere ceinture de chasteté, tablier de diligence et pantoufles d’honnesteté.

— Ahi! ahi! — gridò Alfredo, — gli ripiglia l’accesso dell’erudizione. Cameriere, il conto.

Pagarono e uscirono.

VI.

La mattina seguente la Contessa Laura Alberici, avvolta in una elegante veste da camera di flanella celeste guarnita nell’apertura da rovesce di seta bianca felpata, gingillava svogliatamente innanzi allo specchio con due ciocche di capelli che non volevano stare a modo suo, quando la cameriera entrò nella stanza.

— Che c’è? — domandò la Contessa.

— La signora Marchesa.

— Chi? Clara?

— Sì signora.

— Ma che ore sono?

[275]

— Le dieci, signora.

— Le dieci? A quest’ora?... È acceso il fuoco in salotto?

— Sì signora.

— Falla passare.... Vengo.

Mentre la Contessa Laura entrava nel salotto, dalla porta opposta v’entrava la Marchesa di Villareale.

Laura e Clara avevano, mese più mese meno, la stessa età. Due tipi differenti di donna. Clara sovranamente bella, Laura non bella, ma simpatica per la grazia della fisonomia, e per la vivacità dello sguardo. Clara pallida e bionda, Laura colorita, bruna. Clara una donna, Laura una donnina; questa aveva bisogno di studiare qual foggia di vestito, quale accozzo di colori si addicesse meglio alla sua persona, quella comunque vestisse appariva sempre bella nel medesimo modo. E bellissima era anche quella mattina; in testa aveva una toque di velluto nero, addosso un giacchettino a vita in panno inglese bigio con doppia sottana della stessa stoffa, ripresa da svelte pieghe sui fianchi, e sulla quale scendeva da uno dei lati una borsa elegantissima in cuoio nero.

— Come mai, a quest’ora? — domandò Laura andando incontro alla Marchesa.

— Volevo vederti prima di partire — rispose Clara sedendosi sopra una poltrona presso alla stufa; — più tardi avrò qualcosa da fare, poi c’è il corso....

— Prima di partire?... O dove vai?...

— Vo al carnevalone.

— E ritorni.... quando?

[276]

— Non lo so; forse passeremo a Milano tutta la quaresima, per andare in aprile sui laghi.

— E quando l’hai presa questa risoluzione?

— Io?... Lo sai, io non ho volontà; ma Guglielmo lo desidera.

— Ma l’altra sera, al ballo, non ne hai parlato; quelli che ho visto ieri sera dopo il teatro non ne sapevano nulla.

— Non ci sono andata; sono stata in casa.

— Ah! è venuto gente?...

— Sì, il Piccardi, il Ferreri, il Valmarana, il Lunati, quel conte Olivares addetto alla legazione di Portogallo.... Lo conosci?

— L’ho visto in casa Dolgoruki.

— Ma non l’ho detto neppure a loro.

— Ah! vuoi proprio che la notizia della tua partenza sia più dolorosa, perchè inaspettata?...

— Oh! dolorosa poi,... non saprei. Resta tanta gente a Firenze, chi vuoi che si lamenti della mia assenza?

— Eh!... conosco qualcuno che se ne affliggerà molto.

La Marchesa fissò gli occhi in viso a Laura e, dopo un breve silenzio, domandò:

— Qualcuno?... Non capisco.

— Mi capisci benissimo, cara mia, — soggiunse l’altra sorridendo.

— Quando ti dico che non capisco... — ripetè Clara.

— Andiamo, è inutile che tu mi faccia la misteriosa. Quand’anche io riuscissi a penetrare tutti i tuoi segreti, sai benissimo che non gli andrei a raccontare alla gente. Non vorrei, perchè odio i [277] pettegolezzi; non potrei, perchè tu conosci un segreto mio e potresti vendicarti a tutte le ore. Dunque quello che so lo so e....

— E che cosa sai?...

— So che il Valmarana ti vuol bene e mi pare che anche tu...

— Io! — esclamò Clara. — Tu sogni, Laura.

— Sarà. Non ne parliamo più.

— Oh! che il Valmarana m’abbia fatta un po’ di corte, è vero; un capriccio di carnevale.... gli passerà.

— No, non è un capriccio. Il Valmarana ti vuol bene, cara mia, e sul serio. Quello piuttosto che non capisco è come un uomo, che, siamo giusti, non è un uomo comune e non è più un ragazzo, oramai si sia lasciato andare così, per la china... senza nessuna speranza, senza nessun’incoraggiamento... È singolare.

— Lo sai come sono gli uomini, pigliano tutto per moneta contante. Se siamo cortesi con loro, gli accogliamo con affabilità, gli invitiamo un po’ più spesso, subito si montano la testa e si imaginano Dio sa che cosa.

— Sì sì, tutto questo va bene quando si tratta di tanti imbecilli che ci vengono pur troppo ogni giorno fra’ piedi.... ma un uomo come il Valmarana! Via, Clara, non siamo più in conservatorio.

La Marchesa tacque per un momento pensando se le convenisse meglio seguitare o troncare quel dialogo, poi:

— Io non nego che il Valmarana mi sia simpatico più di tanti altri. Forse non ho saputo abbastanza nascondere la mia preferenza; anche questo è possibile; [278] ma siccome non voglio nè coltivare in lui un’illusione, nè dare occasioni di chiacchiericci al rispettabile pubblico, me ne vado. Di più non posso fare. Che ne dici?

Invece di rispondere, Laura domandò:

— E quando parti?

— Domattina col primo treno.

— Ti verrò a salutare alla stazione — soggiunse distratta la Contessa.

— Laura — riprese Clara dopo un silenzio breve — tu pensi qualche cosa che non mi vuoi dire.

— No. Sono io ora che non capisco. Se le cose stanno così, che necessità c’è di questa gita a Milano?...

— Ma ti ho detto che è mio marito....

Laura alzò le spalle; l’altra continuò:

— Ora sicuro m’hai messo mille dubbi in testa....

— Io?

— Sì, tu.... Io credevo e te l’ho detto che il Valmarana avesse una simpatia incipiente e che si sarebbe scordato di me prima che arrivassi a Piacenza: secondo te invece è una cosa grave, un sentimento profondo. Imagina un po’ che tu abbia ragione e che con quella benedetta testa gli venga l’idea di corrermi dietro. Sarebbe peggio il rimedio del male....

— Ma e per questo dico: invece di andar via, mi par tanto semplice che tu gli faccia intendere che batte una falsa strada e che tu lo levi di speranza una volta per sempre. Tanto, credilo, a questo mondo il meglio è essere schietti; da ultimo ci se ne trova sempre bene.

— No, no, cara mia; a questa parte non ci son [279] buona — replicò la Marchesa; poi quasi le balenasse improvvisa un’idea: — Aiutami tu.

— Io? Che cosa posso fare io?

— Oh molto!... Quando sarò partita, tu, come di cosa tua, figurando d’aver indovinato.... Già non si dice bugie perchè hai indovinato difatti; potresti parlargli e persuaderlo a non fare imprudenze, a metter l’animo in pace e a lasciarmi tranquilla. Le ragioni non ti mancano. Hai più esperienza di me....

La Contessa riflettè un momento e riprese grave:

— Senti, Clara, io ho il mio convincimento oramai; credo che il Valmarana non sarebbe al punto che è, se tu per una via o per un’altra non ce l’avessi condotto; cotesti sotterfugi, cotesti scappavia non mi vanno e cotesto tuo disegno mi pare, scusa, che pecchi un po’ d’egoismo.

— Ma che cosa devo fare secondo te? — interrogò la Marchesa alzando la testa con alterigia. — Il mio dovere sì o no? Mi pare che la tua sia una morale curiosa.

— Meno curiosa di quel che pensi, — replicò pacatamente Laura. — E poi curiosa o no è la mia. Il dovere.... eh! ce ne sono tanti dei doveri, io, vedi, son disposta a scusare un bacio e a condannare, come una iniquità, una stretta di mano, secondo i casi e le intenzioni. Compatisco e per questo perdono molto alla passione; nulla al calcolo, alla vanità, all’ipocrisia.

Il tono onde furono pronunziate queste parole scombussolò la Marchesa. S’alzò e sforzandosi di celare il turbamento, soggiunse:

— M’avveggo, cara mia, che il mio disegno, per [280] dire come dici tu, è stupendo; non potevo trovare al Valmarana una confortatrice migliore.

E l’altra più fiera:

— Ah! E cotesta che cos’è? Un’offesa? Una vendetta? Per lo meno è una vigliaccheria.

— Laura!

— Eh! Clara, ci conosciamo. In cotesta anima di ghiaccio un sentimento delicato non c’entra. Hai fatto un uomo disgraziato per colpa tua.... sì, sì, è inutile che tu scota la testa.... per colpa tua e ora lo pianti senza rimorso. Soffra, pianga, muoia, peggio per lui; a te, ai tuoi desiderî, alla tua vanità deve essere sacrificata ogni cosa. Eri così in conservatorio, e dopo quindici anni sei sempre la stessa.

— Peccato, — replicò sogghinando Clara, — che il Valmarana non sia ad ascoltare coteste belle tirate dietro un uscio, come usa nelle commedie; — e senza voltarsi, traversata la stanza, uscì.

Laura immobile le lanciò dietro un’occhiata piena di sdegno.

La Marchesa arrivata a casa prese due de’ suoi biglietti di visita; sopra uno scrisse: “Caro Piccardi, vuole avere la cortesia di passare da me al tocco e mezzo? Non più tardi, badi. L’aspetto.„ Sopra l’altro “Caro Valmarana. Ho bisogno di vederla, venga da me al tocco e un quarto preciso.„ Li chiuse in due buste e fattaci la soprascritta ordinò a un servitore di recapitarli immediatamente.

[281]

VII.

Quando il Valmarana fu dal servitore annunziato alla Marchesa, questa non era sola. Un giovanotto sui venticinque anni, alto, bruno, di capelli nerissimi, stava in piedi davanti a lei. Era l’architetto di casa Villareale. Subito che Alberto entrò, la Marchesa gli fu incontro, gli stese la mano e:

— Buon giorno, Valmarana. Mi permette un momento?...

Alberto s’inchinò; ella, preso un fascio di carte sopra il tavolino, lo consegnò al giovinotto, e, conchiudendo un discorso incominciato da un pezzo:

— Riprenda pure le carte, Bruni; oramai mi sono convinta che il miglior partito è quello proposto da lei. Ne parlerò con Guglielmo più tardi. A rivederla.

L’altro salutò ed uscì.

Alberto, vegliata tutta la notte, era pallido, sfinito; aveva gli occhi rossi, umidi. La Marchesa andò a lui, lo prese per mano e costringendolo a sedersi sopra il sofà accanto a lei:

— Alberto, Alberto.... — disse, — per carità, coraggio.

— Dio ti perdoni, Clara, d’avermi fatto tanto soffrire. Perchè dirmi una bugia?

— Io?

— Sì, Clara. Tu m’hai parlato ieri sera d’un impegno preso anteriormente e dal quale non avevi potuto svincolarti. Ho poi saputo dal Piccardi....

[282]

— È vero. Per quanto mi repugnasse, nel vederti ieri sera stralunato, afflitto a quel modo pensai che una bugia era proprio questa volta un’opera di carità. Sì è vero; volli non esser sola con te ieri sera, ma....

— E stamani?... Aspettavo da te una parola affettuosa, e tu, che non mi hai scritto mai, mi scrivi la prima volta sopra una carta di visita dandomi del lei.... Oh! dimmi che cos’è accaduto. Da ieri sera in poi io dubito di tutto.

— Anche di me? Spero di no. Alberto mio, voialtri uomini, anche quando siete dotati di una rara squisitezza di sentimento, non arrivate a sapere che battaglie si combattono nel cuore di una povera donna! Ricordati, pensa che una donna, che ha marito e che si rispetta, non si mette nella condizione in cui sono io, senza aver vinto prima una grande resistenza. Certi rammarichi, certi rimorsi — diciamo la parola — gli devi intendere mio Dio!

E fissò gli occhi smorti in quelli del Valmarana.

— Perdonami, Clara; credi che non so dire ciò che penso. Vedi, lontano da te dubito.... qui quando ho le tue mani fra le mie divento un altr’uomo.... Sento che sei incapace di fare il male e ti credo....

— Eh! Alberto.... t’ho creduto anch’io; ecco il guaio....

Tacquero ambedue; Clara a capo basso si gingillava intanto coll’oriolo che aveva tolto dalla cintura; alla fine lo posò sul tavolino innanzi a sè e riprese:

— Tu mi parlavi del tuo amore con una delicatezza quasi femminile; vedevo che mi volevi bene, [283] il tuo ritegno era una prova.... Abbiamo passato di bei giorni.... non te ne scorderai, non è vero?

— Come? Cioè?

— Coraggio, — disse Clara dando una rapida occhiata all’oriolo. — Coraggio, Alberto....

— Oh Dio! che c’è?

— Per amor di Dio sii calmo. Bisogna finire.

— Eh? — urlò Alberto.

— Sss, per carità.

— Ah! ora intendo; hai mentito ieri per venire a questa conchiusione oggi....

— Alberto, soffro troppo in questo momento e ti prego di risparmiarmi un dolore che sarebbe il più forte di tutti; mi raccomando: ch’io non abbia a sospettare mai d’essermi ingannata sul conto tuo. Vedi, Alberto mio, il sacrifizio è necessario. Dio mi aiuterà e mi darà la forza di sostenerlo.... non chiedo che di poter pensare al passato senza rammarico; dimmi dunque che mi credi. No? Non vuoi dirmelo?... Pazienza! Mi fa male pensarlo, ma tu non sai ancora com’io t’abbia voluto bene!...

Alberto guardò fisso Clara poi sentì al tempo stesso parole e singhiozzi fargli gruppo alla gola. Fece per alzarsi, ma Clara lo trattenne e reclinò la testa sulle spalle di lui.

— No, no — riprese Alberto a un tratto — è possibile? Ma che rimorsi puoi aver tu povero angelo a cui nessuno prima di me ha voluto bene? Senti, io consento a tutto, Clara, a tutto; non ti vedrò più sola, non ti ceroherò più, non ti scriverò se occorre; ma che sappia che tu mi vuoi bene, che te lo legga ogni tanto negli occhi.

— Bambino, e credi tu che la manterremmo [284] cotesta promessa? Siamo troppo giovani, ci vogliamo troppo bene, Alberto. No, io parto domani.

— Domani?... Ma perchè?...

— Mi credi? Credi che soffra lasciandoti? Sì? Non mi chiedere il perchè; non te lo posso dire.... Parto domani; tornerò più tardi che sia possibile. Non cercare di me.... pensaci qualche volta....

Fu picchiato alla bussola.

— Avanti, — disse Clara.

— Il signor Piccardi.

— Padrone.... Alberto.... Alberto, per carità....

Claudio entrò; la Marchesa ricompose le labbra al più sereno dei suoi sorrisi.

— Venga, venga, ho un gran bisogno di lei. E, prima di tutto, guardi qui.

Prese un album sul tavolino, glielo dette, e mostrandogli tre o quattro disegni che v’erano contenuti:

— Osservi e risolva.

Poi s’accostò ad Alberto e a voce alta:

— A rivederci dunque, Valmarana, al ritorno. Poi, piano: — Coraggio, Alberto, va’, sei troppo turbato.... ti vorrò bene sempre.

Alberto salutò a mala pena Claudio; e dissimulando meglio che potè la propria commozione, stretta la mano alla Marchesa s’inchinò ed uscì.

La sera stessa il conte Olivares, incontrato al Club Claudio Piccardi, gli battè sulla spalla ed esclamò sorridendo:

— Giusto voi: pare che il signor Valmarana così taciturno ieri sera avesse da dire qualche cosa alla Marchesa e gli seccasse dirgliela in presenza nostra.

[285]

— Perchè?

— L’ho visto stamani alle due uscire da casa Villareale.

— Caro Conte, anche questa è sbagliata. Alberto è stato in casa Villareale quando c’era io. A voi; eccovi il biglietto col quale la Marchesa mi ha pregato di passare da lei. Siete persuaso?

— Amico caro, — rispose pacato il Conte, — l’ufficio de’ diplomatici non è quello di persuadersi, è quello di persuadere.

VIII.

Alberto uscì da casa Villareale più sorpreso che afflitto. Clara non si sacrificava anche lei? Avrebbero sofferto insieme, sebbene lontani l’uno dall’altro, patimenti che hanno in sè il sollievo. E poi Clara sarebbe tornata prima o poi e allora.... Erano propriamente irrevocabili i giorni trascorsi?

Si cullava in cotesta speranza, e fu male; perocchè lo spirito, tranquillo rispetto all’avvenire, si volse con la propria operosità a scandagliare il passato. E tornarono alla memoria di Alberto le bugie di Clara che non meritavano scusa e la fretta dell’ultimo colloquio e il lei della lettera, della unica lettera, e la grazia sicura onde ella padrona prontamente di sè aveva accolto il Piccardi. E via di questo passo si condusse alle conchiusioni della sera innanzi. Clara non gli voleva più bene, questo era certo. Glielo aveva voluto mai? Ma come? Tutto finzione? A che fine? I ritegni, gli abbandoni, i baci, [286] le lacrime avrebbero dovuto essere altrettante scene di una commedia turpe! Bisognava che quella donna fosse un demonio. Ma se era un angelo!... Ma!... Eppure!...

