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   [Illustrazione: ..... Strinse la mano al giovine raccomandando
   al suo buon cuore l’orfanella. _pag_. 26.]




                             UNO DEI MILLE
                                 DELLA
                         SPEDIZIONE GARIBALDINA
                          NEL MEZZODÌ D’ITALIA


                            ROMANZO STORICO

                                   DI
                            VITTORE OTTOLINI



                                 MILANO
                         PER FRANCESCO SANVITO
                                  1861




              Proprietà dell’Editore. — Tip. Guglielmini.




CAPITOLO I.

Roberto.

    Maginaçao os olhos me adormece

            CAMOENS, _Sonetto LXXII_.


Sull’insegna d’un’osteria posta all’estremità dell’unica strada che
taglia in due il paesello d’Albese, c’è dipinto a mezza figura un san
Carlo, tanto brutto che le contadine, pel bene della razza, passano di
là senza guardarlo; un san Carlo vestito di rosso, colle mani giunte,
in atto di chi prega..... i passeggieri ad entrare, come soleva dire
l’oste profano.

Roberto però non aveva bisogno delle esortazioni del Borromeo:
bastavano quelle del suo stomaco. Entrò dunque _nez-au-vent_,
odorando gli effluvj che sfuggivano da un tegame, sola vivanda che
riscalducciasse sul fornello. Liberò le spalle della valigia, e la
buttò sulla tavola unitamente ad una scatola, nella quale erano
rinchiusi i ferri del mestiere, cioè i colori, la tavolozza, i
cartoncini e i pennelli.

L’oste accorse veloce — come un ragno al dibattersi d’un moscherino
impigliato nella tela traditrice, — salutando il giovane col solito:

— Ben arrivato il signore!

— Addio! gli rispose Roberto, gettando via il suo cappello a larghe
tese, e cacciando le dita nella capigliatura, che nerissima e folta
gli scendeva oltre le orecchie. Senti il mio caro oste... ho fame ho
sete.....

— Benissimo! allora le darò....

— Quello che vuoi.... Fa tu.... ma spicciati, se no mi vien male...

— La servo subito! rispose l’oste, e mandando un suo garzoncello pel
vino, s’appressò al tegame, e scoperchiatolo esclamò: Che roba! voglio
mo trattarla da par suo....

— Dio te ne renda merito, il mio oste! Vengo da Como; la è una bella
tirata... Ma che strada amena! che vista! che aria pura!.... proseguiva
a dire Roberto stracciando co’ denti un pane molliccio. Ma le sue
esclamazioni cessarono d’un tratto allorchè l’oste gli ebbe posto
dinanzi il piatto.

«Spento del cibo il natural desio,» il nostro pittore, acceso un
sigaro, uscì all’aperto in un giardino, dall’alto del quale godevasi
la vista di tutto il piano d’Erba, ingemmato dai laghetti d’Alserio, di
Pusiano e d’Annone, e dal Lambro tortuoso e scintillante come un nastro
d’argento; una delle più belle viste del mondo!

L’incomparabile panorama è incorniciato a sinistra, verso oriente, dal
monte Barro, solitario, alto, scosceso, su cui, secondo il Corio, si
ridusse Desiderio re de’ Longobardi sconfitto dalle armi pontificie
(in que’ tempi i soldati del papa sconfiggevano), fondandovi una ricca
e forte città, come lo provano anche il Ripamonti e l’Allegranza, e
meglio ancora e i ruderi improntati dallo scalpello lombardo, e varie
lapidi e le antiche chiese de’ paeselli circostanti, che voglionsi
erette da re Desiderio. Oltre il monte Barro, sorge Monterobbio,
celebre perchè nido un tempo degli Orobj, e più ancora pel nettare
celestiale che cola da’ suoi tralci. Di là si spiegano le verdi ed
ineguali colline che inghirlandano il piano dell’antico Licinoforo
(di cui scrissero Catone e l’inevitabile Plinio); ora rappresentato
dall’umile Incino. Sulle colline sorgono centinaje di villaggi, ridenti
tutti, tra i quali Alzate, Alzano, Buccinigo, Carcano, Orsenigo,
Capiago; centinaja di ville arieggianti lo stile gotico, prediletto
dalle piante rampicanti; di cascine porticate; di chiosche legate
tra loro da festoni di viti. Più basso scorgi Parravicino colla sua
torre pendente e più in là Monteacuto ove sorge il castello di Gian
Giacomo Medici (_Medeghino_), il braccio destro di Francesco Sforza; e
via via, l’occhio scorre il mirabile semicircolo, di colle in colle,
di villaggio in villaggio e per ultimo s’arresta verso occidente sul
solingo Montorfano.

Dall’alto di un firmamento di lapislazzuli, l’astro monarca spande
la sua benedizione di luce su questa più ridente e popolosa parte di
Lombardia.

Roberto gioiva con tutta l’anima di quello spettacolo. Beveva a larghi
sorsi quell’aria pura, ossigenata, rispondeva al materno sorriso della
natura con un sorriso di gratitudine; spaziava per l’immensa curva
del cielo, lanciandosi col pensiero oltre quello; poi ridiscendeva
alla terra, seguendo collo sguardo il volo dell’allodola, che parea
spiccarsi dalle nuvolette, erranti pel firmamento come candide vele;
rivedeva le colline, i laghetti scintillanti, i paeselli, i boschetti.
Allora la commozione gli traboccava dal cuore; allora rompeva il
silenzio, e, come tutte le persone sincere e di buon cuore, sfogavasi
colle esclamazioni, coi monologhi.

— Finalmente, diceva allargando le braccia come chi si trova di
rimpetto ad un amico; finalmente ho anch’io diritto a qualche cosa al
mondo... non foss’altro, all’aria, al sole!... Questo paradiso, m’è
almen concesso di contemplarlo a mio bell’agio.... Oh! come questo
verde mi compensa dell’eterno ed uggioso aspetto dei tetti e dei
campanili di Milano... la sola vista che mi è permessa dalla finestra
della mia stanza a quinto piano!... Come mi batte il cuore!... come
mi sento snello, vivace, vigoroso... e buono per giunta!... sì buono!
To’! se mi capitasse dinanzi un poverello (e girava lo sguardo), non lo
rimanderei a mani vuote... Ah! la campagna è un secondo battesimo...
fa bene al corpo... fa bene all’anima... Se fosse qui la mia Dalia!
M’avesse dato ascolto... Ma no; lei l’ha coll’economia!... Se la fosse
qui dico! Povera creatura!... Inchiodata tutto il dì al tavolino...
Agucchiare, agucchiare... e poi?... Miseria, sempre miseria!... Viver
di pane e latte, per avanzarsi tanto da vestir pulitina... Come la
sarebbe contenta quella povera ragazza se adesso la fosse con me!...
Matta com’è pei fiori (già la è nata in mezzo ai fiori... di seta),
correrebbe a coglierli qua e là pel giardinetto; svolazzerebbe
come una farfalla, altro fiore dell’aria.... Le fiorirebbe un po’
del color della salute su quel suo visino smorto smorto, tanto che
par di cera... Ma poverina!... Come si fa ad aver le rose in volto
quando s’è costretti a vivere in una bottega, in fondo ad un cortile
stretto stretto, incassato da quattro piani... Maledetti que’ cortili!
par d’essere in un pozzo!... par d’essere in fondo d’una canna da
schioppo!... Oh, il bel cielo d’Italia! esclamava di poi sorridendo ai
baci della brezzolina d’aprile — Bello e libero!... Viva Italia!...» e
batteva le palme l’una contro l’altra, sorridendo sempre, mentre negli
occhi gli spuntavano lagrime di gioja.

Alle forti commozioni dei sensi succede di solito una calma
ristoratrice. Le molecole costituenti l’organismo umano, sospinte
e attratte violentemente, cessato lo stato d’orgasmo, si riordinano
come prima e si acchetano. Questo tramestio è delicatamente voluttuoso
per chi sa cogliere e godere anche le minime sensazioni gradevoli, le
quali, al pari del sorriso, sono altrettanti fili aggiunti alla gran
trama della vita.

Roberto, sfumato quel primo entusiasmo destatogli nell’animo dalla
pomposa bellezza della natura, sedette sotto un secolare castagno,
sulla cui ruvida scorza leggonsi tuttora varie iniziali, incise forse
(chi sa da quanto tempo!) da qualche coppia d’amanti. Il castagno è
ancor vivo, e vegeta rigoglioso, mentre quei Medori innamorati e le
loro fedeli Angeliche sono polvere.

A poco a poco Roberto s’ingolfò ne’suoi pensieri. Avezzo alla vita
contemplativa, dono che la Provvidenza, in mancanza d’altro più
sostanzioso, largisce alla classe più intelligente e colta de’
poverelli, egli richiamò intorno a sè tutti i sogni di vita campestre,
coi quali era solito a Milano di passare lunghe ore vegliando sdrajato
sul lettuccio nella sua cameretta a quinto piano.

Ma a Milano Roberto era sempre costretto a staccarsi bruscamente da’
suoi sogni prediletti, fugati dalla squallida realtà che d’improvviso
dalla sottoposta tettoja gli si affacciava alla finestra. Ora,
richiamati a sè que’ sogni, cercò coll’occhio fra le tante colline che
gli stavano dinanzi, ove posarli e stabilirsi seco loro.

Un casolare contadinesco, ombreggiato in parte da due altissimi pioppi
e da una minor famiglia d’alberi e macchioni, ed eretto su di un
declivio che finisce nel laghetto d’Alserio, fermò l’attenzione di
Roberto, il quale, dopo che l’ebbe esaminato per bene, lo trascelse,
impadronendosene addirittura, ahi! coll’immaginazione.

Cominciò immediatamente ad esercitare i suoi diritti di proprietà
coll’aggiungere al rusticale abituro, un’ala di fabbricato, erigendovi
sei camere, tre al pian terreno e altre tre sopra queste, schierandole
a preciso mezzodì. Aprì sei finestre, che munì tosto di griglie verdi
(Roberto non poteva persuadersi che si potesse tener griglie d’altro
colore); e ammantò tutto il fabbricato di viti selvatiche, di quelle
cui l’autunno tinge le foglie in rosso. Poi d’un colpo recise due
enormi robinie che intercettavano la vista; indi disegnò il giardino,
che vide di subito verdeggiare smaltato dei più bei fiori; le dalie poi
v’erano a centinaja. Scelse più in giù un pezzo di terra, e sbarbicato
spietatamente tutto il grano turco che c’era, ne fece un’ortaglia, la
quale tosto popolossi di peschi, di pruni, di albicocchi, di peri,
di pomi, ecc. ecc. Fissò un altro brano di terreno per coltivarvi
gli aspàragi de’ quali era ghiottissimo; indi seminò qui erbaggi, là
piantò agrumi, che tosto attecchirono meravigliosamente e crebbero
lussureggianti a perfetta maturanza.

Roberto, disposto il giardino e l’orto, entrò nella sua nuova dimora.
Scelse una camera, la più gaja, per lavorarvi; la mobiliò, la adornò
a modo suo, appendendo alle pareti armature, quadri, pipe ed un
coccodrillo imbalsamato. Dopo allestì la sala da pranzo; poi la cucina,
nella quale aprì un ampio camino, ai cui lati, sotto una vastissima
cappa, pose due comode panche.

— Qui sotto, diceva fra sè Roberto, passerò le ultime sere d’autunno,
sedendo coi fidi amici intorno al fuoco. Chiacchierando e fumando
arrostiremo marroni, che inaffieremo col vin bianco fatto da me...
Diavolo! e la cantina? Eccola bell’e in ordine... A proposito!
(continuava) sarà bene ch’io mi pigli anche quella collinetta là; vo’
coltivarla a vigneti.... Benissimo!... Ma non parlatemi di comprar
altri terreni! Io non voglio impicci... Poi non avrei cuore di veder
soffrire i contadini... finirei col farli star meglio di me... e allora
mi rovinerei in poco tempo. No, no!.... mi basta il giardino, l’orto
e quella collinetta là.... Ecco! è il tempo della vendemmia. Io sono
là vestito così alla buona, con un gran cappellaccio di paglia in
testa. Mentre sono in faccende intorno alle tinozze, arriva un legno...
Oh gioja! sono gli amici!... c’è anche Dalia con loro... No, piano!
Dalia è meglio che venga da sè.... anzi sarà già con me.... Gli amici,
vedendomi con quell’ombrello in capo, colle vesti e la faccia dipinte
di mosto, ridono...; io li abbraccio. Essi gridano, strepitano, hanno
fame, hanno sete. Presto, Dalia! presto, Caterina (Caterina sarà una
buona massaja, incaricata de’ servizi grossolani e dell’educazione
dei pollastri), torcete il collo ad una dozzina dei vostri bipedi
allievi... Presto, presto!... Ecco si dà in tavola; si mangia, si beve
allegramente, poi si va a dormire. Alla mattina, gita sul laghetto.
Ora che ci penso! bisogna aprire un viale fino al lago... Eccolo
fatto!... un bel viale incassato fra due siepi di gelsomini... Ora in
barca... Ma gli amici preferiscono di andarsene a caccia; io mo resto,
chè preferisco la pesca. Dicono che la lenza sia un ordigno, ad una
estremità del quale è attaccato un pesce e all’altra un imbecille...
Ebbene! io amo la pesca colla lenza, e non sono un imbecille!... Il
divertimento del pescare sta negli accessorj... Io sono artista, e me
la godo collo star seduto in riva al lago, sotto gli alberi, soletto
ben inteso, chè solo non mi annojo mai... Ecco il mio divertimento! Se
piglio un pesciolino, è un di più... Avrò poi con me un magnifico cane
di Terranova, che non mi abbandonerà mai...»

Un malaugurato lenzuolo, che una contadina distese ad asciugare
su d’una funicella tirata fra due pali proprio dinanzi a Roberto,
togliendogli repentinamente la vista della sua nuova villeggiatura,
lo scosse da quella dolce contemplazione, e fugò brutalmente i suoi
sogni, che sparvero come uno stormo di passeri allo scoppio d’una
schioppettata. Roberto si guardò intorno, riconobbe l’osteria; si
rammentò dov’era. Accortosi poi che il sole era già alto, aggiustò
i suoi conti coll’oste, e riprese il suo cammino verso Asso, ove
doveva fermarsi un pajo di giorni presso un suo compagno. Quando fu
all’aperto, trasse il borsellino, e vuotatolo su d’una palma, noverò i
denari.

— Diavolo! sclamò fermandosi, si sono squagliati come la neve al sole.
Mille franchi in quindici dì!... Ma già se non ci sono, è segno che li
ho spesi... Tanto meglio!... Lavorerò e ne guadagnerò degli altri... Se
in quest’anno ho venduto due quadri, nel venturo ne venderò quattro.
Intanto non mi restano che poche lire pel ritorno... Ma! il conto
è subito fatto... Cinquecento lire gettate via a pagare i debiti...
poi il cappellino, lo sciallo e il vestito a Dalia... Essa non voleva
accettarli ad ogni costo, ma quando li ebbe, com’era contenta!...
Povera creatura!... E i colori che ho comperato, li conti per niente? e
i pennelli, le tele, ecc. ecc. Poi, diciamolo qui fra me e te, Roberto,
sono otto giorni che te ne vai gironzando e spendendo allegramente,
invece di studiare dal vero come avevi fissato di fare.... Ebbe
ragione Dalia di voler scommettere che non avrei nemmeno toccato un
pennello... Che importa! se non ho lavorato, lavorerò... Evviva noi!» e
canterellando continuò a camminare di buon passo.




CAPITOLO II.

Un avanzo di Russia.

    Pappate, pappate... si scanna per voi...

                          GIUSTI.


Milano, il 18 febbrajo 1812, popolata com’era da tanta uffizialità,
gavazzò più mattamente del solito. Appunto in quel dì tutte le
trattorie e le bettole suburbane erano gremite di gaudenti. Numerose
succedevansi le mascherate folleggianti; la plebe s’urtacchiava per le
strade avvinazzata; chè allora il vino costava poco più della fatica
di berlo; tutti poi mostravansi esaltati dalla speranza di una libertà
promessa e non mai data.

Da porta Nuova moveva lunga una fila di carrozze signorili verso la
_Cascina de’ Pomi_, in allora ritrovo del bel mondo. In una di queste
sedeva una brigatella di uffiziali e di donne, le quali all’abito ed ai
modi, parevano appartenere ad una classe sociale un pochino equivoca.
In compenso erano belline, gaje oltremisura, e dispostissime a pigliar
congedo filosoficamente, cioè col bicchiere in mano, da’ loro amorosi,
chiamati a partire il dì dopo per una misteriosa spedizione dalla
dispotica voce di Napoleone I.

Capo della brigatella appariva un capitano dei Veliti; a lui
specialmente erano rivolte le occhiate più provocanti, a lui i
sorrisi più graziosi delle dame. Infatti il capitano Bernardo **** era
l’anfitrione della festa, cioè quello che ne pagava le spese. La notte
prima egli aveva vinto alla _roletta_ una buona manata di zecchini.
Era dunque giusto che ne spendesse almeno due terzi cogli amici e col
gentil sesso, il quale, generalmente parlando, quanto si mostra restìo
nel dividere co’ maschi le pene della vita, altrettanto è pronto nel
reclamare la sua porzione di piaceri. Così dicono la pensassero le
donne nel 1812.... ma adesso gli è un altro pajo di maniche.

Reduci dalla _Cascina de’ Pomi_, il capitano Bernardo e la compagnia,
smontarono ad una osteria, la quale sussiste tuttora fuori di porta
Garibaldi. Ufficiali e signorine salirono ad una sala al primo piano;
Bernardo si fermò coll’oste ad ordinare il pranzo.

Approfitteremo di questo momento solenne, per dare a’ nostri lettori
uno schizzo biografico del capitano.

Bernardo **** era nato all’ombra del nostro Duomo (e precisamente
in una casipola situata fra le ortaglie, e confinante al nord colla
chiesa di San Celso e al sud col bastione), l’anno 1782, da poveri ma
onesti genitori. A vent’anni, nei bei tempi della repubblica Cisalpina,
stufo di esercitare la paterna professione di giardiniere, gettata
la zappa pel fucile, si era fatto soldato. Nella primavera del 1806
aveva seguito re Giuseppe nella spedizione del regno di Napoli. Tornò
glorioso coi galloni di sergente, ed una costola sfondata, la quale
ad ogni capriccio atmosferico gli ricordava con gioja di Michele Pezza
detto _fra Diavolo_, e de’ suoi seguaci.

Nel 1808 passò in Ispagna; perdette due dita della mancina all’assalto
di Hostalvico, e n’ebbe in compenso dal generale Pino le spalline.
Prese parte a tutta quella memorabile campagna, nella quale gli
Italiani sprecarono tanto sangue; e promosso a capitano, ritornò in
patria insieme agli avanzi dell’armata italiana del general Lechi.
Erano entrati in Ispagna in numero di oltre trentamila, e ripatriavano
in meno di novemila.

Arrivato a Milano, chiese conto della sua famiglia, ma non rinvenne
che una sorella, Dorotea, minore di lui d’un dieci anni. I genitori
dormivano da un pezzo nel _Gentilino_. Quanto a Dorotea, chiestone
informazione, n’ebbe in risposta ch’era meglio perderla che trovarla.
Bernardo si fece rosso in viso, scaraventò una bestemmia in francese, e
non cercò più in là.

Ora torniamo al 18 febbrajo 1812, e alla nostra brigata, la quale
desinò allegramente tra brindisi innumerevoli. Basti dire, che il
capitano Bernardo, da quel buon Italiano che era, volle riparare in
quel dì all’ingiustizia degli sciupacalamaj francesi verso i prodi
nostri compaesani che tanto si distinsero nelle guerre di Spagna,
con altrettanti brindisi in loro onore. Così vennero salutati Lahoz,
Fantuzzi, Pino, Teullié, Balabio, Fontanella, Rossignoli, Porro,
Pittoni, Palombini, Fontana, Mazzucchelli, Giflenga, Del Fante,
Alari, Corner, Battaglia, Banco, Crovi, Geraldi, Pignatelli, Borelli,
Rossetti, Giuliano, Rossi, Vacani, Bertoletti, Severoli, Bianchetti,
Santandrea, Ceroni, Coleoni, Peyri, Conca, ecc., ecc.

Il capitano Bernardo, accorgendosi che i suoi camerati andavano
frugando nella mente in cerca di altri nomi per festeggiarli con nuovi
brindisi, stimò prudente di scendere a pagar lo scotto, _intanto
che ci si vedeva_, prima che l’oste, approfittandosi della nebbia
che offuscava i commensali, avesse a scrivere i 6 colla coda ingiù,
come diciamo noi Milanesi. Pagato, stava per risalire alla brigata,
quand’ecco giungere a spron battuto un ussero, latore di un viglietto.

Bernardo legge il biglietto, ed esclama:

— Diavolo!... mi chiamano alla caserma... Vado a salutare gli amici...
Ehi! oste!... fa portare una mezzetta di vino a quell’ussero...» Così
dicendo salì le scale, ed entrò dagli amici.


Mi allontanerei di troppo dall’argomento se narrassi ora della famosa
spedizione di Russia, descrivendo gli strazj che spensero tante
migliaja di vite nella ritirata dopo l’incendio di Mosca[1]. I pochi
scampati dal gelo, dal fuoco, dalla fame, dalle ance dei Cosacchi[2],
si fecero quasi tutti ammazzare di poi nelle battaglie di Lutzen,
di Wurtchen, di Bautzen, nelle quali la vittoria parve perfidamente
sorridere all’incorreggibile divoratore d’uomini, per poi stramazzarlo
a Lipsia e a Waterloo.

Nel 1815 l’Austria, vista spazzata la strada, spedì Bellegarde a
riprendere la Lombardia e la Venezia. Bellegarde entrò pacificamente
tra le scappellate dei nostri babbi. L’esercito italiano, com’era
naturale, venne sciolto. «Molti uffiziali cercarono fortuna altrove,
come Ventura che andò a sistemare gli eserciti del re di Lahor, nelle
Indie; Codazza, che nelle repubbliche dell’America meridionale fece da
ingegnere e colonizzò l’alta regione della Cordiliera di Venezuela, e
così altri.» Alcuni barattarono l’uniforme, indossando la bianca livrea
de’ nuovi padroni; altri invece, fedeli ai loro principj, preferirono
l’amarissimo pane della miseria alle lecornie della corte vice-reale
austriaca. Fra questi ultimi va annoverato il capitano Bernardo.

Caduto prigioniero dei Russi nelle vicinanze di Smolensko e tradotto
a Pietroburgo, ebbe gelata una gamba; amputato, guarì. In compenso il
destino fe’ sì ch’ei desse nel genio d’un magnate di quella città, il
quale trasse partito delle cognizioni orticole del povero prigioniero,
mandandolo ad attendere a certi suoi poderi nella Volinia. Fra le
tante e svariate speculazioni, la migliore è quella di conservarsi
sempre galantuomo. Bernardo osservò scrupolosamente questo precetto, e
migliorò d’assai la sua condizione. Dimorò in Russia per ben quindici
anni e quando, mortogli il padrone, fece ritorno in patria, e si trovò
possessore di un po’ di ben di Dio (frutto delle sue fatiche e di una
sottile economia), col quale sperava di camparla per benino gli ultimi
anni della sua vita.

Il gennajo del 1827, Bernardo rivedeva la guglia del Duomo. Egli
toccava allora i quarantacinque anni; ma le ferite, gli strapazzi, il
clima inospitale, gli avevano affievolito il corpo, invecchiandolo anzi
tempo.

Prima cura di Bernardo fu di chieder conto di sua sorella Dorotea,
l’uggia per la quale gli era stata scemata dalla lontananza. La
trovò vedova, con tre creature, miserabile e ubbriaca per giunta.
Le carezze di que’ fantolini ebbero virtù di disarmare la collera
dell’onesto soldato e di fermarlo sulla soglia, mentre stava per
andarsene stomacato. Il dì appresso la trista femmina chiese perdono al
fratello; giurò, spergiurò che per l’avvenire non avrebbe assaggiata
una sol gocciola di vino, e tanto disse e promise che Bernardo
alla fin fine consentì di convivere colla famigliuola. Per tal modo
cresciute le spese, dovette pensare ad aumentare, lavorando, l’entrata.
Prese a pigione un pezzo di terra oltre San Calocero, confinante col
fossato che lambe il bastione tra la porta Ticinese e la Vercellina,
ora Magenta; assoldò un contadino, il quale lavorò quel terreno,
scompartendolo in tante ajuole; fece costrurre una piccola serra;
la popolò di erbe odorose e di fiori, e in capo ad un mese potè far
dipingere sulla porta della sua abitazione un enorme mazzo di rose,
larghe come cavoli, sotto cui fe’ scrivere a caratteri cubitali: _Qui
si vende fiori anche in mazzo_.

Unitamente ai fiori pensò a coltivare i suoi nipotini, i quali
all’infuori delle busse che loro prodigava la madre quand’era
brilla, non conoscevano educazione di sorta. Bernardo cominciò col
ribattezzarli, sostituendo ai nomi di Antonio, Giuseppa e Gaetana,
quelli più poetici di Nasturzio, Ortensia e Dalia, incorporando di
tal modo i nipotini nella gran famiglia delle piante e de’ fiori posti
sotto la sua custodia.

Dorotea tenne la parola; solamente al vino sostituì l’aquavite.
Bernardo gridò, bestemmiò, minacciò, ma inutilmente. Dorotea ogni
mattina prometteva di metter giudizio, poi alla sera dondolava in
cimberli. Che fare? Cacciarla, privare que’ bambini della loro madre?
Cacciarla!... ma dove si sarebbe arrestata quella sciagurata, posseduta
dal demonio dell’abitudine degenerata, incancrenita, in vizio, in
bisogno, senza mezzi per procacciarsi di che soddisfarlo? Avrebbe
finito col rubare... o peggio; e allora che sarebbe avvenuto dell’onor
della famiglia? E Bernardo ci teneva all’onore, più che alla vita.
Temendo di peggio, si rassegnò e la ritenne presso di sè. Volle però
mutare il nome anche a lei (era la sua mania), e la chiamò Ruta.

Il dopodesinare d’una domenica, Bernardo condusse i suoi nipotini a
passeggiare fuori di porta Comasina (Garibaldi adesso). Era la prima
volta che visitava quella parte della città, dopo il suo ritorno dalla
Russia. Rivedendo que’ siti, a poco a poco gli tornò alla memoria
l’ultimo carnovale, la scarrozzata, gli amici, le facili damine, e
finalmente il pranzo. Tosto gli nacque la voglia di rivedere anche
l’osteria. Vi entrò infatti, preceduto dai fantolini che, vista
l’insegna, saltellarono per la gioja.

Bernardo, entrato in cucina, trovò tutto a posto, come quindici
anni prima. Nulla v’era di mutato tranne il cuoco, il _caporale_ e i
camerieri. L’oste, ritto dietro il banco, appariva un po’ invecchiato;
però, a malgrado de’ capelli brizzolati di bianco, egli era tutt’ora
rubizzo, calmo, come tutti coloro che non ebbero mai a che fare colle
passioni che tribolano il più degli uomini. Salutò macchinalmente i
sopragiunti levandosi il berretto, e pronunciando il solito: Servite il
signore!...

Bernardo chiese una bottiglia di vin d’Asti, che gli venne
tosto arrecata, unitamente ai _navicellini_. Mentre i ragazzi
sbocconcellavano, Bernardo guardava fisso fisso l’oste, meravigliando
di non esser riconosciuto, ciò che a lui, poveretto, pareva cosa
naturalissima. Visto però che l’oste punto non gli abbadava, risolse di
rompere lui il ghiaccio, e lo chiamò:

— Un’altra bottiglia? chiese l’oste, pronto come un baleno.

— No, grazie!... voleva... Dite un po’ (e sorrideva): non mi conoscete
più?» L’oste accennò col capo di no.

— Diavolo!... pare impossibile, proseguì Bernardo umiliato; capisco
che ne son passati degli anni... ma però... Non vi ricordate di
un certo pranzo... ma! coi fiocchi... al tempo dei Francesi... un
certo pranzo... qui sopra, nella sala verso strada.... C’erano degli
uffiziali, delle donnette... Ma che pranzo!... lo so io cosa m’è
costato!... Ma allora non si badava a spendere... Ehi!... parlo del
1812, nientemeno!

— Mi pare! sclamò l’oste raccapezzandosi, mi pare!

— Proprio il dì prima che si partisse per la spedizione di Russia...
Era di carnevale...

— Ah! sì, sì... ora me ne ricordo... Ha pagato un capitano...

— Son io quello! disse trionfalmente Bernardo, e alzatosi porse il suo
bicchiere all’oste.

— Oh!... troppa degnazione... Alla sua salute... Mi rallegro tanto di
rivederlo sano e disposto... Dopo quel che è successo può chiamarsi
fortunato...

— Oh sì!... rispose Bernardo, e cominciò a narrare le sue avventure ai
circostanti, e all’oste che intanto era tornato a trincerarsi dietro il
banco.

Finalmente Bernardo, stimolato dai suoi nipotini, i quali, non avendo
più nulla da rodere, volevano uscir all’aperto, alzossi e accostatosi
al banco ficcò l’indice e il pollice nel taschino del suo _gilet_,
chiedendo a quanto ammontasse il suo debito.

— Trentotto soldi...

— Ma l’Asti non ne costa che trenta, mi pare...

— Sissignore... trenta soldi per l’Asti, e otto soldi per quella tal
mezzetta che lei ha fatto portare all’ussero... Si ricorda?... proprio
in quel dì del pranzo...» Così dicendo porse dinanzi a Bernardo un
vecchio libraccio bisunto ov’erano annotati i crediti del 1812[3].