E ricominciava daccapo il ragionamento e movendo dallo stesso punto, passando per la stessa via arrivava alla solita conchiusione. Gli succedeva ciò che succede qualche volta nel fare un conto: che incorsi in un errore ci se ne accorge dal risultato; e non si sa dove sia e ci s’incoccia a rifare il calcolo, e quante volte si ricomincia tante si ricade nello sbaglio medesimo.

Passò così parecchie ore agitato, passeggiando su e giù per la stanza, sedendosi, rialzandosi, senza requie. Sull’imbrunire si gettò sopra una poltrona presso la stufa. Alberto non era uno di quei fortunati eroi di romanzo, ai quali madre natura s’è compiaciuta di concedere un organismo apposta, perchè possano stare un mese senza chiuder occhio, o una settimana senza bere una gocciola d’acqua, mantenendosi vegeti e freschi. Alberto era gracile; aveva perduto tre nottate di seguito, quell’agitazione lo aveva perturbato e lo travagliava; s’addormentò.

Sonno breve, non continuo, nè quieto. Si svegliò all’alba infreddolito; nel caminetto il fuoco era quasi spento; da un tizzone usciva a intervalli una fiammella languida; pioveva e le gocce dell’acqua battevano fitte ne’ cristalli.

S’affacciò alla finestra; il cielo era coperto da nuvole; per la strada non un’anima; gli parve in quella solitudine malinconica di respirare più libero. Si sentì sollevato e restò lì per un poco senza pensare [287] a nulla, guardando i cerchi concentrici che le gocce della pioggia facevano, cadendo, nelle pozzanghere della via.

Alberto dimorava in prossimità della stazione. Volgendo gli occhi a caso da quella parte ripensò che quell’istessa mattina alle nove Clara partiva per Milano. Pensarlo e proporsi di andare a salutarla fu un punto solo; poi riflettè che avrebbe dovuto parlare al Marchese, uso a vederlo quotidianamente e che non l’aveva visto da tre giorni, dargli spiegazioni, inventare frottole che non sapeva neppure imaginare. Poi temova di tradirsi; finalmente, poichè era nel periodo buono rispetto a Clara, gli pareva dimostrare meglio a lei la propria forza di abnegazione, lasciandola partire senza cercarla.

Se ne stette alla finestra fino alle nove; vide passare la carrozza di casa Villareale e, quando più tardi udì il fischio della locomotiva che gli portava via la sua Clara, mormorò: — Addio.

················

“Addio!„

Avete mai pensato ai tanti e tanto diversi significati che può avere questa parola secondo le occasioni nelle quali si adopera, o il tono di voce con cui si profferisce? “Addio!„ e si scansa un seccatore che vorrebbe fermarci per istrada; “Addio!„ e si saluta il fratello che sfida le ignote venture de’ mari lontani; “Addio!„ e si dà l’ultimo bacio sulla fronte dell’amico che muore.

“Addio!„ alle città non cercate, senz’ombra di memorie, lasciate senza rimpianto; “Addio!„ a’ luoghi dove crebbero i nostri affetti più santi, dove passarono i più lieti giorni della vita, dove ogni [288] pietra è una pagina e gli alberi non stormiscono, non si piegano, sussurrano e ci salutano.

E nel vocabolario d’amore quante cose significa: “Addio?„

— “Addio! Silvia, dice, per esempio, Riccardo. Pigliate per la vostra strada, io seguiterò per la mia; gran sapiente il caso, che ci separa appunto ora che non abbiamo più ragione di vivere insieme. Io già non penso più a voi, domani voi non penserete più a me. Conserverò le vostre lettere come un registro dello stato civile, per sapere soltanto quando il nostro amore nacque, quando morì. Visse poco e male, lo so; ma bisogna ricordarsi che venne al mondo rachitico nel brusìo d’una cena, si consumò nella noia e morì di stanchezza dopo un ballo di carnevale. Addio, Silvia!...„

— “Addio, Bianca, — dice Giorgio. — Tu vai lontana e abbandoni piangendo questa terra che è mia, questo cielo che mi sorride. Che importa? Io ti raggiungerò dovunque tu sia, lascerò per te i campi che mi videro scherzare bambino, la chiesa ove pregai la prima volta; la patria mia, è là dove tu vivi, dove l’eco ripete il suono della tua voce, dove l’aura carezza i tuoi capelli, dove tu m’apri le braccia, dove i tuoi baci m’aspettano. Addio, Bianca!„

— Addio, Clara, — pensava Alberto. — Che solitudine, senza di te! oh! perchè non sei una di quelle modeste ragazze che ho sognato tante volte prima di conoscerti? T’avrei portato con me; saresti stata mia, tutta mia e per sempre. Lontana, nascosta agli occhi di tutti... t’avrei fatto, a forza d’amore, lieta la solitudine e caro il silenzio.... E ora... Quando [289] e quale ti rivedrò? Torna, torna presto, Clara; riportami la mia fede; sei triste? Oh! che non darei per sapere che piangevi nell’andar via? Ah! che sgomento!... addio, Clara... addio!

IX.

Intanto che Alberto pensava a Clara, v’era un’altra persona che pensava a lui: Laura Alberici.

Clara aveva detto a Laura che sarebbe andata via la mattina dopo e questa aveva mandato il servitore a casa Villareale perchè s’informasse se la Marchesa era partita o no. Gli avevano risposto di sì; ma questa notizia non bastava all’Alberici. Clara aveva riveduto Alberto? Che gli aveva detto? E lui?... Laura la quale, vivendo a sè, usciva raramente di casa e non andava nel bel mondo, se non quando glielo imponeva un debito di convenienza, in quegli ultimi giorni di carnevale fece di notte giorno; fu al corso, a’ balli, al teatro, a’ veglioni; cercò d’Alberto, ma inutilmente.

Con quel tatto delicatissimo che hanno certe donne e che non s’impara a nessuna scuola, si adoperò nel far notare l’assenza d’Alberto alle conoscenze comuni, senza pur mostrare di notarla ella medesima; e tanto fece e con tanta arte, che Alfredo Ferreri si offrì d’andare il giorno dopo da Alberto e indagare che cosa fosse stato di lui.

E dopo ventiquattro ore Laura sapeva che Alberto non era uscito da tre giorni; e ad Alfredo aveva fatto chiedere scusa di non poterlo ricevere, [290] a cagione di un forte dolor di testa che lo tormentava.

Alberto era stato presentato alla Contessa da Mario Loveni, che, negli ultimi mesi della sua dimora in città, frequentava casa Alberici, perchè Laura sapeva tollerare quella malinconia che avrebbe annoiato altri e in lei destava un senso di profonda pietà. Sapeva Laura l’affetto fraterno di Mario per Alberto; senza porre tempo in mezzo scrisse dunque questo biglietto:


Caro Loveni,

“Il Valmarana sta da qualche giorno poco bene: credo che Lei non lo sappia; se lo sapesse sarebbe a quest’ora già qui.... Le scrivo perchè mi pare utile che il Valmarana abbia in questo momento presso di sè un amico, un amico vero, s’intende; e non ha altri amici veri che lei o me: ma io sono, per mia disgrazia, una donna.... e non ho ancora i capelli bianchi.

“Sua affez.
Laura Alberici.„


La lettera arrivò a Campomoro la sera alle otto, la mattina dopo alle sei Mario, che pare avesse l’uso di viaggiare di notte, giungeva con Reno a Firenze.

Mario partì da Campomoro subito dopo ricevuta la lettera della Contessa, perchè trattandosi d’Alberto non sapeva frapporre ritardi, ma in sostanza dalla lettera intese poco; aveva lasciato pochi giorni innanzi l’amico in ottima salute e gli pareva impossibile che si fosse ammalato così ad un [291] tratto e tanto gravemente, da bisognare della presenza di un amico vero; poi se la malattia fosse stata grave Alberto non lo avrebbe fatto chiamare? E non potendo Alberto, non lo avrebbe avvisato il cameriere? E d’altra parte il biglietto diceva “sta poco bene.„ Fra queste dubbiezze arrivò a casa di Alberto.

Stefano venne ad aprirgli.

— Come sta?

— Chi?

— Alberto.

— Bene.

— Come bene?

— Bene per grazia di Dio.

— Ma.... è stato malato?

— No signore.

— Dov’è?

— In camera.

— Dorme?

— Non ha ancora chiamato: e, lo sa, non vuole che s’entri in camera finchè non suona il campanello. Ma quando arriva lei è un altro affare. Ora vado....

— No.... aspetta. A che ora è tornato ieri sera?

— Eh! son tre giorni che non esce di casa.

— Ah!... e.... è venuta gente da lui?

— Il signor Ferreri, ma non ha voluto riceverlo; gli doleva il capo.

— A che ora è andato a letto?

— Eh! tardi, se è andato....

— Come?

— Già, sì signore: a volte non va; trovo il letto la mattina tale quale l’ho lasciato la sera innanzi.

[292]

— Va’ a dirgli che ci sono.

Nei pochi minuti che Stefano impiegò per andare nella camera del suo padrone, Mario ebbe campo a riflettere su parecchie cose. Alberto era malato, ma non fisicamente: di quel solito male, dunque, di cui Mario stesso fece la diagnosi, la mattina in cui lo vide tornare dal ballo; le cose erano, al vedere, peggiorate alquanto.

E la Contessa come sapeva tutta questa storia per filo e per segno? Mario entrò nel campo fertilissimo delle supposizioni e di ipotesi in ipotesi arrivò a imaginare che Alberto fosse innamorato di Laura; che tutta la malattia dell’uno e la premura dell’altra venissero da qualche leggero dispetto pel quale fossero crucciati; e che a lui toccasse accomodare le cose e acquetare gli sdegni e spiegare i malintesi. Si fermò su questa idea con molto compiacimento; que’ due gli parevano proprio fatti per stare insieme; e con un moto di letizia quasi infantile presa fra le mani la testa del cane e alzatala verso di sè:

— Buone notizie, caro Reno, — esclamò — buone notizie!

In quel punto Alberto entrò nel salotto.

X.

Il colloquio tra Mario ed Alberto fu lungo. Parlarono di Reno, di Campomoro, della dimora che il Loveni aveva fatto in Sardegna; ma degli amori di Alberto non fu detto parola. Questi non ne discorse, [293] pauroso che Mario gli uscisse fuori con un predicozzo; Mario non volle entrarvi perchè aspettava le confidenze. Inoltre chi guarentiva che egli fosse nel vero? Meglio scansare gli equivoci. Dalla Contessa doveva andarci; là avrebbe messo in chiaro le cose. Così dopo aver fatto colazione con Alberto e annunziato che si sarebbe trattenuto qualche giorno a Firenze, si vestì, lasciò l’amico e prese la strada di casa Alberici.

Quando il Loveni, annunziatole dal servitore, entrò nella stanza, la Contessa arrossì; l’altro se ne accorse e credè trovare in quel rossore subitaneo la conferma della opinione in cui era venuto rispetto a lei e al movente della sua lettera.

— Buon giorno, Contessa.

— Buon giorno, Loveni: bisogna proprio dire con lei “chi non muor si rivede.„

— Lo sa, vado l’inverno a caccia in Sardegna; mi ci son trattenuto quattro mesi; ma lei queste assenze deve condonarmele, i miei gusti e le mie abitudini gli conosce da un pezzo.

— Gusti, me lo lasci dire, un po’ singolari, e abitudini un po’ selvatiche. Dio mio! chi avesse avuto a dire che quel Loveni elegante, pieno di brio che tutti abbiamo conosciuto qualche anno fa, sarebbe andato a fare l’anacoreta a Campomoro e a passare il carnevale in Sardegna? Mi pare un sogno. Ma che cosa ci fa tutto l’anno in campagna?

— Primo punto dimentico la città, e non è poco. Sto solo; è un danno largamente compensato dalla lontananza di tutta la gente noiosa. I pochi amici dei quali mi preme vengo ogni tanto a trovarli [294] spontaneamente o quando hanno la bontà di chiamarmi.

Laura arrossi di nuovo; poi:

— Ma perchè non viaggia piuttosto?

— Perchè non mi pare che ne metta conto; a Parigi, a Berlino troverei costumi ed usanze che conosco. Per vedere qualche cosa di nuovo bisognerebbe star fuori qualche anno; rischierei di trovare Reno morto, al ritorno.

— Oh via! non dica di questo cose. Perchè vuol far credere di essere divenuto così misantropo da non amar più che il suo cane?

— Scherzo, ma è proprio vero che il viaggiare solo non mi divertirebbe. Il disegno di un lungo viaggio l’ho fatto da anni ma credo che non lo effettuerò mai. Vorrei andare nella Nuova Zelanda; se Alfredo si risolvesse a venir con me allora.... Oh! a proposito l’ho veduto, sa?

— Ah!... — disse Laura nascondendo con sufficiente artifizio la propria commozione. — Dunque?

— L’hanno ingannata, fortunatamente, Contessa. Alberto non è malato; ha quella solita malinconia che gli si è cacciata addosso da qualche tempo... e che accenna, è vero, a una malattia morale. Ma se è così, io ci posso far poco o nulla.

— Ma... è tranquillo?

— Mi è parso.

— Tanto meglio. Non mi scuso con lei d’averle scritto a quel modo, prima perchè l’ho fatto con una buona intenzione, poi perchè ci ho guadagnato una sua visita. E quando lo ha veduto?

— Stamani.

— Hanno parlato?

[295]

— Sì, di cose indifferenti. Le dico, non mi è parso peggiorato. Son persuaso che qualche cosa mi nasconde.... Ma che cosa, poi? Chi lo sa? È arrivato anche lui all’età critica; a quell’età, in cui un partito bisogna prenderlo, una passione bisogna averla. Certo non è più il Valmarana di prima, di cinque o sei mesi fa. Non può essere nè ambizione delusa, nè desiderio di agi; ambizioso non è, è ricco.... Potrebbe, capisco, essere innamorato. Eh! se fosse innamorato....

Laura stette per un momento in silenzio: poi, fissando gli occhi in quelli di Mario, domandò;

— E se fosse innamorato?

— Eh! se fosse innamorato, — continuò Mario fissando a sua volta gli occhi in quelli della Contessa, — mi darebbe da pensare. Alberto è fatto in un modo curioso; tutte le volte che ci penso mi vengono in mente i vetri antichi di Murano; se chi li possiede li sa fragilissimi, acquistano ogni giorno di pregio; messi in mano a profani rischiano d’andare in bricioli. Io voglio molto bene ad Alberto....

— Lo so.

— Perchè non faccia la mia fine anche lui bisogna che trovi una donna capace d’intenderlo e di amarlo con quella delicatezza di sentimento che perdona molto perchè intende tutto. La troverà? L’ha trovata?

Gli parve d’aver detto ogni cosa, parlato anzi con un certo garbo e con la maggiore chiarezza che fosse lecita; tacque dunque e aspettò.

Laura sembrò riflettere un momento, poi:

— Non lo so — disse — ma non lo credo.

[296]

— Cioè? — domandò Mario guardandola attonito.

— Cioè, caro Loveni, temo che il Valmarana non trovi fra le donne che frequenta quella che lei gli desidera. A buon conto, tra le mie amiche una donna simile non c’è. Non mi accusi di malignità; alcune sono troppo vane, altre troppo contente.

— Sicchè Alberto....?

— Alberto, creda a me, farebbe, bene a venire con lei nella Nuova Zelanda. Si risparmierebbe probabilmente molti dolori, o almeno troverebbe fra gente nuova in paesi nuovi una gran medicina. Lo sa ciò che fu detto di noi altre donne: alle mani che ci fece Iddio, il diavolo aggiunse le unghie.... e non si può mai sapere....

— Ma lei dunque, Contessa, sa qualche cosa?...

— Non mi faccia domande, Loveni, non so nulla, non posso dirle nulla; conosco Alberto come lo conosce lei e... lo compiango. Del rimanente, se trovasse una donna degna di esser amata da lui e che lo amasse con la stessa devozione di cui egli è capace, sarebbero due creature troppo felici. E ora, conchiuse Laura sforzandosi di sorridere, parliamo d’altro; deve avere tante cose da dirmi!... è tanto tempo che non ci siamo veduti!

— Volentieri — rispose distratto Mario.

E si provarono a continuare la conversazione, ma non poterono fare un discorso filato. All’interrogazione dell’uno, l’altro rispondeva con un monosillabo; poi tacevano ambedue, perchè ambedue pensavano a ciò che più loro importava e di che s’erano proposti di non parlare.

[297]

Finalmente Mario si congedò ed uscì da casa Alberici con opinioni molto diverse da quelle che professava quando vi entrò; persuaso, cioè, che Laura amava Alberto; Alberto non pensava a Laura nè punto nè poco, ma era innamorato di un’altra donna di cui la Contessa sapeva e voleva tacere il nome; delicatezza squisita che dava credibilità alle previsioni di lei. Bisognava dunque, senza por tempo in mezzo, scongiurare il danno che sovrastava all’amico, e che gli veniva da una donna.... Ma qual era questo pericolo? Qual era questa donna?

Mario si propose di saperlo innanzi sera; e a cominciare le indagini si mise a girare per la città in cerca di chi fosse in grado di dargli qualche notizia utile, qualche indizio importante. Ma anche questa non era facile impresa.

De’ giovani frequentatori del bel mondo, Mario, negli ultimi anni della sua dimora a Firenze, ne avvicinava pochi soltanto. I giovanetti scettici per ozio e briachi di noia, non di altro smaniosi che di dissimulare la istintiva gentilezza de’ modi; signori per nascita e facchini per gusto; prodighi senza generosità, fastosi senza eleganza, viziosi senza piacere; ragazzi decrepiti, che studiano a Doney e pensano alle Cascine, questi urtavano singolarmente i nervi di Mario, che non aveva pazienza per sopportarli. Con loro era brusco sempre, qualche volta, pur non volendo, scortese.

Un giorno uno di loro gli domandò:

— Perchè alla tua età non pigli moglie?

E Mario:

— Per paura di avere un figliolo che ti somigli.

[298]

Egli dunque non frequentava che coloro i quali, come lui, tenevano, per dirla col Giusti, una gamba nel mondo del buon tono e un’altra in quella del buon senso; che sapevano a tempo godere la vita e a tempo adoperarla utilmente; degni rampolli di quella stirpe di gentiluomini che fu decoro della Toscana, prima che l’aristocrazia del sangue cedesse il luogo alla più superba aristocrazia del danaro sordida, presuntuosa e dispotica.

Questi giovani co’ quali Mario si compiaceva in altri tempi vivere in qualche dimestichezza erano pochi; inoltre, egli, dimorando in campagna, gli aveva persi di vista. Nulladimeno non si sgomentò. Sapeva che Firenze, sia detto con tutto il rispetto alla madre patria, è una città pettegola alquanto e gli pareva impossibile che nulla fosse trapelato degli amori di Alberto.

Entrò al Caffè di Parigi.

Insieme con lui v’entrò anche Alfredo Ferreri che Mario non conosceva, perchè Alfredo giovanissimo era entrato nel bel mondo appunto quando Mario ne usciva. Alfredo fu salutato con un “finalmente!„ da parecchi giovanotti che stavano seduti attorno ad un tavolino, fra i quali Claudio Piccardi e il Conto Olivares.

— Una bell’ora! — disse Claudio — era fissato per mezzogiorno e son le due fra poco!

— Mi son levato in questo momento — rispose Alfredo — mi pare che, finito il carnevale, a Firenze non si possa far altro che dormire!

— Eh! Dio mio! aspetta a lagnarti; è il terzo giorno di quaresima.

— Ma che importa? Non c’è vita, non c’è brio: [299] un mortorio; guarda le città grandi, le vere città: Parigi, Vienna.... là almeno ci si diverte tutto l’anno.

— Andate a Vienna — disse l’Olivares.

— Andate.... si fa presto a dirlo!... come volete che faccia? Quando i governi invece di abolire i passaporti aboliranno i biglietti delle strade ferrate e il ministero dell’istruzione pubblica pagherà il vitto e l’alloggio ai giovani che viaggiano per istruirsi, anderò; ma per ora il genitore non vuol sentir parlare di viaggi; da un pezzo in qua s’è fatto generoso come uno svizzero.

— Fa’ un debito....

— Son vecchi; la divisione del lavoro non la vogliono intendere. Lo dico sempre io: dividiamoci le occupazioni: i figlioli facciano i debiti e i babbi li paghino. Fiato buttato via....

— Ma se non mette conto, — soggiunse il marchesino Lunati, ragazzo di diciassette anni, già annoiato della vita e a cui non rimaneva oramai da desiderare che una sola cosa: la barba. — Se non mette conto! Parigi, Vienna o Firenze.... sempre le medesime cose....

— Ci sei stato tu?

— No, lui non è stato — rispose Claudio — che ai Bagni di Livorno l’estate scorsa. Ma, povero ragazzo, ha perduto le illusioni tra Empoli e Pontedera.

— Caro mio, — replicò l’altro impermalito, — non c’è bisogno di essere stato a Vienna per sapere che su per giù ci si fa quel che si fa a Firenze! I soliti teatri, i soliti balli....

— E.... le Viennesi?

[300]

Il Lunati scrollò le spalle. Claudio continuò:

— Povero vecchio! eh! si capisce.... alla sua età! ha diciassette anni compiti! E pensare che io, che ne ho dieci di più e sono con un piede nella tomba, provo un certo turbamento a vedere le spalle di Giunone o il piede di Cenerentola.

— Là, via, Claudio, finiscila — disse Alfredo — non tormentare il povero Lunati. Lo fai apparir peggiore di quel che è. È vero che disprezza molto le donne quando è con noi; ma se sapeste come le rispetta quand’è a quattr’occhi con loro!

— Sciocco.... dammi un virginia — conchiuse il Marchese. — Sei tu che hai detto per il primo che ti annoi a Firenze.

— Sicuro; mi annoio a Firenze, ma mi sarei divertito, per esempio, a Milano. Hai letto, Claudio, che bel ballo ha dato il Barone Sangiorgi?

— No; chi te lo ha scritto?

— L’ho letto nella Perseveranza di stamani.

— Ce l’hai?

— Eccola.

— Da’ qua.

— No, leggo io.

E lesse: “Il ballo dato ieri sera dal Barone Sangiorgi nel suo magnifico palazzo presso Sant’Eustorgio fu dei più fastosi ed allegri fra quanti se ne sono visti da anni a Milano. Ricchi ed eleganti i costumi, quartiere magnifico, donne bellissime, cena stupenda. La nipote del barone maritata al marchese di Villareale, venuta appositamente da Firenze, faceva gli onori della casa con quella cortesia, quella festività, quella squisitezza di maniere che tutti conoscono. Portava il costume di Caterina [301] Howard con una grazia e una dignità veramente regale.„

— Ah! — interruppe l’Olivares — guardate un po’ che idee! andarsi a vestire da Caterina Howard! ve lo figurate voi Guglielmo Villareale messo a un tratto ne’ panni di Enrico ottavo? Pagherei qualcosa per sentirlo parlare con Tommaso Moro. E Mannoc? C’era un Mannoc al ballo Sangiorgi?

— La Perseveranza tace su questo punto — disse Alfredo: — ma noi sappiamo, non è vero, Claudio? che Mannoc è rimasto a Firenze.

— Come dire? — domandò il Lunati.

— Il Valmarana.

— Che ci ha che far il Valmarana?

Mario, che s’era rannicchiato in un angolo del caffè, ascoltava intanto il dialogo con molta attenzione.

— Alberto è innamorato della Marchesa di Villareale. È una scoperta che ha fatta... qui... il Conte Olivares e di cui il gabinetto di Lisbona dev’esser già informato a quest’ora. Tu non te n’eri accorto, eh? Nemmeno io; ma noi non siamo diplomatici, amico caro.

— Difatti vi mancano due requisiti — soggiunse l’Olivares — necessari agli uomini di Stato: la prudenza e la pertinacia. Voi chiacchierate di tutto e dappertutto e siete molto abili nel canzonare gli avversari; circa a dimostrare che sono dalla parte del torto è un altro paio di maniche. Basta: riderà bene chi riderà l’ultimo.

Queste parole suscitarono un vero baccano; risa, grida, arguzie. Tutti volevano dire la loro e tutti parlavano nello stesso tempo.

[302]

Mario, cui premeva di non esser visto dal Piccardi che non lo aveva scorto sino allora, profittò di quella confusione ed uscì dal caffè.

XI.

I Villareale rimasero tutto l’aprile a Milano; nel maggio corsero sul lago di Como già sorridente tra gl’incanti primaverili; vagarono un po’ alla ventura per il Canton Ticino e ai primi di luglio si condussero a Pegli per passarvi la stagione delle bagnature.

Il marchese Guglielmo di Villareale era alto e robusto; capelli biondi e ricciuti, carnagione bianchissima, lineamenti così regolari da apparire perfetti. La natura, per dimostrare forse che non v’ha bellezza senza unità, s’era divertita a fare del corpo di lui uno strano accozzo di bellezze disparatissime; tutto era bello in Guglielmo, ma Guglielmo era brutto. Chi lo vedeva per la prima volta provava una impressione singolare; pareva che quella testa di cherubino fosso stata appiccicata per voglia di contrasti sopra quel corpo d’atleta.

Quand’egli entrò nel salotto, Clara stava leggendo. Le si accostò, le prese la mano e:

— Addio, — disse.

— Dunque te ne vai davvero?

— Sì; a veder sempre la stessa gente mi son seccato. Pegli non è fatto per me. Vo a Torino per un paio di giorni; poi... chi sa? Ho una gran voglia di fare una gita a Courmayeur. Tornerò fra un paio di settimane.

[303]

— E io resto sola?

— Sola? Hai qui non so quante conoscenze... qualche amico....

— Sì, ma vedi, Guglielmo, mi dispiace che tu mi lasci così spesso. Non ho il diritto d’importi la mia volontà e d’altra parte ho piacere che tu ti diverta; ma la gente chiacchiera.

— Lasciala chiacchierare. Se c’è al mondo un uomo calunniato, sono io. Oramai, secondo la gente, io sono il peggiore marito che sia mai comparso sotto la cappa del cielo. Se è vero, dillo tu che lo sai. Ma che vuoi farci? Oramai res judicata pro veritate habetur, dice l’avvocato Terzolli. È destino; qualunque cosa faccia la interpretano a rovescio....

— Tutti fuori che io.

— Spero bene — esclamò Guglielmo e sorridendo la baciò sui capelli. — Non ci mancherebbe altro! Ma vedi un po’ se non ho ragione.... La gente dice che non mi dovevo ammogliare. E tu sai, e ti domando scusa di tornarci sopra, che quando ti chiesi cedei a un sentimento di generosità. Se la lite andava avanti tu eri rovinata. Ma la gente ha detto che ti ho sposata per speculazione. Sei stata tu che hai voluto passare due anni in campagna; no, signore, ero io che ti rinchiudevo in villa per seguitare a far la vita di prima. Ho giocato qualche partita di picchetto ogni tanto, ho perso mille lire una sera. Poco male. Le mille lire son divenute cinquanta, sessantamila: tu hai dovuto impegnare le tue gioie, come se, dato il caso, io avessi bisogno d’impegnare le gioie di casa per pagare cinquanta o sessantamila lire. Oramai ci sono avvezzo e le chiacchiere non mi fanno più [304] nè caldo nè freddo. Dunque lasciamoli cantare e facciamo quel che ci pare e piace.

— Sta bene; tu puoi sfidare la pubblica opinione, ma io no....

— Tu?

— Già, io; oggi dicono che mi trascuri, domani diranno che mi sono stancata di sopportare con rassegnazione il sacrifizio e....

— E?...

— E.... Certe cose non le ho mai dette e non le so dire; ma mi pare che sia facile indovinarle.

— Oh! non aver paura; nessuno ha osato e nessuno oserà aprir bocca sul conto tuo. Del rimanente, se ti pare che sia fatto male lasciarti sola in un luogo di bagni, resterò.

— No, Guglielmo, no; son curiosa io! non vorrei privar te di un divertimento e nel tempo stesso....

— Perchè non scrivi allo zio Sangiorgi che ti venga a fare una visita?

— Oh figurati! è a Stresa, e non si muove più fino a settembre. No, no, va’ pure; quindici giorni passano presto. Me ne starò in casa....

— Ma no, t’annoieresti.... Oh! aspetta....

— Che c’è?

— Un momento.

Guglielmo sedè innanzi al tavolino e preso un foglio scrisse, mentre Clara seguiva con lo sguardo la mano di lui.

“Michele Bruni

Via Guicciardini 72 — Firenze.

“Venga subito portando seco perizia, disegni. Subito. Saluto.

Villareale.„

[305]

Il Bruni era l’architetto di casa, il giovinetto che Alberto aveva trovato nel salotto di Clara il giorno avanti la partenza di lei.

Guglielmo suonò il campanello e al cameriere che si presentava: — al telegrafo — disse — consegnandogli il foglio; poi, subito che il cameriere fu uscito, voltosi a Clara, domandò: va bene così?

— Eh! — rispose Clara — è un po’ noiosino quel Bruni ma in tempo di carestia, dice il proverbio....

— Avrai da fare, potrai distrarti; ti do facoltà di buttare all’aria la villa; se il disegno ti va, bene; so no, proponi tu le modificazioni, di’ quel che desideri; per me sono indifferente, fa’ tu quel che vuoi e spendi quanto vuoi; io — conchiuse sorridendo — sono un uomo abile; perdo sessantamila lire in una sera e nonostante fo qualche risparmio. E ora addio perchè è tardi.

— Addio.... a presto.

— A presto — ripetè Guglielmo. — Clara gli porse la fronte, egli vi depose un bacio ed uscì.

La mattina dopo il Bruni, puntualissimo, quasi aspettasse da un pezzo il telegramma del Marchese, arrivò a Pegli.

E Clara, sia che si divertisse molto nell’esaminare i disegni architettonici e nel parlare de’ restauri da farsi alla villa, sia che giudicasse Michele meno noiosino del solito, stette tutto quel giorno chiusa in casa con lui e con lui ne uscì sul far della sera.

E chi fosse stato lungo il mare, mentre passavano, avrebbe udito due conoscenti di Guglielmo e di Clara parlare tra loro così:

[306]

— Chi è quel giovinotto?

— Quale?

— Quello che accompagna la Marchesa di Villareale.

— Ah! è l’ingegner Bruni.

— E che è venuto a fare?

— To’! è l’architetto di casa Villareale, è venuto a parlar di affari con la Marchesa.

— Ah! se ne occupa lei?...

— Sfido io; chi vuoi che se occupi? Guglielmo manderebbe in rovina ogni cosa. Ha piantato la moglie qui sola e quella povera donna profitta di questo tempo per rimediare, se può, alle scapataggini del marito.

XII.

Mario per un pezzo non si mosse da Firenze; voleva raccapezzarsi e aspettava il soddisfacimento di questo desiderio dal bisogno che Alberto doveva sentire di sfogarsi con un amico. Si serbò discreto, nonostante una curiosità che era affetto, fino al giorno in cui i ritegni del Valmarana scoppiarono in un’effusione tanto più calda e improvvisa quanto quelli erano stati più lunghi e penosi. E allora Mario incapace d’una ipocrisia o d’una menzogna l’aiutò in quelle confidenze sempre difficili alle anime non volgari. Conosceva l’articolo della Perseveranza; aveva udito pronunziare insieme il nome della Marchesa e quello d’Alberto; ma stesse tranquillo, nessuno aveva creduto ciò che importava tenere nascosto. A lui oramai poteva dire ogni cosa.

[307]

E Alberto gli raccontò difatti ogni cosa. L’anno passato nel maggio quand’era dall’amico a Campomoro aveva conosciuto la Villareale. Andavano spesso a farle visita la sera e Mario doveva ricordarsene.

— Eh! sicuro che me ne ricordo.

— Abbiamo seguitato a andarvi ogni tanto. Poi tu, stanco la sera dalle tue gite per i monti, diradasti le visite; io vi tornai spesso. La trovavo quasi sempre sola, perchè Guglielmo passava la più gran parte del tempo a Firenze; v’andavo volentieri, parlavamo lungamente; mi sentivo attratto a parlare di me, a manifestare le mie idee più bizzarre, a descrivere i miei sentimenti più intimi. Mi pareva che ascoltasse con tanta benignità.... Prolungai di qualche giorno la mia dimora a Campomoro, non per arrendermi a’ tuoi desideri.... (scusami), ma perchè quelle conversazioni erano divenute un bisogno. Nonostante che partissi di là con un po’ di rammarico, tornai a Firenze tranquillo. Un mese dopo tornò anche lei; Guglielmo mi si mise d’intorno e volle quasi per forza ch’io ripigliassi la consuetudine di quelle visite serali. E io profittai dell’invito; ma a Clara quest’invito di Guglielmo parve forse un’imprudenza.... non lo so di sicuro perchè ella non me lo ha detto mai, ma il fatto è che non istette più in casa la sera; la vidi dunque poche volte prima delle bagnature. Alla metà di luglio partirono per Pegli; io me n’andai a Livorno; mi annoiai, e per scotermi feci una gita a Pegli.... La ritrovai più bella di prima e passai un mese intiero con lei e con suo marito. Chi mi avesse detto a quel tempo che [308] amavo Clara mi avrebbe fatto ridere; vedendola così bella, così simpatica, senza sentir nulla, proprio nulla, io giudicavo che il cuore si fosse messo in pace per sempre. Una sera capitò a Pegli suo cugino Sangiorgi, tenente di cavalleria. Ero così avvezzo a star solo con lei, che quell’arrivo mi seccò; il Sangiorgi mi fu antipatico prima di conoscerlo. Era cosa naturalissima che un parente venisse a trovarla, ma io ci soffrii; quella sera la lasciai prima del solito, non chiusi occhio tutta la notte; mi venne in capo il sospetto (un giorno avanti mi sarebbe parso un oltraggio) che il Sangiorgi....