A tanto prodigio di memoria e di pidocchieria, io avrei gettate le
braccia al collo al degno Svizzero, proclamandolo il re della specie,
il genio del _brugnonismo_. Bernardo invece si sentì tanto umiliato,
sconcertato da averne bagnate le pupille. Pagò, abbassò il capo, e
pigliati per mano i bambini, uscì senza tampoco rispondere all’oste,
il quale con tutti i vezzeggiativi del mestiere, gli raccomandava di
onorarlo spesso delle sue visite.

Col passar degli anni le faccende del povero Bernardo travolsero alla
peggio. Nasturzio ed Ortensia ebbero la vita de’ fiori; morirono l’un
dopo l’altra di quei sottili malori che avvelenano tanti bambini;
malattie arcane, che procedono sicure in lor cammino, falciando
esistenze a destra e a sinistra, perchè noncurate gran fatto dalla
scienza, la quale pare abbia ceduto l’incarico di studiarle alle
Compagnie d’assicurazione delle vite.

Cinque anni dopo la loro madre morì _di delirium tremens_, la fine dei
bevitori di alcoolici; morì, dopo d’aver colla sua vita disordinata
dilapidato il poco peculio raggranellato dal fratello coll’industre
pazienza d’una formica.

Infine, al fianco del vecchio capitano, affranto dalle tribolazioni,
dalle malattie e dagli anni, non era rimasta che Dalia, svelta e
graziosa giovinetta di diciassette anni e che, fin da piccina, era
stata allogata presso una modista. Dalia, durante il suo noviziato,
aveva apprese molte cognizioni indispensabili per riuscire una
perfetta _madamina_. Aveva imparato a vestir pulitina con poche aune di
percallo; a desinare con polenta e latte, ma a non uscir di casa senza
guanti, o mal calzata; a sentirne d’ogni risma in fatto di maldicenza,
allorquando a _scuola_ le madamine, diremo così, laureate, snudavano
spietatamente i rigiri delle avventure; e, uscendo collo scatolone
dietro la madamina, a fermarsi ad una rispettosa distanza, quando
questa veniva incontrata da qualche vagheggino; e infine a seguire il
codice del proletariato ed a pigliar la vita com’ell’è, paga dell’oggi,
senza infastidirsi gran che del domani, che l’avvenire è in man di Dio.

Così era cresciuta Dalia, senza che fin’allora alcuno avesse potuto
affibbiarle la massimaccia di Larochefoucauld: Esservi poche donne
oneste che non si stanchino del lor mestiere.

Bernardo da tempo languiva nel letto: i suoi giorni erano noverati.
Dalia, tornando dalla _scuola_, saliva le scale col cuore serrato;
apriva l’uscio della cameretta ove giaceva lo zio, e prima di
inoltrarsi lo fissava in volto, trattenendo il respiro, spiando se
fosse ancor vivo.

Una mattina, la giovinetta venne svegliata di soprassalto da un lungo
gemito. Balzò tosto dal letto e indossata in fretta in fretta una
gonna, corse dallo zio, che la guardò cogli occhi imbambolati e senza
movere la testa.

— Oh, Signoriddio! gridò Dalia sciogliendosi in lagrime. Egli muore...
e io son qui soletta... Come fare adesso!... come chieder ajuto!...»
Così dicendo stringeva tra le sue braccia la testa del vecchio,
baciandone e ribaciandone i bianchi capelli, e chiamandolo coi più
dolci nomi. Quando Dio volle Bernardo diè segno di vita; girò intorno
gli occhi; riconobbe la nipote, e sorrise.

— Coraggio, la mia tosa, coraggio!... mormorò di poi con voce tanto
fioca che Dalia, per raccoglierla, dovette posare l’orecchio su quelle
fredde labbra.

— Io me ne vo.... a trovare i miei compagni d’armi... che m’aspettano
da un pezzo... Finisco di patire... Ho vissuto anche troppo... Ma tu,
poverina, che farai sola al mondo?... Io non ti posso lasciar nulla...
nulla affatto!... M’hanno consumato tutto...» E ammutiva soverchiato
dalla commozione.

Dalia, confortatolo come meglio seppe, volle profittare della calma che
in quel momento appariva nella fisonomia del vegliardo, per uscire a
chieder soccorso e assistenza a qualche vicino...

— Torno subito, zio. Qualcuno troverò.

Bernardo crollò il capo sorridendo mestamente alla giovinetta, come
volesse dire: Chi vuoi che s’abbia ad incomodare per un vecchio che
muore.... in miseria?

— No, no, zio; lasciami fare... Non c’è un momento da perdere...
Chiamerò quel giovine che sta qui sopra noi... quel pittore... Pare un
buon diavolo... È sempre nelle nuvole colla testa... ma deve aver buon
cuore... Abbi pazienza, zio!... In due salti sono di ritorno...»

Così dicendo uscì dalla camera; veloce coma una rondine salì una
scaletta, e giunta ad un uscio contornato di ritratti grotteschi
schizzati col carbone, picchiò replicatamente.

— Chi è? chiese una voce.

— Favorisca ad aprire... ma subito subito per l’amor di Dio...

S’intese un tonfo, come d’uno che balzi dal letto; poi una pedata; il
catenaccio rugghiò, e dall’uscio semischiuso fece capolino Roberto, il
quale vista la giovinetta esclamò:

— Ah! è la bella biondina!...

— Scusi se la disturbo, rispose Dalia abbassando gli occhi ed
arrossendo al vedere che al giovane mancavano molte parti del vestito
e non le meno importanti. Il mio povero zio sta morendo... Io mi trovo
sola in casa... Non ho nessuno che m’assista... Mi faccia lei questa
carità...

— Subito subito... Diavolo! è un dovere... La vada pure da suo zio...
Un minuto e sono da lei...

Roberto postosi indosso un vecchio cappotto militare che gli faceva
le veci di veste da camera e di coperta, in un attimo fu al letto del
moribondo, che lo ringraziò con un’occhiata.

Roberto e Dalia passarono tutto quel giorno e gran parte della notte
accanto al lettuccio di Bernardo. Dalia, non trovandosi più sola,
potè uscire in cerca di un medico e tornare con lui. Ma l’arte nulla
poteva per il povero vecchio, e il medico nel congedarsi disse parole
di conforto e di speranza alla piangente giovinetta, ma a Roberto che
lo accompagnò sul pianerottolo, dichiarò senza reticenze che Bernardo
non avrebbe veduto il dimane. Infatti al primo bagliore antelucano, il
vecchio rendeva l’anima nelle braccia di Roberto e di Dalia. Le ultime
parole del morente furono dirette al giovine, al quale strinse la mano
raccomandando al suo buono cuore l’orfanella.

Da quel giorno i due giovani si rividero spesso. La schietta intimità
che li univa, prese grado grado maggiore intensità e forza. Si amavano
già senza che nessun di loro avesse parlato d’amore. Un giorno Roberto
aprì sorridendo le braccia e la giovinetta vi si lasciò cadere,
nascondendo sul petto del giovane il rossore che le infocava il viso.

Così il convolvolo debole ed errante fra gli sterpi e i roveti,
s’attortiglia intorno all’albero protettore, inghirlandandolo colle
variopinte sue corolle.




CAPITOLO III.

L’incontro.

    Siam stretti ad un patto.


Che i gendarmi della letteratura, vogliam dire i critici, ci perdonino
se nel capitolo precedente ci dilungammo alquanto dal soggetto,
risalendo fino al 1815 e più in su ancora. Abbiamo le nostre ragioni
per giustificare questa scappatella; il seguito del racconto lo
proverà. D’altronde è bene il richiamare alla memoria dei nostri
giovani le guerre combattute dai padri nostri, o per sostenere
l’insaziabile ambizione di un despota, o per soffogare nel sangue
le diverse nazionalità che tentavano rizzarsi e riaversi al soffio
dell’aura provocatrice di libertà che spirava nel principio di questo
secolo. Confrontate quelle guerre con quelle che noi combattemmo in
questi ultimi anni, e combatteremo fra poco, ci sentiamo animati da un
giusto orgoglio che ci fa esclamare: Le nostre vittorie non costarono
lagrime che ai nostri nemici.

I nostri fratelli che morirono sul campo col grido di viva l’Italia,
ebbero onorate sepolture; il racconto delle madri, pie custodi delle
tradizioni, e la stampa, più ancora del marmo e del bronzo, renderanno
imperituri i loro nomi.

Questo è il premio serbato a chi muore pel bene del proprio paese. Che
serbi il tempo a coloro che sparsero, benchè eroicamente ed in buona
fede, il loro sangue obbedendo ai capricci del dispotismo, l’avete
veduto nella morte del capitano Bernardo; l’oblio.

Ora che ci siamo giustificati, ripiglieremo il filo del racconto.

Roberto con passo spigliato e veloce proseguiva canterellando il suo
cammino. Oltrepassato Bucinigo (Buco-iniquo, dicono i cronisti), ad
uno svolto della strada, vide venirgli incontro, sullo stesso sentiero
laterale oltre i paracarri della via maestra, un giovine contadino, il
quale, benchè dimenasse un po’ troppo le braccia camminando, pure aveva
l’aria e il portamento d’un soldato. A Roberto quella fisonomia, mano
mano gli s’approssimava, non pareva nuova:

— Quella ciera là l’ho veduta altre volte di sicuro! diceva fra sè...
Ma ora non mi raccapezzo... Al modo con cui va, colui dev’esser stato
o bersagliere.... o garibaldino.... Non c’è a dubitarne...» e guardava
fisso.

Il contadino intanto s’avanzava celeremente. Egli aveva una di quelle
fisonomie aperte, sorridenti, simpatiche, che pajono dire al prossimo:
Vogliami bene ch’io te ne vorrò... Portava dietro alle spalle un
fagotto appeso ad un bastone che teneva impugnato come se fosse un
fucile e, ad armacollo, un cilindro di latta, di quelli usati dai
soldati a custodia delle loro carte.

Anche al contadino la fisonomia di Roberto non era nuova.

— Chi sarà quel giovine? diceva tra sè; l’ho veduto di sicuro in
qualche altro sito... dove poi, indovinalo grillo! Se ne son vedute
tante l’anno passato delle faccie di giovani!...

Giunti che furono a pochi passi l’un dell’altro s’arrestarono,
fissandosi senza dir parola. Il contadino sorrise e, trattosi il
berretto, ruppe pel primo il silenzio.

— Mi pare... e non mi pare...

— Perdio! pare anche a me... ma non so... rispose Roberto sorridendo
anche lui... Tu m’hai l’aria di un garibaldino...

— Lo sono stato difatti... E anche lei...

— Anch’io sì...

— Con Medici?

— No, io era con Bixio.

— Fa lo stesso... Ah! adesso mi ricordo!... lei è quel pittore che,
intanto che bolliva il rancio, faceva i ritratti agli amici.

— Precisamente!...

— Vede lei se ho buona memoria!..

— Diavolo! è vero...

— E di me non si ricorda?... M’avrà veduto di sicuro... e chi sa quante
volte...

— Sarà benissimo; ma che vuoi! fra tante fisonomie si perde la
bussola...

— Mi dica un po’... Ha conosciuto lei l’anno scorso certo Federico
***?... Quello che stava sempre sempre insieme al povero Giuliano ****,
morto a Brescia, dopo l’affare di Treponti[4].

— Altro che conoscerlo!... Federico *** è mio amico...

— Ebbene, io era l’_ordinanza_ del signor Federico... cioè
intendiamoci! Quando aveva fatto il mio dovere come soldato, nè più nè
meno degli altri, accudiva alle faccende del signor Federico, pulendo
gli abiti, le armi...

— Oh! corpo d’un cannone! sclamò Roberto; ora mi ricordo...» Così
dicendo afferrò la faccia del contadino, e fissatolo di bel nuovo
esclamò: È proprio lui! To’! chi mi avrebbe detto che oggi doveva
incontrare il nostro Valentino!

— Vede lei...

— Eh! al diavolo il _lei_! Siamo o non siamo...

— Sia pure... e viva l’Italia!...

— E si può sapere dove sei diretto?

— Al mio paese...

— Ma tu, Valentino, se ben mi ricordo, non sei di queste parti, ma del
Lago Maggiore...

— Sì, son d’Angera... o almeno di lì presso...

— Come diavolo ti trovo qui nel cuor della Brianza?

— Mi ci ha mandato il signor Federico...

— A fare?

— A distribuir lettere.

— Che! fai il porta-lettere?

— Sicuro! Me ne ha date più di trenta; ed io le ho ricapitate tutte,
in due giorni... Indovina un po’ — continuava ridendo Valentino — a chi
erano dirette quelle lettere...

— Ma!

— Erano dirette a persone di tua conoscenza...

— Spiegati.

— Ai nostri compagni d’armi. Capisci ora?

— Diavolo, diavolo! L’affare si fa serio... Fammi un po’ il piacere di
spiegarti meglio.

— Volentieri! Ma sediamci, chè questo star fermo su due piedi mi stanca
più che il camminare...

I due giovani s’inoltrarono per un sentieruzzo che sboccava sulla
strada maestra; poi, entrati in un campo, sedettero all’ombra d’un
gruppo di salici.

— Ah! così si sta meglio!» sclamò Valentino levandosi dalle spalle il
suo fardelletto e posandoselo a canto.

— Dì su dunque! gli disse Roberto. Di che si tratta?

— Si tratta di una nuova spedizione con Garibaldi...

— Con Garibaldi!... Infatti, mi ricordo che anche a Milano, tempo fa,
si parlò di una misteriosa impresa... Ma io, in que’ dì, aveva molto a
fare, sicchè non ci badai più che tanto... Poi la credeva una di quelle
solite chiacchiere...

— Altro che chiacchiere! Devi sapere che il signor Federico venne
appositamente da Brescia a Sesto Calende, e si fermò dal signor curato,
un prete della legge, che è suo amico...

— Federico ha moglie, vero?

— Sì e la condusse con lui. La signora Giulia rimane a Sesto da
don Luigi, intanto che suo marito va innanzi e indietro da Sesto a
Genova...

— Ah! è andato a Genova?

— Sicuro! per intendersi con Garibaldi e coi capi...

— E dove è diretta la spedizione?

— Non se ne sa nulla; è un mistero. Ma che fa a noi il sito? Lo sa
Garibaldi, tanto basta...

— D’accordo. Tu, Valentino, sei della partita?

— S’intende.

— E Federico?

— Il signor Federico partirà più tardi, con un’altra spedizione...
Garibaldi vuol che si fermi a Genova a raccogliere uomini e denaro...
Lui sulle prime non voleva saperne; ma infine ha dovuto acconsentire,
tanto più che don Luigi lo ha persuaso di rimanere... La signora
Giulia è incinta... è quasi a termine... e un giorno o l’altro...,
capisci!... La poverina, quando ha saputo che suo marito voleva
partire con Garibaldi, non ha detto parola, ma però... la botta l’ha
sentita nel cuore... Fatto sta che per quanto la si forzasse di parere
indifferente e di buon umore, si capiva che dentro soffriva soffriva...
A desinare la mandava giù i bocconi per forza... ogni tratto scompariva
e ritornava dopo qualche minuto colla faccia sorridente, ma cogli occhi
rossi... Non la si sentiva bene... Insomma, così non la poteva andare,
ecco! Tanto che io stando in quella casa quasi tutto il dì, e aveva
sempre sott’occhi quella povera creatura...

— È buona proprio, eh?

— È un angelo! gridò Valentino con entusiasmo. Ti so dire che delle
donne come lei non se ne trova una in mille... Io insomma aveva fissato
di dir quello che stava bene al signor Federico... Finchè vado io a
farmi ammazzare, è in regola; primo è mio dovere, poi tranne mio padre,
non lascio nessuno a questo mondo... Fortunatamente un bel dì, eccoti
il signor Federico di ritorno colla buona notizia che non partiva
così subito... Se tu avessi veduta sua moglie in quel momento!... ti
avrebbe proprio fatto compassione... È diventata smorta smorta, poi
rossa rossa... Ha fatto per parlare, ma non c’è stato verso... si è
gettata nelle braccia di suo marito e si è messa a piangere per la
consolazione... Cosa vuoi! io ho dovuto far _fronte indietro_ e via
adagio adagio per non farmi minchionare, chè, a dirtela, piangeva
anch’io...

— Te lo credo...

— Dunque il signor Federico resterà a Genova... Da quel poco che ho
potuto capire, partirà dopo con Medici...

— Allora resterai anche tu...

— No, no. Io partirò colla prima spedizione, con Garibaldi, Bixio,
Sirtori, Türr, ecc. ecc. chè son tanti... L’ho già detto al signor
Federico, il quale m’ha risposto che gli incresceva di non avermi con
lui, ma che alla fin dei conti io era libero di far quello che credeva
meglio pel bene del mio paese. Io sarò dei primi.

— Sarete in molti...

— Ma! chi lo sa! Ad ogni modo non oltrepasseremo di molto i mille...

— Pochi, perdio!

— Che fa il numero quando s’è col _generale_?

(Così per antonomasia vien chiamato Garibaldi dai suoi militi.)

— Il generale, vedi! proseguiva Valentino, ha caro che i suoi sieno
in pochi (purchè buoni) per fare certi colpi di mano pei quali è nato
vestito... Poi le sai anche tu queste cose!...

— Capisco capisco! Ma dì un po’, che c’entrano in questo affare le
tante lettere che sei andato seminando per la Brianza...

— Quelle lettere me le ha date, come t’ho già detto, il signor
Federico. Venerdì scorso, secondo il solito sono venuto a Sesto con
mio padre a portarvi del pesce. Poi, sbrigate alcune faccende, andai
su da don Luigi, che passeggiava in giardino col signor Federico.
Questo, chiamatomi, mi disse: «Arrivi proprio in tempo, Valentino. Oggi
vado a Genova, e sarò di ritorno tra quattro o cinque giorni. Prendi,
Valentino, queste sono lettere dirette ad alcuni dei nostri compagni
d’armi... È un invito a radunarsi a Genova... tu porterai queste
lettere al loro destino... To’, questi sono denari pel viaggio. Quando
le avrai ricapitate tutte, mi raggiungerai a Genova... così non ci sarà
pericolo che tu abbia a restar indietro...» Eccoti spiegato il mistero
di quelle lettere... Hai capito ora?

Valentino, così dicendo, si alzò da sedere, e postosi di bel nuovo
il fagotto sulle spalle: Caro il mio Roberto, disse, io ti saluto...
Ripiglio la mia strada; mi preme di arrivare a Como a tempo di partire
colla diligenza, così sarò a Varese stassera, e domattina a Sesto.

Ma Roberto rimaneva a sedere, cogli occhi fissi a terra, assorto nei
suoi pensieri. Valentino, vedendo l’amico rimanere immobile, fermò il
passo, e scherzando gli diè sulla voce:

— Ohe! dormi, Roberto?

Il giovine pittore non rispose; si alzò, scosse la terra dalle gambe,
e, postosi sottobraccio la sua scatola, seguì silenziosamente il
compagno, che intanto era già uscito sulla strada maestra. Valentino,
attesolo, gli fece un saluto di commiato; ma Roberto invece di
contraccambiarlo con un altro, gli si pose al fianco dicendo:
Andiamo...

— Come andiamo! chiese meravigliato il pescatore. Ma tu vai di là ed io
di qua...

— Ho mutato parere, gli rispose Roberto, sempre cogli occhi bassi, come
se non potesse staccarsi da un’idea fissa, e che da pochi istanti lo
dominava.

— Hai mutato parere? chiedeva di nuovo Valentino, più ancora
meravigliato.

— Ma sì... rispondeva Roberto un po’ stizzito per la lotta che in quel
punto sosteneva nel suo interno. Che ci trovi mo di straordinario? Ho
pensato che... Infine è affatto inutile che io prosegua per quella
strada... Ho mutato pensiero.... Voglio tornare a Como... in tua
compagnia...

— Dici davvero! Ma bene, benone! Così chiacchiereremo e la strada ci
sembrerà più corta.... _Marche_!...

Strada facendo Valentino rammentò al camerata la campagna dell’anno
antecedente, citando tutte le particolarità dei fatti di Malnate, di
S. Fermo, di Treponti, ecc. ecc.; parlò con entusiasmo dell’imminente
spedizione, della quale per verità nulla sapeva di positivo, ma che gli
si affacciava come cosa affatto nuova e con proporzioni eccezionali,
meravigliose. Questa volta, diceva egli, c’è di mezzo il mare; questo
lo so di sicuro. E sai tu, Roberto, che negozio sia il mare? Dice chi
l’ha veduto, che dei nostri laghi (compreso anche il Maggiore, che non
è chiamato così per nulla) ce ne sta dentro più di cinquanta, più di
cento... E i bastimenti a vapore? In loro confronto i nostri son gusci
di nocciuola... Ah! che bella cosa dev’essere viaggiare sul mare!...
Che te ne pare?

— E tu mi dicevi, usciva a dire Roberto, rispondendo più a sè stesso
che al commilitone, che la moglie di Federico non s’oppone alla
partenza di suo marito...

— Sicuro!... s’accora per lui questo è vero ed è naturale... tanto
più che gli vuole tutto il suo bene... Ma vuol bene anche all’Italia,
quella brava signora!... Ella è solita a dire che la libertà non
s’ottiene che a forza di sacrifizj. Gli uomini, dice lei, devono
consacrare la vita alla libertà; noi, le affezioni del nostro cuore;
ciò che alla fin de’ conti torna lo stesso, perchè per le donne le
affezioni son la vita. Capisci! questo si chiama parlare!...

— E Dalia, pensava intanto tra sè Roberto, sarà d’una tempra eguale a
quella di Giulia?

— A che tale confronto?

Roberto, fino dalle prime parole barattate con Valentino, come il
cavallo di Giobbe al clangore delle trombe, s’era sentito rimescolare
il sangue, e più ancora lo eccitavano i nomi di Garibaldi, di Bixio,
di Medici, di Cosenz e di cento altri; nomi che esercitavano su lui,
come su la gioventù tutta, un fascino irresistibile. All’interrogazione
che gli veniva dalla coscienza: «E tu, giovinotto, perchè non sei della
partita?» non aveva trovato, colto sul subito alla sprovvista, di che
rispondere; aveva arrossito, sospirato.... Ma non bastava per acchetar
la coscienza. E Dalia? che dirà la poverina? Quello che Giulia ha
detto a suo marito? Roberto, che conosceva a fondo la sua amica, non
lo sperava; egli ripeteva scoraggiato, tra sè, le parole di Valentino:
«Delle donne come questa non se ne trova una in mille.»

— Supponiamo (diceva a sè stesso), supponiamo che io, tornato a
Milano e, dica a Dalia: Mia cara, io parto!... Dalia allora (mi par
di vederla) mi fisserà attonita con que’ suoi occhioni e: Dove vai?
mi dirà: Vado... con Garibaldi...; dove, non lo so... Benissimo, mi
risponderà, vengo con te... Ci scommetto che la mi risponde così. E
allora che si fa! Dirle: non voglio, sarebbe inutile, perchè già non mi
darebbe ascolto. Eccomi in un bell’imbroglio!... Se chiedessi un parere
a Valentino? Che sa egli di queste cose! Queste delicature del cuore
non son per lui, tagliato com’è alla carlona... Pure... Di’, Valentino,
chi sa a quanti garibaldini rincrescerà di lasciar l’amorosa, eh?

— Che fa a loro! Qualunque sarà il sito ove ci condurrà Garibaldi, ce
ne saranno donne, sta tranquillo!...

— L’ho detto io!...» borbottò fra sè Roberto; poi sorridendo a
Valentino:

— E tu l’hai l’amorosa?

— Sicuro che l’ho... e bella anche...

— E non ti rincresce a lasciarla?

— Non dico di no... Ma, alla fin dei conti, prima il mio paese e
Garibaldi... dopo, lei.

— Questa la viene a te!...» disse in cuor suo Roberto arrossendo; poi
ingolfatosi di bel nuovo nei suoi pensieri, non disse parola fino a
che giunsero presso Como, rispondendo con monosillabi all’instancabile
loquacità del buon Valentino.

Arrivati sul promontorio che piglia il nome dalla filanda Binda, e dal
quale la strada maestra scende serpeggiando a Como, sostarono alquanto
per pigliar lena, e per godere la vista della stupenda vallata che
spiegavasi dinanzi a loro. Seguivano coll’occhio la graziosa curva
delle Alpi che, piegando a destra, si dilunga verso il nord a formare
la sponda orientale del lago; videro, sul dorso boscoso di quelle,
l’antico convento edificato su d’un’aerea balza, a mezzo il sentiero
che sale a Brunate, e i casolari sparsi qua e là, biancheggianti tra
gli ulivi e le querce secolari. Il loro sguardo, alla svolta delle
Alpi, scendeva su Como, sulle sue torri, sul lago, sull’amenissimo
Borgovico, e di là alzavasi sul vetusto Baradello.

— Guarda lassù! sclamava Roberto, accennando colla mano la strada che
mette a S. Fermo di gloriosa memoria.... Ti ricordi quando scendemmo
di corsa, là dal ponte Mulinello, addosso agli Austriaci di Urban
accampati lì al basso nella piazza d’armi?

— Se mi ricordo! rispondeva Valentino, fissando quei luoghi con occhi
scintillanti per l’entusiasmo. Ah! se avessi tempo!... Vorrei fare una
scorserella lassù, fino a S. Fermo, a salutare i nostri compagni morti
in quel giorno... Ma non posso...

— Salutiamli di qui... Addio De Cristoforis!... Addio Cairoli, addio
Cartellieri, Pedotti, Battaglia.... Addio tutti....

E i due amici, levatisi da sedere, salutarono colle mani quei cari
estinti; poi, lasciata la strada maestra, s’avviarono per un’altra più
modesta, ma ancor più amena, la quale, scendendo a mancina giù per la
valle, conduce alla Camerlata.

Roberto progrediva più veloce del suo compagno, il quale, benchè
robusto e avvezzo a camminar celere, non potè a meno di dirgli
sorridendo:

— Perdio! come corri!

— Che vuoi! Valentino...» rispose Roberto rallentando il passo, la
vista di que’ luoghi (e additava i monti dirimpetto) mi risveglia certe
memorie che mi mettono in cuore una smania di correre, di saltare, di
gridare, di menar le mani...

Valentino accolse queste parole con una risata.

— Ridi finchè vuoi, proseguiva Roberto, ma la è così... Mi sento un
altr’uomo... Al diavolo i dubbj!... Valentino, vengo con te...

— Dove? chiese l’altro fermandosi meravigliato.

— Dove!... Prima a Sesto...

— Dici davvero?

— Voglio parlare con Federico, e sentire un po’ da lui come la va
questa faccenda... Poi...

— Poi?

— Poi... dove ci manderà Garibaldi...

— Questo si chiama parlare!... Viva l’Italia!» sclamò Valentino
afferrando la mano del pittore, e squassandogliela con forza — Poi,
rimessisi a camminare:

— Lo avrei giurato che la finiva così! — proseguiva battendo colla
palma sulla spalla dell’amico — Diavolo! pensava fra me. Possibile che
uno della tua tempra, un vecchio soldato, un garibaldino puro sangue,
abbia a restare a casa mentre i suoi compagni corrono a serrarsi
intorno al generale!... Bravo Roberto!... Dà qui quella tua scatola...
voglio portarla io fino alla Camerlata...» Così dicendo, tolse la
scatola dal braccio di Roberto che tentò, ma invano, di opporsi, e se
la strinse sotto l’ascella.

In breve sbucarono alla Camerlata. Pochi minuti dopo, i due compagni,
seduti sul serpe della Diligenza s’avviavano verso Varese, onde
trovarsi la sera, o il dì dopo, a Sesto Calende.




CAPITOLO IV.

Addio!

    ..... e se dev’essere per sempre,
      per sempre addio!

                      BYRON.


La mattina del giorno seguente, il capitano Federico *** passeggiava
sotto gli alberi, che in doppia fila chiudono la piazza di Angera dal
lato del lago, e specchiano in esso i loro rami, rivestiti in quei dì
delle prime foglie primaverili. Tratto tratto fermavasi, e guardava il
lago verso occidente; poi ripigliava il passeggiare impazientito:

— A che ora arriva il Vapore? chiese ad un barcajolo. La stessa
interrogazione l’aveva già poco prima ripetuta ad altri.

— Alle dieci. Se intanto il signore vuol spassarsi sul lago, lì c’è la
mia barca.

— No, grazie!...» rispose Federico e si tolse di là. Poi, cavato
l’oriuolo, borbottava istizzito: Ancora un’ora... Che eternità!...

Federico (e il lettore l’avrà indovinato) aspettava Valentino, il suo
messaggiero. Giunto la sera a Sesto e reduce da Milano, si era portato
ad Angera per incontrarlo e partir tosto seco lui per Arona e di là per
Genova.

— Un’ora!... Ma che fare intanto?...» chiedeva a sè stesso Federico,
e alzati gli occhi li fermò sulle vetuste mura della Rocca d’Angera,
che dall’alto d’un ripido promontorio domina per largo tratto il lago
Maggiore. La vista della Rocca, gli fece nascere desiderio di salirvi:
Di lassù, diceva, vedrò meglio se viene questo sospirato battello a
vapore.... Intanto avrò tempo di dare un’occhiatina a quell’anticaglia.