— Tira avanti, ho capito.

— Sono ragazzate, lo so.

— Va’ là non hai bisogno di scusarti; e chi non è stato ragazzo a cotesto modo? Tira avanti.

— Io m’accorsi insomma d’esser geloso, anche prima di sentirmi innamorato. E da quel momento provai il bisogno continuo di starle vicino; ero tormentato nell’istesso tempo dal desiderio di dirle che le volevo bene e dalla paura di rompere, parlando, quella specie di incantesimo... forse non mi so spiegare.

— Ti spieghi benissimo.

— Per quanto mi studiassi di dissimulare, un po’ il mio contegno col Sangiorgi, un po’ la malinconia che mi s’era cacciata addosso, un po’ qualche mezza parola.... insomma Clara capì, mi si mostrò sostenuta, fredda. Mi pareva, credilo, d’impazzire. Presi il partito d’andarmene. Tornai a Firenze, girai, cercai distrazioni.... Oramai era tutto inutile.

— E la rivedesti.... dove?

[309]

— In campagna alla fine d’ottobre. Tu eri già in Sardegna. La ritrovai più gaia, più serena, meno sospettosa verso di me. Guglielmo volle che mi trattenessi in campagna due settimane; lei, così restìa ad accogliere gente in casa sua per lungo tempo, lei stessa me ne pregò. Credimi, Mario, io avevo risoluto di non dirle mai nulla e non le parlai.... Ma una sera.... Insomma mi voleva bene da un pezzo anche lei.... lo disse.... m’impose di partire il giorno dopo, e partii.

— E.... il giorno dopo.... era già troppo tardi?

Alberto fece col capo cenno di sì.

— Da quel giorno — continuò dopo una breve pausa — sono oramai passati cinque mesi; l’ho veduta sola tre volte; ha avuto sempre lo stesso abbandono per me, io sempre la stessa fiducia in lei.... Che hai?

— Come mai, scusa, in cinque mesi non l’hai veduta sola che tre volte?

— Ma non era possibile senza destare sospetti e...

— Va bene, seguita.

Seguitò; dopo la narrazione dei fatti venne la esposizione de’ sentimenti e Mario s’accorse che la malattia era grave e lunga la cura. Il contegno di Clara dava argomento a molti sospetti; ma nell’anima d’Alberto non allignavano; germogliavano e morivano. Era uno di quelli amori terribili, che colgono sulla trentina e fiaccano tutte le forze, vincono tutte le resistenze, sono fonte di dolori ineffabili e grati; e forse l’amore non è se non un dolore grato e null’altro. Consigli, quand’anche i consigli fossero utili in tali casi, Mario non sapeva darne; vagava d’ipotesi in ipotesi, di [310] giudizio in giudizio. Dimenticare, potendo; ma Alberto asseverava che non avrebbe potuto; viaggiare: paesi nuovi, costumi nuovi; un po’ di forza d’animo sul principio, poi le distrazioni aiuterebbero. Nemmeno. — E Mario ammutoliva aspettando aiuti dal tempo.

E il tempo se non spense il fuoco smorzò la fiamma. Ora Alberto insieme con l’amico passava tutte le sere qualche ora in casa Alberici. La Contessa che aveva in altri tempi tollerata paziente la malinconia dell’uno, compativa amorevole la tristezza dell’altro. E questi vicino a lei che gli si dimostrava così serena, si faceva a poco a poco tranquillo; credeva tuttavia che gli sarebbe stato impossibile amare un’altra donna come aveva amato Clara; ma a volte pensava, rassegnato, che dovendo vivere lontano da lei, forse era savio cercare rifugio in un affetto pacato e salvare così per lo meno gli ultimi anni della gioventù. Quel suo proposito ingenuamente egoista era il nascosto disegno di Mario e la vaga speranza di Laura, quando alla metà di luglio questa partì per Livorno dove l’aspettavano il Loveni e il Valmarana.

XIII.

Livorno nell’estate porge, come qualunque altro luogo di bagni, argomento ad un libro intero. Ah! se quel birichino di folletto, che ne’ silenzi della notte s’aggira intorno alla mia scrivania e mi batte colle lievi ali la fronte, quasi a destarvi i fantasmi [311] intorpiditi, volesse ascoltare da me una preghiera, io gli direi: portami, folletto bizzarro, portami il calamaio di Lorenzo Sterne e la penna di Enrico Heine, ed io, pigliando argomento da’ bagni di Livorno, ti detterò le più leggiadre pagine fra quante ne dettarono sin qui gli scrittori acuti ed arguti.

Pancaldi! Palmeri! che lanterna magica! che mostra di vanità! che semenzaio di bugie! quante antipatie nascoste e quante gentilezze ostentate! E questi va e quegli viene; fra una scorpacciata d’ostriche e una trottata all’Ardenza, nascono le amicizie di un’ora e gli amori d’una settimana. Si balla sulla riva e si canta; e i flutti insonni, come il chiama Eschilo, accompagnano col loro cupo ritornello le melodie dell’orchestra. Poi tutto ad un tratto, l’incanto si rompe; chi fugge di qua, chi di là; l’uno torna al fondaco uggioso, l’altro corre ai campi pieni di luce; questi alle avide cure del commercio, quegli ai faticosi ozii della caccia. Le case, donde per le aperte finestre uscivano le grida de’ bambini e le note della romanza, ammutoliscono; il vento di libeccio sbatte le tamerici, sconvolge le arene della spiaggia e vi cancella le orme impresse durante i rapidi colloqui d’amore! Solo, ogni tanto, ritorna a’ luoghi deserti qualche melanconico pellegrino cui preme sciogliere il voto delle ricordanze, o ricercare il proprio cuore che una bella vagabonda ha portato con sè. Oh! dammi, capriccioso folletto, invocato compagno delle mie notti operose, dammi il calamaio di Lorenzo Sterne e la penna di Enrico Heine, ed io ti detterò in fede mia un bel libro che avrà un sorriso in ogni linea e una lacrima in ogni pagina!

[312]

Annottava; il libeccio incominciato sulla metà del giorno era rinforzato dopo il tramonto; le onde si sollevavano in alti cavalloni e spingevano fin di là dalla spiaggia gli spruzzi della schiuma verdastra. La via dell’Ardenza, di solito così rumorosa a quell’ora per le molte carrozze, era deserta; poca gente a Pancaldi; soli sulla terrazza Alberto Valmarana e Laura Alberici.

Alberto guardava fisso e distratto il mare, Laura fissa ed attenta Alberto.

— E ora a che cosa pensa?... — gli domandò, dopo averlo osservato qualche minuto in silenzio.

— Io? — rispose Alberto — a nulla; guardavo il mare; questo povero mare che è tanto bello, e a cui non bada nessuno.

E tacque ancora. Laura dopo un altro po’ di tempo, sorridendo mentre egli si volgeva a lei:

— Sempre al mare?...

Alberto non rispose; ella continuò:

— Mi accorgo che non ha ancora acquistato il coraggio di dire le bugie.

— Non ne ho mai dette, perchè non ho mai avuto una ragione sufficiente per dirne. Non ho nulla da nascondere. Se avessi commesso qualche errore, ne porterei la pena io solo; ma, guardi un po’ che orgoglio! non credo di averne commesso nessuno; forse la gente pensa altrimenti, ma io non muto opinione.

— E perchè mi dice a codesto modo? Mette anche me fra “la gente?„

— No, Contessa, le pare? È un vizio che ho di parlare qualche volta tra me e me....

— Anche in presenza degli altri?...

[313]

— Ha ragione; ma lei, che è così buona, non dovrebbe rimproverarmi....

— Buona? Mi crede veramente buona?

— Veramente e profondamente buona; credo anzi che sia capace di tutte le bontà; di quella che viene dall’istinto e di quella, dirò così, di seconda mano, che viene dalla riflessione.

— Non la ringrazio, perchè non credo che mi faccia un grande elogio! ci vuol così poco a esser buoni a questo mondo. Perchè sorride?

— Sorriderei anche se sentissi Rotschild, dire: ci vuol così poco a non morire di fame! Fra tutti i doni che si possono avere nascendo, io credo che la bontà dell’animo sia il più pregevole, e, noti bene, il più utile.

— È un paradosso?

— No, è una verità. L’ingegno? È un gran dono, ne convengo, ma procaccia dolori senza numero e li fa più gravi. Non c’è un uomo d’ingegno potente che (scusi la metafora) non senta sonare dentro sè la nota dell’elegia. La salute? Un altro gran dono; ma è come una strada stupenda che meni a un precipizio; e per la via della salute o per quella dei malanni si procede ad ogni modo verso quell’abisso ignoto che è la morte. La ricchezza? Dio mio! a questo mondo non si comprano se non le cose che non mette conto di comprare. Non si comprano nè la salute nè l’ingegno, a buon conto, non la bellezza, non la speranza, non l’amore.

— La speranza bisogna non perderla mai... e l’amore....

— L’amore? — chiese Alberto.

Laura non rispose.

[314]

— L’amore! — riprese Alberto dopo qualche minuto; — l’amore poi.... basta, non ne so nulla; non so nemmeno se abbia veramente amato in vita mia; forse me lo sono figurato; e oramai posso dire anch’io col Petrarca: “La mia favola breve è già compita!„

Dopo una pausa breve Laura riprese.

— Mi ritratto.

— Di che cosa?

— Ho detto poco fa che lei non aveva ancora acquistato il coraggio di dire le bugie. Ho sbagliato. Scusi.

— Perchè? Ne ho detta qualcuna?

— Dunque lei non è sicuro di avere voluto bene?

— Bisogna distinguere.

— Io non le domando se ha voluto bene a suo padre o a sua madre. Parlo d’amore.

— E io ripeto che non lo so: forse. A ogni modo ho fatto punto.

— No — riprese fieramente Laura fissandolo in volto — non lo dica, Alberto. Ha amato una donna non forse, ma di certo, l’ha amata profondamente e lungamente. Non dica di no; l’ha dimenticata? Può dimenticarla? Non lo so. Ma comunque sia, mi par sempre presto per far punto.

— Lo crede?

— Perchè no? Dopo le burrasche bisogna ridursi in porto. Ma per amare un uomo che ha avuto come lei una passione violenta, una passione che cova forse ancora nel profondo del cuore, ci vuole una donna che sia capace di molta annegazione, che voglia fermamente, che sia pronta a sopportare tutto senza rammaricarsi mai.

[315]

— E questa donna si può trovare?...

— Chi lo sa? Mi pare bensì che metta conto di cercarla.

Alberto stava per rispondere; quando udendo de’ passi come di persona che salisse la scala, si volse verso quella parte della terrazza. Una donna comparve. Alberto rimase muto a guardarla durante un secondo, che gli parve un secolo; Laura s’era voltata anch’essa e aveva riconosciuto la Marchesa di Villareale.

XIV.

L’arrivo di Clara destò, come è facile intendere, sentimenti diversi nell’animo d’Alberto e di Laura; l’uno appena si fu rinvenuto dal primo stupore, si abbandonò tra le molte supposizioni alla più gradita e si compiacque nel figurarsi che Clara fosse venuta a Livorno apposta per rivederlo. Laura invece se ne sgomentò come d’una sciagura improvvisa. Intendeva che quell’arrivo distruggeva in un attimo gran parte delle sue speranze e che l’edifizio costrutto con tanta cura per tanti mesi, ruinava quel giorno stesso; per giunta sentiva, per istinto, che Clara era partita da Pegli con la determinata intenzione di nuocerle.

Nè Clara ignorava le intenzioni di lei. Alberto a Livorno viveva ritiratissimo; passava gran parte del giorno in mare, il resto in casa; la sera o andava con Mario da Laura, o al Giardino con lei. Questo suo contegno innocentissimo aveva dato [316] nell’occhio e la gente ci aveva almanaccato su; e dopo avere osservato, esaminato, meditato, chiacchierato era venuta a questa conchiusione: che Laura Alberici era innamorata del Valmarana ed egli di lei; e per dare attrattiva e onestà maggiori all’aneddoto aveva anche inventato che si mariterebbero nell’inverno venturo. La notizia da Livorno in pochi giorni arrivò a Pegli e la seppe anche la Marchesa di Villareale. Ella subito, la sera dopo l’arrivo, in un crocchio, ne fece lontano accenno ad Alberto. Questi non rispose, ma più di prima smaniò d’avere un colloquio con Clara; molte cose voleva domandarle, dirgliene una sola: che, cioè, la notizia non aveva ombra di fondamento, che egli non amava altri che lei. Cercando sempre l’occasione di questo colloquio, il quale la Marchesa dal canto suo si studiava con sottile artifizio di evitare, da Laura non andò, non le badò, non le parlò più; ed ella, che vedeva morire le proprie speranze ma non aveva tanta forza da assistere all’agonia loro, anticipò la partenza e alla metà d’agosto ritornò a Firenze.

L’ultimo di quel mese, poche ore avanti che la Marchesa partisse da Livorno per andare col marito in campagna, Alberto potè parlarle per pochi minuti; più proprio sarebbe dire potè ascoltarla, perchè Clara non lo lasciò discorrere; volle invece discorrere lei; si lagnò che l’avesse troppo presto dimenticata, e soggiunse: che sebbene ella non avesse diritto di opporsi alla sua volontà, nondimeno lo consigliava, prima di avventurarsi, a pensarci bene; spesso nella vita d’una donna c’erano dei segreti.... non sapeva nulla di sicuro ma da certe [317] voci.... La scusasse„; ella non poteva dimenticare così presto e voleva dargli ancora una prova, se non d’affetto, che oramai egli non se ne curava più, per lo meno dell’amicizia sua a tutta prova.

Quale effetto producesse nell’animo di Alberto questo discorso è facile imaginarlo. Aveva potuto dubitare di Clara, di Clara che ancora pensava a lui e profanare il proprio amore porgendo orecchio anche per poco allo parole di Laura? E che donna era questa Laura? Tra lei e Clara non c’era da far paragoni, nè egli li aveva mai fatti; ma l’aveva creduta buona e ora.... Dei segreti? Quali segreti?

Questi diversi pensieri confondendosi, cozzandosi nella mente di Alberto, ne cacciarono finalmente l’idea del giusto e del retto. E si propose di penetrare, a qualunque costo, il segreto di Laura; la quale ora gli pareva di odiare come un nemico. Se ne andò a Firenze col fermo proposito di tener d’occhio la Contessa, di conoscere ogni più minuto particolare della sua vita. E seppe questo: che ella una volta la settimana andava con abito dimesso, in carrozza fuori di Porta San Niccolò; scendeva a un certo punto e s’avviava sola per la strada che conduce verso l’Ema, sino a una casa di contadini, e là passava ore intere presso la culla di un bambino di diciotto mesi. I vicinanti e la balia istessa ignoravano il nome della signora, ma la sapevano vedova e affermavano sicuri che era la madre di quel bambino.

Alberto, senza porre tempo in mezzo, raccontò ogni cosa a Mario; tacque soltanto che la prima e vaga accusa era venuta da Clara. Quegli non [318] dette gran peso alle parole dell’amico: non era certo che sapesse il vero, o lo sapesse tutto, e prima di credere a tanta ipocrisia di Laura voleva averne in mano le prove. Inoltre egli era dietro a cercare la soluzione di un problema difficilissimo: a tentare di raccapezzarsi tra le contradizioni di Clara.

“Come mai, pensava Mario, questa donna che vuole franto ogni legame tra sè ed Alberto, capita a rianimare l’incendio quando appunto era sedato, se non spento ancora? Come mai, lei che non gli ha scritto una riga sola da sei mesi, piomba a un tratto a Livorno?... Vuol dunque ricominciare?... E perchè, se è così, scansa lui quando la cerca e si fa cercare quando non la cerca più?„

Tra questo dubbiezze, verso la metà di settembre, lasciato l’amico a Firenze, partì per Campomoro dove erano andati a passare l’autunno i Marchesi di Villareale.

XV.

Alberto tornato a Firenze seguitò a vivere da solitario; di Laura non cercò e non ne seppe più nulla. A Mario scrisse molte volte e ognuna di quelle lettere lo dimostrava più che mai innamorato di Clara, più che mai cullato nei soliti inganni.

Sul finire dell’ottobre Mario capitò inaspettato a Firenze una mattina di bonissima ora; con studiata noncuranza, chiese ad Alberto come mai piuttosto che scrivergli così spesso non andasse da lui [319] a Campomoro; che ci faceva Firenze? D’ottobre non c’è nessuno.

— Vieni stamani con me; passeremo una bella giornata in collina; se ti piace di restare resterai, se no, domattina potrai tornare a Firenze.

Alberto non se lo fece dire due volte; subito partì in carrozza con Mario, il quale lo ringraziò ripetutamente, fingendo di credere che l’amico si movesse pel solo desiderio di far cosa grata a lui.

Per un certo tempo chiacchierarono, ma quando dall’ampia vallata si scorsero le colline che sovrastano a Campomoro e tra le vigne e gli oliveti si disegnò allo sguardo di Alberto la villa di Clara, tacque; chinò la testa sul petto come se la curvasse sotto il peso delle memorie.