Così dicendo, lasciò la piazza, e trovatosi fuori del borgo, e ai piedi
del promontorio, cominciò a salire, sostando tratto tratto a pigliar
fiato, e a godere della bellissima vista, che aumentava d’amenità e di
estensione mano mano s’approssimava alla Rocca. Giuntovi, sedette sopra
uno dei tanti ruderi seminati per lo spianato; guardò il lago verso
Laveno, ma non vedendo traccia alcuna di fumo, rivolse lo sguardo sulle
amene colline dell’opposta riva, sul colossale San Carlo di bronzo che
giganteggia dal monte a lui consacrato, e sulla piccola città di Arona
che gli stava schierata di fronte.

— Vede lei! saltò su a dirgli una vecchia contadina, che custodiva un
branco di capre brucanti l’erba tra le rovine. Una volta questo monte
qui era unito con quello là in faccia, sull’altra riva del lago...

— Davvero! sclamò Federico ridendo. E, ditemi un po’, sposa[5], com’è
successa questa separazione?

— Ma! chi lo sa? Dicono sia stato un terremoto... Per me credo che ci
sia entrato il diavolo in questa faccenda.

— Il diavolo?..

— Signor sì, il diavolo... Vede quel pozzo?... lì presso lei?» Federico,
levatosi si avvicinò al pozzo.

— La provi a buttarvi dentro una pietra...

Federico, raccolto un ciottolo, lo lasciò cadere nel pozzo.

— Non si sente il tonfo!... esclamò stupito.

— Sicuro! non si sente il tonfo!...» riprese trionfalmente la vecchia.

Federico ripetè più volte l’esperimento, e sempre collo stesso esito.

— Ma dove va a finire questo pozzo?

— Dicono giù nel lago... Ma mia madre mi assicurava che quel pozzo va
dritto...

— Dove?

— A casa del diavolo!...» conchiuse la vecchia con voce bassa, e
facendo il segno della croce.

Federico proruppe in una sonora risata, e la vecchia brontolando e
crollando il capo s’allontanò di là, scendendo la china, seguita dalle
sue capre.

La vecchia non aveva fatto che ripetere una tradizione tuttora in voga
da quelle parti.

Federico, data un’altra occhiatina al lago, entrò nella Rocca. Noi
non ve lo seguiremo, perchè allora saremmo costretti a descriverla
minutamente, ciò che di certo annojerebbe il lettore, e ci svierebbe
oltre ogni discrezione dal nostro còmpito. Però dal dirne troppo al
dirne nulla, ci corre.

Ci permettiamo di narrare a chi nol sapesse (intanto che arriva
quel benedetto piroscafo con Valentino), che Angera (sempre secondo
la tradizione) venne fondata da un certo Anglo, compagno di Enea
(nientemeno!), e scampato secolui dall’incendio di Troja. In seguito
fu stazione romana, come lo fu il vicino Laveno. (Da _Titus Labienus_,
uffiziale di Giulio Cesare; dicono, ve’!)

Ataulfo, nella sua qualità di re dei Goti, rovinò Angora nel V secolo;
ma di poi i Longobardi la riedificarono aggiungendovi la Rocca. Nel
medio-evo ebbe i suoi conti, il cui dominio estendevasi fino al San
Gottardo, tanto che formava un piccolo regno.

L’Imperatore Ottone I diede questa contea in feudo agli arcivescovi
di Milano. Ottone Visconti vi ristaurò il castello che, secondo i
cronisti, era a que’ tempi magnifico e fortissimo edifizio, e di cui
scorgonsi tuttavia gli avanzi. In una gran sala a pian terreno si
vedono dei dipinti rappresentanti le gesta di Ottone Visconti e la
battaglia di Desio (1277). Gian Galeazzo duca di Milano, decretò, che
il titolo di duca d’Angera fosse per sempre portato dai primogeniti
dei Visconti. Di poi Filippo Maria Visconti cedette Angera in feudo ai
Borromei.

In Angera, e specialmente nella piazza parrocchiale trovansi avanzi
di antichità. Quando nel secolo XI (è il Giulini che parla), i preti
ammogliati s’accapigliarono coi preti celibatarj, Arialdo Alciati di
Cucciago, partigiano de’ secondi, fuggendo l’ira di Guidone arcivescovo
di Milano, e probabilmente anche dalle ugne delle inviperite donne
milanesi, si rifugiò sul territorio di Angera. Arrestato di poi, venne
condotto a Milano, ove la contessa Oliva, nipote dell’arcivescovo,
(vedete se c’entrano le donne!) lo consegnò a certi satelliti, i
quali lo trascinarono fino alla riva del lago Maggiore, ove lo fecero
barbaramente morire. Bell’argomento per un romanzo, se il pubblico,
e quindi anche gli editori, oramai non avessero voltate le spalle ai
romanzi che trattano di storia antica.

Roberto, uscito dalla Rocca, vide che il battello contrassegnato da
una banderuola e destinato a recarsi a mezzo il lago onde ricevere
dal piroscafo i passeggeri avviati ad Angera, era giunto al solito
punto d’aspetto. Alzati gli occhi verso occidente, scorse il piroscafo
che s’avanzava celeremente, lasciando dietro di sè una lunga e negra
colonna di fumo:

— Finalmente! esclamò Federico, e a passo celere scese dal promontorio,
dirigendosi verso la riva del lago.


Appena Federico si fu partito, s’aprì una macchia di castagni che
sorgeva tra i ruderi della Rocca; apparvero due mani che scostarono
i rami, e subito dopo s’affacciò il fresco e paffuto viso d’una
villanella, che alla sua volta appuntò verso il piroscafo i suoi
occhioni, azzurri come l’aqua del lago.

Il volto della giovinetta, fiorì d’un subito rossore e balenò d’un
sorriso. L’amore ha la vista lunga, e Rosa aveva saputo discernere tra
i diversi passeggeri, aggruppati sul ponte del piroscafo, un giovane di
statura alta e spigliata, il quale portava su d’una spalla, appeso ad
un bastone, un fardelletto a scacchi rossi e bianchi...

Come vedete Federico non era il solo che aspettasse Valentino.


Poco dopo Federico e Roberto, chiusi in una camera dell’albergo di San
Carlo (non è nostra colpa se il Borromeo è trascelto di preferenza
dagli osti per figurare sulle insegne delle loro osterie), si
riabbracciavano con maggior effusione, chè al primo incontro, erano
stati trattenuti dall’importuna curiosità della folla, solita ad
attendere sulla riva quelli che sbarcano dal piroscafo.

Mentre Federico e Roberto si intrattenevano interrogandosi a vicenda,
Valentino cavava di tasca le risposte alle lettere che gli erano state
affidate dal capitano.

Ordinatele come meglio seppe, le consegnò a Federico, il quale, mano
mano le apriva, annotava su d’un libriccino i nomi con cui erano
firmate. Finito che ebbe, esclamò:

— Ah! che brava gente!... Nessuno mi dice di no... tranne uno che
è malato... Bene, benissimo!... E tu mi dicevi, o Roberto, che a
Varese....

— A Varese, Cattaneo sta radunando una compagnia che condurrà egli
stesso a Genova....

— E così fa Setti, e molti altri de’ nostri amici ufficiali.... Nobile
terra che è la Lombardia!... E tu Roberto...

— Io?... Vorrei parlarti prima...

— Ora sono da te. Valentino?

— Son qua.

— Ti avverto che si parte per Genova dopo pranzo alle quattro...

— Per me sono pronto... Intanto, se lei non ha nulla in contrario, vado
a salutar mio padre... e.... i parenti...

— È più che giusto, diavolo! Va pure... verrai qui a desinare n’è vero,
Valentino?

— No, grazie! Voglio mangiare un boccone con mio padre... Può esser
l’ultimo... Ella mi capisce.

— A rivederci dunque...

— A rivederci!... Addio Valentino...

Partito che fu, Federico si rivolse a Roberto dicendogli:

— Ora sono con te.

— Dimmi un po’, Federico, di che si tratta?... Questa nuova spedizione
di Garibaldi, dov’è diretta?... Tu forse lo saprai...

— Ne so meno di te.

— Davvero?

— Sull’onor mio...» rispose Federico ponendosi una mano sul cuore.
Garibaldi ripete le parole di Cristo: Chi ha fede mi segua... E noi lo
seguiremo... Che ne dici eh!

— Dico... dico... che voglio partire anch’io!... Mi sono deciso
adesso...

— Adesso?... Ma non sei venuto qui per questo?

— Sì, e no a dirtela schietta... Tentennava un pochino...

— Come, come? Un garibaldino di vecchia data ha da tentennare, quando
il generale innalza il suo grido di guerra?

— Che vuoi!... Ho una relazione... un’amorosa... e... lasciarla... mi
capisci! Non per me chè son uomo... ma lei... ne soffrirà e quanto!

— E io non ho forse più che un’amorosa, non ho una moglie?... Eppure
partirò? E tanti altri nostri amici non fanno sacrificio delle loro
affezioni?... Lui stesso il generale, non sagrificò alla causa italiana
la diletta compagna de’ suoi giorni, non lascia ora di bel nuovo parte
della sua famiglia per darsi tutto tutto all’Italia...

— Zitto, zitto per carità... — sclamò Roberto arrossendo — Non
parliamone più... Eccomi!... quando si parte?

— Vuoi esser de’ primi?

— S’intende.

— Allora partirai con me oggi alle quattro. Domattina saremo a
Genova....

— E poi?

— E poi vi imbarcherete quando... lo dirà il generale... Egli può dar
l’ordine anche domani... Chi lo sa? Quanto alla tua bella (chè alla
fine son un uomo anch’io, e so cosa è voler bene a qualcuno) le potrai
scrivere...

— Bellissima idea!... Scriverle... e dirle che al momento in cui ella
leggerà la lettera, io sarò già in alto mare.... Se non le scrivo così
la vien dritta dritta a Genova e allora... son fritto. Voglio scriverle
subito...

— No, aspetta fino a domattina... Le scriverai da Genova, così la
lettera porterà il timbro della posta di quella città... ed essa allora
ti crederà già partito...

— Farò come tu dici. Le scriverò da Genova; rispose Roberto, a cui quel
ripiego aveva levato un peso dal cuore.

Pochi minuti prima che scoccassero le quattro, una barca staccatasi
dalla riva di Angera, spinta da quattro robuste braccia dirigevasi,
attraversando il lago, verso Arona, che sorge dirimpetto sulla
opposta sponda. A prora sedevano Federico e Roberto, che silenziosi
salutavano collo sguardo la riva lombarda. Valentino e suo padre, in
piedi a poppa, l’uno avanti l’altro, vogavano facendo un passo innanzi
ogniqualvolta tuffavano i remi nel lago, e uno indietro quando li
traevano fuori, secondo il costume de’ barcajoli del lago Maggiore.
Il vecchio, curvo sui remi, teneva fissi gli sguardi sul suolo della
barca, assorto nel doloroso pensiero di doversi separare dal suo
figliuolo, e forse per sempre. Valentino, tratto tratto guardava
all’indietro, e fissava la Rocca, dal cui fondo bruniccio spiccava la
forma di una villanella ritta su di un macigno.

La comitiva sbarcò ad Arona poco prima che il convoglio partisse
per Genova. Valentino, prima di separarsi da suo padre, gli parlò
sommessamente alzando gli occhi di quando in quando sulla Rocca. Poi,
baciata la veneranda canizie del vecchio, con voce accorata gli disse:

— Addio... o meglio a rivederci presto.

— Che il Signore ti guardi, il mio Valentino!... e faccia ch’io ti
abbia a vedere ancora una volta prima di morire. Li saluto, i miei
signori! — proseguì volgendosi a Federico ed a Roberto — Raccomando a
loro il mio figliuolo... che spero si farà onore come l’altra volta. Mi
salutino Garibaldi...» proseguiva il buon uomo...

— Lo saluteremo, risposero sorridendo i due giovani.

— E gli dicano che io, pover uomo come sono, non ho nulla a
offrirgli.... all’infuori del mio Valentino..., ma che questo glielo
do di tutto cuore... Ancora una volta... li saluto... Dio vi protegga,
tutti i miei cari giovani!..

Poco dopo la locomotiva, fischiando e sbuffando, partiva alla volta di
Genova.




CAPITOLO V.

Dalia e Rosa.

      Ton sein, neige moulée en globe,
    Avec tes camélias blancs
    Et le blanc satin de ta robe
    Soutient des combats insolents.
    Dans ces grandes batailles blanches
    Satin et fleurs ont le dessous,
    Et sans demander leur revanches
    Jaunissent comme de jaloux.

           THÉOPHILE GAUTIER.


N’è vero che questa poesia è tanto barocca, che il secentista il più
strampalato si svellerebbe la barba dal dispetto di non averla scritta
lui? Eppure l’ho trascelta e appiccicata colassù a bello studio, perchè
mi ajutasse ad imprimervi in mente l’idea che Dalia, _satin_ a parte,
era d’una bianchezza veramente straordinaria.

In lingua succede delle figure come delle monete; a forza d’esser usate
sbiadiscono, sicchè a lungo andare un’iperbole, a mo’ d’esempio, che
sulle prime avrebbe sbigottito un orientale, smussata dall’abitudine,
sdrucciola via senza che uno se n’accorga. Se mi fossi limitato a
dirvi:

Dalia era bianca come la neve appena appena fioccata, o come il
latte, o come un giglio, voi lettori, voltata la pagina, l’avreste
subito dimenticato; adesso mo’, coll’ajuto del poeta Gautier, l’idea è
improntata e, volere o non volere, non è possibile dimenticarla per un
pezzo.

Dalia era snella, e aggraziata della persona. Lungo i lati del viso
della giovinetta, scendeva divisa sul fronte, una folta e soffice
capigliatura del più bel castano dorato. Le sopraciglia, più oscure
dei capelli, le ombravano gli occhi cilestri, grandi e d’una guardatura
soave e gaja ad un tempo.

Era una domenica, giorno in cui Dalia, mattiniera per abitudine, era
salita a pulire diligentemente il suo appartamento, come ella soleva
dire scherzando, e che consisteva in una sola camera al quarto piano,
inondata nei dì sereni da un torrente di luce, da mane a sera; aerata,
monda, e spirante buon umore. Scarso, modestissimo era il mobigliare
della camera, ma lucente, terso come un specchio. Le pareti erano
tappezzate di tele e cartoncini, su cui il pennello di Roberto aveva
sbozzate scene campestri, alberi, rupi, casolari. Queste tele non
avevano l’onor della cornice, tranne quelle rappresentanti: Garibaldi,
il re galantuomo, e il ritratto di Dalia, lavoro, come facilmente
immaginerete, de l’amico, e che non era al certo un capo d’opera; ciò
che Dalia diceva schiettamente a quanti volevano saperlo, e che veniva
confermato anche dallo stesso autore, il quale confessava non essere il
ritrattare farina del suo sacco.

La camera di Roberto era sullo stesso pianerottolo di quella della
ragazza, sicchè i due usci distavano pochi passi. I nostri giovani,
per isfuggire i pettegolezzi del vicinato, avevano pattuito di viver
separati: tuttavia certe pipe di gesso, qualche solino di camicia, un
pajo di stivali, e qualche altra coserella che trovavasi qua e là sulla
tavola e sulle sedie nella camera di Dalia, mostravano che i patti non
venivano scrupolosamente mantenuti.

Ciò che veniva confermato dal vedere anche nella camera di Roberto
un enorme pomo-d’oro di lana, lucente di capocchie di spille, una
cuffietta da notte allacciata all’elsa di un fioretto appeso al muro,
e qualche altro oggetto di solito appartenente alle figlie di Eva,
cioè un agorajo ed un gomitolo di refe dimenticati sul lettuccio del
giovane; su quel lettuccio ove, come dicemmo altre volte, Roberto
passava di molte ore coricato, seguendo mestamente collo sguardo le
nuvolette erranti pel firmamento[6].

Già da qualche dì Dalia aveva perduto il suo solito buon umore.
Durante i primi giorni dell’assenza di Roberto (assenza ch’ella stessa
aveva approvata), la giovinetta si era rassegnata, pensando al bene
che quel breve pellegrinaggio artistico avrebbe recato al suo amico:
Finchè Roberto sta a Milano (ripeteva a sè stessa nelle lunghe ore
che passava curva sul lavoro), non fa niente di bene.... È un caro
giovane, ha un cuore d’angelo, ma la testa.... Santo Iddio! non si
sa mai dove l’abbia la testa.... Eccolo! mi par di vederlo (e alzava
gli occhi come se Roberto fosse lì) sedere dinanzi ad una tela,
scombiccherarla di carbone... poi alzarsi, gironzare per la stanza,
zuffolare, accendere un mociccone di sigaro, buttarlo via;... poi
sedere di nuovo, cancellare tutto quanto ha fatto... tirar giù altri
quattro scarabocchi.... alzarsi.... correre da me.... farmi un bacio
(arrossiva sorridendo)... poi cantarellare... pigliare un pennello,
buttarlo via... e non conchiudere mai un bel niente! E intanto miseria
e sempre miseria!... Per me poco importa... ci sono avvezza; ma lui...
sì giovane, buono tanto, vederlo lì a sprecare il tempo a quel modo,
mentre potrebbe studiare, e farsi onore.... Lui ripete che non ci
sono commissioni... È vero, ma non l’andrà poi sempre così... I tempi
muteranno e allora... Ma, e intanto perchè non seguita a scrivermi ogni
due giorni come mi aveva giurato e spergiurato prima di partire?...»

Non sappiamo perchè, ma è un fatto che le lettere arrivano di
preferenza alla domenica. Dalia in quel giorno, mentre ripuliva
i mobili, ripeteva il solito soliloquio, aggiungendovi parole di
dispetto, di dolore e di amarezza, chè il continuo ed inesplicabile
silenzio di Roberto le aveva fatto serpeggiare nella mente tristi
pensieri e angosciose apprensioni ch’ella, come è solito stile degli
innamorati, pareva si compiacesse di rendere ancora più tetri ed acri
colla gelosia.

E se Roberto fosse malato? A questa domanda ella rispondeva con un
sogghigno ironico: Lui malato?... Oh!... Lo fosse anche, sarebbe una
ragion di più per scrivermi — Che abbia perdute le mani!...

Mentre Dalia andava rodendosi a questo modo, ode picchiar all’uscio;
apertolo, si vide innanzi il portalettere...

— Finalmente! gridò Dalia, conosciuta che ebbe la scrittura, vediamo un
po’ cosa scrive per giustificarsi il signorino!...

Spiegazzata la lettera, s’avvicinò, più per abitudine che per bisogno,
alla finestra, e cominciò a decifrare la scrittura di Roberto, la quale
era ben lungi dall’essere un modello di calligrafia. Lette le prime
righe, Dalia dovette ricominciare da capo, perchè non aveva capito
niente... Poi, con un gomito levata la polvere dalla lettera, rilesse
per la terza volta le prime righe, ma invano.

— Stimo bravo chi lo capisce!» esclamò Dalia guardandosi intorno come
parlasse a qualcuno. Poi, trascinata una scranna presso la finestra,
sedette e incominciò per la quarta volta a leggere: _Carissima_...
Questo lo capisco. _Genova 14 aprile_... Genova? Mi scrive da Genova?
Chi mi spiega questo imbroglio? Roberto a Genova! Ma a che fare di
grazia! Così improvisamente, senza prevenirmi.... Basta! tiriamo
innanzi: _Al ricevere di questa mia io sarò già in alto mare_.... In
mare... lui? Oh! Vergine santissima! Ma dov’è diretto?... perchè?...
Dov’è questo mare?... e alla poverina si empirono gli occhi di
lagrime.... e il foglio le tremava nelle mani.... Ricompostasi,
continuò: _Appena arrivato al mio destino ti scriverò lungamente....
Allora saprai tutto... ora non posso dirti altro, per la semplice
ragione che anch’io non ne so nulla... Non accorarti per me... Io sto
benone... Presto saremo novamente insieme per non separarci mai più.
Addio, mia cara; pensa sempre a me, e sta allegra. Garibaldi è con noi,
e tanto basta. Addio, di nuovo. Il tuo Roberto ***_.

Dalia, lasciatasi cadere la lettera in grembo, stette alquanto cogli
occhi fissi alla finestra, sentendosi incapace in quel momento di
coordinare le idee che le ronzavano entro il cervello. «come uno sciame
di api intorno ad un paniere di fiori». Poi, sedatosi a poco a poco
quel tumulto, ripigliò la lettera, e giunta coll’occhio là dove diceva:
_Garibaldi è con noi_, sentissi sollevare un peso dal cuore, tanto è
potente il fascino di quel nome, tanto è illimitata la confidenza che
il popolo ha in lui, perchè sa che tutto ciò che emana da Garibaldi è
grande, è buono, è generoso.

— Sia fatta la volontà di Dio! esclamò Dalia, levandosi composta a
rassegnata mestizia; un’altra lettera mi spiegherà meglio di questa...
Ma già, doveva immaginarmi che Roberto non sarebbe rimasto a casa colle
mani in mano, mentre i suoi amici, i suoi compagni garibaldini...
Almeno me lo restituissero il mio Roberto!... E se... Ah! mio Dio!
che brutti pensieri mi vengono per la mente... Benedetto giovine!...
Partire così d’improvviso... senza biancheria, senza... Ma forse
è per il meglio... Se fosse venuto a salutarmi... avrei cercato di
dissuaderlo, e di trattenerlo... E avrei fatto male. Per noi donne
l’amore è tutto, ma per gli uomini... Ah! quando finiranno questi
garbugli? Quando potremo vivere in pace... senza tremare dì e notte pei
nostri cari?... Ma Garibaldi sa quello che fa... Dio lo assista!... Io
intanto... aspetterò.» Un lungo sospiro pose fine alle parole di Dalia.


E la povera Rosa, la villanella d’Angera?

Rosa, dall’alto d’un rudero che giace (chi sa da quanti secoli!)
sul promontorio della Rocca d’Angera, aveva seguita lungamente collo
sguardo la barchetta, fino a che fu sparita tra i cupi muraglioni del
porto d’Arona.

La giovinetta stavasene ritta, immobile, col capo leggermente inclinato
su d’una spalla, colle mani penzoloni lungo il grembo, e chiuse una e
nell’altra. La brezza vespertina le sollevava una ciocca di capelli
sfuggita al pettine d’ottone che raccoglieva alla nuca le trecce
voluminose, e le agitava, dietro gli omeri, le punte di un fazzoletto
di seta amaranto, che spiccava incrocicchiato sul candido corsetto,
il quale era sormontato a’ fianchi da una gonnella azzurra di cotone,
cosparsa di minutissime stellette bianche.

Il lago rifletteva il burrone, che nereggiava in quello come un cono
capovolto, sul cui apice, in fondo in fondo, oscillavano due punti, uno
rosso, l’altro bianco.

Sparita la barca, la giovinetta si riscosse come se svegliata
d’improvviso; guardò intorno, sul lago, pei monti; vide a destra
lampeggiare fra i nuvoli immoti e rubicondi, i raggi del sole cadente;
poi raccolse gli sguardi sui ruderi che la circondavano... Allora
lasciò cadere la testa sul petto, e copertosi il viso colle palme,
proruppe in lagrime dirotte.

Quando Valentino, camminando con Roberto, s’era lasciato uscir di
bocca, che delle donne ne avrebbe trovato ovunque, in compenso
dell’amorosa che lasciava, aveva ceduto ad un certo spirito di
spavalderia, comune ai giovani, i quali, col farsi credere indifferenti
alla passione d’amore, si lusingano di parere begli spiriti, e uomini
di mondo rotti nelle avventure galanti. Il fatto è che Valentino,
malgrado quella gradassata, amava passionatamente la sua Rosa, che lo
contraccambiava colla tenerezza ardente ed ingenua d’un cuore che per
la prima volta s’ammala d’amore.

Valentino (l’avete veduto), penava a staccarsi da lei; vogando, ad
ogni tratto aveva rivolta la testa, fissando quel fazzoletto spiccante
a mo’ di una croce rossa su d’un campo bianco; poi sospirando aveva
ripigliato il remeggio. Ma quando, scesi a terra, Valentino dovette
seguire Federico e Roberto che entravano in città, allora, rivolto un
ultimo sguardo alla Rocca d’Angera e risalutata in suo cuore la Rosa,
non aveva potuto trattenere due grosse lagrime che gli erano gocciate
dagli occhi malgrado i suoi sforzi per ricacciarle indietro.


Rosa, sfogato colle lagrime quel primo impeto di dolore, e asciugatele
con una manica, guardossi intorno; vistasi soletta, gettò colle mani un
bacio d’addio al suo diletto, e si tolse di là.

Poche ore dopo la luna specchiavasi nelle aque tremule del lago.
L’allèa della piazza d’Angera, era deserta; tutto era silenzio e quiete
all’intorno. Solo un punto nero movevasi sul lago, facendosi sempre
più distinto, mano mano s’avvicinava alla riva lombarda. Poi si udì
il tonfo misurato di due remi. Era Martin-pescatore[7], il padre di
Valentino, che ritornava da Arona dopo d’aver veduto i suoi giovani
(così egli li chiamava) partire sulla ferrovia alla volta di Genova.
La barca si fermò urtando nelle ghiaje della riva. Martino, recatisi
i remi in ispalla, stava ponendo il piede fuor della barca, quando si
vide innanzi una ragazza, la quale mestamente sorridendo, gli stese una
mano.

— Oh! Rosa...» sclamò il vecchio, e posta una mano sulla spalla della
giovinetta, saltò sulla riva. Mi aspettavi eh... la mia Rosa?

Rosa accennò di sì col capo; poi fissò gli occhi in quelli del vecchio,
il quale, intesa quella muta interrogazione, rispose:

— E così... i nostri giovani se ne sono andati... Dio li accompagni!

Rosa, giunte le mani, alzò gli occhi al cielo, sclamando:

— Che la Madonna li protegga!

— Sicuro che li proteggerà... Non vuoi? Poveri giovani! se non l’hanno
loro la protezione della Madonna, chi l’ha da avere?..

— E... dite... non avete potuto sapere niente di nuovo?...

— Sì, vorranno giusto dirle a me queste cose!...

— Non dico questo... ma credeva che una volta ad Arona il signor
Federico...

— Il signor Federico sa quello che fa. Se tace è segno che va fatto
così... Non siamo al quarantotto vedi!... quando bastava che un
generale movesse una gamba perchè tutti lo strombettassero, anche a chi
non lo voleva sapere...; cominciando da que’ chiacchieroni che scrivono
sui giornali... Saltavan su tutti in una volta in coro... To’! parevano
le rane lì giù nel padule nel mese d’agosto... E intanto i Tedeschi a
ridere... Ma adesso hanno imparato a far le cose a dovere... Ma, Rosa,
tu piangi?

— Cosa volete!... è tutt’oggi che ho qui un gruppo...

— Animo, animo!... Che diavolo! Se Valentino lo sapesse, ti
sgriderebbe...

— Vi ha detto qualche cosa per me...

— M’ha detto... m’ha detto... di tenerti allegra...: rispose Martino
permettendosi una bugia a fin di bene.

— Oh! sì allegra... E, ditemi, quando avremo notizie di... di quei
giovani?

— Presto, non ne dubitare... Ma va a casa chè è tardi... Addio: vienmi
a trovare... discorreremo di lui...

— Ah! se verrò!...

Cosi dicendo si separarono.




CAPITOLO VI.

Una spia.

      Un monaco calò, siccome un corvo
    A cui nel ciel per lungo tratto arrivi
    Aura maligna d’insepolti morti.

        NICOLINI, _Arnaldo da Brescia_.


Era la notte del 3 aprile 1860. I cittadini di Palermo tornavano
dal passeggio lungo la marina alle loro dimore; già chiuse erano le
botteghe e le vie silenziose; altro non s’udiva che il fracasso delle
onde che si spezzavano contro la spiaggia, sollevate da un vento
gagliardo che aveva cacciate le nuvole dal firmamento scintillante di
stelle.

Da una porticina incassata tra gli alti muraglioni su cui sorge il
convento della Gangia, uscì pian piano un frate. Fatti alcuni passi
si fermò, spingendo sospettosamente lo sguardo lungo la via, e negli
angoli più bui; poi, assicuratosi che nessuno l’aveva veduto uscire,
si tirò il cappuccio sul volto; indi cacciò la destra nella manica
dell’altro braccio e impugnò, senza trarlo fuori, uno stiletto che
portava sempre con sè. Coll’altra mano si strinse il cappuccio intorno
la faccia, e dato di nuovo uno sguardo in giro, scese con passo sicuro
e veloce la china ciottolosa che dal convento guida alla sottoposta
città.

Giuntovi, si cacciò per certe vie tortuose e oscure fino a che fu
dinanzi ad una porticina che s’apriva dietro il palazzo della polizia.
Per questa porticina entravano a tutte l’ore le spie del famigerato
Maniscalco.

— C’è sua Sua Eccellenza il signor direttore? chiese con voce bassa il
frate ad un birro seduto presso la porticina.

— C’è.

— Vorrei parlarle...

— Il vostro nome, padre?... rispose il birro, spingendo i suoi sguardi
di lupo entro le oscure pieghe del cappuccio per iscoprire i lineamenti
del frate.

— Ditegli che sono un frate della Gancia...

— Il nome, padre, il nome...; senza di esso Sua Eccellenza non
riceve... a quest’ora... Avrete almeno qualche contrassegno?

— No...

— Allora...

— Allora ditegli che è qui fra =Michele da Sant’Antonino=.

— Benissimo, rispose il birro, ed entrato in palazzo, salì alle stanze
superiori a far l’imbasciata. Il frate, entrato esso pure (chè non
amava farsi scorgere in quella via), si fermò in un cortiletto ad
aspettare il ritorno del birro.

Poco dopo un altro birro (pareva d’un grado superiore al primo)
scese le scale, e avvicinatosi rispettosamente al frate, gli disse
inchinandolo:

— Sua Eccellenza attende il padre...

— È solo il signor direttore?... chiese fra Michele, avviandosi col
poliziotto.

— Non so» rispose il birro, e mosse innanzi il primo.

Mentre il frate e lo sgherro salgono le scale, noi sbozzeremo le
biografie delle Loro Eccellenze il signor direttore di polizia
Maniscalco, e del signor generale Salzano.

Oltre Fra diavolo, nell’estate del 1799, altri capiscuola del
sanfedismo misero a ferro e a fuoco il reame di Napoli, formando
allievi e proseliti tanto che, forniti i tafferugli, i Borboni di
Napoli trovarono pronti ai loro cenni un vivajo di poliziotti.

I Borboni, in allora erano fuggiti per mera pusillanimità, benchè
integri di forza e di tesoro, abbandonando moltissimi de’ loro fedeli,
intorno ai quali mano mano aggrupparonsi i malcontenti. I baroni,
fidando in una vicina riscossa, avversi ai Francesi e al nuovo Stato
e non lo temendo, avevano radunati i loro vecchi armigeri e i soldati
regj congedati, e alla spicciolata avevano combattuto, assassinato, e
rinnovati fatti esecrandi.

Negli Abruzzi, Pronio e Rodio, davano la caccia ai Francesi; in
Calabria uno Sciarpa, in Terra di Lavoro Fra Diavolo, altri altrove, si
dilettavano di assassinj e fino di mangiar carne umana. Certo Mammone,
mugnajo, ornava il suo desco con teste appena recise, beveva sangue, e
il proprio, quando non ne aveva d’altrui, tanto lo gustava; di propria
mano trucidò quattrocento individui (sempre nella speranza, comune de’
Sanfedisti, di avvicinarsi al paradiso) cavandoli anche di carcere.

(I Borboni e i clericali tentarono rinnovare in quest’anno gli istessi
orrori. Ma fortunatamente vennero soffogati sul bel principio).

Di poi Nelson, affascinato dei vezzi procaci di Emma Leona Hamilton
(degna allieva della regina Carolina)[8], cede alle di lei istigazioni,
viola i patti poco prima stipulati coi patrioti di Napoli, e li
consegna nelle unghie dei Borboni, impiccando alle infamate antenne
britanniche il vecchio ammiraglio Caracciolo, il cui cadavere,
buttato in mare, ricomparve qualche giorno dopo presso la spiaggia,
ballonzolato dalle onde, quasi chiedesse più onorata sepoltura.

L’esempio incita a crudeltà[9] i mal repressi Sanfedisti; la
plebe napolitana scanna, ruba, abbrustolisce, mangia, sì, mangia i
patrioti; il coltello degli assassini gareggia colla mannaja. Il re
giungeva in Sicilia come in paese conquistato, perdonava a’ lazzaroni
saccheggiatori fin della reggia, aboliva i seggi e i privilegi della
città, del regno, de’ nobili, e cominciava una proscrizione immensa,
dichiarando ribellione ogni atto commesso durante la sua fuga.

Dicono che ventimila venissero imprigionati nella sola capitale per
aver parlato, scritto, combattuto; per aver avuto un nemico che li
denunziasse; e spie, torture, persecuzioni erano le procedure della
giunta. La quale mandò a morte i generali Manthonè, Massa, Vincenzo
Russo, Nicola Fiano, Francesco Conforti che aveva sostenute le ragioni
regie contro Roma e allevato i migliori giovani d’allora; Nicolò
Fiorentino dotto matematico e giureconsulto, Marcello Scotti, Ruvo,
il medico Cirillo, Mario Pagano ed Eleonora Pimentel, poetessa cara a
Metastasio, e famosa parlatrice repubblicana.

Questi nomi immortalò il martirio, con quello del loro inquisitore
Vincenzo Speciale che insultava le vittime e i loro congiunti, seduceva
a confessare, alterava perfino i processi. Pasquale Balla ricusò
dell’oppio, non credendo lecito il suicidio neppur negli estremi; era
già condannato, e Speciale assicurava la moglie di lui non andrebbe
che in esilio. Invece Valesco, all’intimazione dello Speciale che lo
manderebbe a morte — Non tu» rispose, e precipitossi dal balcone.
Cirillo interrogato da lui di che professione fosse sotto il re —
Medico» rispose. E nella repubblica? — Rappresentante del governo.» Ed
ora? — Ora in faccia a te sono un eroe,» e ricusò di chieder grazia dal
re e a Nelson che aveva curati.

Vitaliani continuò a suonar la chitarra, e uscendo al patibolo diceva
al carceriere:

— Ti siano raccomandati i miei compagni: son uomini, e tu pure un
giorno potresti essere infelice.» Manthonè alle interrogazioni non dava
altra risposta se non: — Ho capitolato.»

Furono da trecento gli uccisi, di nome, nobili, letterati, guerrieri,
due vescovi, giovinetti di venti e di sedici anni; molti andarono
sepolti nella fossa della Favignana (_Ægusa_); infiniti a minori
pene. Si omisero, come troppo frequenti, i rintocchi dell’agonia pei
giustiziati; il boja fu pagato, non più a teste, ma a giornata, per
economia dell’erario; visitatori scovavano per le provincie «i nemici
del trono e dell’altare», e due di quelli bastavano per togliere la
libertà, i beni, e la vita. Se si consideri che quelle vittime erano
il fior della nazione, non si troverà esagerato chi scrisse aver ella
di quel colpo retroceduto di due secoli. Domenico Cimarosa, cigno di
musica, per aver puntato un inno repubblicano ebbe la casa devastata, e
prigionia qual solevasi allora, e per quattro mesi l’aspettazion della
morte, finchè i Russi, essendo arrivati a Napoli, e chiestone invano la
liberazione, ruppero il carcere e lasciaronlo andare a Venezia a morire
sbattuto e dimenticato.

Poi vennero le ricompense. Al cardinal Ruffo lautissime dal re, da
Paolo di Russia decorazioni; titoli e ricchezze agli altri, fossero
pure masnadieri e scampaforche; e più di tutti a Nelson e alla sua
bagascia, e il titolo di duca di Bronte infamò il vincitor d’Abukir».

Ecco in quali tempi nacquero Maniscalco e Salzano! ecco chi furono i
loro maestri!

Maniscalco è Palermitano. Nato da oscura e povera famiglia, entrò di
buon’ora nella gendarmeria borbonica, per esser ammesso nella quale
bisognava almen almeno aver tutti i caratteri, e i certificati di
riuscire fior di birbante ad imitazione de’ superiori. Il marchese
del Carretto, che per quel canagliume era tutto tenerezza, fermò
con compiacenza gli sguardi sul Maniscalco, che subito giudicò
degno di lui, tanto che, dopo qualche tempo di prove preparatorie
e scandagliatrici, lo elevò all’onorevole posto di suo segretario.
Maniscalco ebbe tosto occasione di mostrare al marchese e ai Borboni
la sua destrezza e sagacia in certi negozj che esigevano le due
sunnominate qualità unite ad una coscienza sfidatrice del diavolo.

Allorquando il general Filangieri, ridonata la povera Palermo ai
Borboni, nominò alcuni a direttori di polizia, non obliò il Maniscalco;
creatolo direttore di polizia, gli affidò la stessa città nativa.
L’allievo del marchese del Carretto non tardò ad ecclissare il maestro.

La politica del marchese ministro (dice l’autore della _Storia
dell’insurrezione siciliana_) consisteva, nello spaventare i cittadini,
nell’abbattere ogni resistenza, e nel respingere ogni opposizione;
l’assolutismo brutale insomma. È, alla fine de’ conti, la politica di
tutti coloro che servirono, servono, e serviranno tiranni. Mentre da
un lato dava opera per assicurare il re della devozione de’ sudditi,
dall’altra spiava tutte le occasioni per mostrarsi amabile e cortese,
specialmente col bel sesso. Ma ad ogni tentativo d’insurrezione, il del
Carretto incendiava, massacrava, torturava i sospetti, e se i colpevoli
fuggivano, scatenavasi sui loro congiunti e parenti.

Maniscalco (continua l’autore dell’opera citata) seguì fedelmente
le orme di del Carretto; nulla rispettò, di nulla si diede carico;
potente e risoluto, abusò di tutto e tutti oppresse. Con queste
arti aveva inalzata la polizia al di sopra di tutti i poteri dello
Stato. In Sicilia egli fu re, dominando l’imbecille Francesco II
coll’assicurargli l’obbedienza e la fedeltà de’ sudditi, e il popolo
col terrore che ispirava.

I tiranni in generale, e i Borboni delle Due Sicilie in particolare
furono alla lor volta tiranneggiati dalla paura. Essi non hanno fiducia
che nella polizia; spesse volte i direttori, i commissarj furono i loro
amici (modo di dire) ed i loro dominatori.

Ma torniamo al nostro eroe. Nel 1849 ebbe luogo una rissa tra alcuni
cittadini di Palermo ed i soldati napoletani. Maniscalco finse
credere ad una insurrezione. Il tafferuglio era già finito, spariti
i contendenti, quando ecco giungere le pattuglie le quali, per ordine
di Maniscalco, agguantano e imprigionano quanti incontrano. La dimane
questi infelici vennero giudicati in pochi minuti, così per forma,
da un consiglio di guerra, ed alle cinque pomeridiane, scortati da un
reggimento, e condotti sulla pubblica piazza, ove secondo Maniscalco
aveva avuto luogo l’ammutinamento, e là fucilati. Erano vittime
innocenti; Palermo e la Sicilia rimasero attoniti a tanta efferatezza.
Era quanto voleva il Maniscalco; regnare col terrore. Più tardi finse
cortesia, la fece da liberale, ma nessuno gli prestò fede.

Odiato, temuto, sprezzato, e vilipeso in segreto, trovava rispetto in
pubblico; ferito in chiesa da ignota mano, ma non spento, maggiormente
incrudeliva. Faceva bastonare e torturare i prigionieri; inventava
nuovi tormenti, tanto da eguagliare, se non vincere, un domenicano
della santa inquisizione. Uomo di scarso ingegno, ardito, rapace,
crudele, ebbe vizj moltissimi, virtù nessuna. Nato uomo e Siciliano,
fece di tutto per mostrarsi belva, e il più infame traditore della sua
patria.»

E uno; ora all’altro.

Giovanni Salzano, nel 1806, contava appena sedici anni e era già
arruolato nelle masnade di Fra Diavolo il quale, come ognun sa, fu
prima monaco, poi luogotenente del cardinal Ruffo, infine svaligiatore,
assassino e colonnello nel reale esercito di Ferdinando I. Le orde del
Ruffo, nell’ultimo scontro colle truppe di Massena, furono presso che
distrutte; il Salzano fu tra i prigionieri. Condotto a Castelnovo di
Napoli, e giudicato da un consiglio di guerra, venne come fuorbandito
ed omicida condannato a morte esemplare sulle forche. Messo in cappella
immediatamente pei conforti della religione, sentì tale orrore della
morte che le sue chiome incanutirono. Aveva allora 16 anni.

La madre sua, venusta e leggiadra, avendo credito ed amici a corte,
e molto più presso il ministro di polizia Saliceti, rimosse cielo
e terra, ed ottenne grazia pel figlio così giovine ancora e tanto
pervertito.

La grazia arrivò al castello quando già il condannato ne usciva
per andare al patibolo; pochi minuti di ritardo ed il mostro che ha
insanguinato Palermo cessava di esistere.

La grazia era larghissima; Salzano libero, ma al patto di doversi
arrolare nel nuovo esercito napoletano che andava organandosi: entrò
egli soldato nel battaglione dei zappatori del genio, e nel 1815,
per arditi fatti militari, era ufficiale in quel corpo e cavaliere
dell’ordine di San Giorgio _della riunione_. Carbonaro zelantissimo nel
1820, fu inviato a Palermo con la divisione del generale Florestano
Pepe per sottomettere i Siciliani che avevano gridato indipendenza e
separazion da Napoli. Ivi il Salzano, più che a combattere, pensò a
far bottino; il compagno di Fra Diavolo ricordavasi l’antico mestiere!
Promosso a capitano riedeva, in Napoli, e con cinica impudenza mostrava
le ricche suppellettili ed i preziosi tessuti che avea predati in
Sicilia.

Caduta la costituzione, e confuso con gli altri ufficiali dell’esercito
messi in disponibilità per aver appartenuto alla setta dei carbonari,
rimase il Salzano per più anni nell’oscurità e nel bisogno, ma quando
del Carretto salì a potenza somma, questi, cui piaceva circondarsi
di perversi satelliti, lo chiamò al servizio attivo, e lo fece
nominare capitano di gendarmeria, e lo inviò nelle Puglie, ove doveva
assumere la speciale missione di annientare un’orda di facinorosi, che
scorrazzavano tra Sansevèro e Monte Santangelo, derubando i viandanti
ed i comuni. Salzano non impiegò contro i masnadieri la forza, sibbene
l’inganno e le frodi. Sedusse la sposa del capo dei ladri, ed essendo
essa incinta le si profferse per compare, poi insinuandosi nell’animo
della avvenente donna,[10] la consigliò di persuadere il marito, (il
quale, già arricchito dai furti doveva bramare il riposo e gli agi
della vita) a cedere e promise sulla fede di compadre (a cui si crede
nel regno più che ai legami di parentela), che sarebbe andato immune
da ogni pena, e tanto ingegnossi, e tanto persuase la donna, che
costei riuscì a decidere il marito, il quale si diede volontariamente
nelle mani del capitano dei gendarmi, che per molti giorni lo tenne
libero; poi, quando meno se lo pensava, fu tratto in prigione e dopo
ventiquattr’ore fucilato per sentenza del consiglio di guerra. Salzano,
encomiato e retribuito da del Carretto, passò nelle Calabrie, non
potendo più rimanere nelle Puglie, ove lo segnavano a dito col titolo
di _capitano Giuda_.

In Calabria strinse infami patti coi facinorosi della Sila, e tanto
apertamente, che nella sua casa furono spesso visti gli oggetti
preziosi rubati nelle ville, od ai viandanti.

Sostegno poi della reazione del 1848, ottenne rapidi avanzamenti, e
noi lo troviamo generale e comandante di Palermo nel momento della
rivoluzione. Di poca mente, di corto ingegno, di nessuna coltura,
rapace, ingordo, può ben ripetersi che fosse il Salzano uno tra i più
tristi strumenti del governo borbonico[11].

Il birro spalancò un uscio, e fra Michele da Sant’Antonino si trovò
al cospetto del direttore di polizia e del comandante la piazza di
Palermo.

Parecchi inchini vennero ricambiati tra questi degni personaggi; poi,
seduti che furono, il Maniscalco chiese al francescano il motivo della
sua visita in ora sì tarda.

— Eccellenza, rispose il frate abbassando gli occhi; pel servizio di S.
M. tutte le ore sono buone.

A queste parole Maniscalco e Salzano, rizzarono le orecchie e fissarono
attentamente il monaco.

— Pel servizio di S. M.? Spiegatevi, padre....» disse Maniscalco
allungando il collo e piegando la persona verso fra Michele...

— Io venni qui guidato dalla mia coscienza... È il Signore che mi
manda; il Signore che veglia in difesa dei legittimi sovrani protettori
della religione... Eccellenza, una rivoluzione è imminente...

— Una rivoluzione? sclamarono Maniscalco e Salzano. Non è possibile —
continuò il primo — la polizia sa tutto.

— Allora saprà che domani, giorno quattro, deve scoppiare la rivolta in
Palermo...

I due ministri del Borbone si guardarono in faccia stupiti.

— I Bentivegna, e gli Interdonato hanno proseliti...

— Spiegatevi, padre; dite tutto quello che sapete...

— Mi promettano prima il segreto...

— Sul nostro onore!... sul nostro onore!... s’affrettarono a rispondere
Maniscalco e Salzano, dimenticandosi (tanta era la smania dello
scovare) che non ne avevano punto.

— Oltre al segreto, padre reverendo, vi prometto che S. M. saprà
rimunerarvi in modo degno di lui e di voi... L’eminentissimo cardinale
Antonelli non sa negare cosa alcuna al nostro sovrano. Dite, padre,
dite...

— Ebbene!... sappiate, Eccellenza, continuò il frate guardandosi
intorno e smorzando la voce; sappiate che nel convento della Gancia
stanno ammucchiate armi e munizioni... Che lassù stanno radunati i
congiurati, dipendenti da un comitato centrale istituito in Palermo...

— Maledizione! sclamò Maniscalco co’ denti stretti e serrando i pugni;
credeva di averli schiacciati tutti... e rinascono.

— Conoscete i loro nomi?

— No, Eccellenza...

— Quelli almeno dei capi...

— No...

— Ditemi il nome di uno solo... di uno solo...

— Pur troppo non sono in grado di farlo... Per quanto sia stato in
orecchi, non mi fu possibile di afferrare il nome d’un sol ribelle...

Maniscalco sospirò.

— Però conosco il loro piano...

— Ed è?...

— Il movimento insurrezionale si inizierà a Palermo, coll’assalto delle
caserme, e delle case dei commissarj di polizia.

Salzano e Maniscalco si ricambiarono un’occhiata espressiva.

— Poi?

— Poi ad un segno convenuto, i contadini de’ villaggi vicini
piglieranno le armi e si getteranno nella città...

— Miserabile canaglia! Vedremo... vedremo!... Reverendo, sapreste di
grazia nominarceli questi villaggi?

— Ho inteso parlare di tutti... Però mi ricordo benissimo che si parlò
di Ficarazzi, di Monreale, di Villabate, di Carini, di Bagheria...

— Benissimo! benissimo!... Daremo a questi villani tal lezione che se
n’avranno a ricordare per un pezzo!... Continuate, padre reverendo,
continuate....

— Palermo non dev’essere sola ad insorgere; le terranno subito dietro
le altre città dell’isola, e tra queste... Posso assicurare le vostre
Eccellenze, che i rivoltosi contano molto sui loro confratelli di
Messina....

— Città che vorrei spianata!... Vero nido di vipere rivoluzionarie...

Il frate continuava: — di Catania e di Siracusa...

— E di quei del contado avete notizia?

— Certo; que’ del contado si raduneranno in bande e combatteranno alla
spicciolata, come i... Non mi ricordo la parola...

— Come i _guerrilleros_?

— Precisamente così, Eccellenza!

— E voi dite che il convento della Gancia è pieno di questi briganti?

— Non solo, ma ribocca d’armi e di munizioni...

— E gli altri frati?

— Ahimè! Eccellenza... La carità cristiana mi vieta di scusarli...
Sono tutti traviati... Il demonio strisciò fra loro e li avvelenò
col pestifero fiato di certe idee... Possa il Signore nell’infinita
sua misericordia farli ravvedere!...» Così dicendo il dabben frate
incrocicchiava le mani sul petto, e alzava sospirando gli occhi alla
soffitta...

— Ma che! tutti dunque que’ frati tradiscono il loro re?... quel re
che tanto protesse i loro interessi, quel re che nei momenti di devoto
slancio, indossa la tonaca di frate per umiliarsi dinanzi a Dio...

— Pur troppo, eccellenza! Tutti i frati della Gancia cospirano...
tutti!... professi e novizj... avrei voluto tacerlo... ma la carità è
vinta dal dovere... Essi giurarono...

— E che giurarono? chiese sprezzantemente l’antico commilitone di Fra
Diavolo.

— Di morire o di vincere per... quello che essi dicono la libertà della
Sicilia...

Quella parola libertà, benchè buttata là timidamente, parve risonare
stranamente tra quelle pareti poliziesche, ed i due ministri borbonici
trasalirono come il diavolo al tocco dell’acqua santa.

— Io pure... io pure... ho dovuto giurare...

— Avete fatto benissimo, padre; diversamente non avreste potuto...

— Dio però, che scruta nel fondo dei cuori, e anzi tutto bada alle
intenzioni, non ne avrà preso nota.

— Certamente, padre, certamente!... Il giorno fissato è domani dunque?

— Domani, giorno quattro...

— E perchè domani?

— Perchè si vuol ricordare al popolo la tradizione storica dei Vespri.

— Facciano pure! Così tramanderanno ai loro figliuoli un’altra
tradizione d’un nuovo Vespro domestico... e, per santa Rosalia!... sarà
più sanguinoso del primo! Non avete altro a confidarci, padre?

— Ho detto alle Eccellenze vostre quanto sapeva...» Maniscalco, assunta
un’aria d’importanza, si avvicinò a fra Michele, e presagli una mano,
gliela strinse vivamente fra le sue, dicendo:

— Padre!... Voi avete reso a S. M. (D. G.) un segnalato servizio; il
nostro grazioso sovrano ne sarà tosto informato... e voi, padre, ne
avrete splendido guiderdone... Ve ne do la mia parola!

— Ed io la mia» ripetè Salzano.

— Mi basta di aver fedelmente servito il trono e la Chiesa, la cui
causa è comune... come lo fu sempre...» Poi, rialzato il cappuccio,
s’inchinò in atto di pigliar congedo.

— Rimanete, padre, rimanete!... Sono lieto di potervi offrire una
camera e un letto nel palazzo... Rientrando alla Gancia ad ora sì tarda
potreste destar sospetti... se forse non ne ha già destati la vostra
assenza.

— Nessuno mi vide uscire...

— Bene, bene! ad ogni modo è meglio restiate... Domani penseremo a
mettervi in sicuro.

— Accetto le grazie dell’Eccellenza vostra!

Maniscalco, chiamato un servo, gli impose conducesse il frate nella
camera destinatagli. Quando questo si fu partito, il direttore di
polizia disse all’impaziente Salzano: «Un momento e sono da voi
generale!» Poi chiamato un birro:

— Hai veduto quel frate? gli disse.

Il birro accennò che sì.

— Bene!... porrai una sentinella nel corritojo che mette nella camera
ov’egli passerà la notte... Nessuno entri, nessuno esca. Hai capito?

— Perfettamente, Eccellenza!» rispose il _sorcio_, e strisciato un
inchino, uscì.

— Caro Generale, ora siamo soli... Che ne dite di questa bella notizia?

— Dico che siamo stati presi alla sprovvista. Come mai, caro direttore,
non ne sapevate nulla?

— Cioè... sospettava di qualche cosa... Però confesso che non credeva
così imminente il pericolo... Ad ogni modo provvediamo, e subito... Ci
va di mezzo l’onor nostro!...

— Per me sono pronto. Facciamo il nostro piano... in modo che non ce ne
scappi un solo...

— Sono con voi, generale.

Breve fu il loro colloquio, e il piano prestamente combinato. Il
generale Salzano recossi tosto al suo palazzo a dar gli ordini
opportuni alle truppe. Maniscalco rimase nel suo circondato dai suoi
cagnotti.


Lettori! ricordatevi del frate francescano Michele da Sant’Antonino.




CAPITOLO VII.

L’assalto.

    Tra un popolo la sommossa e un tiranno,
    unico patto... il sepolcro.

    (_Risposta de’ Palermitani al proclama
    del general Lanza_; 20 marzo 1860)


Il dì dopo (4 aprile), al primo apparire sul firmamento degli albòri
antelucani, il frate portinajo del convento della Gancia (un bell’uomo,
dalla barba nera e dall’occhio lampeggiante), il più mattiniero de’
suoi confratelli, appoggiato ad un parapetto che cingeva il cortile
del convento, spaziava coll’occhio sulla sottoposta Palermo, ancor
dormente e silenziosa, e lo spingeva oltre la città, sul mare solcato
già da innumerevoli barche pescherecce, che lontano lontano, colle loro
bianche vele latine, parevano alcioni sfioranti coll’ampie ali l’onda
cerulea.

Di poi il frate, raccolto lo sguardo sulla strada che dalla città guida
al convento, vide alcuni giovani salire per quella, cacciandosi innanzi
una coppia di muli, i quali portavano da ciascun lato appeso ai fianchi
un bariletto.

A quella vista il frate portinajo sorrise; poi, lasciato il parapetto,
scese ad una porta del convento, e apertala, uscì sulla strada ad
attendervi la brigatella.

— Buon giorno, figliuoli!» sclamò quando quei giovani gli furono presso.

— Buon giorno,» ripeterono essi.

— A dispetto della crittogama, avete trovato vino in abbondanza eh?...
soggiunse sorridendo il frate, e battendo colla nocca le doghe di quei
botticelli che mandarono un suono muto.

— Perdio! padre.... vedrete come è potente questo vino... gli rispose
un bel giovane, che sembrava il capo della brigata. È vin che brucia...
Ci si sente il solfo lontano un miglio... È un vino che mette di buon
umore... Io l’ho provato, e so quel che dico...

— È vero, Rosolino, è vero!... voi siete un prode giovane!... Se tutti
i cuori degli Italiani assomigliassero al vostro, a quest’ora... Ma
entriamo; venite, figliuoli!...» Il frate così dicendo afferrò un mulo
per la cavezza ed entrò nel convento seguito dal resto della comitiva.

Nel cortile stavano già radunati alcuni frati, i quali si fecero
incontro ai nuovi sopraggiunti, sorridendo e stringendo loro
affettuosamente la mano. Tutti poi circondarono Rosolino, aspettando da
lui consigli ed ordini sul da farsi.

Rosolino Pilo era di famiglia nobilissima, prestante della persona,
gentile nei modi, colto, eloquente, prode e sempre pronto a dar vita e
sostanze alla patria ch’egli amava svisceratamente. In causa di queste
rare doti egli sapeva ispirare fiducia e coraggio in tutti.

Soddisfatto ch’ebbe al desiderio de’ suoi amici raccolti lassù alla
Gancia, narrando loro quanto sapeva delle notizie che correvano in
que’ dì, chiese di vedere le armi che l’infaticabile Fabbrizj spediva
da Malta un po’ per volta e che venivano nascoste dai congiurati nelle
cantine del convento.

Poi, rivoltosi agli astanti, raccomandò loro di non perder tempo e di
occuparsi a far cartucce e a fonder palle.

— Di queste difettiamo, o amici. Il giorno della riscossa è imminente;
non lasciamoci cogliere sprovvisti, per l’amor di Dio!... Animo
dunque!... Viva Italia... e a rivederci.

— Che! partite?... gli chiesero gli astanti.

— Sì, o amici; sono chiamato altrove... Ci rivedremo presto...» Così
dicendo strinse le destre che gli venivano tese e uscì dal convento.
Sceso alla marina, montò su d’un sottil legnetto con alcuni altri amici
che lo attendevano alla spiaggia e spiegata la vela al vento, diresse
la prora verso Messina.

Appena Rosolino si fu partito, i congiurati rimasti nel cortile
s’avviarono tosto a liberare i muli dal peso ond’erano gravati.

— A te, Riso, che sei del mestiere... spilla questo bariletto...

Giovanni Riso, palermitano, di professione portator d’aqua (un bel
vecchio di circa sessant’anni) dato mano ad un secchio di rame, si
avvicinò ad un mulo, e posto il secchio sotto il bariletto, ne trasse
la spina.

Ne uscì tosto una polvere nera, fina, lucente.

— Viva la vendemmia! gridò il giovine facchino Teresi da Falsomèle,
e pigliato un altro secchio, s’accostò ad un barile. Gli astanti
si diedero tosto ad imitare il Riso e il Teresi, sicchè in breve
le botticelle vennero votate, e la polvere, diligentemente raccolta
nei secchj, venne nascosta nelle cantine; delicata operazione che fu
eseguita a dovere perchè diretta da Liborio Valdone da Alcamo, marinajo
esperimentato.

Finito ch’ebbero di collocare le polveri, i congiurati si raccolsero in
un vicino salotto e sedutisi in giro ad una tavola, si occuparono tosto
a far cartucce.

Era appena trascorsa una mezz’ora, allorchè si intese bussare alla
porta del convento con colpi forti e replicati.

I congiurati si guardarono in viso l’un l’altro.

— Chi diavolo può essere?..

— Che modo strano di bussare!

— Vo a vedere...» disse il frate portinajo e uscì...

Pochi minuti dopo egli precipitò nel salotto, pallido e colla fisonomia
stravolta...

— Amici, gridò, siam traditi...

A queste parole tutti balzarono in piedi.

— Il convento è circondato dai birri e dalle truppe... Sentite!...
stanno atterrando la porta...

— All’armi, all’armi! gridò Michele Fanaro da Roccadifalco, stampatore
di professione e giovane d’un coraggio a tutta prova.

— All’armi!

— Presto, presto... Non c’è un minuto da perdere....

— Perdio! e le munizioni...

— Polvere ce n’è...

— Ma le cartucce...

— Caricheremo come potremo.

— Ma e le palle?

— Finite le poche che abbiamo, caricheremo co’ sassolini...

— Animo, animo!

In un batter d’occhi tutti i congiurati furono nel cortile che
barricarono alla meglio, risoluti di vender cara la vita.

Sapevano che avevano a che fare cogli sgherri borbonici, e che quindi
non c’era a sperare generosità.

Intanto al di fuori picchiavano, ma le porte erano salde, alte e solide
le mura. I congiurati attendevano a piè fermo i borbonici; benchè (come
avevan visto spiando dall’alto) fossero circondati da un nuvolo di
carabinieri, e di birri, e dopo di essi da un battaglione di truppe.

Ma i regi, arrivate le artiglierie, le puntarono contro la porta, che
tosto volò in ischegge. S’avventarono nel cortile i borbonici, ma
accolti da una salva di fucilate che fece rotolar parecchi di essi
sul selciato, rincularono. Approfittarono gli assediati del momento
propizio, e strettisi insieme, precipitarono di corsa fuor del convento
e apertisi un varco fra gli atterriti borbonici, corsero a raggiungere
i contadini, i quali avvertiti dal tuonar de’ cannoni, erano accorsi al
convento per dar mano ai congiurati.