Quante cose erano mutate dalla sera beata e funesta in cui là, tra quelle mura, egli reclinava la fronte sulla spalla di Clara! La villa stessa aveva mutato d’aspetto; v’erano stati fatti molti restauri, altri se ne compievano e se ne preparavano tuttavia.

La villa era esposta a mezzogiorno, e dava in un ampio prato; di là dal prato il giardino all’uso inglese; traversava il giardino lo stradone tortuoso, cui fiancheggiavano da cima a fondo antichi cipressi, cioè dal prato di prospetto alla villa sino al cancello che metteva nella via provinciale. Dietro alla villa selve d’olivi. Ai lati estremi della casa le camere dei coniugi Villareale; quella della Marchesa nell’angolo tra mezzogiorno e levante. Da codesta camera per una scaletta segreta si scendeva a terreno nell’archivio; accanto all’archivio la cappella colla facciata a levante; e presso alla [320] cappella lo stanzone dogli agrumi che aveva l’uscita sull’oliveto. Il signor Bruni dalla metà di luglio a’ primi di settembre aveva lavorato quanto più poteva e condotto a termine alcuni dei restauri desiderati dalla Marchesa; ma l’archivio e lo stanzone degli agrumi erano sossopra; così la cappella intorno alla quale i muratori lavoravano ancora; di fatti era spoglia di ogni arredo sacro, le avevano tolto uscio ed imposte; e un assito tenuto ritto da due stanghe orizzontali, le cui estremità erano ficcate nel muro, chiudeva il vano della porta, la quale dalla cappella metteva nelle stanze dell’archivio.

I due amici saliti fino sull’estrema vetta del colle passarono lassù nella silenziosa ombrìa di una gran selva di pini quella breve giornata d’autunno.

La sera dopo il pranzo Mario propose d’uscire; e poichè Alberto gli domandò dove volesse andare a quell’ora:

— In casa Villareale — rispose. — Mi pare che essendo qui, tu abbia il dovere di far una visita a Guglielmo... e... agli altri.

Alberto sorrise e presa la mano all’amico gliela strinse come per ringraziarlo.

Mario aveva ragione; difatti andando verso la villa s’imbatterono nel Marchese, il quale istrutto della presenza di Alberto girava in traccia di lui. Si lagnò Guglielmo; e più la Marchesa, e più apertamente perchè non erano andati a pranzo da lei; disse che la colpa era grave e che una visitina fatta così a sera inoltrata non le pareva pena sufficiente. Per gastigarli dunque voleva che Mario ed Alberto pranzassero in casa sua il giorno dopo. Mario addusse non so quale scusa per rifiutarsi [321] all’invito, e anche Alberto, così per non parere, si preparava a fare altrettanto; ma Guglielmo:

— Oh! per te poi — disse — non ci sono scuse. Mario sta qui e verrà da noi invece di domani un altro giorno. In questa settimana veh! perchè dopo torniamo a Firenze; ma tu te ne vai, ti vogliamo dunque con noi domani. Che diavolo! non ti si vede da un secolo! che cos’è successo? Una delle due: o per imitare Mario ti sei buttato a fare l’anacoreta anche tu, o è vera la notizia che correva a Livorno e tu prendi moglie.

Alberto fece una spallata, la Marchesa sorrise, gli occhi di Mario fiammeggiarono di sdegno.

D’uno in un altro argomento vennero a parlare della caccia; e Mario fu pregato dal Marchese a passare nel gabinetto ove quegli teneva le armi e a dire la sua intorno ad un fucile arrivato allora da Londra. Appena Mario e Guglielmo furono usciti dalla stanza, Alberto corse verso Clara, e sedendosi sul sofà accanto a lei:

— Oh! Clara, Clara, dimmi, per carità, che mi vuoi bene ancora.

— Alberto mio — rispose Clara passando la sua mano bianca e affilata nei capelli di lui — c’è proprio bisogno che te lo dica? Ho sperato dimenticarti, non ho potuto. Che importa? rispettiamo la nostra promessa; viviamo l’uno lontano dall’altra; non ti basta di sapere che ti voglio bene? A fingere, a simulare non ci son buona e alle paure, ai rimorsi d’una volta non voglio tornarci più. Ti-vo-glio-be-ne. Sei contento? Lo spero; e spero anche che sia l’ultima volta che mi fai cotesta domanda; d’ora in poi non ti risponderò più.

[322]

Quando il Marchese rientrò nella stanza con Mario, Alberto si licenziò. Voleva conservare immacolata la impressione dolcissima avuta per le parole di Clara; non aveva nè forza di parlare, nè voglia di ascoltare. Prima che partisse, il Marchese gli fece promettere di andare a pranzo da lui il giorno dopo. E Alberto accettò.

Mario e Alberto uscirono insieme e s’avviarono per lo stradone preceduti da un servitore, che aprì loro il cancello. Il cielo era minaccioso; la luna splendeva nel cielo, ma neri nuvoloni rincorrendosi la coprivano di tratto in tratto; lo scirocco sbatacchiava i lauri e piegava le vette ai cipressi del giardino. Quando il servitore si fu allontanato, Mario si volse ad Alberto e gli domandò:

— Dunque?

— Non s’è mai scordata di me; ma è la moglie d’un altro. Le paure, i rimorsi....

Alberto non potè vedere la fisonomia di Mario; udì uno scroscio di risa e rabbrividì.

— Perchè ridi a cotesto modo?...

Mario non rispose; e invece di prendere la strada che menava a casa sua girò lungo il muro della villa dirigendosi verso l’oliveto col quale essa confinava dal lato di settentrione.

— Dove andiamo? — domandò Alberto.

Mario continuò silenzioso a camminare; e Alberto, fatto oramai silenzioso del pari, lo seguì. Quando furono giunti presso al cancello che metteva nello stanzone degli agrumi, Mario vi s’accostò; il cancello era socchiuso. Mario si volse all’amico, e:

— Hai coraggio?

[323]

— Perchè...?

— Rispondimi.

— Sicuro.

— E prudenza?

— Oh! insomma spiegati....

— Promettimi che avrai prudenza, che qualunque cosa tu vegga, qualunque parola tu ascolti, saprai contenerti. Promettimelo, perchè un atto, un sospiro potrebbero avere molto tristi conseguenze per te; me lo prometti?

— Te lo prometto.

— Dunque va’; traversa lo stanzone, entra nella cappella. Guarda e giudica. T’ingannano.

— Mario!

— T’ingannano. Non stiamo a discutere. Va’ e vedi.

E partì.

Alberto, rimasto solo, si guardò intorno, come per accertarsi che non usciva da un bruttissimo sogno. Le parole di Clara un quarto d’ora innanzi gli avevano empiuta l’anima di queta dolcezza; quelle di Mario vi gettavano invece una paurosa curiosità, un vago sgomento. Stette per tornare sui propri passi, poi fece cuore, e dopo aver traversato lo stanzone entrò nella cappella.

Era deserta; Alberto dette un gran respiro; sperò di cogliere in fallo l’amico; meglio negar fede a lui che a Clara. A un tratto, orecchiando, gli parve udire un bisbiglio nelle stanze dell’archivio, separate dalla cappella per un intavolato posticcio. S’accostò; a poco a poco in quel sussurrare diverso riconobbe lo voci di Clara e del Bruni.

[324]

Sebbene non gli fosse dato intendere le parole loro, desiderò che tacessero; e quando tacquero per un minuto, spasimò di quel silenzio che a lui parve d’un secolo. Rifiutò anche una volta l’occhio alla verità; gli piacque di abbandonarsi ad un ultimo inganno e suppose che nonostante l’ora ed il luogo non fosse in quel convegno colpa veruna. Appoggiando la mano all’impalancato si trovò sotto le dita una fessura e vi posò risolutamente gli occhi; ma in quel punto la luna era coperta dai nuvoli e la stanza involta nella più cupa oscurità. I rumori uditi dapprima giungevano bensì a lui più distinti; col suono fioco di un respiro affannoso si univa quello di uno scricchiolìo monotono e sottile. Fece per moversi e non potè.... a poco a poco il raggio della luna piovendo dall’alta finestra rischiarò il pavimento e Alberto vide il piede breve, elegante di una donna sovrapposto ad un altro piede più largo: il piede d’un uomo.... A un po’ per volta la luce salì e si diffuse. Alberto scôrse sul canapè dell’archivio una massa della quale non potò determinare i contorni; ma dalla spalliera pendeva riversa, inanimata, quasi cadaverica la bella testa di Clara.

Sentì una corrente calda salirgli dai piedi alla testa; gli occhi gli si velarono, non udì, non vide più nulla; uscì sorreggendosi a mala pena dalla cappella e arrivato verso la metà dello stanzone alle cui pareti s’appoggiava con la mano, gli vennero meno le forze e cadde tramortito per terra.

Si riebbe un po’ prima dell’alba; al rumore di passi frettolosi aprì gli occhi e riconobbe il Bruni che si allontanava.

[325]

Fece per uscire; Michele, partendo, aveva chiuso il cancello dietro a sè; Alberto dovè, stremo di forze com’era, scavalcarlo; si ferì in quell’ascensione una mano, ma non sentì il dolore della ferita; troppo più dolorosa era quella che gli s’era aperta nel cuore.

Trovò Mario che passeggiava innanzi alla casa. Questi gli si fece incontro e stava per parlare, quando Alberto:

— Hai detto il vero — esclamò. — Ma io non te lo aveva chiesto: dicendo il falso avresti meritato d’essere ucciso; dicendo il vero uccidi me. Addio.

E si avviò verso la strada.

Mario rimase come intontito e non ebbe forza di dire in quel subito una parola; soltanto quando vide l’amico allontanarsi,

— Alberto! — gridò.

L’altro non si voltò neppure.

Mentre Alberto partiva cupo e silenzioso senza sapere nè dove andasse, nè che facesse, una contadina dall’alto di un olmo cantava:

Fiorin d’argento,

E per amarvi voi ho pianto tanto,

Povero pianto mio gettato al vento!

XVI.

Al tempo nel quale avvennero questi fatti, Firenze era sede del governo e del parlamento; vi calavano da ogni provincia d’Italia cittadini di ogni ceto; artisti e banchieri, scienziati e marchesi, [326] giornalisti e magistrati, uomini gravi e donne leggere. In qualche ora della sera i vecchi fiorentini avvezzi alla quiete della loro città, nel vedere quel movimento, quel viavai di gente diversa sognavano di essere trasportati per non so quale incantesimo a Londra o a Vienna. Via de’ Tornabuoni, nel suo piccolo, ricordava lo Strand o il corso di Porta Carintia. Gente alle Cascine, al Viale dei Colli, al Tivoli, dappertutto. Non si entrava nel Caffè di Parigi senza intoppare una ventina di ministri tra passati e presenti; di ministri futuri poi, uno per cantonata. La sera alla Pergola, come sempre, mostra di donne belle, di donne che passavano per belle e di donne belle che passavano; convegni di diplomatici, e ritrovi di amanti; pettegolezzi sul vestito della signora Tale e dispute sull’ordine del giorno del deputato Talaltro. V’era come un’imagine della Firenze di tutte l’età. Il popolino, Firenze de’ Ciompi, bestemmiava alla porta; la signoria, Firenze de’ Medici, si pavoneggiava ne’ palchi; i vecchi borghesi, Firenze lorenese, sonnecchiavano ne’ posti distinti.

Ma in un dato momento, quasi tutti li spettatori, per diversi che fossero d’indole, d’età, di consuetudini, discorrevano della medesima persona, della marchesa Clara di Villareale.

Quando la Marchesa si mostrava dal suo palco di seconda fila, tutti gli occhi si volgevano verso di lei; perchè non soltanto era stupendamente bella nel volto e nella persona, squisitamente elegante nelle vesti e negli atti, ma sapeva anche il segreto di mostrarsi ogni sera bella ed elegante in aspetto diverso. La si poteva guardare ogni sera, sicuri di [327] trovare in lei qualcosa di nuovo; come si possono leggere i versi di un grande poeta cento e cento volte, sicuri di scoprirvi sempre qualche bellezza riposta, dapprima non scorta o non pregiata abbastanza.

Il bisbiglio ond’era salutato l’arrivo di lei fu, in una sera del novembre 186.., più lungo del solito; perchè la Marchesa era stata otto mesi lontana da Firenze, e la gente si rallegrò nel rivederla anche più bella di quando era partita.

Claudio Piccardi stava in un palco dirimpetto col Conte Olivares. Il ballo era incominciato; il Conte coi cannocchiali fissi verso la scena guardava le forme rachitiche e la pelle variopinta delle alunne di Tersicore, quando Claudio gli dette nel braccio, e:

— Avete visto chi c’è? La Marchesa.

— La Marchesa! — esclamò il Conte; e si volse verso il palco Villareale; poi, dopo una breve pausa, continuò:

— Ah! come rimpiango i tempi del feudalismo!

— Che vorreste fare?

— Obbligarla a star chiusa in casa, o confinarla in un castello solitario in mezzo alla campagna, che non potesse più vederla nessuno. Dicono che bisogna pensare alla salute dell’anima: sta bene, ma bisognerebbe anche che Satana fosse un po’ più discreto e certe tentazioni supreme ce le risparmiasse!

— A proposito.... e gli amori di Alberto? — domandò sorridendo il Piccardi.

— Voi siete padrone di ridere quanto volete; ma fino a prova in contrario, io credo che qualche [328] cosa tra la Marchesa e il Valmarana ci sia; a che punto abbiano condotto il romanzo non so; ma questo è certo: ch’io l’ho visto a Livorno il signor Alberto, e prima e dopo l’arrivo della Marchesa. L’ho visto, l’ho osservato....

— E avete conchiuso...?

— E ho conchiuso che il Valmarana è innamorato della Marchesa, come io ebbi l’onore di dirvi otto o nove mesi fa. Aggiungo che secondo me non è innamorato solo. Ridete, quanto vi piace; è innamorato della Marchesa di Villareale....

— E non della contessa Alberici? — domandò Claudio sorridendo.

— Di questo non mi faccio garante. Una cosa non guasta l’altra. Io sono di manica larga e credo che si possa essere innamorati di due donne nel medesimo tempo.

················

Mentre tutti guardavano Clara, Clara, pareva attentissima a quanto si faceva sul palco scenico. “Pareva„ perchè in realtà se i cannocchiali erano vôlti verso la scena, gli occhi guardavano furtivamente altrove. Entrata nel palco, aveva scorto in platea appoggiato alla soglia della porta Alberto; e non le era parso l’Alberto di altri tempi che soleva salutarla ogni volta che la vedeva d’un guardo lungo e passionato. Quella sera aveva gli occhi infossati; e nel viso, ove per solito sorrideva malinconicamente l’affetto, la Marchesa lesse lo sprezzo, il sarcasmo, lo sdegno.

Lo vide uscire dalla platea e sperò per un momento che se ne andasse dal teatro; poi ripensando che ella non lo aveva mai veduto con quell’aspetto, [329] conchiuse esserci qualche cosa di nuovo per l’aria, o bisognare armarsi di tutto punto; se Alberto si fosse chiarito nemico, sgomentarlo con l’audacia sin dalle prime avvisaglie.

Di lì a poco infatti Alberto entrò nel palco Villareale; v’erano il Piccardi, il Ferreri e Guglielmo rincantucciato in un angolo.

XVII.

Quando Alberto entrò nel palco Villareale, Claudio Piccardi dichiarava al solito una delle sue tante teorie. Faceva la storia del ballo discorrendo della Cerrito, dell’Essler che gli erano note soltanto per i discorsi de’ più vecchi di lui; dipingeva la danza delle Almèe come se avesse visto l’Egitto, quella degli Assiaoua quasi fosse stato ad Algeri.

— A sentirti, — esclamò Alfredo Ferreri quando Claudio ebbe finito, — e’ parrebbe che tu fossi un Vestris o un Saint-Léon; e dire che, nonostante tutta la tua erudizione, balli tanto male!

— Difatti non mi occupo che della teoria; in pratica detesto il ballo e più anche le ballerine.

— Non ne dica male via, Piccardi — soggiunse la Marchesa, la quale aveva una gran smania di dir qualcosa per togliersi allo sguardo fisso, penetrante di Alberto, che s’era seduto di rimpetto a lei. — Povere donne! che brutto mestiere il loro! Che si fa celia? Tutte le sere il solito sorrisetto, le solite moine anche quando non ne hanno voglia. Deve essere una vita d’inferno!

[330]

— E poi quella benedetta nomèa, — aggiunse il Ferreri. — Perchè insomma una ballerina potrebbe essere una santa, per il mondo è sempre una ballerina.

— Una delle solite ingiustizie — mormorò Alberto.

— Sarà un’ingiustizia — replicò il Piccardi — felicissimo di poter far mostra un’altra volta della sua facile erudizione. Fatto sta che in Francia, fino al 1681, le dame di corte salivano sulla scena e ballavano, perchè era proibito alle donne di prender parte ai balli ne’ teatri pubblici; da quando furono inventate le ballerine, le signore non vollero ballare più neanche sul teatro di Corte.