I regj, riordinatisi, irruppero per la seconda volta nel convento,
vuoto oramai di difensori; vi irruppero col grido di: viva Francesco
II; trucidarono i feriti, infilzarono sulle bajonette parecchi frati,
ad altri, venerandi per la tarda età, e che chiedevano ginocchioni
la vita, ruppero la testa col calcio dei fucili; saccheggiarono il
convento e la chiesa, rubarono i vasi sacri e commisero ogni turpe ed
efferata nefandezza.

Che facevano intanto il direttore di polizia Maniscalco e il generale
Salzano?

Dal loro quartier generale ai _Quattro venti_, lontani dal luogo del
combattimento, avevano sguinzagliate le loro mute sbirresche acciò,
perlustrate le vie di Palermo da diversi punti, arrestassero.... non
importa se innocenti o colpevoli, arrestassero però quanti sospetti
incontrassero. Numerosissimi furono quindi gli arrestati, nelle cui
case i birri si permisero tutti gli eccessi della più sfrenata licenza.

Vi ricorderete che tra i villaggi vicini a Palermo, denunziati dal
ribaldo fra Michele come altrettanti focolaj di rivoluzione, c’era
quello di Ficarazzi, i cui abitanti hanno fama di esser pronti ad
arrischiate imprese e caldi amatori della libertà. Queste loro virtù
sgraziatamente erano note anche a’ borbonici, che da tempo spiavano
l’occasione propizia per punirlo. Infatti, in quell’istesso giorno,
mentre le truppe assalivano il convento della Gancia, due fregate
borboniche, uscite dal porto di Palermo, si fermarono dinanzi al
villaggio di Ficarazzi, che in breve, fulminatolo colle bombe, colle
palle e a scaglie, ridussero un mucchio di rovine. Preludio della
rovina di Carini.

Preso il convento, i pochi frati risparmiati dalla strage con altri
tredici cittadini (e tra questi, come vedremo in seguito, Riso, Teresi,
Vallone e Fanaro) colà fatti prigionieri, vennero legati a due a due
con grosse funi, indi trascinati in mezzo alla sbirraglia ed ai soldati
per la lunga via che mette alle prigioni. Quegli aguzzini si cacciavano
innanzi i prigionieri percuotendoli co’ pugni, colle ceffate, coi
calci dei fucili, ond’essi giunsero alle carceri laceri, sanguinosi,
affranti, come uomini a due passi de’ quali sta allestita la forca.

Cogli stessi strapazzi venne trascinata in carcere la sessagenaria
badessa del monastero di Santa Croce, rea d’aver dato asilo a due suoi
concittadini.

Erano le ultime prodezze de’ _sorci_...

Il popolo palermitano in quel giorno rimase piuttosto attonito e
spaventato, che deciso a mostrare il viso a’ suoi oppressori; ma
la sera del 4 e del 5 d’aprile, gl’insorti scampati in modo tanto
meraviglioso dalla Gancia, invece di nascondersi, o di abbandonar
l’isola, benchè sapessero che i borbonici, razza semisacerdotale, non
perdonavano mai, ritornarono coraggiosamente alla capitale, guidando
torme di contadini armati. Gettatisi ne’ sobborghi, riattizzarono il
battagliare; uccisero molti soldati regj, molti ne ferirono, sfidando
il numero, l’arte militare e la mitraglia.

La Corte di Napoli, saputi i casi seguiti, inviò tosto nuove milizie
in Sicilia, e in coda a queste il luogotenente generale dell’isola,
principe di Castelcicala; indi impose alla gazzetta ufficiale di
pubblicare che «l’ordine regnava a Palermo.»

Frase che puzza di sangue rappreso.

«Tranquillissima è l’isola (così finiva il giornale ufficiale del 6
aprile), come tranquillissima fu la stessa città di Palermo, durante
il conflitto, e prima e dopo.» Tanto importava ai borboni il diminuire
l’importanza di quell’insurrezione in faccia all’Europa!

L’autore della Storia dell’insurrezione siciliana, dal quale togliamo
questi particolari, chiama Francesco II «anima di frate in un fodero
d’imbecille.» Noi abbiamo sott’occhio una fotografia rappresentante
l’ex re e la sua famiglia; esaminando attentamente la testa di
Francesco II, non si può a meno di convenire ch’essa starebbe molto a
proposito tra le spalle d’un monaco, ma di quelli del Santo Uffizio;
c’è nella ciera del giovine Borbone un misto di imbecillità, un non
so che di fellonesco, di crudele, di superstizioso così marcato, da
ringraziar Domineddio di avercene liberati.

Dopo i fatti d’aprile[12], a Napoli, nella reggia, si strinsero a
consiglio, non già un re co’ suoi ministri, ma l’inetto Francesco
II «che serba anima di un frate in un fodero d’imbecille,» la casta
sua sposa, che pubblicamente tresca col proprio cognato il conte di
Trani, e la matrigna di S. M., una Maria Teresa d’Austria, la vedova
di Ferdinando II, che al viso arcigno, fiero e deforme, accoppia
feroci istinti, libidine sfrenata di comando, desiderio di far
regnare il proprio figlio conte di Trani invece di Francesco II, e
che cova odio immenso contro i Napoletani. Questi erano gl’iddj del
napoletano Olimpo, che sanno scagliare fulmini solamente contro un
popolo avvilito e depresso; gl’iddj minori, come i conti d’Aquila,
di Trani, di Noto ecc., furono chiamati al consiglio solo allorchè vi
accorsero solleciti i genj, i messaggieri ed i più forti sostenitori
della gran macchina della celeste armonia reazionaria, un duca di San
Cesario, tristo e ignorante, con altri nobilissimi: il principe di
Castelcicala, luogotenente generale dell’isola, il nunzio del papa, il
cardinal Riario Sforza arcivescovo di Napoli, due gesuiti, idoli del
re; l’Ajossa, noto all’Europa per infamie efferate, e Carlo Filangeri,
principe di Satriano e duca di Taormina per grazia di Ferdinando, della
bombardata Messina, e della Sicilia insanguinata l’anno di grazia 1849.

Il re, le due principesse ed i principi, rappresentavano in quel
convegno segreto il diritto divino che non transige mai, o se cede
qualche volta all’impeto dei popoli, più terribile reagisce, più
ferocemente opprime i dissennati che credono potersi conciliare la
libertà con un diritto che emana dall’inferno e non da Dio.

San Cesario duca, ed i nobili ignoranti, vi figuravano come i simboli
delle tenebre feudali, come i discendenti dei masnadieri armati che
si dissero baroni o _comites_, i compagni dei re, gli associati dei
_divini ladroni_.

Il nunzio, il cardinale, i gesuiti, nè Cristo avevano per maestro,
nè il Vangelo per legge in quella congrega, ma il papa nemico
degli uomini, e il codice della curia romana, bruttissimo impasto
di venalità, d’imposture, di superstizioni e di sfrenati arbitrj;
v’intervenivano come gli antichi protettori e socj in _partecipazione_
delle grandi compagnie di baroni grassatori, e di _coronati ladroni_;
erano infine i rappresentanti del medio evo, a cui vorrebbero di nuovo,
se potessero, ricondurre i popoli per farli sprofondare novamente
nella tenebria di atra notte, ove obbligarli ad adorare il prete, il re
padrone assoluto, ed i suoi _comites_.

Ajossa e Filangeri, come traditori della patria vi avevano posto,
imperocchè l’uno servisse i Borboni per natura improba e crudele,
l’altro si mostrasse devoto ad essi per brutta fame d’oro. Ajossa
ricordava Caino, Filangeri Giuda; entrambi degni di sedere in quel
congresso.

Parlò prima Maria Teresa, l’austriaca, e con modi concitati e sguardo
altero, espose l’ingratitudine dei Siciliani che avevano osato di
ribellarsi contro il più mite e paterno governo d’Europa (dopo quello
dell’Austria s’intende); mostrò la necessità di reprimere con ogni
mezzo la sedizione e conchiuse così:

— Se S. M. l’augusto padrone che tutti piangono, ed io più di tutti (ed
asciugò una lagrima) fosse qui con noi, avrebbe già dato gli ordini
perchè si impiccassero i prigionieri della Gancia, si arrestassero
e torturassero i sospetti, ed al menomo moto si bombardasse ed
incenerisse Palermo; ma il nostro re (e designò Francesco) è buono
troppo; vorrà invece discendere a concessioni, accordare riforme,
forse rimettere in vigore l’infernale statuto. Ma non vedrò di nuovo,
come nel 1848, vilipeso il diritto che viene da Dio, avvilita la
regal potestà, ed infangata la reggia con le orme che vi stampavano
gl’insolenti borghesi divenuti ministri; no, io partirò per Vienna con
mio figlio il conte di Trani».

— Verrò anch’io! gridò interrompendola la nuora.

— No, prese a dire con veemenza Francesco II, no, non partirà alcuno!..
Come avrebbe fatto quella sant’anima dell’augusto nostro genitore (e si
segnò e recitò un _requiem_), così faremo anche noi. Sì, bombe, forche,
torture; ministro Ajossa, general Filangeri ajutateci; dappertutto
ruine, sterminj, i ribelli ai re sono ribelli a Dio... Non è vero, miei
carissimi padri, e rappresentanti del beatissimo padre e divino vicario
di Gesù Cristo? (e si segnò di nuovo).

— Verissimo, verissimo! risposero in coro i preti; la forca qui,
l’inferno colà; Iddio lo ha detto.

— Udite come noi pensiamo, ripigliava Francesco, e siamo fermi di
non mutare. A nessun patto divideremo col popolo la potestà nostra, e
_preferiamo d’esser piuttosto caporale di nostro cugino l’imperatore
d’Austria che re costituzionale_.

— Bravo! gridarono insieme levandosi donne, principi, preti, duchi e
ministri. Bravo, bene! Viva il diritto divino, e la Santa Chiesa.

Il baccano andava aumentando, allorchè il re, imposto il silenzio,
riprese:

— Ordiniamo al ministro Ajossa di spedire le istruzioni al nostro
caro Maniscalco, onde agisca come soleva comandare la _sant’anima_;
torturi ed impicchi quanti crede, ed a suo piacimento. Al generale
Filangeri ordiniamo di preparare un piano di attacco e di difesa per
le truppe; egli che fece così bene nel 1849, saprà far meglio oggi.
Così schiacceremo i ribelli come tante vipere. Noi frattanto correremo
alla Darsena, al Molo, indi anche a Capua, onde incoraggiare i soldati,
e dare ad essi le nostre istruzioni. Cardinale, benediteci! padri,
pregate per la nostra causa!... e inginocchiatosi, ricevette la chiesta
benedizione. Si rialzò, sciolse il consiglio, e si avviò alla volta
di Capua per compiervi altre scene stolide ed obbrobriose dinanzi alle
truppe che dovevano imbarcarsi per la Sicilia.

A Capua imbandironsi mense per gli uffiziali e per i soldati, alle
quali assistendo il re s’ingiunse ai capi ed ai soldati di non
risparmiare i ribelli Siciliani, di esterminarli se si potesse dal
primo fino all’ultimo; si raccomandò perchè nelle città e nei villaggi
presi d’assalto, non si facesse distinzione di età, o di sesso, nè
le case risparmiassero; fuoco, saccheggi, e morti precedessero e
seguissero i loro passi nella scellerata Sicilia.

Il ministro Ajossa scriveva non solo al Maniscalco, ma diramava agli
intendenti della terraferma una circolare, contro i sospetti, la quale
terminava così: _chiunque mostri simpatia pel moto siciliano dev’essere
arrestato, e si dà facoltà di arrestare chiunque mostri curiosità, o
parli di analoghe notizie._ — _Rigore, rigore, zelo, attività: il re
nostro padrone_ (D. G.) _così ordina, così vuole, così comanda_.

Palermo, il 13 aprile, era in lutto; tredici infelici erano condotti
al supplizio (Francesco II s’era fatto applaudire alla corte il giorno
innanzi per certe sue lepidezze sul numero 13). Maniscalco, prima che
si avviassero a morte, radunatili in un corritojo, trasse di tasca una
lista, e chiamò per nome i condannati: Camorrone, Cucinotta, Vassallo,
Fanaro, Cuffaro, Riso (padre), Ventimiglia, Barone, Vallone, Nicola,
Calandri e Canceri. Indi il direttore, compostosi il volto a benevola
sollecitudine, disse con melato accento alle tredici vittime:

— Ascoltate, o infelici, un consiglio d’amico. Voi siete a due passi
dalla morte... da una morte dolorosa... attroce... voi ora sì pieni di
vita... Rivelate i capi del comitato rivoluzionario; vi prometto in
cambio salva la vita... e un buon premio per giunta... Il re penserà
a voi e alle famiglie vostre... Via, parlate... Ma, in nome di Dio, in
chi e di che sperate?... Poveri illusi! mi fate compassione... I vostri
compagni oramai sono tutti vinti, o dispersi...; tutti!... Ostinandovi
a tacere, rovinate voi... e le vostre povere famiglie. Una morte
infame... penosa per voi; la miseria per le famiglie. Via, parlate...
decidetevi...» e giungeva le mani quasi supplichevole.

Ma il vecchio Giovanni Riso, consultati i compagni, rispose fieramente
che essi non conoscevano comitati di sorta; ma anche li avessero
conosciuti, avrebbero conservato il segreto; meglio la morte, che
l’infamia.

L’incolto e bravo popolano ripeteva, senza saperlo, il famoso: _potius
mori quam fœdari_.

Al Riso poco premeva la vita, chè sapeva trovarsi suo figlio Giovanni,
giovane ardente di libertà, mortalmente ferito nelle unghie de’
regi.[13]

Maniscalco udita l’eroica risposta, gettò la maschera e mostrossi
iniquo qual’era; ruggì tra i denti serrati pel furore:

— Sì, morirete tutti fra pochi istanti; morirete come cani... Vedremo
se l’Italia, e il vostro Vittorio Emanuele verranno a salvarvi...

Mezz’ora dopo, i cadaveri dei tredici patrioti venivano trascinati su
due carrette per le vie di Palermo, tra gli insulti della sbirraglia...
e le lagrime dei cittadini che ne giurarono vendetta.

Il supplizio de’ tredici[14] provocò uno sdegno furioso tra le bande
degli insorti, i quali a Carini, sorpreso un posto di ventisei soldati
napolitani, li impiccarono tutti per la gola; così il furore del
governo oppressore ridestava il furore e rappresaglie di sangue: così
i figli della stessa madre, l’Italia, si sterminavano a vicenda come se
fossero tra loro nemici e stranieri.

Pervenuta a Napoli la nuova dell’uccisione dei soldati di Carini,
infuriava il re; la madrigna e la consorte lo eccitavano a incrudelire,
sicchè Bombino, chiamati i ministri: «Ordinate, gridò loro, che
s’incenerisca Carini, che il ferro ed il fuoco vendichi i miei
soldati». Ad appagare la collera del re, fortissime colonne mobili
uscirono da Palermo, e si avviarono verso la città condannata.

Giace Carini poche miglia da Palermo, ed era popolata da 7100
abitanti; antiche e solide mura la ricingono, e la circondano deliziose
campagne. In Carini eransi fortificate alcune centinaja di insorti:
vi arrivavano i soldati e si facevano attorno per espugnarla; i
Siciliani combatterono gagliardamente nei giorni 19, 20, 21 aprile,
ma sopraggiunti nuovi rinforzi ai regj, gli insorti dovettero
allontanarsi, ricoverandosi nelle montagne. Perdettero questi 250
morti; ebbero i regi 320 soldati ed ufficiali uccisi. Entrarono le
truppe di Francesco II in Carini e per rapacità di preda e per gli
ordini ricevuti, nulla rispettarono in quella desolata città. E di
nulla sentirono pietà; sgozzarono i fanciulli sul seno delle madri,
e queste stuprate e poi trafitte, cadevano sui loro cari estinti;
non salvava l’età senile, non il tempio, chè sugli altari medesimi
vennero trucidate donzelle e matrone, e gli stessi sacerdoti; d’ogni
suppellettile fecero bottino, e quando i preziosi arredi erano predati,
davano fuoco alle case ed ebbri tripudiavano intorno alle fiamme.
Ardeva Carini, perivano centinaja di cittadini, e una nuova pagina
storica accusava Francesco II, come distruttore delle città e de’
villaggi del suo reame, come assassino di innocenti, nell’istessa guisa
ch’aveva accusato il suo avo Francesco I d’aver fatto distruggere, nel
1828, il villaggio di Bosco nel Cilento.

Gli orrori commessi a Carini, raccontati a Palermo ed a Napoli dalla
principessa di Carini, che trovavasi sul luogo nel giorno del macello,
destarono nell’una e nell’altra città sentimenti di raccapriccio e di
vendetta, giurando l’uno e l’altro popolo di liberarsi a qualunque
costo de’ Borboni, mentre re Francesco II, il re pietoso, andava
ripetendo nella reggia: _uccisero i miei soldati, ma l’hanno pagata
cara!_

Gli insorti rifugiatisi nei monti continuarono, guidati dall’intrepido
Rosolino Pilo, la lotta contro i borbonici.




CAPITOLO VIII.

L’imbarco.

    «_Italia e Vittorio Emanuele!_ gridammo
    passando il Ticino. _Italia e Vittorio
    Emanuele!_ rimbomberà negli antri
    infocati del Mongibello.»

                           GARIBALDI.


La sera del 5 maggio 1860, la spiaggia del mare che si estende
in semicerchio dinanzi a Quarto presso Genova, offriva un curioso
spettacolo.

Alcune centinaja di soldati (chè n’avevano tutta l’aria), vestiti
quali della rossa assisa, quali in semplice abito borghese, se ne
stavano lungo la spiaggia aggruppati in capannelli. Quasi tutti poi
portavano cappelli a larghe tese, e borse ad armacollo, come chi sta
per intraprendere un viaggio. Marinaj e pescatori colle loro famiglie,
si frammischiavano a questi belligeri pellegrini, rendendo così più
pittoresca la scena.

Gli sguardi della folla erano rivolti ora su due piroscafi ancorati a
poca distanza dal lido, e che, colla colonna di fumo che sprigionavano,
mostravano d’esser pronti a salpare; ora sulla strada che, costeggiando
il mare, da Quarto conduce a Genova; questa strada era animata da
numerosi viandanti che a due, a quattro, a sei per volta arrivavano
a passo celere e si arrestavano sulla spiaggia dinanzi a Quarto,
mischiandosi colla folla. Anche costoro ad ogni tratto si volgevano e
guardavano cogli altri.

Tutti aspettavano il generale Garibaldi.

Roberto e Valentino se ne stavano seduti l’uno accanto l’altro, fumando
le loro pipe di gesso. Valentino indossava la sua vecchia assisa di
Cacciatore delle Alpi; un farsetto bruno di tela coi paramani color
verde, un berretto di panno con sopravi cucita la cornetta, e calzoni
bigi stretti alla caviglia entro uose di cuojo.

Roberto, tranne i calzoni che portava simili a quelli di Valentino,
nulla aveva che lo indicasse soldato.

— Sicchè Valentino, si parte o no?

— Ah! questa volta si parte di sicuro.

— È un pezzo veh! che ci tengono sulle spine... Guarda quanto tempo
siam restati a Genova colle mani in mano!

— Tanto tempo? Sei curioso davvero, Roberto! Tanto tempo! Ma credi tu
che spedizioni di questa fatta siano cose facili come bere un ovo?

— Capisco! Ma la è una eternità...

— Per noi che bruciamo per la smania di andarcene, è naturale! Ma
adesso è inutile pensare al passato; ora si parte... finalmente!

— Quanto tarda il generale!

— Come puoi dire che tarda?... Ha forse fissata l’ora precisa?
Trovatevi a Quarto verso sera, ci ha mandato a dire, ma l’ora non l’ha
fissata...

— Oh! quando sarò in alto mare! sclamò Roberto, emettendo un lungo
sospiro.

— Capisco cosa vuol dire quel tuo sospiro! rispose Valentino, traendo
dal petto un altro sospiro ancor più lungo. Ma non pensiamo a queste
cose, Roberto... Fra mezz’ora tutt’al più saremo in mare... e allora...
avremo altro a fare... Vedi!... i vapori fumano alla più bella...
Vorrei sapere su qual dei due mi imbarcherò...

— E sull’uno, o sull’altro per me è tutt’uno.

— Anche per me...

— Quello là a destra è il _Lombardo_, vero?

— Sì, lo comanda Bixio, che è un marinajo consumato... Garibaldi
comanderà quell’altro là, il _Piemonte_...

— E Federico non si vede ancora? chiedeva Roberto guardando verso
Genova.

— Chi sa se verrà qui... Lui, lo sai, resta...

— Lo so, lo so,... partirà dopo con Medici. Però mi ha detto jeri che
sarebbe venuto ad accompagnare il generale... A proposito! Mi diceva
jeri Federico, che quel vapore là...

— Il _Lombardo_?

— Sì, il _Lombardo_, è quello stesso su cui nel quarantanove egli è
tornato dopo la spedizione di Roma...

In quella si udì un _hurra!_ prorompere dalle bocche di tutti, e una
salva di battimani. Tutti gli astanti si volsero verso la strada,
alzandosi sulle punte de’ piedi per veder meglio. Roberto e Valentino
balzarono sul sasso su cui sedevano:

— È lui... è lui... Viva Garibaldi!

— Viva Garibaldi! gridò replicatamenle la folla.

Pochi minuti dopo il tratto di mare tra la spiaggia e i due
piroscafi era solcato da innumerevoli barchette, gremite di volontarj
garibaldini; fra queste distinguevasi una sdruscita barca peschereccia
entro cui vedevansi ritti Türr e Sirtori, e in mezzo a loro Garibaldi,
che salutava agitando il cappello la folla plaudente e i suoi amici
accalcati sulla spiaggia.

Tutte quelle barchette circondarono i piroscafi; i garibaldini,
arrampicandosi sulle corde, in un attimo furono a bordo. Valentino e
Roberto salirono insieme sul _Piemonte_.

S’intesero due acutissimi fischj; poi il suono della campanella, e i
vapori si mossero. La folla mandò un ultimo grido di addio; con altre
grida risposero i garibaldini dai piroscafi, che in breve si perdettero
tra le ombre che erano già calate sul mare.

Dio vi accompagni o giovani, onore d’Italia!


Ci siano intanto permesse due parole su Garibaldi dall’epoca di
Villafranca in poi.

Garibaldi che, alla testa de’ suoi Cacciatori delle Alpi aveva
esercitata un’influenza tanto decisiva sul modo con cui vennero aperte
le operazioni nella campagna del cinquantanove, all’epoca della pace di
Villafranca trovavasi presso i passi del Tirolo meridionale, ed aveva
il suo quartier generale a Lovere, sul lago d’Isèo.

Garibaldi, dopo la conclusione della pace, essendosi manifestato ne’
suoi volontarj (com’era naturale) un vivo desiderio di far ritorno a’
loro domestici focolari, fino dal 19 luglio, gli aveva confortati a
restare, per qualunque evenienza, sotto le armi.

Le sue idee erano[15]; che l’Italia non dovesse darsi in braccio alla
diplomazia; che non dovesse accettare quella soluzione qualunque con
cui la diplomazia europea volesse imbrigliarla; che dovesse agire di
proprio impulso, senz’altro rispetto alla diplomazia, se non quello di
attraversarle la strada, di modo che tutt’al più essa fosse tratta a
rimorchio dai fatti compiuti.

Per l’Italia non esservi che una meta ed una via; meta, l’Italia una
sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele; la via, avendo
Napoleone colla pace di Villafranca separata la sua causa da quella
d’Italia, essere altrettanto sicura quanto chiaramente disegnata. Gli
Italiani, da sè, dovevano spingere la rivoluzione più a mezzogiorno;
(a mezzogiorno, non ad occidente, onde non disturbare il Piemonte dal
suo riposo necessario, e quindi non usare delle forze piemontesi per
la rivoluzione italiana) colle truppe che l’Italia centrale avrebbe
potuto organizzare. S’intende da sè che tali forze non risultavano
semplicemente dall’Italia centrale, e molto meno potevano rimanere
dell’Italia centrale, giacchè dopo la pace, come prima si rafforzarono
coi volontarj d’ogni angolo d’Italia.

Senza aver la pretesa di dichiarare esser queste proprio le idee di
Garibaldi, diremo che il Rüstow pare non si scosti gran fatto dalla
realtà.

Ma la diplomazia, e Napoleone (il quale dopo la pace di Villafranca
pare non abbia separato niente affatto la sua dalla nostra causa, come
lo provano la partenza della flotta francese da Gaeta, e il successivo
riconoscimento del regno d’Italia) non ne vollero sapere di inforcare
il focoso puledro della rivoluzione, chè alle volte.... Preferirono il
tardo ma docile ronzino della diplomazia, e memori del proverbio: chi
va piano va sano, procedettero trotterellando, invece di correre di
buon galoppo.

Eppure Garibaldi diede splendide prove di equitazione, percorrendo
di carriera le Due Sicilie in groppa a questo focoso puledro, senza
inciampare, nè perder le staffe mai!

Garibaldi, il principio d’agosto, fu chiamato nell’Italia centrale,
ove da principio doveva assumere il comando supremo di tutte le truppe
colà scaglionate. Con ordine del giorno datato da Bergamo (11 agosto),
il generale si congedò da’ Cacciatori delle Alpi; partì alla volta di
Livorno, ove giunse il 15, e di là si recò a Firenze, poi a Modena, e
quindi nelle Romagne.

In quel frattempo[16] (19 agosto) ebbe luogo una riunione di
deputati delle quattro province, anche delle Romagne, nella quale si
intavolarono i preliminari per la formazione di una lega militare; ai
3 di settembre questa lega venne ratificata per la Toscana, Modena e
Parma, mentre per il momento la Romagna restava ancora esclusa.

Nella camera dei deputati a Modena era stato in pari tempo scelto il
generale Fanti, e ad esso, non a Garibaldi, venne offerto il comando
supremo dell’armata dell’Italia centrale; comando che egli tosto
accettò, prendendone possesso con un ordine del giorno (24 settembre).

Garibaldi venne nominato generalissimo in secondo, e la cosa non si
potè altrimenti comporre che coll’attribuire a Fanti in modo speciale
la direzione del ministero della guerra, mentre Garibaldi sarebbe
stato il vero comandante delle truppe nelle operazioni che, sia in
senso difensivo, sia in senso offensivo, si dovessero intraprendere
dall’Italia centrale verso il mezzodì. Ad onta di ciò era difficile
che altri potesse illudersi circa il carattere della nomina di Fanti,
contromina del partito diplomatico, al quale egli stesso apparteneva,
e disposta all’effetto di paralizzare Garibaldi, e mantenere tranquilla
l’Italia centrale, in attesa delle determinazioni della pace di Zurigo,
e del congresso che, speravasi, le avrebbe tenuto dietro.

Garibaldi e Fanti, già divisi per ragione di partito, lo erano ancora
più per le loro nature, e le loro viste militari; all’anima, al fuoco
di Garibaldi, per il quale non v’ha rischio che appaja soverchio (senza
ch’egli si stacchi un dito dalla più oculata prudenza, benchè in sulle
prime non paja), contrapponevasi il freddo calcolo di Fanti; all’ardito
condottiero de’ Corpi franchi, il soldato regolare, che tutto misura
col compasso e colla squadra, e che alla sola vista delle camicie rosse
sentesi il mal di mare.

Fanti poteva giovare assai all’idea che era destinato a rappresentare,
e che infatti rappresentò, cioè, che l’Italia centrale aveva bisogno di
quiete per un efficace e durevole organamento militare.

L’Italia centrale aveva al principio di settembre, circa 20,000 uomini
sotto le armi, la maggior parte dei quali erano volontarj, senza una
_ferma_ determinata. Per tutte le vicende della guerra non poteva
quest’armata misurarsi con una truppa regolare bene organata; non
era un’istituzione che fosse calcolata per durare. Fanti oltre a ciò
trovava che l’armata dei volontarj difettava d’armi, d’attrezzi ecc.;
e a ciò si doveva provedere. Finalmente anche l’effettivo non era
soddisfacente, e per quanto potesse essere grande l’entusiasmo della
gioventù dell’Italia settentrionale e centrale, è chiaro che su tali
fondamenti non si poteva erigere un durevole edifizio, e che ad un
vecchio soldato la coscrizione piemontese doveva sembrare un fondamento
assai più sicuro[17].

Finalmente potevasi anche dire: mentre ogni tendenza del movimento
dell’Italia centrale è verso l’annessione al Piemonte, non è opera
assennata il sistemare sul modello piemontese le truppe ivi raccolte?

Garibaldi nulla aveva da opporre a tutto questo se non la fede
nel successo, la fede della gran causa italiana, alla quale aveva
consacrata tutta la vita: la fede nel coraggio e nell’amore de’ suoi
volontarj, cose tutte che le nature fatte col regolo sono avvezze a
chiamare illusioni...

Non è quindi meraviglia se questi due uomini, per le loro differenti
attitudini, fino dal primo momento venissero reciprocamente a dissensi,
che di giorno in giorno più inasprirono.

Garibaldi, il 28 ottobre, assunto il comando supremo dei volontarj
raccolti nella Romagna (provincia insorta, non ancora unita alle
altre tre cogli stessi legami, e quindi in diritto di trasportare
l’insurrezione sull’attiguo territorio pontificio) credette giunto
il momento di strappar di dosso al papa gli ultimi lembi del poter
temporale.

La conclusione della pace di Zurigo, fu l’ostacolo che la diplomazia
gli gettò dinanzi, acciò non potesse progredire.

Napoleone acconsentì che anche Toscana si unisse al resto dell’Italia
libera; ma chiese il sacrifizio di Garibaldi, il quale, amareggiato
dalle continue lotte che doveva sostenere col partito della diplomazia,
rinunziò al comando (14 novembre), e si ritirò nella solitaria sua
Caprera. Ma il grand’uomo, prima di lasciar la terraferma, avvertì con
un suo proclama gli Italiani che la politica la quale inceppava i passi
di Vittorio Emanuele, doppiamente li obbligava a serrarsi intorno al
re; egli stesso sarebbe senza indugio ritornato al suo posto, appena il
re avesse chiamati i suoi soldati alla guerra di redenzione.

Molti de’ suoi fedeli compagni, imitarono l’esempio del loro generale,
e abbandonarono l’armata dell’Italia centrale.


Sulla punta occidentale dell’isola di Sicilia, dietro il Lilibeo,
sorge Marsala, coronata di bastioni, e specchiantesi nel porto; scalo
frequentato dai navigli che percorrono il Mediterraneo da Oriente
a Occidente, toccando Malta. Questo porto era anticamente molto più
ampio e frequentato, ma venne in parte turato nel 1532, onde chiudervi
l’accesso alle galee dei corsari turchi che infestavano quei mari.

Circa alle 9 antimeridiane dell’11 maggio 1860, due legni inglesi da
guerra, l’_Intrepido_, (capitano Marryat) e l’_Argo_ (capitano Ingram)
provenienti da Palermo, giungevano dinanzi a Marsala. L’_Intrepido_
gettò l’áncora a un miglio circa dal fanale ove termina il molo, e
l’_Argo_ (che doveva fermarsi a Marsala tre o quattro giorni) due
miglia più in là, ove il fondo offre più sicuro ancoraggio.

Per qual motivo que’ due navigli erano venuti a Marsala?

Eccolo. Il generale borbonico comandante quel distretto, aveva
disarmate le popolazioni col pretesto che i dintorni erano infestati
dai briganti (così, col linguaggio solito dei governi _bene
costituiti_, venivano da quel generale chiamati gli insorti condotti
da Rosolino Pilo e da altri patrioti). Alcuni Inglesi, negozianti
di vino e residenti in Marsala, avevano dovuto essi pure consegnare
le loro armi al generale borbonico, protestando però contro quella
soperchieria: chè (dicevano essi con tutta ragione) se è vero che siamo
minacciati dai briganti, è una ragione di più perchè ci siano lasciate
le armi.

Fiato perduto! Le armi furono sequestrate.

Allora que’ sudditi inglesi, a mezzo del loro vice-console Cossins,
chiesero protezione al capitano Cochrane che dimorava a Palermo; e
costui spedì tostò a Marsala le due navi da guerra.

I capitani Marryat e Ingram, coi loro uffiziali, si recarono nelle
loro lance a terra, indi, incontrato il vice-console Cossins, in sua
compagnia si portarono dai loro connazionali negozianti di vino, onde
trattare l’affare del disarmo.

Mentre discutevano, ecco sopragiungere un Inglese, il quale disse
alla brigata che si avanzavano due vapori dal nord-est, inalberando
bandiera sarda (allora dicevasi così). Tosto la comitiva salì sopra
un’altura, e di là, con un telescopio, poterono distintamente vedere i
due _stheamers_, il più piccolo dei quali rimorchiava un battello, il
che ci fece credere essere questo di un piloto tolto da terra, cammino
facendo.

I due vapori[18] non mostravano la menoma esitazione nell’approdare;
girarono intorno la prora dell’_Intrepido_, dirigendosi verso il molo,
ove giunsero circa alle 2 pomeridiane.

Il primo entrò felicemente; era il _Piemonte_ comandato da Garibaldi;
l’altro il _Lombardo_ diretto da Bixio, arenò a circa centocinquanta
metri dalla spiaggia.

In quel punto comparvero tre legni napolitani, i quali incrociavano
tra Marsala e Mezzara (piccola città verso il sud, lungi circa
dodici miglia dalla prima): erano lo _Stromboli_ ed il _Capri_, che
rimorchiava una fregata a vela. Queste navi erano già a sole sei miglia
dai Vapori sardi.

Intanto il _Piemonte_ aveva già sbarcate le persone che aveva a bordo;
erano uomini ben armati e disciplinati; appena toccata terra, tosto
si ordinavano in compagnie e colle carabine in ispalla marciavano in
perfetto ordine.

L’altro Vapore però che erasi arenato, dovendo sbarcare la sua gente
col mezzo di barchette, non era ancor riuscito a metterne fuori più di
un quarto; quando i legni napoletani vi furono sopra a tiro di cannone.

Io (scrive il capitano Marryat) aveva già consigliato i proprietarj
di alcuni _schooners_ inglesi a condurli fuori del porto, credendo
corressero pericolo di trovarsi in mezzo al fuoco; ma non si potè
seguire il mio consiglio perchè non fu possibile far movere gli
_schooners_, per l’assoluta mancanza del vento.

I legni napoletani non fecer fuoco; lo _Stromboli_ calò in mare
una lancia, e mandò un uffiziale verso i Vapori sardi; ma percorsa
appena la metà della distanza che lo separava da quelli, la lancia
retrocedette a tutta forza di remi. Eravamo in questo momento sicuri
che il fuoco comincerebbe, ma con nostra sorpresa, ecco che lo
_Stromboli_ spinge la prora verso l’_Intrepido_, invece di avvicinarsi
alla spiaggia ed impedire che continuasse lo sbarco.»

L’ufficiale che in assenza del capitano comandava in quel momento
l’_Intrepido_, venne chiamato a parlamento dal capitano Caracciolo
dello _Stromboli_, e richiesto se fra le truppe sbarcate ve n’erano di
inglesi; l’uffiziale rispose che no; ma soggiunse che i due capitani
dei due legni inglesi e alcuni dei loro uffiziali erano a terra.

In questo frattempo tutti i garibaldini erano sbarcati. Scoccavano le
quattro.

I capitani Marryat e Ingram, ed il vice-console Cossins, si recarono
tosto a bordo dello _Stromboli_, il cui capitano dichiarò loro che
era obbligato a far fuoco sugli sbarcati, promettendo che avrebbe
scrupolosamente rispettata la bandiera inglese ovunque la vedesse
sventolare. E il fuoco cominciò.

Il capitano non mancò di scusarsi per la poca elevazione ch’ei dava a’
suoi projettili, dicendo che era suo desiderio risparmiare la città, e
solo colpire gli insorti che marciavano dal molo verso quella.

La fregata napoletana, staccatasi dal _Capri_ dal quale era tratta
a rimorchio, trasse una bordata di projettili, ma inutilmente chè i
garibaldini erano già al sicuro dietro le mura di Marsala.

Il capitano Marryat, ritornato a bordo dell’_Intrepido_, vi trovò un
uffiziale dello _Stromboli_. Era venuto per chiedere all’Inglese di
spedire di comune accordo una lancia verso i legni sardi per intimare
loro di arrendersi. Era chiaro che l’uffiziale napolitano voleva,
coperto dalla bandiera britannica, accertarsi se quelle navi erano
vuote o no. Nel primo caso egli non avrebbe corso rischio alcuno, nel
secondo avrebbe avuto il vantaggio di essere moralmente assistito nella
resa che si voleva intimare. Il capitano Marryat vide il laccio, e
seppe schivarlo rifiutandosi.

Allora i Napolitani spedirono alcuni battelli equipaggiati ed
armati verso i navigli sardi; e riconosciutili abbandonati, se ne
impossessarono, abbassando tosto la bandiera italiana. Erano le 6
pomeridiane.

Il capitano Marryat, levò l’àncora onde recarsi tosto a Malta e di là
spedire la notizia dell’accaduto all’ammiragliato inglese. Però, prima
che partisse, il capitano Ingram pigliò coll’_Argo_ il posto lasciato
dall’_Intrepido_, onde comunicare più facilmente colla città, ed essere
in miglior posizione di proteggere gli interessi dei sudditi inglesi
stabiliti a Marsala.


Garibaldi, disposto in fretta in fretta il suo piccolo esercito, e
occupati gli avamposti dalla parte del mare, fece affiggere sulle
mura della città due proclami, uno alle truppe napolitane, l’altro ai
Siciliani. Quest’ultimo diceva:

      Siciliani

  «Vi ho condotto un pugno di bravi, accorsi al grido eroico della
  Sicilia, sopravissuti alle battaglie lombarde. Eccoci presso di
  voi. Noi non domandiamo altro che l’affrancamento della patria.
  Siamo tutti uniti. Allora l’impresa sarà facile e breve. All’armi!

  «Chiunque non afferra un arme, è un vile, un traditore della
  patria.

  «Che la mancanza d’armi non sia un pretesto. Avremo dei fucili,
  ma in questo momento ogni arma è buona nelle mani d’un bravo.
  I municipj penseranno ai vecchi, alle donne, ai fanciulli
  abbandonati. All’armi dunque! La Sicilia insegnerà una volta di più
  al mondo come un paese si libera da’ suoi oppressori per la volontà
  di un popolo concorde.

                                                    =G. Garibaldi.=

Roberto e Valentino erano sbarcati tra i primi dal _Piemonte_. Il
giovane pittore, pallido e sbattuto pel mal di mare che durante il
viaggio non gli aveva dato un istante di tregua, appena ebbe posto
piede a terra, si inginocchiò e la baciò; poi rizzatosi stirò le
braccia e le gambe ingranchite:

— Ah! finalmente ho i piedi in terra!» sclamò mandando un lungo
sospiro. Non dondolo più come un ubbriaco... Ora perdio! mi sento
un altr’uomo...» Così dicendo impugnò con ambe le mani la carabina
per la canna e la fece roteare intorno alla testa con rapidi giri di
mulinello, per meglio snodare le braccia.

Valentino taceva; guardava trasognato la città, il mare, i vascelli,
i compagni; gli pareva sognare. Ma a trarlo dalla sua estasi, gli si
accostò il general Türr, seguito da un uffiziale:

— Animo giovinotti!... qui con noi...» Così detto, si incamminò
celeramente verso la città. Valentino e Roberto, postesi in ispalla le
carabine, seguirono tosto il generale ungherese e l’uffiziale.

Mentre salivano verso un’altura, Roberto guardò di traverso il
taciturno amico, e al vedere quella ciera attonita, non potè a meno di
ridere.

— Che diavolo hai, Valentino! gli disse. Sembri un uomo dell’altro
mondo?... Si può sapere a cosa pensi...

— Penso, rispose l’altro con voce bassa, che tutto quello che è
successo non è... non è cosa naturale... Prima di tutto ti dirò che
Garibaldi non è un uomo... Non voglio bestemmiare dicendo che è un
Dio!.... non istà bene... però... però... è un fatto che egli è qualche
cosa di più degli altri uomini... Non è la prima volta che mi trovo con
lui...; l’ho veduto far cose che... Ma questa qui le vince tutte....
Poi tutti i contratempi che sono successi in viaggio, invece di far
danno hanno giovato... Insomma, povero pescatore come sono, io non
credo un’acca a tutte le fandonie che certi preti, e certi bigotti ci
vogliono dare a bere, però la mia religione, quella che fa del bene a
noi e agli altri, quella di mio padre, l’ho qui nel cuore...

— E così?

— E così nessuno mi caverà dalla testa che questa spedizione è stata
protetta dalla Providenza... Bisognerebbe esser cieco per negarlo...
Punto primo, ad Orbitello, quando nessuno se lo immagina, Garibaldi
manda giù a terra... (e segnava Türr col dito) a cercar munizioni...
E lui (e replicava il gesto) torna indietro colle munizioni, e con
quattro cannoni per giunta...

— Ma se ti ricordi, Garibaldi in quell’occasione si mostrò a bordo
vestito da generale piemontese; volevi tu che il comandante d’Orbitello
avesse a dir di no ad un generale del re?

— Lasciamo andare!... Poi, mentre si andava cheti come olio, ecco quel
matto che si butta in mare... Il _Piemonte_ si ferma; si lascia giù
una lancia e si manda a pescare quel povero diavolo, e là si perde
un’ora di tempo. Poi ci passa vicino quel brigantino a vela;... Te
ne ricordi? Che fa Garibaldi? Chiama il capitano del brigantino e
gli dice: Dove andate! — A Genova — Bene! direte ai nostri amici che
Garibaldi è sbarcato felicemente» e gli butta un pane in cui c’era una
lettera. Capisci? un uomo come un altro non le dice le cose con tanta
sicurezza... Ma Garibaldi sapeva già come la doveva finire; forse lo
sapeva fino da quando era a Genova; come sa di sicuro (ci giuoco la
testa) quello che succederà domani, doman l’altro, tra una settimana
tra un mese....

— Questo poi...

— La è così... te lo dico io! (rispose Valentino con tale accento che
dinotava in lui una fede cieca, a tutta prova pel suo condottiero). Ma
andiamo innanzi. Il matto, che voleva annegarsi ad ogni costo, torna
a buttarsi in mare... Un altro avrebbe detto: se ha questo capriccio,
se lo soddisfi... peggio per lui. Ma il generale, no, fa fermare una
seconda volta il Vapore, e perde un’altra ora di un tempo preziosissimo
per salvare quest’uomo.... Dopo siamo quasi in porto... crac! il
_Lombardo_ di Bixio si arena,... poi troviamo là gli Inglesi che non
vogliono che si incominci il fuoco prima che tutti i loro uffiziali,
ch’erano a terra, siano ritornati a bordo... Intanto sbarchiamo noi e
la roba.... Finalmente ci fanno fuoco addosso, senza nemmeno toccarci
un capello[19]. Quando siamo arrivati a Marsala erano le due, è vero?..
Ebbene! poco prima di mezzogiorno c’erano in città circa ottocento
soldati del re-bomba... Se strada facendo non si perdevano quelle due
ore nel salvare il matto, chi sa come la sarebbe andata la faccenda....
No, no; credilo a me, Roberto... Garibaldi non è un uomo come gli
altri...., o per lo meno è il Beniamino della Providenza.

Intanto erano giunti all’uffizio del telegrafo. L’impiegato, visto da
un finestrino avvicinarsi le quattro camicie rosse, prese la fuga.

I nostri entrarono nell’uffizio. Il tenente che seguiva Türr era stato
impiegato negli uffizj telegrafici di Genova; quindi, poste le mani sui
dispacci, lesse questo, diretto al comandante militare di Trapani: «Due
battelli a vapore, con bandiera sarda, sono testè entrati nel porto,
e sbarcano gente» Mentre l’uffiziale leggeva a Türr il dispaccio,
ecco arrivare la risposta: «Quanti sono? per qual fine sbarcano?»
Allora l’uffiziale garibaldino fa lui la risposta: «Scusatemi, mi
era ingannato. I due battelli a vapore sono bastimenti mercantili;
vengono da Girgenti carichi di solfo.» Pochi minuti dopo, il telegrafo
rispondeva da Trapani «Siete un imbecille» e buona notte.

Spezzati i fili telegrafici, Türr e i tre garibaldini ridiscesero a
Marsala.

Intanto gli altri uffiziali superiori, s’affrettavano ad ordinare i
volontarj in diversi corpi. Tra questi uffiziali distinguevansi: La
Masa, conosciuto per la parte brillante che ebbe nell’insurrezione
avvenuta in Palermo nel gennajo del quarantotto, come anche per
aver partecipato alla guerra d’indipendenza quale capo de’ volontarj
siciliani. Egli contribuì egualmente alla difesa di Messina contro
le truppe borboniche nel settembre del quarantotto. Durante il suo
esiglio, pubblicò alcuni scritti politici e storici, fra i quali un
racconto degli avvenimenti di cui fu teatro la Sicilia nel 1848 e
1849. Oltre a ciò, prevenendo col desiderio i presenti avvenimenti,
fin dal cinquantanove tracciò il disegno dell’insurrezione italiana,
prescrivendone le leggi e designando le milizie che dovevano
soccorrerla e svilupparla. Questo lavoro fu giudicato ricco di ottime
cognizioni pratiche; è l’abbozzo primitivo dell’organamento dei
Cacciatori delle Alpi.

Carini, Siciliano anch’esso, improvisò a Palermo un reggimento di
cavalleria, durante il periodo rivoluzionario del 1848 e 1849. Caduta
la rivoluzione, cercò servir nell’esiglio, non solo la causa della
Sicilia, ma quella di tutta l’Italia col suo _Courrier franco-italien_
che pubblicavasi a Parigi.

Stocco, Calabrese, è assai noto e popolare in quella parte d’Italia.
Nel quarantotto ei si mostrò uno dei più valorosi capi della
insurrezione calabrese, e fece in special modo prova di coraggio e di
abilità nel combattimento sostenuto ad Angitola; combattimento che durò
circa dodici ore, e in cui un pugno di Calabresi (circa quattrocento
cinquanta) fu visto lottare vantaggiosamente contro le truppe comandate
dal generale Nunziante, il quale sarebbe stato completamente disfatto,
se Stocco fosse stato soccorso in tempo dagli altri capi calabresi.

Cairoli, il cui fratello morì combattendo a San Fermo. Non appena
conobbe il progetto di Garibaldi, partì da Pavia, sua città natale, e
la stessa sua madre, allora in gramaglie per la morte del primogenito,
lo presentò al generale, mettendo a sua disposizione insieme al figlio
la somma di 30,000 franchi. Nobile famiglia!

Bixio, nome oramai popolarissimo e caro a tutti. Ferito a Roma nel
1849 accanto al suo amico Goffredo Mameli (gentil poeta, quanto prode
soldato, che morì sul Gianicolo per la gran causa italiana), fece parte
nel cinquantanove della legione comandata da Garibaldi, e fu in allora
uno dei più brillanti capi di battaglione. Marinajo espertissimo,
al pari di Garibaldi, rese importantissimi servigi alla spedizione,
assumendo il comando del _Lombardo_.

Orsini, già uffiziale d’artiglieria nell’armata napoletana, sostenne
l’insurrezione siciliana del quarantotto e fu uno dei principali
difensori di Messina nel settembre dello stesso anno. Nel successivo,
difese il resto della Sicilia contro i borbonici comandati dal generale
Filangeri. Obbligato a spatriare, prese servizio in Turchia in qualità
di colonnello d’artiglieria, ma al primo grido della rivoluzione
siciliana, accorse.

Anfossi, fratello di quell’Anfossi che perì gloriosamente ne’ cinque
giorni di Milano. Nullo di Bergamo che, lasciati gli agi e i lucri,
seguì fedele il generale, rendendo segnalati servigi alla causa, come
ne aveva già resi combattendo nel quarantanove a Roma, e dieci anni
dopo nei Cacciatori delle Alpi. Missori, secondo. Manara, Majocchi, la
cui devozione per la causa italiana può solo stare al pari colla sua
modestia; infine Türr, Sirtori, l’eroico difensore di Venezia, Giorgio
Manin, figlio del celebre dittatore veneziano, e altri di cui verremo
parlando in seguito, mano mano si svolgeranno gli avvenimenti.




CAPITOLO IX.

Calatafimi.

      Terran Pugliesi; Calabri e Lucani
    De’ gesti di costui lunga memoria
    . . . . . . . . . . . .
    E nome tra gl’invitti capitani
    S’acquisterà con più d’una vittoria
    . . . . . . . . . . . .

        ARIOSTO — _Orlando furioso_, Canto III.


Intanto tutt’Italia aspettava ansiosamente l’esito dell’ardita
spedizione. Sapevasi che Garibaldi era salpato da Genova, ma circa
il cammino che egli avrebbe percorso, correvano le voci più strane e
contraddittorie. A Milano, era un fermarsi per le vie ad ogni tratto
per chiedersi l’un l’altro novelle di Garibaldi e de’ suoi mille; il
popolo non parlava d’altro.

Finalmente giunse un telegramma che annunziava lo sbarco de’
garibaldini a Marsala, l’arenamento di uno dei due vapori, e qualche
altra notizia accessoria, incerta. Queste poche novelle convenivano
però tutte in questo, che i nostri erano sbarcati felicemente, senza
che vi fosse a deplorare una sol vittima.

Figuratevi quale doveva essere il chiacchierio nelle _scuole_
delle modiste, le quali se, generalmente parlando, simpatizzano
per l’uniforme militare in genere, andavano pazze per quelle de’
garibaldini, che non avevano viste mai (quelle rosse), e forse appunto
per questo. Naturalmente quelle fra di esse crestaje che avevano un
fratello, un parente, o un amico tra i volontarj di Garibaldi, in quei
dì trionfavano invidiate dalle compagne, che non ne avevano; e queste
ultime si vendicavano coi loro fratelli, o cogli amorosi, pungendoli
perchè erano rimasti qui a _passeggiar Milano_, ed eccitandoli, col
canzonarli, ad affrettarsi a partire almeno con Medici.

Dalia in quei giorni, nella scuola, era cresciuta in considerazione.
Le di lei compagne, le quali (a malgrado del macchiavellismo femminile
messo in opera da Dalia onde tener celato a tutti l’amor suo e chi ne
era l’oggetto) subodorato l’arcano della giovinetta, non le avevano
risparmiato i sarcasmi e le trafitture, avevano mutato vezzo, e
sopportavano in buona pace le frequenti punture che Dalia alla sua
volta rimandava loro, vendicandosi così dei dispetti divorati tante
volte in silenzio.

Ma il dì 19 maggio, un sabato, Dalia crebbe a dismisura nell’opinione
delle sue compagne. Mentre se ne stavano al solito chiacchierando in
giro alla tavola da lavoro, ecco entrare il portalettere, il quale
chiese alla maestra se certa Dalia *** era nel di lei negozio.

— Eccola lì, rispose questa levando gli occhi dallo scartafaccio dei
conti, e indicando la ragazza colla penna.

Il portalettere porse sorridendo una letterona alla fanciulla, che
la prese arrossendo. Tutti gli occhi delle astanti si appuntarono su
quella carta.

— Com’è grossa! sclamò una di esse.

— Da dove viene? domandò Dalia al portalettere.

— Viene da... Aspetti...» e ripigliata la lettera dalle mani della
giovinetta, esaminò il timbro postale sulla sopracarta, e compitando
lettera per lettera, rispose: Calata... Calatasi... Diavolo d’un
nome!... par turco! Poi per cavarsi d’impaccio senza dir bugie,
visto un altro timbro soggiunse. Viene da Genova. Indi temendo gli
rivolgessero altre domande indiscrete, per tagliar corto chiese
l’importo della lettera; importo che parve enorme (infatti era doppio,
perchè doppio era il volume della lettera), a Dalia in ispecie, la
quale sarebbe stata imbarazzata a soddisfarlo, se la maestra non
fosse venuta in di lei soccorso, sborsando del suo quel che mancava a
raggiungere la cifra della tassa postale.

Tale generosità da parte della maestra non sembrerà soverchia,
quando si consideri che quello era un giorno di paga, e che quindi
l’anticipazione, non era che di qualche ora; in secondo luogo anche
la maestra era donna, e forse meno forte delle sue scolare contro gli
assalti della curiosità.

Dalia, aprendo la lettera, assunse (benchè il di lei viso imporporasse
sempre più) una cert’aria d’importanza. Certo, avrebbe voluto riporre
la lettera, per poi leggerla nel silenzio della solinga sua cameretta,
lontano dalle compagne, le quali parevano suggere cogli occhi le
notizie contenute in quei fogli.

Dalia, benchè affettasse disinvoltura, in realtà era impacciata, e non
senza ragione. Non le conveniva cedere al desiderio manifestatole in
coro dalle sue compagne, di legger forte quella lettera, in primo luogo
perchè non sapeva leggere correntemente, sicchè avrebbe dovuto fermarsi
quasi ad ogni parola, ciò che ferendole l’amor proprio, le avrebbe
nociuto nella considerazione, e amareggiate le dolcezze dell’orgoglio
soddisfatto pienamente in quel dì, (tanto più che il darne la colpa
alla scrittura ingarbugliata dello scrivente, era pretesto magro
e insufficente). Oltrecciò temeva di ripetere inavvertitamente
qualcheduna delle tante espressioni amorose (una sola avrebbe bastato
per far ridere le maliziose compagne), colle quali Roberto soleva
ingemmare con disordinata profusione il suo carteggio.

Quest’ultimo riflesso era stato sì potente sull’animo di Dalia, da
farle respingere risolutamente tutti gli assalti che le davano le
compagne, che offrivansi a far da lettrici, tanto da carpirgliela
quella benedetta lettera... Ma a tutte quelle insidiatrici proposte,
Dalia aveva resistito gagliardamente, rispondendo, che se non era
franca nel leggere, non era però inferiore a nessuna di esse. Risposta
che non risparmiò nemmeno alla maestra, la quale con istudiata
bonarietà, si era offerta anch’essa a risparmiarle quella fatica.

La maestra, com’è naturale, offesa nell’amor proprio, e tanto più
offesa perchè Dalia aveva colto nel segno, ripicchiò, sostenuta
dalle allieve, le quali irritate dalla supremazia della compagna,
l’assalirono, scoccandole contro un nuvolo di frecce avvelenate,
alcune delle quali punsero Dalia sì al vivo, da farla prorompere per la
stizza, e per la vergogna in uno scoppio di pianto, a cui fecero eco le
risate delle astanti.

In questo entrò in bottega una vecchia signora, al cui aspetto tutte
le bocche si chiusero. Era costei la contessa Emilia ***; abitava il
primo piano di quella stessa casa, ove era amata e riverita da tutti
i casigliani, e perchè ricca, e anche perchè d’un’ottima pasta. La
maestra poi nutriva per lei una più sviscerata deferenza, chè la
contessa Emilia, modello delle avventore, pagava senza dilazione e
senza lesinare, com’è vezzo delle dame in generale.

La contessa, vedova già da un pezzo, con un nipote che aveva preso il
posto di un unico figlio morto di coléra nel cinquantasei. Era solita
passare la miglior parte dell’anno in una villa che unitamente ad
un podere, possedeva nel piano d’Erba, riparando a Milano l’inverno.
Ma in quell’anno aveva prolungata oltre il solito la sua dimora alla
capitale, trattenutavi dal suo avvocato, il quale le aveva dichiarato
essere la di lei presenza indispensabile per condurre a fine certi
litigi, che di causa in causa, duravano già da quasi mezzo secolo.

Appunto in quel giorno l’avvocato le aveva concessa licenza (così le
aveva detto sorridendo) di andarsene in campagna. Del che lietissima
la contessa, prima di salire al suo appartamento onde disporre il
tutto per la partenza, aveva voluto entrare dalla modista per lasciarle
certe commissioni di non so quali cuffie che le si dovevano a suo tempo
spedire alla campagna.

La maestra al comparire della contessa, si era tosto levata offrendole
una sedia; le _madamine_ avevano tutte simultaneamente chinate le
teste, come spiche al buffo del vento.

La contessa Emilia, che prima di lasciar Milano voleva approvigionarsi
di notizie, date che ebbe le commissioni per le cuffie, e fissato colla
maestra il modo più sicuro di inviargliele sane e salve, chiese che ci
fosse di nuovo:

— Nulla, signora contessa, almeno ch’io sappia... le rispose con tutta
dolcezza la maestra.

— E di Garibaldi?

È a notarsi che l’eccellente dama, per un fenomeno che di dì in dì si
fa men raro, voleva tutto il suo bene a quel grand’uomo del generale.

— Ma!... esclamò la maestra fissando Dalia, la quale in pari tempo
raccolse, senza alzar la testa dal lavoro, tutte le occhiate obblique
delle compagne.

— A quest’ora, ripigliò la contessa immergendo le dita in una piccola
tabacchiera d’argento, qualche cosa di nuovo in Milano si dovrebbe
sapere. Si sa che sono sbarcati a Marsala; si sa che è partito....
per... Non mi ricordo più il nome di questo paese...

— Quella tosa là dovrebbe saperlo..., disse la maestra indicando Dalia.

La contessa Emilia si volse verso la giovinetta, sorridendole
graziosamente al suo solito.

— Fammi il piacere, Dalia, proseguì la maestra con affettata dolcezza,
dì quello che sai, qui alla signora contessa...

Vi lascio immaginare la confusione della povera ragazza, la quale se
resisteva energicamente quando la trattavano colle brusche, ammolliva e
cedeva subito presa colle buone. Cavatasi dal seno la lettera (che non
aveva ancor letta per puntiglio, benchè si struggesse di farlo) si alzò
e si avvicinò alla contessa.

— Che cara creatura!... come è bellina!... sclamò questa, contemplando
la giovinetta e fermando gli occhi su quelle magnifiche trecce.
Guardate, guardate che stupenda capigliatura! Quel peso lì alla testa
ti deve dar fastidio, eh! la mia tosa?

Dalia, sorridendo, accennò col capo di no.

La maestra guardò svogliatamente in istrada, battendo rapidamente
pel dispetto il piede sullo sgabellino. Le altre ragazze si sarebbero
volontieri scagliate sulla povera Dalia, e le avrebbero strappati tutti
i capelli, tanto invelenivano.

— Sentiamo un po’ queste novità, la mia bella... Come ti chiami?

— Dalia.

— Dalia?... che nome curioso! E, dì un po’, chi è che te le manda
queste novità?