— Bravo — riprese Alberto — per spiegare una ingiustizia tu mi citi un’ipocrisia — Vorrei un po’ che tu mi dicessi perchè una ballerina che si mostra a duemila persone dal palco scenico debba essere più svergognata di una duchessa che si mostra a tre o quattro uomini successivamente nello stesso giorno nella camera propria fra i ritratti degli antenati e magari nell’archivio di famiglia. Qualche volta le ballerine salgono e le duchesse scendono.

— Lasciamo andare, — interruppe il Piccardi desideroso di troncare quel discorso che gli pareva Alberto spingesse innanzi un po’ troppo. — Lasciamo andare; ti dimostrerò più tardi che c’è una bella differenza.

Ma l’altro insistè:

— Sì, differenza di amanti giovani o vecchi, ricchi o poveri, biondi... o bruni; poi signore e ballerine valgono tutte lo stesso.

[331]

La ostinazione d’Alberto, il discorso suo parvero insensati a tutti tranne a Clara che dalle allusioni e dai doppi sensi intese il movente di quel contegno. Non si sgomentò; e fredda, altera, fissando gli occhi, quasi minacciosi, in quelli del Valmarana.

— La prego di credere, — disse, — che vi sono delle eccezioni.

— Alle signore non si contradice, — replicò secco Alberto.

La Marchesa lo squadrò e tacque; parve lo volesse fulminare col disprezzo. Guglielmo intanto s’era alzato dal suo cantuccio ed era venuto sul davanti del palco.

Succedè una pausa breve che parve lunghissima, perchè tutti cercavano un argomento per ripigliare la conversazione.

Alla fine il Piccardi:

— Mi pare che quest’anno il corpo di ballo non si distingua per la venustà delle forme.

— C’è la Molucchi che è una bella ragazza, — disse il Ferreri.

— Qual’è? — domandò Guglielmo.

— Quella bionda nel secondo grappo.... Aspetta.... Ecco... guarda la seconda a sinistra.

— Eh! sì, è molto bellina.

— Un mostro! — esclamò Alberto.

E Guglielmo:

— Valmarana, tu sei di cattivo umore da un pezzo in qua e stasera anche più del solito: quando si hanno i nervi non si va per il mondo a seccare la gente coi paradossi e con lo spirito di contradizione.

[332]

— C’è della gente che non tollera i paradossi,-rispose Alberto — ce n’è di quella che non tollera le lezioni.

E, salutata a mala pena la Marchesa, uscì.

Sul tardi, all’uscire dal teatro, la gente parlava di un alterco nato fra il Valmarana e il Villareale, di una sfida corsa e di una ballerina che era la cagione di sì brutta contesa.

Inutile dire che in tutti que’ discorsi non c’era l’ombra della verità; ma quella sera tutto le mamme fecero presso a poco alle figliole questo discorso:

— Figliole mie, pensateci bene prima di pigliare marito. Lo vedete! non basta esser buone, pazienti, virtuose come la povera Clara: quando ci s’imbatte in uno di questi uominacci perfidi come il Marchese, che ci pospongono alle ballerine, non si hanno altro che dispiaceri.

XVIII.

Guglielmo andò a casa insieme con Clara; non le fece parola di ciò che era accaduto al teatro, nè ella, tacendone lui, volle essere la prima a parlarne. Licenziata la cameriera, si coricò, ma non le fu possibile chiudere occhio in tutta la notte; tante idee le passarono per la testa, tanti sentimenti e diversi le tumultuarono nell’animo. Temeva di Guglielmo; le pareva naturale ch’egli mostrasse aperto il proprio risentimento ad Alberto e la impauriva lo scandalo, sicuro effetto della contesa. Era convinta oramai che Alberto sapesse gli amori di lei [333] con Michele, ma convinta del pari che, qualunque cosa fosse per accadere, Alberto dopo quel primo impeto tacerebbe a qualunque costo.

Nondimeno si preparò ad ogni evento; sebbene non le riuscisse addormentarsi, la mattina dopo chiamò la cameriera più tardi del solito; e quando, giunta l’ora della colazione, l’avvisarono che il Marchese l’aspettava, ebbe cura di tardare venti buoni minuti ad uscire dalla camera.

Nella stanza da pranzo Guglielmo stava intanto leggendo un giornale. Clara entrandovi,

— Abbi pazienza — disse: — ho dormito tanto; mi sono svegliata tardi e t’ho fatto aspettare....

— No, no; ho anticipato io nel chiedere la colazione. Non m’è stato possibile chiuder occhio in tutta la notte....

— Come mai?

— Il Valmarana m’ha talmente stizzito ieri sera....

— Oh! per carità, Guglielmo.... non mette conto neppure di parlarne.... sai che è tanto strambo quel povero ragazzo....

— Sì, sì; ma quando uno è strambo fino a quel punto deve viver da sè; glielo ho detto e glielo ripeterò.

— Guglielmo, per amor di Dio, non mi dar dispiaceri.

— No, sta’ tranquilla; voglio che Alberto ti domandi scusa.

— Di che?

— Come di che? Di quel che ha detto ieri sera.

— Ma forse, chi sa? non ebbe nemmeno l’intenzione di dire un’impertinenza a me.

— Lo credo anch’io, ma che importa? C’erano [334] in palco il Piccardi e il Ferreri; conosco i miei polli e non voglio chiacchiere.

— Fa’ come credi; non mi accôro, perchè son sicura che il Valmarana farà tutto quello che vuoi. Solamente, o lasciar correre o far la campana tutta d’un pezzo.

— Sarebbe a dire?

— Bisogna pagare il Bruni e servirsi d’un altro architetto.

— Perchè?

— T’è sfaggito forse: il Valmarana parlò d’amanti biondi; poi si fermò un secondo e soggiunse: “o amanti bruni.„ Sarà un’allusione o non sarà....

— Ma nemmeno per idea. Che diavolo ti viene in testa? Non ci mancherebbe altro: ora che deve costruire l’ala nuova del palazzo.... E chi vuoi che dica?...

— Lasciami finire. Non ho mica paura; figurati! nessuno ci crederebbe, e poi mi basterebbe che non ci credessi tu.... Ma io veggo in tutto questo la mano di una mia carissima amica, e siccome la so capace di tutto....

— La mano di chi?

— Di Laura Alberici. Sai che a Pegli ci hanno detto che il Valmarana doveva sposarla; arrivata a Livorno, io, che sono franca e non so capire i sotterfugi perchè non li so fare, domandai ad Alberto, dirimpetto a molta gente, se la notizia era vera. Non mi rispose; Laura se ne impermalì, ed ora per vendicarsi di me, che ho avuto il torto d’immischiarmi nei suoi pasticci, mette su il Valmarana contro di me e fors’anche mi favorisce un amante; e siccome non sa chi scegliere, perchè da mesi e [335] mesi non vediamo nessuno, m’appiccica forse il signor Michele che è stato a Pegli, ti ricordi? quando tu sei andato a Courmayeur. L’architetto, il quale, nota bene, ha cinque anni meno di me! È una supposizione, bada, ma mi pare sia meglio liberarsene e....

— Scusa, mi pare invece che il rimandare il Bruni, il toglierlo da’ lavori ora che sono incominciati, darà più che mai ragione a questa signora di spargere calunnie.

— Oh! no, perchè diremo chiara e tonda, a chi la vorrà sapere, la ragione per la quale, sebbene con molto rammarico, abbiamo dovuto allontanarlo da casa nostra.

— Fa’ tu.

— No, scusa, non è una bella parte e non mi sento punto la voglia di farla io. Stamani quando viene....

— Stamani non lo vedrò, devo uscire; avrò tempo in giornata, mi pare; non c’è fretta. E poi, siccome è capacissimo, non ti nascondo che mi dispiace.

— Ti prego....

— Sì, sta’ tranquilla, te lo prometto — conchiuse Guglielmo.

E stretta la mano alla moglie uscì dalla stanza, scese le scale e s’avviò lentamente verso la casa d’Alberto.

Era caduta molta neve e gli fu forza andarsene a piedi.

Un’ora dopo Giovanni bussava allo porta del gabinetto di Clara.

— Avanti. Che c’è?

[336]

— Il signor Bruni ha cercato del padrone. Gli ho detto che è fuori e mi ha mandato a domandare se la signora Marchesa ha bisogno di lui.

— No — rispose risoluta Clara.

Poi, mentre Giovanni stava per oltrepassare la porta:

— Ah! sì... a proposito, ditegli che ho bisogno di parlargli un momento, se non ha nulla da fare, salga subito; se no, più tardi; non è cosa che prema.

Quando di lì a poco Michele entrò nel gabinetto, Clara gli andò incontro, e parlandogli in fretta e a bassa voce:

— Non restar qui — gli disse — fa’ che Guglielmo non ti trovi in tutto il giorno; e se mai per caso ti imbattessi in lui, non ti meravigliare di quello che ti dirà... non rispondere nulla, aspetta: e sta’ tranquillo... ci sono io... che ti voglio bene.... E ora va’..., va....

Michele attonito avrebbe voluto domandare chi sa quante cose; ma Clara, senza aggiungere sillaba, lo spinse con dolcissima violenza fuori dell’uscio.

Appena fu uscito, Clara s’accostò allo specchio, e rialzati i capelli sulle tempie stette immobile guardandosi per un momento; poi sorrise, di un sorriso pieno di sdegno, di scherno, di sprezzo, di compiacimento. Se il marchese di Villareale fosse a caso rientrato in quel momento nel salotto, la faccia di sua moglie gli avrebbe messo paura.


Sui tetti, sulle finestre, per le vie s’era alzato già più d’un palmo di neve. Alberto, levandosi, aveva acceso nel camino un gran fuoco, alimentato poi per cinque ore con carbon fossile e legno di [337] quercia. Il termometro segnava diciassette gradi, e Alberto sentiva un brivido serpeggiargli per le ossa. Se ne stava semisdraiato sopra una poltrona profonda vicino al caminetto, quando Stefano, entrando, gli annunziò il marchese di Villareale.

— Padrone — rispose Alberto, e si alzò.

Guglielmo si fermò sulla soglia; un po’ perchè, dolente della cagione che lo conduceva colà, gli sapeva male andare innanzi; un po’ perchè le vampe di calore che venivano dal salotto gli mozzarono sulle prime il respiro.

S’avanzò, dopo un momento, tenendo in mano il cappotto, verso il Valmarana e con severa tranquillità:

— Non credo che ci sia bisogno di dirti il perchè son venuto.

Alberto immobile non rispose.

— Se non ti conoscessi da un pezzo, avrei mandato due amici a chiederti conto delle tue parole, del tuo contegno; credo che tu non sia persuaso, nemmeno in tesi generale, di quello che dicesti, ma poco importa; credo altresì che non ti sia passato per la testa di offendere me e mia moglie che ti abbiamo accolto sempre, scusa se te lo ricordo, con cortesia. Ma il tono, le parole che dirigesti a Clara ed a me in presenza di testimoni.... Insomma bisogna che tu chieda scusa a mia moglie e subito.

— Non ebbi intenzione di offendere nessuno; risposi un po’ bruscamente a te perchè m’avevi parlato con un po’ troppa alterigia. Non mi pare che ci sia bisogno di scuse.

— Non divaghiamo — riprese il Marchese anche più severo e alzando un tantino la voce — questo [338] nostro colloquio non può molto protrarsi. Se avessi supposto che t’era passato per il capo di fare offesa a me o ad altri, avrei operato diversamente; non domando che mi dichiari il significato delle tue parole; per me non hanno nessun significato. Fatto sta che hai mancato di rispetto ad una signora; se intendi chiederle scusa bene, se no....

S’interruppe; poi:

— Andiamo, via, Alberto, vedi un po’ dove mi trascini.... Stasera Clara sarà al teatro... potrai venire nel palco e con due parole....

— No — rispose subito Alberto.

— No? Sta bene — disse il Marchese.

E si mosse verso la porta.

— Un momento.

Alberto s’accostò al tavolino, prese una penna e un foglio da lettere ornato del suo monogramma e scrisse:

“Le domando scusa, Marchesa; spero che vorrà dimenticare i paradossi che mi uscirono di bocca ieri sera in un momento di cattivo umore.„

Valmarana.„

Porse il foglio a Guglielmo; questi lo lesse, e:

— Grazie, Alberto — disse.

E gli prese la mano e la strinse; poi, vedendo che Alberto restava zitto e in piedi,

— Addio dunque — riprese.

— Addio.

Il Marchese uscì; e per le scale pensava:

“Quel povero Alberto m’è sempre parso un po’ bizzarro, ma ora poi mi par diventato matto addirittura.„

[339]

Quando il Marchese fu uscito, Alberto si gettò sopra la poltrona; appoggiò i gomiti sui ginocchi e si coprì colle palme la faccia. Così stette lungamente, quando sentì il capo farglisi grave tentò d’alzarsi, ma gli occhi gli s’abbagliarono, gli si piegarono le gambe e ricadde. Gli pareva come d’udire un ronzìo confuso di mille voci sottili; fece un nuovo sforzo; appoggiandosi con una mano al muro, con l’altra alle seggiole sparse per la stanza, s’accostò alla finestra, l’aprì e tuffò la testa nella spessa neve che s’era accumulata sul davanzale. Si sentì sollevato e rimase come sbalordito per più di due ore alla finestra; un vento ghiacciato gli illividiva il volto, e la neve gli copriva co’ suoi fiocchi bianchi i capelli.

Guglielmo non tornò a casa che all’ora di pranzo: e quando mostrò a Clara le poche righe scritte da Alberto.

— Povero Valmarana! — disse quella, — l’ho sempre pensato che non è cattivo, ma ha un benedetto naturale.... oh! meglio così! non ci si pensa più; ha fatto bene a scrivermi.... star lì ad ascoltare uno che fa delle scuse non è punto piacevole per una donna; e, confesso il vero, mi sarei sentita impicciata....

Stette pensosa un momento, accartocciando il foglio con naturale noncuranza, poi:

— Del rimanente — continuò — abbiamo fatto uno sproposito anche noialtri.

— Quale?

— Quello di mandar via il Bruni. È stato quasi un venire a patti colla calunnia. Oramai è fatta....

— Non è fatto nulla, — rispose il Marchese — perchè [340] io ho cercato Michele e non l’ho potuto trovare. Te l’ho detto sin da stamani che era uno sproposito; ora che ne sei finalmente persuasa anche tu io non gli dirò nulla e festa finita.

— No.... aspetta, lasciamici pensare ancora ventiquattr’ore.

— Pensaci, ma che se n’esca dentro domani.

Ventiquattro ore dopo la Marchesa non aveva ancora pensato abbastanza; ma poichè Guglielmo s’impazientiva, ella disse d’accostarsi, per deferenza verso il marito, all’opinione di lui; e così fu conchiuso che il Bruni seguiterebbe a prestare i propri servigi alla famiglia Villareale.

Due giorni dopo arrivava a Campomoro un dispaccio diretto a Mario Loveni dal cameriere d’Alberto e concepito in questi termini:

“Il padrone sta malissimo. Venga subito.„

XIX.

Mario, quando gli portarono il telegramma di Stefano, passeggiava innanzi alla villetta cogitabondo; Reno lo segniva lento colla testa dimessa. L’animale era attristato della mestizia dell’uomo.

Leggere il dispaccio e montare in carrozza fu per Mario l’affare di dieci minuti. Reno voleva montare anch’esso, ma il padrone lo respinse bruscamente e partì. Partì subito pensando che la malattia di Alberto doveva essere molto grave, se Stefano lo chiamava con quella fretta, adoperando quelle parole; e in tale pensiero si confermò quando [341] giunto alla casa del Valmarana vide Stefano medesimo venirgli incontro addoloratissimo e lo udì esclamare:

— Ah! signor Mario, signor Mario! che disgrazia! che disgrazia!

Ma per quanto supponesse grave lo stato di Alberto, provò, entrato che fu nella camera di lui, uno sgomento da non ridirsi. Alberto giaceva supino sul letto con la testa sollevata da tre guanciali sovrapposti l’uno all’altro; livido, aveva gli occhi semichiusi, immobili, come di vetro. Il respiro affannoso e il continuo moversi delle mani che pareva cercassero qualche oggetto erano soli segni che la vita non aveva ancora abbandonato quel corpo.

Mario gli si accostò, lo chiamò più volte per nome; ma Alberto non si mosse, nè rispose. E allora voltosi a Stefano:

— Quando l’ha visto il medico? — domandò Mario.

— Ieri sera a mezzanotte.

— E tornerà?

— A star di molto, fra mezz’ora sarà qui.

— E quant’è?...

— Due giorni.

E Stefano raccontò per filo e per segno a Mario come Alberto tornato dal teatro si fosse gettato vestito sul letto; e alzatosi di buonissima ora la mattina e acceso un gran fuoco, fosse rimasto presso al camino finchè non giunse il Marchese di Villareale; che partito il Marchese, Alberto aveva aperto la finestra e v’era stato affacciato col capo scoperto più di due ore.

— Ah! il Marchese Villareale è venuto qui? — domandò Mario.

[342]

— Sì signore.

— Dio santo! quanto sta questo medico?... E si trattenne il Marchese?

— Pochi minuti.

— A che ora suol venire?

— Il medico? Alle nove; sono le otto e tre quarti...

— Di’.... e quando uscì dalla finestra?...