Dalia abbassò il capo, e si fece di fuoco; avrebbe voluto scappare,
ma le gambe le tremavano, senza aver forza di moversi. La maestra
sorrise affettatamente mordendosi le labbra; le allieve finsero fare
sforzi inauditi per trattenere le risa, ma a queste surrogarono certi
sibili, certi frusci, simili a quelli che fa la birra quando gorgoglia
e fischia intorno al turacciolo, tanto che la contessa Emilia, non potè
a meno di capire il latino, come si suol dire, e, ignara della scena di
prima, di sorridere anche lei, fiutando una presa di tabacco.

Dalia impallidì, girò un sguardo sì minaccioso sulla maestra e
sulle compagne, che queste non seppero sostenerlo, e, fattesi
serie, abbassarono gli occhi. La giovinetta, incontrata la dolce e
compassionevole guardatura della contessa, sentissi scorrere nelle vene
una tenerezza, confortatrice; all’ira tenne dietro un bisogno di sfogo,
che anche questa volta si disciolse in uno scoppio di pianto.

— Oh! oh! che c’è?... che c’è?... Cosa ti è successo la mia tosa? le
chiese la contessa intenerita.

— Solite smorfie... Non le badi... non le badi... disse sprezzantemente
la maestra. Anzi... senti, la mia cara Dalia (e disse quel mia cara
coi denti serrati), per evitare che queste scene abbiano a succedere
un’altra volta è meglio che... che tu rimanga a casa tua. Qui si viene
per lavorare, non per piangere...

Dalia, soffogata dall’umiliazione e dall’angoscia nulla rispose; ma
levatasi, d’un balzo afferrò il suo sciallo e se lo gettò sulle spalle;
indi, preso il cappellino, se lo acconciò alla bell’e meglio sulla
testa, annodando con fretta convulsa i nastri sotto il mento. Ciò
fatto, senza dire una sola parola, mosse difilata verso l’uscio... Ma
la contessa Emilia, andatale incontro, la fermò, ponendole una mano
sulla spalla:

— Fermati, la mia ragazza!... le disse con voce carezzevole, fermati...
Non istà bene pigliar le cose con tanto fuoco... Non è vero, proseguì
rivolgendosi alla maestra, che lei acconsente a tenerla qui ancora?..

— Veramente..., rispose la maestra facendo la preziosa, mentre in
cuor suo, sbollita già la stizza, pentivasi d’aver licenziata Dalia,
la più abile tra le madamine del suo negozio. Veramente... con
quel carattere così superbo... Quando si è poveri come Giobbe, la
superbia bisognerebbe lasciarla dietro l’uscio... Però... però... per
riguardo a lei, signora contessa, che da tanti anni mi onora delle sue
commissioni... Basta non se ne parli più... Dalia, torna pure al tuo
posto.

Ma Dalia restava immobile, cogli occhi bassi e il labbro fremente. Un
lampo iracondo balenò negli occhi della maestra... Uh! se non c’era lì
la contessa!... Ma questa, presa amorevolmente per un braccio la fiera
fanciulla, pian piano la ricondusse al suo posto, dicendole con un
garbo tutto materno:

— Andiamo, andiamo!... Si è già detto che quel che è stato è stato,
dunque... Una bella ragazza come tu sei, deve mostrarsi docile
bonina...

— Vieni qui, vieni qui, Dalia! le susurrarono in coro facendole posto
le compagne, le quali, per uno di quei rapidi mutamenti tanto frequenti
ne’ cervelli femminili, le avevano ridonata d’un tratto la loro
simpatia.

Dalia, commossa, cedette, e levatosi lo scialle e il cappellino,
sedette al suo posto, e riprese il lavoro.

— Così va bene! disse la contessa, soddisfattissima d’aver dispersa la
bufera di cui essa, benchè involontariamente, era stata l’origine. Così
va bene! brava tosa! Però, ripigliò sorridendo e accarezzando le bionde
trecce della fanciulla, ti avverto che non ho rinunciato al desiderio
di aver quelle tali notizie... Anzi, se lei lo permette (e si rivolse
alla maestra) condurrò di sopra con me questa ragazza; così le darò
quei tali fiori che le ho detto per le cuffie, e nello stesso tempo
saprò quello che mi preme...

La contessa (avendo la maestra annuito con un inchino) pigliò Dalia per
mano e seco lei salì al suo appartamento. Giunti nel gabinetto, disse
alla fanciulla:

— Aspettami qui un istante, e torno subito... Vado a spogliarmi... Vuoi
far colezione con me?

— Grazie, signora contessa, ma non ho fame.

— Bene, bene.... fa come vuoi... Un minuto e sono da te.

Infatti poco tempo dopo la contessa, in abito casalingo, entrava nel
gabinetto, e sedeva presso la fanciulla:

— Ah! ora che siamo qui sole, spero che vorrai leggermela quella
benedetta lettera!... Chi l’ha scritta?...

Dalia sorrise arrossendo.

— Ho capito, ho capito! Ebbene che c’è di male?... La è d’un
garibaldino tuo amoroso?

La fanciulla, incoraggiata dal fare disinvolto della contessa, accennò
col capo di sì.

— È il tuo promesso sposo dunque?... Di che professione è questo tuo
giovine?

— È pittore.

— Pittore?... Ah! è di buona condizione dunque! tanto meglio, tanto
meglio!... E, dì, i tuoi genitori vedono di buon occhio...

— I miei genitori sono morti.

— Avrai qualcuno che ne farà le veci...

— No, signora contessa, rispose sospirando la giovinetta, sono sola
soletta al mondo.

— Oh poverina! sclamò la contessa pigliandola affettuosamente per mano.
Sì giovane, sì bellina... e sola!

— Sola.

— E questo giovane... Come si chiama?

— Roberto.

— E questo tuo Roberto...

— È solo anche lui come me.

La contessa Emilia contemplò un istante la fanciulla, poi, quasi
rispondesse a sè stessa, soggiunse:

— Ecco due poveri orfani... abbandonati da tutti... si incontrano... e
si vogliono bene... Uno s’appoggia all’altro... Vi volete proprio bene
davvero, eh?

— Oh! tanto... tanto!

— E siete poveri ambedue?

— Poverissimi. La s’immagini, signora contessa; io guadagno trenta
soldi il giorno...

— E lui?

— Lui, poveretto, lavorava quando poteva....

— E ti ha lasciata qui sola?...

— Doveva far così... L’ha chiamato Garibaldi sicchè...» e non compì la
frase che, anche piantata lì a mezzo, voleva dire: Quando è Garibaldi
che chiama, non c’è ragione che tenga.

— E tuo padre chi era?

— Non lo so. M’ha allevata da piccina uno zio, che, poveretto è morto
poco tempo fa nelle mie braccia... e in quelle di Roberto. Era un
vecchio soldato di Napoleone I... Ha fatte tutte le campagne, era
mutilato...

— Aveva qualche grado?

— Sicuro, rispose Dalia con un certo orgoglio, era capitano.

— Allora gli avranno data la pensione...

— Non ha voluto niente dai Tedeschi, il bravo uomo...

— Come si chiamava questo tuo zio?

— Il capitano Bernardo ***.

Questa volta toccò alla contessa di farsi rossa. Però, per nascondere
quell’indiscreta vampa che la richiamava ai beati tempi della sua
giovinezza, piegò il capo dalla parte opposta, col pretesto di
saturarsi il naso con una grossa presa di tabacco.

Poi ricompostasi immediatamente (a settant’anni è l’affare d’un
momento), ripigliò:

— Il capitano Bernardo ***! Ma io devo averlo conosciuto questo tuo
zio... Dì un po’, Dalia, era capitano dei Veliti, mi pare?

— Proprio dei Veliti...

— È lui, è lui senz’altro! seguitava la contessa fingendo di
raccapezzarsi a poco a poco, mentre invece, al solo udire il nome
del capitano, le era paruto vederselo dinanzi (come un certo dì,
in una certa occasione), ginocchioni a suoi piedi, giovane robusto,
innamorato, e nella sua splendida assisa.

— Raccontami, raccontami la sua storia. Tuo zio ve’! era... amico
strettissimo di quella buon’anima di mio marito...

— Oh! guarda mo’ che combinazione! sclamò Dalia, e, eccitata dalla
contessa, si fece a narrarle quanto sapeva della vita del capitano
Bernardo.

La contessa Emilia (il lettore se ne sarà già accorto) era stata ai
suoi tempi una donnetta galante; nè sarebbe giustizia il movergliene
rimprovero chè, come dice Foscolo de’ letterati, anche le donne vanno
giudicate a seconda de’ tempi in cui vissero. E appunto i tempi nei
quali la contessa era in fiore, non erano gran che severi in fatto di
costumi. Tutto era disordine allora, tutto era stato scomposto dalla
rivoluzione, sicchè non è meraviglia se anche la morale ne andasse un
pochino sconquassata.

La contessa era stata in grido di leggiadría, e molti vagheggini
avevano farfalleggiato intorno al lume de’ suoi begli occhi, come
dicevano gli Arcadi d’allora. Ma ciò che l’aveva resa di moda, tanto
che per un mese in Milano non s’era parlato d’altro, fu una certa
sua avventura, che noi pure racconteremo ai nostri lettori, anche per
seguire un precetto raccomandato agli scarabocchiatori non so se da
Longino, o da Alberto Lollio, di intercalare cioè, al racconto, quando
è lunghetto, qualche piacevole episodio.

Poche miglia fuor di Erba, a destra della strada che scende per risalir
tosto verso Longone, sorgeva (e sorge tuttora) la villeggiatura di un
ricco negoziante, il quale, rimasto vedovo, dato un calcio agli affari,
soleva passare in campagna i più bei mesi dell’anno in compagnia della
propria figlia.

Un giorno (un bel giorno d’ottobre) alcuni Milanesi villeggianti in
quei dintorni, passando a caso di là, videro su di un terrazzo attiguo
alla villa, e tutto ammantato di piante rampicanti, una leggiadra
giovane, la quale stava leggendo il giornale ad un rubizzo vecchietto
che sedevale al fianco.

— Che bella signorina! esclamò uno della comitiva.

— Graziosa davvero! soggiunse un altro.

— Che portamento disinvolto!

— Hai veduto che occhi lampeggianti?

— È un angelo! gridò il conte ***, giovane che godeva di molta
celebrità nel bel mondo d’allora, per la pazza foga con cui correva
dietro alle galanti avventure. Chi è quel vecchio?

— Dev’esser suo marito... gli rispose un tale che piccavasi di conoscer
tutto. Anzi lo è di sicuro.

— Peccato! esclamò il conte sospirando; lei sì giovane, lui sì
vecchio!... Così dicendo fermavasi fissando gli sguardi verso il
terrazzo; poi raggiungeva i compagni, per fermarsi di bel nuovo,
finchè, voltando la strada, l’ebbe perduta di vista.

Da quel momento il conte non ebbe pace; il suo pensiero era sempre
là, fisso sul terrazzo. Lei sì giovane, lui sì vecchio! esclamava
coricandosi; lei sì giovane, lui sì vecchio! andava ripetendo appena
desto.

Passò, ripassò per quella strada, e non sempre invano, chè qualche
volta gli venne fatto di rivedere la graziosa giovane, la quale,
non ostante il sesto comandamento, finì co’ suoi begli occhi,
coll’innamorarlo perdutamente.

Al solito, la passione del conte, crebbe cogli ostacoli, fra i quali
primeggiava il marito, immancabile come l’ombra del corpo di sua
moglie, innamovibile come il dio Termine.

Il conte usò tutti gli artifizj che la passione può suggerire
per communicare col suo idolo o a voce, o in iscritto, ma sempre
invanamente. Quell’originale di negoziante emerito viveva isolato come
un selvaggio, senza fare nè ricever visite, tantochè nessuno sapeva
dar contezza de’ fatti suoi. Che era riuscito a sapere il giovane
innamorato? Che la giovane aveva nome Emilia; null’altro!

Il conte fu lì lì per impazzirne. Finalmente, volendo riuscire a
qualunque costo, risolse di ricorrere ad uno stratagemma, disperato, se
volete, pericoloso, ma decisivo.

Il dopopranzo di una bella giornata, il conte, sdrajatosi nel suo
calesse, ordinò al cocchiere di portarsi su d’una collina, dalla cui
cima scende la strada su cui, circa un miglio in giù, s’apre la casa
di Emilia. Giunti sul colle, il conte disse al cocchiere di fermarsi,
e alzatosi, fissò quella casa con un cannocchiale, spiando se mai
comparisse la giovane o sulla porta, o alla finestra, o sul terrazzo.

Non andò guari che Emilia e il suo inseparabile compagno comparvero sul
terrazzo.

— Animo! gridò il conte afferrando il cocchiere per un braccio; una
frustata ai cavalli e giù di corsa...

— Giù di corsa? chiese attonito il cocchiere.

— Giù di corsa, sì... giù di corsa! strillò il conte, battendo i piedi
in modo che parve volesse sfondare la carrozza.

Il cocchiere ubbidì, maledicendo in cuor suo le stramberie del padrone,
e i cavalli partirono di galoppo.

— Giù, giù frustate... gridava il conte.

— Ma, signore, ci romperemo il collo... I cavalli mi piglieran la
mano... Si va già sì forte che...

Ma il conte per tutta risposta, strappata di mano al cocchiere la
frusta, la menò gridando come un invasato per dritto e per traverso
sulla groppa dei cavalli, i quali spinti anche dal peso del legno,
precipitarono di carriera, nonostante gli sforzi sovrumani del
povero cocchiere il quale, pallido pel terrore, coi capelli ritti (il
berretto, volatogli via di testa, rotolava anche lui giù perla china),
puntando i piedi, tirava a più non posso le redini.

Quando la carrozza fu a pochi passi dalla porta della casa d’Emilia,
il conte allungato il braccio, afferrò la redine del cavallo destro,
tirandola con una strappata. Il cocchiere cacciò un urlo; il legno
urtò violentemente contro uno degli stipiti della porta; un cavallo
stramazzò per terra. Il conte balzato in aria, ricadde sul lastrico
sotto la porta; e il povero cocchiere, balzato anche lui dal lato
opposto, calò di piombo sul collo di una lavandaja che stavasene
ginocchioni sul ciglio d’una roggia che fiancheggia l’altro lato della
strada. Cocchiere e lavandaja precipitarono nell’aqua, framezzo ad uno
stormo di anitre che scapparono schiamazzando e sbattendo l’ali.

Il vecchio negoziante, Emilia ed i domestici (alcuni dei quali corsero
in soccorso del cocchiere e della lavandaja) furono tosto attorno al
conte, che, fingendo d’esser svenuto, non capiva in sè per la gioja di
aver ottenuto il suo intento. Era presso il suo idolo!

Trasportato in un salottino terreno, venne adagiato su di un sofà.
Intanto che il fattore andava pel medico, Emilia, sorreggendo la testa
del conte, gli poneva sotto le nari essenze odorose onde richiamarlo
a sè. Finalmente aprì gli occhi, incontrandoli con quelli di Emilia,
che li abbassò tosto arrossendo. Venuto il medico, che abitava a pochi
passi di lì, visitò il conte e palpatolo ben bene, scoprì che una
costola era rotta. A quell’annunzio il conte fu lì lì per gettare le
braccia al collo al dottore e soffogarlo di baci, tanto era felice!..
Ma questo slancio di affetto si mutò repentinamente in odio feroce,
quando il medico (a fin di bene) ebbe detto: Però il signore è
trasportabile....

— Così presto? sclamò Emilia. No, no; non facciamo imprudenze...

— Certo, certo, soggiungeva il vecchio.

— Aspettiamo almeno qualche ora... proseguiva Emilia.

Il conte la ringraziò con una lunga occhiata. Partiti che si furono il
medico ed il vecchio, Emilia sedette a fianco dell’innamorato giovine,
il quale dopo poche parole dette con labbro tremante e con voce
interrotta dalla passione, presale una mano e strettala tra le sue,
coll’accento della più viva tenerezza le disse:

— Emilia!... cara Emilia!... io ti amo perdutamente....

La giovane non ebbe forza di ritirar la mano; investita, attratta dal
fluido magnetico che emanava dagli occhi del giovane, posò il capo
sulla di lui fronte infocata...

— Caro signor conte, si calmi... Adesso non è il momento... Guarisca
e poi... e poi discorreremo.... Così entrò a dire il vecchio, che
accompagnato il dottore, era rientrato, non visto, nel salottino.

A queste parole il conte restò come di sasso. Emilia si tolse
lestamente di là.

— Il marito!... costui mi strozza al certo! disse fra sè il conte
vedendosi solo col vecchio, il quale sedutoglisi al fianco sulla
seggiola abbandonata da Emilia, proseguì con voce pacata.

— Da bravo, signor conte!... Ora procuri di guarire... dopo
vedremo...; se ella vuol proprio bene alla mia Emilietta, per me
fin d’ora non mi oppongo... non le dico di no...

Il conte stupefatto, puntando sulle gomita, voltossi verso il vecchio
guardandolo fisso:

— Certo, certo, proseguiva quest’ultimo sorridendo; io non sono lontano
dall’acconsentire... purchè le vogliate proprio bene...

— Scusate, signore, balbettava il conte, io non capisco... voglio dire
che non so come voi...

— Io ho già prese le dovute informazioni sul conto vostro, o signore.
Ma sì!... So che siete d’ottima famiglia, che siete benestante..., un
po’ scappato... ma sono certo che in seguito non vorrete bene che ad
Emilia, vero?

Il conte guardava in giro pel salottino per sapere se sognava o se era
desto.

— Credete voi forse, continuava il vecchio sempre sorridendo
affabilmente, ch’io non mi fossi accorto che voi corteggiavate Emilia?
Oh! lo sapeva, vedete, lo sapeva!..

— Lo sapevate?

— Certo.

— E....

— E aspettava da voi, come si usa tra gente onesta, una domanda in
regola.

— Una domanda?

— Che voi, signor conte, (e il vecchio minacciava giocosamente
coll’indice) avete creduto bene di fare direttamente alla figlia e non
al padre.

Il conte all’udire che Emilia era la figliuola, non la moglie del
vecchio, fu in procinto di gettarsi dal sofà e fuggir via a precipizio
nonostante la costola sfondata. Però, da quel giovane ben educato che
era, si trattenne, e compostosi il meglio che seppe, pregò il vecchio
di lasciarlo solo per brev’ora chè aveva bisogno di riposo.

Il conte, sbollito quel primo corruccio del suo amor proprio che
ricalcitrava trovandosi preso nel laccio teso da lui ad altri,
richiamatisi in mente i begli occhi di Emilia, fatto riflesso che
quella ragazza alla fin dei conti, oltre all’esser leggiadra, era
onesta, d’ottima famiglia, e ricca per giunta, riconobbe che quella sua
scappata poteva tornargli utile. Così pensando e ripensando, a poco a
poco si addomesticò all’idea di un matrimonio, commendevole per tutti
i rapporti. Sicchè alla fine, alzatosi a sedere sul sofà, esclamò:
Giacchè siamo in ballo, balliamo... Già non c’è altro mezzo per
cavarmela onorevolmente.

Tre mesi dopo Emilia sposava il conte.

La contessa ascoltò con vivo interesse il racconto che Dalia le fece
delle avventure del capitano Bernardo, interrompendola nei passi più
patetici con un sospiro, collo stringer le labbra, coll’esclamare:
pover’uomo! pover’uomo!

— Ma, proseguiva quella buona signora, quelli erano tempi curiosi
davvero! Quante vittime, quanto sangue... e perchè? per chi? Almeno
adesso, se si fanno sagrifizj di vite e di denaro, sono a vantaggio
del paese nostro... Se non li goderemo noi questi vantaggi (già
bisogna lasciar tempo al tempo), saranno pei nostri figliuoli... Oh! a
proposito... Spero che adesso non avrai più difficoltà, e che sapremo
finalmente le novità che ti scrive il tuo pittore...

— La si figuri, signora contessa! s’affrettò a rispondere Dalia, e
spiegazzata la lettera, cominciò a leggerla ad alta voce. Roberto,
chiesto novamente perdono alla sua amica d’esser partito a di lei
insaputa (non c’era più bisogno, chè era già bell’e perdonato),
le narrava per filo e per segno tutto quello che era successo,
incominciando dal suo imbarco a Quarto e via via fino all’approdo a
Marsala.

— Questo la sapevamo già, disse la contessa. Va un po’ innanzi, la mia
tosa... di su quello che avvenne di poi.

Dalia continuò a leggere:

«Il 12, noi garibaldini e circa un centinajo di _Picciotti_ (li
chiamano così i volontarj siciliani, perchè mo, non lo so) verso le
quattro pomeridiane, lasciammo Marsala e ci incamminammo alla volta
di un sito detto Salemi. A poche miglia di Salemi, il generale fece
sonar l’alto. Era tempo!... non potevamo quasi reggerci in piedi per la
fame... Figurati, Dalia! dalla sera innanzi non aveva mangiato...»

— Povero giovane! sclamò la giovinetta.

— Povero giovane! ripetè la contessa. Robusti come si è a quell’età,
figurarsi se l’hanno a sentire la fame!... E Roberto, m’immagino, sarà
di buona bocca eh?

Dalia sorrise annuendo.

— Proprio come mio nipote Ernesto!... proprio come lui!... Si sa! sono
giovani e... Ma va innanzi mia cara, va innanzi.

«Noi facemmo alto ai piedi d’una fattoria che sorge a sinistra della
strada; la si chiama Rebingallo, e m’hanno detto che è proprietà di un
certo barone Mistretta di Salemi. Un brav’uomo ve’! tanto è vero che,
saputo che Garibaldi sarebbe passato da quelle parti, ci aveva spedito
incontro un suo nipote, il quale disse al generale che la fattoria con
tutto quanto conteneva era a nostra disposizione. Infatti in men che
nol dico zio e nipote (Dio li benedica!)....»

— Oh sì proprio! sclamò la contessa sorridendo e salutando que’ due
signori siciliani come se proprio fossero lì dinanzi a lei.

«... ci regalarono montoni, pollame, formaggio, pane, latte, farina,
vino... e che vino, Dalia! che vino.... (La giovinetta rise). Questo
Rebingallo è uno dei luoghi più pittoreschi ch’io mi conosca; ne
ho fatto uno schizzo così alla buona, chè c’è giusto il tempo di
dipingere!... Mentre dunque stavamo facendo onore a quel ben di Dio
(il generale mangiò con noi al solito, e alla buona) eccoti arrivare
un dei nostri, posto a sentinella sulla sommità della collina, colla
notizia che un corpo di regj si avvicinava al nostro bivacco. In un
attimo fummo sotto le armi; ma poco dopo, gli esploratori mandati dal
generale, tornarono a riferirgli che non si trattava di nemici, ma
bensì di una banda di insorti siciliani comandati dai due fratelli
Sant’Anna. Figuratevi se li ricevemmo a braccia aperte! Che begli
uomini, Dalia! Bruni di carnagione (già qui il sole tinge come il
carbone, e chi sa come concerebbe la tua pelle delicata e bianca come
il fior della magnolia).»

— Matto! esclamò arrossendo la giovinetta, poi seguitò:

«... colle barbe nere, e gli occhi ancor più neri; alti di statura,
forti, snelli... insomma bella e ardita gente. A proposito! intanto che
mi ricordo, sappi che appunto in quel giorno abbiamo fatto acquisto
di un cappellano. Ecco come fu la cosa. Poco prima che arrivassero i
fratelli Sant’Anna coi volontarj siciliani, venne al nostro bivacco
un frate francescano. Devi sapere, tra parentesi, che qui i frati
non assomigliano affatto ai nostri, e sono, generalmente parlando,
liberalissimi. Questo francescano (che è un bel giovane ricciuto e
dallo sgardo vivace) chiese del generale, il quale stava appunto
facendo bere il suo cavallo ad una fontana. Il frate va dritto a
lui e gli si inginocchia dinanzi sclamando «Mio Dio! ti ringrazio
d’avermi fatto vivere in un tempo, in cui doveva nascere il Messia
della libertà. Da questo momento giuro morire, se bisogna, per voi,
generale, e per la Sicilia[20]» Allora Türr gli disse: Volete venire
con noi? — Eccomi! rispose il francescano levandosi — Venite; venite,
gli disse Garibaldi, voi sarete il nostro Ugo Bassi[21]; eccovi intanto
un proclama che ho apparecchiato pei preti buoni; leggetelo e ditemi
il parer vostro. — Il francescano, lettolo, esclamò: Per me, non ho
bisogno d’eccitamenti... Sono già vostro...; lo serberò per quei preti,
la cui fede nella santa causa, ha bisogno d’essere sostenuta[22].
Questo francescano ha nome padre Giovanni Pantaleo ed è del convento di
Santa Maria degli Angeli di Salemi, ove insegnava filosofia.»

— Che avessero a diventar buoni cittadini anche i frati e i preti!
sclamò Dalia.

— Eh! la mia ragazza... Io non spero tanto... Sono al mondo da un
pezzo e so per prova che... Basta! in questi giorni ne vediamo di così
strane!... Ma continua». Dalia obbedì:

«Intanto i fratelli Sant’Anna e gli altri capi che erano con loro[23]
diedero ragguagli al generale sullo stato in cui si trovava la
rivoluzione nell’isola, chè, a dirla schietta, noi non ne sapevamo
nulla. Per loro mezzo dunque si seppe che la rivoluzione in Sicilia
si riduceva a poca cosa, cioè ad alcune bande armate, sfuggite ai
combattimenti di Palermo, di Monreale e di Carini, le quali battevano
la campagna, senza però che si sapesse con precisione ove fossero. Si
seppe però che Rosolino Pilo e Corrao (due bravi ed intrepidi patrioti)
erano alla lor testa e che la Sicilia era disposta a sollevarsi appena
fosse giunto Garibaldi. Ora che sai com’erano le cose quando eravamo a
Salemi, proseguirò più speditamente la mia narrazione.»

— Ma davvero, sclamò la contessa Emilia, questo tuo Roberto è un
prodigio di precisione!

— Che vuol che le dica!... Resto anch’io meravigliata... Lui che era la
confusione personificata! È un miracolo, un vero miracolo!

«Prima però è necessario che tu sappia che tutti d’accordo hanno
convenuto in questo, che si doveva ubbidire ad un sol capo per schivare
disordini. Naturalmente Garibaldi fu gridato da tutti capo ed egli
assunse la dittatura in nome del re Vittorio Emanuele[24].»

Roberto nella sua lettera, dopo d’aver detto che la mattina del 15, il
generale, avuto avviso che le truppe regie facevano un movimento sopra
Calatafimi, aveva immediatamente dato ordine a tutti i suoi di porsi
in marcia verso il punto minacciato, si fa a descrivere la battaglia
oramai celebre col nome del villaggio presso cui venne combattuta.

Questa battaglia, che decise dell’avvenire dei Borboni in Italia,
merita d’esser conosciuta in tutti i suoi dettagli. Anteporremo quindi
la descrizione che ne fa il Dumas[25] (che trovandosi lì presso ebbe
comodo di raccogliere notizie fresche e veritiere), a quella troppo
rapida e succinta data da Roberto nella sua lettera.

Il corpo dei volontarj di Garibaldi aveva subita una nuova
modificazione: le sette compagnie erano state portate a nove; l’VIIIª
e la IXª erano state affidate ai capitani Bassini e Grigiotti. Le nove
compagnie, come quelle de’ bersaglieri piemontesi, erano state divise
in due battaglioni, il primo comandato dal colonnello Bixio, il secondo
dal colonnello Carini.

Ecco in qual’ordine si marciò incontro al nemico.

Il colonnello Sirtori, capo dello stato maggiore, in nome del general
Garibaldi aveva fissato l’ordine della marcia in questo modo:

Le squadre Coppola e Sant’Anna, dovevano marciare sui fianchi della
colonna.

La IXª compagnia (Grigiotti) d’avanguardia. Cento passi dietro, seguiva
l’VIIIª comandata, come abbiam detto, dal capitano Bassini. La VIIª
veniva appresso; sotto gli ordini di Cairoli; poi la VIª, comandata
da Ciaccio, che era stato sostituito a Carini, poi la Vª comandata da
Anfani. Queste cinque compagnie stavano sotto gli ordini di Carini.

Seguivano l’artiglieria ed il genio, comandati da Orsini e da
Minutilla, come pure una compagnia di volontarj formata dalle ciurme
de’ due battelli, il comando delle quali era naturalmente toccato a
Castiglia.

Alla testa del suo battaglione, subito dopo l’artiglieria, veniva Nino
Bixio, e le quattro compagnie di carabinieri genovesi.

Le quattro compagnie erano comandate:

La IVª da Forni, invece di La Mara. La IIIª da Stocco. La IIª da Forni,
invece d’Orsini, e la Iª da Bixio che avea posto in vece sua il proprio
luogotenente. Infine i carabinieri genovesi erano sotto ordini di
Mosto, ch’egli aveva formati a Genova.

La colonna aveva attraversato in questo ordine il villaggio di Vita,
celebre per il suo brigantaggio, e che accolse, poche ore più tardi, i
feriti di Calatafimi.

Il generale, col suo stato maggiore, era alla testa della colonna con
Sirtori e Türr. Egli si era spinto fin sulla cima della collina per
esaminare la posizione del nemico.

Un uffiziale d’ordinanza venne allora da parte sua a dar l’ordine
ai volontarj di abbandonare la strada, e di portarsi sulla posizione
alta, a destra, lasciando solamente sulla strada l’artiglieria con una
compagnia per difenderla. Mentre l’esercito nazionale prendeva quella
posizione, si cominciarono a vedere alcune compagnie di bersaglieri
regj del IXº battaglione leggiero, che discendevano nella valle, e
venivano incontro ai nostri. Per la prima volta regj e patrioti si
trovavano in faccia gli uni dagli altri.