— Si buttò daccapo sul letto; mi chiamò, disse che si sentiva molto male, ma non volle che chiamassi il dottore. Poi nella notte peggiorò tanto e.... Creda, signor Mario, creda che peggiora di minuto in minuto. Ieri sera qualche parola la diceva, e ora....

— Zitto! è sonato....

— No signore; oh! sto attento, non dubiti, e poi c’è Francesco di là in sala....

— Sai per che motivo venisse il Marchese?

— No signore.

— Chi è il dottore?

— Una brava persona, un po’ rotto.... il dottor Ramelli.

— Ah!

— Lo conosce?

— Sì.... questa volta è sonato di certo.

— Sì signore.... questo è lui....

Stefano non s’ingannava; difatti di lì a poco il medico entrò nella stanza.

Mario, che lo conosceva avendolo trovato qualche volta in casa della contessa Alberici, gli si fece incontro come per interrogarlo; il dottore non gli badò e senza pronunziare parola s’accostò al letto del malato.

[343]

Dopo un po’ di tempo:

— Dunque? — domandò Mario con ansietà.

Il dottore gli fece cenno di seguirlo nella stanza contigua e:

— Caro signore, — disse, — che vuol che le dica? lo vede da sè: il malato è gravissimo.

— Una polmonite?...

— Eh! magari fosse una polmonite soltanto; ma c’è congestione polmonare e congestione cerebrale.

— Ma c’è speranza?...

— E congestione cerebrale — ripetè il dottore.

— Ha sentito da Stefano?....

— Sì, sì, cause occasionali e non bene accertate; la causa prima è un disturbo di circolazione; la flussione del petto è avvenuta così sollecitamente a cagione di una precedente alterazione del cuore. E questo è confermato dalla complicanza della congestione cerebrale.

— Ma come? Alberto?....

— Ha un vizio cardiaco.

— Un vizio cardiaco?

— Eh! la diagnosi è facile; non c’è neanche da dire posso ingannarmi.

— Ma se non s’è mai lagnato di soffrire di cuore!

— Caro signore, non si sarà lagnato, ma il vizio c’è.

— Può darsi che qualche grave dolore.... qualche commozione violenta?...

— Tutto può darsi.

— Ma si può sperare?

— Io non posso dirle nè di sperare nè di disperare. Io ho fatto tutto quello che sapevo e potevo. A ogni modo nel vedere quel disgraziato uomo spossato, [344] denutrito con un’alterazione al cuore grave, molto, molto grave non mi sgomento dell’ora mi sgomento del poi. Più della malattia temo le conseguenze.... A rivederla, tornerò a mezzogiorno. Se mai ci fosse un peggioramento il cameriere sa dove trovarmi.

Partito il medico, Mario si sedè accanto al capezzale d’Alberto e ripensò i fatti narratigli da Stefano; la visita di Guglielmo, che era pur cosa da non meravigliare, lo aveva posto nel timore che qualche cosa di serio fosse avvenuto tra lui ed Alberto; e soffriva, riflettendo che forse egli, Mario, era causa involontaria di tanto guaio. Per buona sorte il Marchese di Villareale venne a toglierlo da quell’angustia, chiedendo con affettuosa premura notizie del Valmarana.

Mario stava dunque presso al letto, assorto in tali pensieri, quando udì un rumore alla bussola. Stette un momento in orecchio e poichè il rumore durava ed egli non sapeva raccapezzare da che fosse cagionato, si alzò; in punta di piedi andò fino all’uscio e l’aprì.

E Reno entrò dando un lungo sguardo al padrone, come se volesse chieder perdono di aver trasgredito gli ordini seguendolo a Firenze. Ma il padrone non gli badò; gli era parso di udir de’ passi nel salotto e aveva veduto mentre apriva la porta un’ombra dileguarsi; traversò il salotto, entrò in un gabinetto e si trovò a faccia a faccia con la contessa Alberici.

— Lei? — esclamò Mario.

— Io. Di che si meraviglia? Di trovarmi qui? Dovrebbe meravigliarsi se non ci fossi. Da che [345] ho saputo dal dottore lo stato del povero Alberto, sono venuta e non mi sono più mossa. Egli non era in grado di riconoscermi e potevo assisterlo senza che si adirasse della mia presenza. Che le ha detto il medico?

— Nulla di buono.

— Oh! si salverà, Loveni, si salverà. Io lo sento; il cuore mi dice di sperare. Non è vero che stia peggio di ieri sera. Stefano non lo ha visto bene.... Non lo rimproveri Stefano; glielo ho inibito io di dirle che ero qui.... perchè nonostante che le avessi fatto spedire quel telegramma ieri sera, stamani m’è mancata la forza per venirle incontro. Ho temuto di farle paura.

Udendo quelle parole Mario fissò gli occhi nel volto di Laura: faceva paura difatti, tanto la sua fisonomia era sconvolta, tanto profonde v’erano impresse le tracce della veglia, dell’angoscia, del pianto.

— Santa creatura! — disse Mario. — Presala per mano la condusse nella camera di Alberto e ambedue si sederono silenziosi, l’uno ai piedi del letto, l’altra presso al capezzale.

Reno andò ad accoccolarsi in un canto.

Per le imposte socchiuse penetrava un sottile raggio di luce e il silenzio era rotto soltanto dal respiro affannoso e frequente dell’ammalato.

[346]

XX.

La mattina dipoi il dottore avvertì che la congestione cerebrale cedeva alla pronta efficacia della cura e lo stato del petto si era fatto migliore. Quell’annunzio doveva essere e fu una consolazione per Laura, ma succedè presto un nuovo rammarico. Fino allora infatti Mario e Laura tutti intenti a scrutare la fisonomia d’Alberto, a osservarne ogni mutamento più lieve, non avevano parlato tra loro che per certificare i fenomeni della malattia di lui, o per commentare coi criteri del cuore le parole del medico. Quel giorno, fatti più fiduciosi intorno al futuro, si volsero volentieri al passato; e Mario, ricordandosi del racconto fattogli dall’amico e dei sospetti che aveva accolto nell’animo rispetto a Laura, le disse ogni cosa. Le parole del Loveni furono per lei, secondo la frase solita, un fulmine a ciel sereno; e le dolse più di essere stata spiata da Alberto, che creduta colpevole; per un momento piegò la fronte; ma rialzatala subito con fierezza rispose a Mario che l’accusa lanciata contro di lei era la più codarda delle calunnie; il bambino mandato a balia fuori della porta San Nicolò, e da lei visitato ogni tanto, non era figlio suo; di chi fosse non voleva nè poteva dire; non poteva perchè era suo stretto debito tacere, non voleva perchè aveva diritto di esser creduta, anche senza fornire le prove della propria affermazione, ella che non mentiva mai.

[347]

Mario le credè; ma per Laura il colpo era così forte che sentì il bisogno di divagarsi e di uscire. Uscì difatti lasciando il Loveni a custodia di Alberto, presso il cui letto ella si propose di tornare la sera.

E giunta sulla porta della casa vide in carrozza la Marchesa di Villareale. La Marchesa, fatto fermare il legno, accennò a Laura di accostarsele; e quando fu allo sportello,

— Come sta il Valmarana? — domandò simulando con artifizio squisito un’inquieta premura.

— Un po’ meglio.

— E chi lo cura?

— Il dottore Ramelli.

— E c’è chi lo assista?

— Mario Loveni ed io.

— Ah! tu?... — rispose Clara dando col sorriso e con la voce un significato alquanto maligno a quelle parole.

— Io — rispose grave Laura; poi con fare disinvolto: — a proposito, mi pare che tu avessi giurato, giurato, bada bene, di serbare un segreto che non era nè mio nè tuo e che io feci male a confidarti. Ma! t’ho conosciuta tardi.

— Laura, ricominciamo?

— Dunque, poichè avevi giurato, mi sapresti dire con che cuore hai potuto violare il giuramento?

— Io?

— Tu.... Il Valmarana non ha potuto saperlo che da te.... Credo anzi che sebbene sapessi che quel bambino è di mia sorella nato nell’assenza del marito, tu gli abbia fatto credere che è figliolo mio.

— Io mi meraviglio.

[348]

— Tu ti meravigli, s’intende; non mi puoi rispondere altrimenti. Addio, demonio.

E s’allontanò. La Marchesa proseguì per la sua strada, pensierosa più dell’usato. Oramai Laura, se anche non possedeva, credeva di possedere ella pure un segreto. E poi chi guarentiva che Alberto, inasprito com’era, non avesse parlato? O che nel delirio non gli fosse sfuggita qualche frase, un nome?

Scese in via Tornabuoni alla farmacia inglese e vi trovò il Marchesino Lunati.

— Come mai, Marchesa, così mattiniera?

— Sono stata a prendere le nuove del Valmarana.

— Ah! già. Ci volevo andare anch’io e me ne sono sempre scordato. Come sta?

— Meglio.

— Meno male; l’avevano dato per morto.

— Oh! no pare anzi che ci sia molta speranza.... Lo cura il dottor Ramelli che è bravissimo, dicono. È ben custodito.... si figuri: ci stanno giorno e notte Mario Loveni e Laura Alberici.

— La Contessa? Ma allora è vero quel che si diceva a Livorno!

— Perchè? È necessario forse che un’infermiera sia una fidanzata?

— Scusi, Marchesa, ma...

— Può darsi anche che sieno fidanzati, non dico di no, ma questa prova non basta; tanto più che lei lo sa com’è Laura.... senza rispetti umani; quando le piace di fare una cosa la fa senza curarsi di quel che dirà la gente....

— Senta, Marchesa, scommetto che se m’ammalo io la Contessa a farmi da infermiera non viene....

[349]

— Oh! no....

— E dunque?

— Lei è padrone di pensare come vuole; solamente mi faccia il piacere di non raccontare a nessuno questo che le ho detto. Non voglio essere io cagione di chiacchiericci.... Me lo promette?

— S’imagini!

Successe quel che la Marchesa s’era proposta. Il Lunati raccontò tutto senza dire bensì d’averlo saputo da lei; e il giorno stesso sul piazzone delle Cascine non si parlava che dell’assistenza dell’Alberici al Valmarana.

— Congestione cerebrale — diceva il Ferreri — seguita da matrimonio. Esito funesto.

E il Piccardi, sempre per far l’erudito, citava i versi dell’Otello di Shakespeare:

Ella m’amò per le sventure mie

Ed io l’amai per la pietà che n’ebbe.

XXI.

Passato qualche giorno, sebbene Mario e Laura si spaventassero del sonno quasi letargico dell’ammalato, il dottore annunziò che la congestione cerebrale doveva tenersi vinta e predisse che, svegliandosi dopo quel sonno morboso, Alberto avrebbe certamente riconosciuto chi gli stava d’attorno e pronunziato a fatica qualche parola.

Partito il medico, anche Laura volle andarsene. Le molte preghiere di Mario, i molti argomenti [350] adoperati da lui per indurla a restare non giovarono a nulla; Laura sapeva di non essere più nelle buone grazie di Alberto, non voleva che vedendosela accanto si sdegnasse; ogni più lieve commozione gli era dannosa: dunque partiva, pregando Mario di non dire mai una parola all’amico intorno a ciò che era avvenuto, quando egli giaceva inconsapevole in presentissimo pericolo di vita.

Mario, rimasto solo al capezzale del malato, vide avverarsi tutte le previsioni del medico. Alberto sulla sera si destò; scôrto l’amico fissò a lungo gli occhi su di lui, come per raccapezzare chi fosse; riconosciutolo finalmente, sia che avesse dimenticato come e quando s’erano lasciati, sia che gli piacesse farlo dimenticare, gli prese la mano e gliela strinse. Volle parlare e non potè, ma mostrò con gli atti e col guardo di intendere tutte le parole che l’altro gli disse, e con gli atti e col guardo si studiò di rispondere alle domande che gli furono rivolte.

Alla fine di quella settimana Alberto entrò nella convalescenza lunga e penosa; superata la congestione polmonare e la cerebrale, rimaneva pur sempre quel disturbo di circolazione che, al dire del dottor Ramelli, era stato causa prima al precipitoso svolgimento e alla singolare violenza della malattia. Era preso così spesso dall’affanno, che lo stare giacente gli si faceva di giorno in giorno più intollerabile. Fu dunque giocoforza adagiarlo sopra una poltrona.

E Mario stava seduto accanto a lui e si sforzava, per fargli meno tristi le lunghe sere dell’inverno, di indurlo a parlare, a distrarsi. Inutilmente: [351] Alberto ascoltava, non rispondeva o rispondeva soltanto con un sorriso pieno di malinconia. E la conversazione languiva perchè di Clara, argomento favorito a’ discorsi di Alberto, Mario non voleva parlare; nè Alberto avrebbe tollerato che gli si ragionasse di Laura, argomento inesauribile alla eloquenza di Mario.

Alberto aveva bensì notato che ogni giorno, verso le due, Stefano entrava in camera con un pretesto qualsiasi e subito Mario si alzava ed usciva, nè tornava che dopo mezz’ora a ripigliare il suo posto. Questo fatto semplicissimo, ripetendosi tutti i giorni e sempre all’ora medesima, aveva destato nell’animo d’Alberto una sospettosa curiosità. Gli pareva che la cosa non fosse liscia, che gli si nascondesse qualche segreto e aveva fatto proposito di indagare che segreto fosse.

Una volta che s’era appisolato sopra la poltrona, svegliandosi non trovò Mario presso di sè; guardò l’oriolo, era l’ora solita; tese l’orecchio verso la porta che dava nel salotto e udì Mario che parlava; con chi? Gli parve parlasse con una donna. S’alzò e a passi lenti, appoggiandosi al bastone s’avviò piano piano verso la porta. Giuntovi, si fermò per un momento, poi aprì l’uscio ad un tratto.

Seduti innanzi al camino stavano Mario e la Contessa Alberici.

Laura s’alzò, pallidissima, Mario rimase seduto senza neanche voltarsi. Alberto, fermo sulla porta, volgeva intanto ora sulla Contessa ora sul Loveni gli occhi attoniti, severi.

Fu l’affare d’un minuto; poi Mario, alzandosi, vôlto ad Alberto:

[352]

— Andiamo per le spiccie — disse. — La Contessa è venuta a chiedere notizie della tua salute; ne aveva diritto perchè quando tu eri in pericolo....

— Mario! — esclamò Laura.

— Mi lasci dire.... quando tu eri in pericolo di vita ha vegliato giorno e notte insieme con me al tuo capezzale. Cogli dunque l’occasione per ringraziarla e, giacchè ci sei, scusati di aver prestato fede alle calunnie che ti dissero sul conto suo.

Ed uscì.

Gli altri due rimasti soli stettero un momento fermi, silenziosi. Poi Laura si mosse verso Alberto e stesagli la mano:

— Addio — disse.

— A rivederci — replicò Alberto.

— No, addio.

— Come? Vuole che non ci vediamo più?

— No.

— Perchè?

— Importa dirlo il perchè? Non lo sa lei come lo so io? Oramai non abbiamo più nulla da dirci. Possiamo restare amici a patto di vivere lontani l’uno dall’altra. E resteremo, spero.

E gli stese la mano; Alberto la prese fra le sue.

— No, Contessa, non parta. Mi fa male pensare che io le costo anche questo sacrifizio. Io debbo ringraziarla, debbo scusarmi con lei che è la più nobile creatura ch’io abbia trovato nel mondo. Sono un disgraziato, non merito forse l’affetto di nessuno, merito di certo la pietà di tutti. Non mi dimentichi e mi compianga.

Laura fece per rispondere e non potè; si sentì [353] serrata la gola; raccolse le proprie forze e svincolandosi:

— Non la dimenticherò.... Addio. — E fuggì.

Quando Mario tornò, Alberto era stato ripreso dall’affanno più frequente e più grave.

XXII.

Al signor Alberto ValmaranaFirenze.

Campomoro, 8 gennaio.

Caro Alberto,

Hai voluto che ti lasciassi solo, ed io ho fatto la tua volontà; ma prima di partire ho pregato il buon dottore che mi desse ogni giorno le tue notizie. Secondo che mi scrive, tu non sei ancora rimesso, nè potrai facilmente, a Firenze, dove il clima è funesto a cotesta specie di malattie. Non ho in animo di darti un consiglio, ma ti fo una proposta. Vuoi andare in qualche altro luogo? T’accompagnerò, starò con te finchè tu non sii guarito e non ti sia venuta in uggia la mia compagnia. Rispondimi, se lo scrivere non ti dà soverchio fastidio; se no, prega il dottor Ramelli che mi scriva lui e mi dica ciò che pensi di fare.

Il tuo
Mario.

[354]


Al signor Mario LoveniCampomoro.

Firenze, 9 gennaio.

Mario mio,

Se non sapessi per molte prove oramai di che tempra è l’amicizia tua, me lo insegnerebbero oggi le tue pietose bugìe. Tu e il medico sapete come me che di queste malattie non si guarisce; è gala se si riesce a morire. Non mi parlare dunque di clima; tutti i climi sono buoni per chi ha da soffrire a questo modo; di’ piuttosto che tu vuoi distrarmi, divertirmi e fare che passino meno tristi i giorni che verranno e che la mia gioventù mi fa temere troppo lunghi, troppo crudelmente lunghi.

Non ho più nè forza, nè volontà; fa’ tu di me quello che vuoi. Vuoi che partiamo? Partiamo. Verrò dove mi condurrai. Pongo una sola condizione: che di quanto è avvenuto non si parli mai più.

Ho sciupato la vita. Sono un uomo senza vigore, senza forza d’animo; lo so, che colpa ne ho io? Dio sa come mi giudicherebbe severamente la gente, se un giorno saltasse in testa a qualcuno di raccontare la mia storia.

Tu sai ogni cosa; e come io l’abbia amata e come mi abbia fatto soffrire; mi ha cacciato nell’anima il più crudele dei sospetti, il sospetto che abbia mentito sempre con me, come ha mentito con suo marito, con Laura, col mondo; sono persuaso che mentirà sempre. Dico abbastanza, mi pare; ma non ho detto tutto. Gli uomini a modo sentenziano [355] che non v’è amore senza stima. Io, Mario, la disprezzo, ma l’amo. Dunque non parto con te, Mario, fuggo; fuggo perchè se domani ella vuol fare ancora di me il suo trastullo, io, consapevole, mi lascerò ancora tormentare da lei. Quando ci penso faccio paura a me stesso, ma è pur vero che per un suo bacio le darei il mio perdono.

E pensare che fra le memorie della sua vita, questo affetto mio non terrà maggior posto del più semplice avvenimento.... Ah!...

Non ne parliamo dunque più. Vieni, io farò quello che tu vorrai.

Il tuo
Alberto.


Due giorni dopo Alberto partiva per Milano, dove Mario doveva raggiungerlo, sistemate alcune urgenti faccende, poche ore dopo.

Il clima rigido di Milano si confaceva anche meno che quel di Firenze alla salute rovinata d’Alberto. Mario propose di andare a passare l’inverno sotto cielo più clemente, a Nizza; ma Alberto non vi consentì e dopo lunghi e ripetuti discorsi dell’uno, ai quali l’altro rispondeva a mala pena con un monosillabo, fu preso il partito d’andar girando qua e là sinchè, venuto marzo, gli accogliesse una villetta sul lago di Como ove avrebbero aspettato insieme i profumati tepori della primavera.

— Sul lago di Como c’è stata anche lei! — pensava Alberto tra sè.

E la primavera tornò, ma non tornarono ad Alberto la letizia e la forza.

Una mattina d’aprile, scese a Menaggio dal battello [356] il dottore Ramelli. Non ebbe a cercare la casa solitaria e modesta ove Alberto s’era rifugiato con Mario, perchè questi lo aspettava nel giardino il cui lembo estremo bagnavano le acque del lago.

Mario gli andò incontro e prendendogli la mano:

— Grazie, dottore — disse.

E si avviarono silenziosi verso la villa.

Quando entrarono in camera, Alberto era seduto sul letto. Aveva il volto livido, le braccia abbandonate, gli occhi infossati; la testa, che egli si sforzava di tener alta, ricadeva verso il petto accompagnando con un movimento regolare e continuo il respiro grave e affannoso. Da un lato del letto, Stefano, affranto dalla veglia e dal dolore, dall’altro Reno, accoccolato sopra una poltrona.

Vedendo il Dottore, Alberto lo salutò col guardo poi, volto a Mario: — perchè lo hai chiamato?

— Non mi ha chiamato nessuno; sono venuto a Monza per un’operazione e, giacchè ero lì, ho dato una corsa a Como.

Alberto sorrise melanconicamente e replicò:

— Bugìe.

— Non si sgomenti, non va mica peggio, sa?...

— Oh! anzi.... va meglio.... grazie a Dio.... siamo verso la fine. Lo so, dottore, e lei lo sa meglio di me.

Il medico tacque. Mario andò verso la finestra per nascondere la propria commozione, Stefano dette in uno scoppio di pianto.

Il dottore lo prese per un braccio e lo condusse fino alla porta.

— Povero Stefano, mi vuol bene — mormorò il malato.

[357]

— Lo so, ma in camera dei malati non si piange.

— Si trattiene, dottore?

— Fino a domani.

— Mario conduci il dottore in camera sua.

Mario desideroso di sapere ciò che veramente questi pensasse dello stato d’Alberto, fece per obbedire alla preghiera d’Alberto; ma il dottore lo trattenne e presolo per la mano:

— Non faccia complimenti, c’è di là il servitore, — disse — ed uscì.

E Mario restò; dal contegno del medico aveva oramai inteso tutto.

Durante quel giorno, sebbene il respiro si fosse fatto meno frequente, Mario e il medico non si allontanarono mai dal letto dell’ammalato. Soltanto sul far della sera il dottor Ramelli salì nella propria camera per scrivere alcune lettere da mandarsi per il battello. Mario rimasto solo con l’amico gli si avvicinò, e:

— Come va? — gli chiese.

— Bene — rispose Alberto — questo bel cielo che veggo.... questo silenzio.... mi fanno ritornar buono.... mi dimentico il male che mi hanno fatto, per ricordarmi solamente....

— Non ti affaticare.

— .... solamente delle cose belle che ho trovate nel mondo; i rancori svaniscono.

— Alberto, per carità!...

— No.... no.... non mi fa mica male....

Non potè andare innanzi; poco dopo:

— Vorrei quel portafoglio in cuoio di Russia.... sai?...

— Alberto, mi raccomando, non ti tormentare con questi ricordi....

[358]

— Dammelo.

— Dov’è?

Alberto accennò colla mano tremante una scrivania posta in un angolo della stanza.

— Non c’è la chiave.

— Chiedila.... a Stefano.

Mario uscì; aveva di poco oltrepassata la soglia della stanza che gli occhi di Alberto parvero gonfiarsi ad un tratto; egli fece un moto per alzarsi, aprì la bocca come tentando con un estremo sforzo di parlare; poi piegò la testa verso il petto e ricadde sopra i guanciali.

Reno schizzò dalla poltrona e dette in un lungo mugolìo.

Mario, che era giunto in fondo alla scala, udendo il pietoso richiamo della povera bestia tornò rapidamente in camera, cacciò un urlo disperato e si gettò piangendo sul cadavere dell’amico.

E Reno intanto, mugolando sempre, leccava la mano che Alberto, morente, aveva lasciato cadere penzoloni lungo un lato del letto.

Mario stette così fino a che il medico e Stefano, avvertiti dai suoi cupi singhiozzi, non vennero a toglierlo al triste spettacolo. E allora, dando uno sguardo a quella fisonomia che gli era stata così cara mormorò le più desolate parole che uomo possa pronunziare: son solo!

[359]

XXIII.

Mario, dato all’amico il tributo estremo, partì in fretta per la Toscana. Gli pareva di non essere più lui; uno sgomento profondo gli gravava sull’anima, si sentiva stanco e pauroso.

A Bologna stava per salire nel treno che doveva menarlo a Firenze, quando gli parve di scorgere in un vagone di prima classe un noto aspetto di donna; volle sincerarsi. Era proprio lei. Mario stette un momento incerto se dovesse fuggire lontano o entrare in quello stesso vagone; poi aprì lo sportello e salì.

— Oh! lei Loveni!

— Marchesa, lei qui? Di dove viene?

— Da Milano; sono stata al solito dallo zio. E lei?

— Io? Da compiere un tristo ufficio.

— Quale?...

— Alberto Valmarana....

— È morto?

— È morto tre giorni fa a Menaggio sul Lago di Como.

La Marchesa tacque; non un muscolo le si contrasse; non un lampo negli occhi, non una piega sul viso. Mario la guardava fisso, tacendo anche lui. Clara scrollò la testa finalmente e,

— Peccato! S’è voluto rovinare! Glielo ho detto tante volte.... Faceva una vita che non era per lui... Lo credevo in convalescenza. E di che male?

[360]

— Delle conseguenze della congestione polmonare che ebbe mesi sono....

— Avrà sofferto molto, poverino, eh?

Mario non rispose; strappò con moto violento la frangia che pendeva dal bracciuolo al quale stava appoggiato.

— Loveni, che fa?

— Mi compatisca; non posso parlare di quest’argomento senza commovermi; se fossi qui solo, a ripensare quella vita florida sino a pochi mesi fa di tutto il vigore della gioventù, troncata ad un tratto, darei, creda, in imprecazioni. Dirimpetto a lei non posso e mi contento di strappare la frangia. Ma scusi.... credo di non averle risposto.... Diceva?

— Ha sofferto molto?

— Molto.

— E.... è morto in sè?

— Si figuri! Fino alla fine.... si ricordava delle più piccole cose, dei più piccoli accidenti della sua vita. È morto aspettando ch’io gli dessi un portafoglio di cuoio di Russia che aveva chiuso nella scrivania.

E la guardò più fisso che mai. Clara tremò, ma internamente; abbassò per un istante gli occhi ai quali fu impossibile sostenere lo sguardo di Mario che le stava di faccia, poi gli rialzò sicura e fissando alla sua volta l’interlocutore:

— Si ricordava anche delle offese fatte in un momento di cattivo umore ai suoi migliori amici? Ah! già forse lei non lo sa.... Non era a Firenze quando avvenne quella questioncella al teatro.... Povero Valmarana! Quel suo cattivo umore e quella acrimonia che aveva contro tutti negli ultimi tempi erano forse un sintomo della malattia. Non crede?

[361]

— Può darsi....

— Perchè lei lo sa, non è vero, quel che successe?

— So tutto, Marchesa della vita di Alberto: tutto.

Si alzò e andò a sedersi accanto a Clara; poi prendendolo la mano, con aspetto e voce benevola seguitò:

— So tutto, Marchesa, e non abuserò del segreto.

— Di quale segreto? — domandò impavida Clara.

— Di quello al quale m’è impossibile di non prestar fede, perchè i moribondi non mentiscono.

— Oh! intendiamoci, — replicò Clara sentendosi spinta nell’ultima trincea e tentando difenderla. — Lei mi ha detto che il Valmarana era morto in sè.... Comincio a dubitarne....

— Clara.... non disputiamo. Io credo; negare è inutile. Alberto era incapace di vanterie e di calunnie; se domani io ripetessi quel che egli mi disse morendo....

— Ah! no! — urlò Clara.

— Tutti mi crederebbero, qualunque fosse la persona che si attentasse a smentirmi.

Finalmente l’involucro s’era squarciato: il grido che le era uscito di bocca era una conferma ed uno scongiuro.

— Oh! Loveni.... — continuò Clara alzandosi — Loveni quel momento sarà il rimorso di tutta la vita.... Mi raccomando....

— Perchè? Alberto meritava, lo creda, di essere amato. Vuol che faccia rimprovero a lui d’essersi lasciato attrarre da cotesta bellezza meravigliosa? [362] Ah! Marchesa, lei ha amato brevemente un uomo; ma chi le dirà il numero degli uomini che si sono tormentati in una lunga e silenziosa adorazione dinanzi a lei?

Si chetò; ma la voce e lo sguardo dissero a Clara il resto.

— Loveni!... Guardi... apra un po’ la finestra, si soffoca e a momenti cominciano le gallerie.

Mario obbedì.

Dopo una pausa Clara riprese:

— Lei manterrà il segreto, non è vero? Non rovinerà una donna che ha fatto del dovere l’unico idolo della propria vita e che.... Ah! vigliacco! aveva dei confidenti.... Mario.... Mario, la sua parola d’onore....

E gli stese la mano.

E Mario stringendola o baciandola:

— Clara, io parto domani per la Nuova Zelanda per non tornare mai più. Vedete? Ho torto di maledire! Qualche momento felice c’è nella vita! Questo è il primo per me: posso senza tradire un amico baciare la tua mano, Clara.

— Mario.... ma insomma....

— Perchè non te lo direi? È tanto che taccio! Ti ho amata, Clara, ti ho desiderata sempre....

E le cinse col braccio la vita.

— Mario, mi lasci, mi lasci....

— Oh! sii mia, Clara, sii mia!... chi lo saprà? Nessuno: siamo soli. Io che sono custode geloso di un segreto perchè non saprò custodirne due? E poi, parto.... te lo giuro e non ho mai mancato a un giuramento. Parto domani per non tornare mai più.

[363]

— Ma no no.... glielo ho detto, un momento di follia sarà un rimorso perpetuo per me.... lasciatemi.... lasciatemi.

E Mario gettandosi in ginocchio davanti a lei e afferrandole lo braccia:

— Oh! non negare, Clara, non negare. Questo momento non tornerà più.... Vuoi il mio silenzio? Compralo....

E Clara, guardandolo intenta come se volesse penetrargli nel cuore....

— Partite?

— Domani.

— Davvero?

— Sull’onor mio, parto domani per la nuova Zelanda.

Clara mandò un gran sospiro; poi chiudendo gli occhi reclinò la bella testa bionda sulle spalle di Mario, mormorando:

— Mio Dio!

— Ah! sì? — esclamò Mario afferrandolo i capelli e rovesciandola sul sedile. — Ah! sì? Lo hai creduto? Eri per me come per Alberto, come per tuo cugino, come per il Bruni, come per tutti?

— Ah! — urlò Clara con un grido ferino. — E fece uno sforzo per svincolarsi dalle braccia vigorose del Loveni che la costringevano.

— È inutile, non ti lascerò, non ti lascerò più finchè non ti abbia detto come ti disprezzo e ti odio. Oh! perchè non posso tradire il giuramento fatto ad Alberto, perchè non posso dire a tutti quel che tu sei?

Un sorriso cinico, beffardo, dispregiatore sfiorò le labbra della Marchesa.

[364]

— Sì, hai ragione: tu più vile, più abietta di quante cortigiane hanno vissuto mai, tu sei più forte di me. Il tuo peccato è chiuso in due sepolcri: nella tomba d’Alberto e nell’animo mio. Ridi; ma io, qui, posso almeno rinfacciarti la tua abiettezza, posso dirti almeno che hai ucciso un nomo, posso strappare da cotesto tuo viso di marmo la maschera insudiciata delle virtù. Ah! sì? Ah! tu porgi il viso ai miei baci? Perchè sei una donna? Perchè non posso farlo arrossire una volta sotto il colpo delle mie mani?

Clara cacciò un altro urlo e con uno sforzo supremo, non previsto da Mario si alzò; il treno era già sotto la galleria; per le finestre aperte, il fumo entrava soffocante, mefitico. Fu una breve lotta: e in quell’oscurità, Clara debole, mal sicura, cadde rovesciata traendo Mario con sè.

Nè più si udì se non le strida soffocate dell’una e le imprecazioni sommesse dell’altro.

Uscito dalla galleria, il treno si fermò. Clara pesta, malconcia non s’era ancora riavuta, che Mario era sparito.

XXIV.

Era una bella giornata d’aprile: i viali delle Cascine, il prato del Quercione erano gremiti di gente: da un lato, lungo lo stecconato del viale, il popolino, dall’altro, nelle carrozze signorili, tutto quanto v’ha di più nobile, di più ricco, di più elegante nell’aristocrazia fiorentina.

[365]

La Corsa dell’Arno stava per incominciare: e non si udiva parlare che di quarti di sangue, di peso, di proporzioni. Intorno alle carrozze delle signore molti uomini come sempre, moltissimi intorno a quella della Marchesa di Villareale. Fra gli altri il Lunati, il Piccardi, l’Olivares.

— Dunque, — diceva il Lunati, — scommettiamo, Marchesa?

— Volentieri; tengo per The Duchess, la cavalla del Duca di Sant’Arpino e le do il campo.

In quel momento Alfredo Ferreri s’accostò alla carrozza.

— Ha saputo la notizia, Marchesa?

— Che c’è?

— Il povero Valmarana è morto.

— Oh! quando?

— Otto giorni sono, in una villa sul lago di Como.

— Lo sa di certo?

— Eccome! me l’ha detto il dottor Ramelli che è tornato oggi e che l’ha assistito fino all’ultimo.

— Povero Valmarana! peccato! era simpatico....

Poi dopo un istante volgendosi al Lunati: — Dunque siamo intesi; va per la cavalla del Duca di Sant’Arpino?

Claudio Piccardi e l’Olivares si guardarono e come mossi da uno stesso pensiero si scostarono dalla carrozza; quand’ebbero fatti pochi passi:

— Avete veduto? — chiese Claudio. — Siete persuaso? Vi pare che s’accolga a quel modo la notizia della morte d’un innamorato, secondo voi non infelice?

— Caro Piccardi, ho torto per metà; è una donna [366] di ghiaccio. Virtuosa dunque no; per onesta non v’è nulla a ridire, e sono il primo io ad affermarlo.

Il giorno stesso che così si parlava sul prato delle Cascine, Mario s’imbarcava insieme con Reno sopra il Manchester, vapore che salpava da Liverpool per la Nuova Zelanda.

Cinquanta giorni dopo entrava nella baia dell’Abbondanza e s’inoltrava nell’isola di Ika-Na-Maoni. Solo; Reno era morto durante il viaggio.

Pisa, 1872.

FINE


INDICE

L’oriolo Pag. 1
Peccato e penitenza 28
Gite autunnali 204
La marchesa 236

NOTE:

1.  Vuol favorire di scrivere sul libro de’ forestieri il suo riverito nome?

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine volume.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.