Il grosso dell’esercito regio era in Calatafimi, ed occupava la città
posta sul pendio d’una montagna che s’innalza alla sua destra, e, per
conseguenza, alla sinistra dei nostri. Gli avamposti regj stavano ad un
miglio prima di Calatafimi.

Appena il general Landi seppe che i volontarj erano a Vita, ed
appena potè vedere dall’alto della montagna un gruppo d’uffiziali
che osservavano i suoi movimenti, diede ordine a’ suoi d’uscire
dalla città, di fare una discesa nella valle, e salire dipoi le tre
collinette a sinistra, ed una a destra, onde impadronirsi della strada.

Il general Garibaldi, che era l’anima di quel gruppo d’uffiziali
veduto da Landi, e che aveva intorno a sè il colonnello Türr, il
maggior Tuchery, il capitano Missori, ed alcuni altri uffiziali, mandò
dall’alto della collina i seguenti ordini:

Türr coi carabinieri genovesi, esperti quanto intrepidi, si stenderà
sopra una larghezza d’un mezzo miglio, e formerà un cordone di
bersaglieri destinato ad incominciare il fuoco contro gli avamposti
nemici. Dietro Türr, marcerà a destra la VIIª compagnia, a sinistra,
l’VIIIª, come sostegno, e la VIª e la IXª. Queste quattro compagnie
staranno sotto gli ordini del colonnello Carini.

La VIª portava la bandiera tricolore data a Garibaldi dalle signore di
Montevideo.

Seguiranno i volontarj di Coppola e di Sant’Anna, quelli stessi che
raggiunsero Garibaldi sulla strada di Salemi.

Questi _picciotti_ formavano un totale di duecento cinquanta uomini
circa.

Bixio, ed i suoi quattro compagni, come anche il capo di stato maggiore
Sirtori, dovevano momentaneamente formare la riserva. I due cannoni che
potevano servire (giacchè gli altri due mancavano d’affusti) dovevano
restare sulla strada per respingere le cariche di cavalleria che i regj
sembravano minacciare.

Con quest’ordine si doveva attendere il nemico, il quale cominciava le
sue mosse coll’inviare alcune compagnie di cacciatori, che s’avanzarono
gridando a gola aperta: viva il re!

Il generale, vedendo che passerebbe un buon quarto d’ora prima che
il nemico fosse a tiro di fucile, scese dalla posizione elevata
che occupava, e venne a porsi tra i carabinieri genovesi, e le due
compagnie che li seguivano da vicino, ed ordinò che tutti sedessero
lì al posto dicendo: «Riposatevi, figli miei!... avremo di che
affaticarci...»

E dando, per il primo, l’esempio, sedette, e cavato un pezzo di pane,
fece colazione.

Allorchè i regj giunsero a due tiri di fucile, il generale, chiamati
intorno a sè i trombetti, ordinò loro di sonare tutti insieme la diana.
I trombetti ubbidirono. I volontarj, saltarono in piedi, e presero le
armi.

Nel medesimo istante i cacciatori regj si fermarono.

In quel momento, sulla cima d’un monticello (a destra de’ volontarj,
ed a sinistra de’ regj) comparve una forte colonna di quest’ultimi, la
quale mise in batteria due cannoni. I regj riprendono la loro marcia
offensiva, interrotta per un istante dallo strepito delle trombe
di Garibaldi. A tiro di fucile si comincia il fuoco da ambedue le
parti, o, per parlare più esattamente, a causa della portata e della
precisione delle armi, il fuoco comincia dalla parte de’ Napolitani,
micidiale per i volontarj, mentre quello dei nostri era quasi
inoffensivo.

Difatti i cacciatori regj erano armati di carabine rigate ed a palla
conica, mentre i volontarj avevano semplici fucili di munizione.

I _picciotti_ di Sant’Anna, e di Coppola, incaricati di girare la
posizione a destra fecero, debolmente ed incompiutamente il movimento,
poichè una sola parte di loro si spinse avanti con Sant’Anna.

In mezzo a’ _picciotti_ si distinguevano un cappuccino ed un
francescano, tutti e due armati di fucile, i quali marciavano alla
testa delle file facendo fuoco come vecchi soldati.

Fin là il generale era restato in osservazione, tranquillo ed immobile
al suo posto; ma, vedendo che dopo aver ceduto sul principio, i
battaglioni de’ cacciatori regj s’erano riordinati, e che da tutte le
file nemiche partivano scariche micidiali, ordinò l’attacco generale.

Appena dato l’ordine, si pose egli stesso alla testa delle prime
compagnie, e prese il posto del colonnello Türr, che andò sulla fronte
di battaglia a dar l’ordine dell’attacco.

Carini condusse le sue compagnie a destra. Bixio fece lo stesso
movimento a sinistra; ma l’ordine d’un attacco generale era diventato
quasi inutile, poichè il combattimento aveva cominciato spontaneamente
da ambe le parti.

Le compagnie de’ cacciatori napolitani cominciarono allora a ritirarsi
in disordine, avendo la bajonetta de’ volontarj sul petto, ma si
riordinarono subito sulle loro colonne d’attacco.

Allora, in mezzo al combattimento generale, si fecero ammirabili
cariche parziali; ogni uffiziale con cento uomini, con sessanta, con
cinquanta, caricava alla loro testa. Queste cariche erano dirette dal
generale stesso, da Türr, che era ritornato a prendere il suo posto,
da Carini, che continuava a marciare alla testa delle sue compagnie
a dritta del generale, da Bixio che copriva la sinistra, da Stocco
che dirigeva una compagnia di volontarj napolitani e calabresi, da
Schiaffini, da Menotti, da Cairoli, da Bassini, da Gruggiotti, e da
Ciaccio ecc. ecc.

Ad ogni carica i Napolitani stettero fermi, ricominciando il fuoco di
fila, finchè si videro luciccare a dieci passi di distanza le bajonette
de’ garibaldini, tanto più terribili perchè piantate su canne mute.

Allora si ritirarono, ma si riordinarono subito in una posizione
migliore di quella che avevano lasciata, perchè tutti i vantaggi del
terreno erano per loro; l’artiglieria ne proteggeva i movimenti, mentre
la nostra, posta sulla strada, poco poteva contro di essi.

Nulla di più maraviglioso del generale in mezzo a quella mischia,
sempre dove il fuoco era più micidiale, dando gli ordini con un sangue
freddo ammirabile. Suo figlio, Menotti, che si trovava, per la prima
volta al fuoco, (quello stesso che è nato a Rio Grande, e che suo
padre, in una ritirata di otto giorni ha portato appeso al collo dentro
un fazzoletto, e che ha riscaldato col suo fiato) corse a domandare
alla VIª compagnia la bandiera, e avutala, si slanciò subito contro
ai cacciatori col _revolver_ in una mano, e la bandiera nell’altra,
seguito da tre o quattro volontarj, e tra questi da Schiaffini. A venti
passi di distanza dal nemico Menotti è colpito da una palla nella mano
stessa che portava la bandiera.

La bandiera cadde, Schiaffini raccoltala continuò avanzarsi. Ma a dieci
passi di distanza dalle file regie è ucciso; due de’ suoi compagni si
precipitano sulla bandiera per afferrarla e cadono morti; i Napolitani
allora se ne impadronirono. Questa perdita recò un momento di gioja
all’esercito nemico, ma raddoppiò anche l’ardore dei volontarj. Il
combattimento durava già da circa due ore. Il caldo era estremo. I
nostri, che avevano dovuto caricare sempre salendo, non ne potevano
più; ma gli ultimi sforzi della VIIª compagnia composta in gran parte
di studenti di Pavia, e che s’era impadronita d’uno de’ due pezzi
d’artiglieria de’ regj[26], aveva compensata la perdita della bandiera.

La nostra artiglieria, che avea ricevuto l’ordine d’avanzarsi sulla
strada per essere più a tiro, ma che non aveva potuto eseguire
quest’ordine in causa delle fortificazioni posticce che aveva fatte
essa stessa per propria difesa, tirava di tanto in tanto qualche colpo
che non faceva gran danno, ma che contribuiva molto a sostenere il
morale de’ volontarj, spossati dalla fatica.

In questi primi attacchi erano caduti il tenente De Amicis, colpito
in bocca da una palla, e Majocchi pure da una palla, che gli aveva
spezzato un braccio, e da un’altra nel fianco.

Vedendolo cadere, Carini si slancia verso di lui e: Sta tranquillo,
gli disse, non ti mancherà nessuna cura. — Non pensate a me, rispose
Majocchi. Io sono un uomo morto, ma muojo contento, perchè voi andate
avanti.

Affrettiamoci a dire che il maggiore Majocchi, in seguito ad una abile
amputazione, e ad una lunga convalescenza, è ora perfettamente guarito.

Stocco, anch’egli, ricevette una palla nel braccio destro. Il
projettile girò intorno all’osso senza romperlo. Sprovieri venne ferito
accanto a lui. Missori ricevette una scheggia di mitraglia sotto
un occhio. Rovesciato a terra per effetto del colpo, s’era rialzato
credendo d’aver perduto l’occhio; guarì. Manin rimase ferito da una
palla in una coscia. Sant’Anna da un’altra nel braccio.

Elia, Bandi, Martignoni, Perducca, Palizzolo, Nullo, e molti altri
uffiziali, i cui nomi non ricordiamo, furono feriti più o meno
gravemente.

Questa sanguinosa scena era dominata da Sirtori che, a cavallo,
stavasene presso un albero, in mezzo ad un fuoco vivissimo. Egli aveva
già ricevuta una palla che gli aveva lacerato l’abito, e ne aveva
sfiorata la pelle, quando una seconda lo colpì alla gamba. Nè l’una
nè l’altra di queste due ferite gli fece fare il minimo movimento.
Soltanto si vedeva, sotto i suoi calzoni rialzati dalla staffa,
scorrere il sangue.

Malgrado queste due ferite il colonnello Sirtori restò a cavallo sino
alla fine del combattimento, e prima di permettere che lo medicassero,
volle scrivere tutti gli ordini che aveva a dare.

Bixio fece, al solito, egregiamente il proprio dovere; n’uscì incolume
per miracolo.

Il cavallo di Carini era stato ucciso da una scheggia di mitraglia:
Carini combatteva con la sciabola in una mano, ed il _revolver_
nell’altra.

A fianco di Garibaldi, egli, Türr, Cairoli e tutti i capi delle
compagnie tuttora in piedi, fecero prodigi di valore.

Ma giunti a piè dell’ultimo monticello, ove i Napolitani s’erano
trincerati, la stanchezza cominciò a paralizzare i nostri, e
nello stato in cui erano l’ultimo sforzo, lo sforzo supremo pareva
impossibile.

Garibaldi scriveva in quel momento in mezzo alle file abbattute.
Egli solo sembrava aver fatta una passeggiata ginnastica, e, se non
fosse stata la sua fronte corrugata, si sarebbe potuto credere che
non prendeva nessuna parte a ciò che accadeva. Egli era pienamente
tranquillo.

I nostri erano a sessanta passi dal nemico; una elevazione del terreno,
permetteva un momento di riposo. Abbassandosi, si evitavano le palle
del nemico; ma appena una testa si alzava, essa serviva di mira. Un
volontario siciliano, per nome Buscemi, provò ad alzarsi, e ricevette
una palla in fronte.

— Riposatevi un momento, disse il generale, i nostri colpi vanno
falliti. Ci bisogna adesso una buona carica alla bajonetta.» I
volontarj si gettarono a terra cheti cheti.

In capo a dieci minuti il generale, che era rimasto solo in piedi,
ordinò la carica, e si pose alla testa degli assalitori. Senza dubbio
i regj l’aveano riconosciuto, perchè, nel medesimo tempo, il fuoco
di tutte le file si concentrò su lui. Allora alcuni legionari lo
circondarono, e vollero fargli riparo del loro corpo.

— Andiamo! disse il generale allontanandoli. Non troverò mai per morire
un giorno più bello e in miglior compagnia di questa...

Sonò la diana che serviva per la carica, e i volontarj si precipitarono
sul nemico, il quale aveva in linea tremila uomini.

I nostri volontarj erano poco numerosi; ma la presenza di Garibaldi
produceva un effetto magico. Il grido dei Napolitani: Viva il re,
fu soffogato da quello: Viva l’Italia. La vittoria è con Garibaldi.
I soldati regj, vedendosi sul petto le bajonette, si ritirarono
precipitosamente sopra Calatafimi, ed andarono a raggiungere il loro
generale, che non aveva mai lasciato il suo prudente Osservatorio. Si è
avuto ragione di paragonare, nelle debite proporzioni, la battaglia di
Calatafimi a quella di S. Martino; essa non è stata (proporzionalmente,
ripetiamo) meno sanguinosa, nè meno decisiva ne’ suoi risultamenti
poichè, fino al momento dell’ultimo attacco alla bajonetta, la
resistenza del nemico fu accanita e quasi eroica.

Lasciamo del resto, costatare questa verità dallo stesso general
Garibaldi, nel suo

                           Ordine del giorno.

                                               Calatafimi, 16 maggio.

«Con compagni come voi posso tentar tutto, e ve l’ho provato jeri,
conducendovi ad una intrapresa ben difficile, visto il numero dei
nemici, e le loro formidabili posizioni. Io contava sulle vostre fatali
bajonette, e voi vedete che non mi sono ingannato.

«Deplorando la dura necessità di dovere combattere soldati italiani,
dobbiamo confessare che abbiam trovata una resistenza degna d’una
miglior causa, e ciò prova di che sarem capaci quando tutta la famiglia
italiana sarà riunita sotto la bandiera della redenzione.

«Domani tutto il continente italiano sarà in festa per la vittoria de’
suoi fratelli liberi, e de’ nostri bravi Siciliani. Le vostre madri,
le vostre amanti, superbe di voi, usciranno nelle strade con la fronte
alta e raggiante.

«Il combattimento ci costa la vita di fratelli diletti, morti nelle
prime file. Questi martiri della santa causa d’Italia vivranno nei
fasti della gloria italiana. Indicherò ai vostri paesi nativi, i
nomi de’ prodi, che hanno sì valorosamente guidato al combattimento
i soldati più giovani ed inesperimentati, e che condurranno domani
alla vittoria, in un miglior campo di battaglia, i soldati destinati
a spezzare gli ultimi anelli delle catene, delle quali fu caricata la
nostra Italia diletta.

«Italia e Vittorio Emanuele!

                                                     =G. Garibaldi=.»

La battaglia durò dalle dieci della mattina fino alle cinque della
sera. La vittoria costò cara, ma l’effetto morale fu immenso, poichè
molto più che della presa di Palermo, decideva della evacuazione della
Sicilia.

Si passò la notte sul campo stesso di battaglia, nella posizione già
occupata dai regj, fra i cadaveri dei nemici, e dei fratelli.

Non v’era una goccia d’aqua, nè un pezzo di pane, nè un mantello per
coprirsi, e nessun mezzo per procurarsi nulla di tutto ciò; la notte
era sì oscura che non si potevano fare dieci passi senza smarrirsi.

Le conseguenze della vittoria di Calatafimi furono incalcolabili; tutta
Sicilia ne fu scossa. L’Italia comprese quale importanza avessero le
imprese di Garibaldi in Sicilia, e quali influenze avrebbero esercitato
su Napoli, su Roma e sulla Venezia; comprese che la Sicilia diveniva
il principio di un nuovo movimento, per il quale l’Italia tutta poteva
divenire una, e sottrarsi completamente allo straniero dominio per
propria forza e per semplice movimento popolare e nazionale virtù.
Quindi si moltiplicarono le offerte per la Sicilia; in breve tempo si
giunse ai milioni, e tutta la gioventù delle libere provincie italiane,
fortemente concitata, determinò d’accorrere sotto la bandiera di
Garibaldi, d’ingrossarne le file, e dividerne le glorie ed i pericoli,
e dare sangue e vita sull’altare della patria.

Un insolito movimento cominciò allora, e Genova divenne il punto ove
affluiva tanta gioventù italiana, e donde imbarcavasi per recarsi in
Sicilia. Nell’isola poi le conseguenze della battaglia di Calatafimi
furono straordinarie, ma quali si dovevano aspettare in quei momenti
di politiche turbolenze; le città principali crebbero di animo e di
coraggio; i paesi dell’interno compirono la rivoluzione; dappertutto
fu abbattuta la bandiera borbonica, stabiliti governi provisorj,
disseppellite le armi, trovati modi di moltiplicare le munizioni di
guerra; contadini, artigiani, nobili, ricchi, si armarono, e si posero
sotto gli ordini del generale dittatore, e dei suoi uffiziali. Tal che
può dirsi, la vittoria di Calatafimi aver deciso le sorti di Garibaldi,
e la rovina irreparabile dei Borboni. Questi frattanto, continuando la
vecchia politica della menzogna e dell’inganno, intendevano a scemare
le popolari impressioni, e spacciavano che i soldati comandati dal
generale Landi avevano fatto il loro dovere, cioè disfatto l’esercito
garibaldino, ma che pure avevano dovuto ritirarsi in Palermo per le
solite viste strategiche. Ridicole contraddizioni di governo cadente,
il quale più non sapeva quello che si dicesse.

Intanto, ad arrestare la rivoluzione che, ingrossandosi, avanzava
dietro i passi del vittorioso condottiero, re Francesco spedì in
Sicilia il generale Lanza colle qualità di commissario straordinario, e
le facoltà dell’_alter ego_.

Com’è naturale tutti questi dettagli mancavano nella lettera
di Roberto, il quale, scrittala due giorni dopo la battaglia di
Calatafimi, nulla poteva sapere di sicuro di quanto accadeva negli
altri punti dell’isola. Egli però finiva la sua lettera con una
notizia, che fece ingrandire d’un pollice la giovinetta; con una
notizia che le fece battere il cuore d’un giusto orgoglio. Ecco la
fausta, la cara notizia «Il colonnello Sirtori, fattomi chiamare, mi
disse battendomi una mano sulla spalla: Jeri vi ho tenuto d’occhio...
Vi siete portato bene... Il generale vi nomina sottotenente! Eccovi una
spada; fatene buon uso.» Così dicendo mi porse la spada di un uffiziale
borbonico morto jer l’altro in battaglia.

— Ci ho gusto, ci ho gusto davvero!... sclamò la contessa Emilia. Ma
sai la mia ragazza, che hai tutte le ragioni d’esser superba di quel
tuo... giovine!

— Oh sì, poveretto! È tanto buono!...

— Cosa pagherei che anche mio nipote diventasse uffiziale!...

— Domani rispondendo a Roberto, gli raccomanderò questo suo nipote...
Ernesto, n’è vero?...» Chiese Dalia, con una cert’aria di bontà
protettrice, che faceva un curioso contrasto con quel suo visetto
infantile.

— Ernesto, sì! si chiama Ernesto... Mi farai proprio un regalo,
raccomandandolo... Tra loro giovani si fa presto amicizia, e in certi
casi giova più l’ajuto di un bravo camerata, che tutte le commendatizie
del mondo... Intanto, la mia Dalia, ho caro d’averti conosciuta...
Vienmi a trovare ve’! quando sono a Milano. Intanto addio...

— Buona campagna, signora contessa!

Dalia scese in negozio, e sedette tra le sue compagne, alle quali la
lunga assenza della giovinetta aveva centuplicata la curiosità.

— E così? le chiesero in coro.

— Si può sapere finalmente...

— Che nuove abbiamo?

— E così, rispose Dalia sorridendo, si sono battuti a Calatafimi...
È un sito bellissimo, presso una fattoria, dove due bravi signori
hanno fatto una festa ai garibaldini da non potersi immaginare... Che
fame avevano que’ poveri giovani!... E hanno trovato pane, pollastri,
formaggio, vino... Insomma tutto quello che volevano. Poi è venuto
un frate, ma! di quelli della legge, e si è inginocchiato dinanzi a
Garibaldi, dicendo che da quel dì, gli avrebbe sempre tenuto dietro...
Dice in seguito che la battaglia è stata un affar serio, ma serio
assai!... il sangue scorreva come l’aqua... Ma Garibaldi ha vinto... i
soldati del Bombino scapparono da tutte le parti... e lui è stato fatto
uffiziale...

— Chi, lui?

— Quello... che mi ha scritto, insomma... A voi altre poco deve
importare che sia uno piuttosto che un altro!

— Uffiziale? chiese una ragazza facendo una smorfia dubitativa.

— Sissignora, uffiziale!... Il colonnello Sirtori lo ha fatto chiamare,
gli ha dato una bellissima spada e gli ha detto: Garibaldi vi nomina
uffiziale.» Siete contente adesso?... ne sapete abbastanza?

— Sì.

— Manco male!




CAPITOLO X.

Il consiglio di guerra.

                REDING.
      .... Ma, vedete! sul vortice de’ monti
    Mentre qui ragioniamo arde la fiamma
    Esploratrice del mattin. Si parta
    Pria che sovra ci cada il pieno giorno.
                FURST.
      Non ci cadrà; la notte a poco a poco
    Dalle valli si toglie.
      (_Tutti senza pensarvi si levano il cappello
      e contemplano, con silenzioso raccoglimento,
      il nascere dell’aurora_).
                ROSSELMAN.
                        A questa luce
    Che, fra tanti mortali ancor sepolti
    Nell’aër greve di ristrette mura,
    Noi primieri saluta, il nuovo patto
    Si giuri — Esser vogliamo un indiviso
    Popolo di fratelli, eternamente
    Stretti nella sventura e nel periglio.
                TUTTI
      (_ripetono gli ultimi versi, alzando
      tre dita_).
    Liberi come gli avi, e pria la morte
    Che, vivendo, il servaggio...
      (_si abbracciano a vicenda_).

                      SCHILLER. _Guglielmo Tell_.


Palermo sorge in una pianura detta la Conca d’oro, tanto è ridente e
fertile. La Conca d’oro è lunga circa dodici miglia, e larga cinque;
s’estende tra il solitario monte Pellegrino, e la catena di monti verso
la Favorita, dalla quale parte una strada che guida a Carini[27]; alla
parte opposta, lungo il lido, un’altra strada conduce verso Messina,
passando attraverso e presso le rovine dell’antica Solunto. Sono
questi gli àditi più agevoli per giungere alla Conca d’oro. Vicino
alla Favorita, una strada montana va in dritta linea da San Martino
a Carini. A sinistra di essa si eleva una montagna rocciosa, forse un
estinto vulcano, che si protende alquanto nella pianura formando uno
sprone nella direzione stessa della catena principale. Questo sprone è
Monreale, città di ventimila abitanti all’incirca, celebre per la sua
magnifica cattedrale. Per questa città passa la strada di Trapani. Poco
distante, la montagna forma una specie di anfiteatro, e dove questo
termina e la montagna ricomincia a stendersi nella pianura, sorgono
due villaggi, Parco e Madonna delle Grazie, presso i quali una strada
conduce alla Piana dei Greci, e quindi a Corleone, antiche colonie
albanesi emigrate dopo la morte di Scander-beg[28], e stabilitesi in
questo ridente angolo dell’isola.

Lì presso apresi un altro anfiteatro ancora più pittoresco,
signoreggiato dal monte Gebelrosso, e dal quale scende una stradetta
verso Misilmeri, villaggio posto sulla via che da Palermo s’interna
nell’isola. Monte Gebelrosso, al capo Zafferano, piega verso il mare,
e alle sue radici è tracciata la strada che, come abbiam detto, mette
all’interno e corre parallela all’altra del lido, fino ad Abate, ove
piega verso il sud.

I regj, padroni del mare e della città, avevano tutti i vantaggi di
una posizione concentrica. Essi radunarono tutte le loro forze nella
pianura e sull’altipiano di Monreale, dominando così le poche strade di
quel punto dell’isola.

Nei due socj Salzano e Maniscalco, prima dello sbarco dei garibaldini,
era cresciuta la ferocia in ragione dell’aumentare della paura. A que’
due s’era aggiunto il luogotenente _alter ego_ di re Francesco, il
principe di Castelcicala, il quale, memore delle raccomandazioni della
corte, aveva sfoderate le arrugginite armi della tirannide poliziesca,
onde atterrire, impastojare e tormentare i ribelli palermitani.

Per ordine del triumvirato borbonico non era lecito ai cittadini di
passeggiare più di tre o quattro insieme, e molto meno di riunirsi
nelle case; la sera, ciascuno doveva ritirarsi a casa sua per tempo e
guaj a chi ne uscisse la notte senza motivi imperiosissimi!... Que’
pochi a cui era permesso l’uscir di nottetempo, dovevano portare un
lampione, così le pattuglie, dal numero de’ lumi erranti, sapevano
quante persone c’erano nelle vie. Poi... Ma a che tediarvi col noverare
tutte le così dette _disposizioni pel mantenimento dell’ordine?_ Chi
non le conosce per prova noi Milanesi in ispecie? I codici birreschi
non sono eguali in tutti i luoghi del mondo? Guardate Venezia, guardate
Varsavia!

Abbiam veduto come, nel momento in cui Garibaldi poneva il piede nella
parte occidentale della Sicilia, allo scopo di liberare gli isolani
dalla tirannide che li opprimeva, nella parte orientale il generale
Lanza sbarcava (diceva lui nel suo programma) coll’istesso intento.

Ma so ben che mi burlate! (diceva il general Lanza ai Palermitani suoi
concittadini, il 18 maggio). Rivoluzione! Voi?... Ma che diavolo vi è
venuto in mente? Ma sapete cos’è una rivoluzione, ragazzi miei? Via,
smettete, e considerate bene ciò che può aspettarvi all’avvenire. Quali
destini vi offrono gli invidi della vostra prosperità ognor crescente?
Quali guarentigie avete del bene di cui diconsi portatori?

«Prendete consiglio dall’esperienza. (Dalla sassata infuori, questo
signor Lanza mi ha l’aria di quel capitano di giustizia, descrittoci
da Manzoni ne’ _Promessi sposi_, e che, dall’alto della finestra
del _prestino_, arringava i _buoni figliuoli_ milanesi). Sollevatevi
all’altezza della posizione attuale per salvar voi medesimi, ora che
sonosi sbrigliate tutte le cupide passioni, e non sapete di quali di
esse dovrete essere vittima. Nella tempestosa lotta alla quale vi
spingono stranieri aggressori, può solo tenervi incolumi il vostro
coraggio civile, sorretto dalle reali milizie.

«Nel nome augusto del re, ampio e generoso perdono accordo a tutti
quei che or traviati faranno la loro sommessione alla legittima
autorità.» Vedete com’è conciata la città nostra! E di chi la colpa?...
E compiangeva Palermo, e piangeva sullo squallore dell’amata sua
patria;... ciò che non gli impedì, pochi giorni dopo, di bombardarla.

Fatto sta che il Lanza tolse di mezzo tutte le misure di rigore poste
in attività dal triumvirato. Si passeggiò anche in quattro e persino
in cinque; si andò a letto quando meglio piacque, e si spensero i
lampioni. La fu una gradassata del general Lanza per mostrare che non
aveva paura, ovvero fu per timore che la popolazione, stufa di tante
tribolazioni, non irrompesse con un colpo disperato? Forse tutt’e due.

Intanto, in causa delle nuove larghezze del general Lanza, il comitato
segreto di Palermo, respirò più liberamente e poté rianodare come prima
le pratiche colla provincia, colle bande erranti de’ patrioti armati, e
(ciò che premeva più) con Garibaldi.

La gran lotta tra il dispotismo borbonico e la libertà, l’avvenire
della Sicilia e dell’Italia meridionale, dovevano decidersi a Palermo.
Lo sapeva il general Lanza, che vi aveva concentrato venticinquemila
soldati; lo sapeva Garibaldi, il quale, dopo la vittoria di Calatafimi,
erasi avvicinato a Palermo per congiungersi colle bande armate che
stavano sui monti attorno la città onde meglio conoscere le posizioni
del nemico.

Il viaggio da Calatafimi a Misilmeri fu per Garibaldi un vero trionfo.

Il sergente Valentino, il quale alla testa della sua squadra marciava
all’avanguardia, non capiva in sè per la meraviglia nel vedere la
magnificenza di quella natura, nuova affatto per lui; nel contemplare
quel cielo ora azzurro come il lapislazzuli, ora fiammeggiante
d’oro e corruscante sulla marina sconfinata; gioiva udendo il canto
degli uccelli svolazzanti tra gli arbusti e tra l’innumerevole e
svariatissima famiglia di piante, di fiori, di erbe, ignoti alla nostra
Lombardia. Ora erano boschetti di quegli stessi leandri che egli era
solito vedere ne’ vasi; ora cedri e aranci, che spiegavano liberamente
i rami, impregnando l’aria di quegli effluvj, imprigionati, tra noi,
nelle serre; ora siepi di fichi d’India, che cingono colle spinose
braccia gli orti e i vigneti, come da noi, la robinia, il rovo e il
biancospino.

Posava estatico gli sguardi sui casolari che spuntano sui poggi, sui
veroni su cui la vite serpeggiante spandeva l’ombrìa de’ nascenti
pampini. Valentino godeva trascegliendo in suo pensiero il più ameno di
quegli abituri, il più aereo, per sè e per la sua Rosa; se pure, diceva
fra sè sospirando, mi sarà dato ritornare a casa mia, e mantenere la
promessa che, senza dircelo, ci siamo fatta coi nostri cuori di non
separarci mai più!...

Anche Roberto deliziavasi contemplando quell’avvicendarsi di panorami,
di macchiette, le une più belle delle altre. Avrebbe voluto fermarsi
ogni tratto a sbozzar quelle scene, ma aveva ben altro a fare. Si
consolava intanto ripetendo in cuor suo: «A cose finite, prima di
ripatriare, voglio rifarla questa strada, e allora potrò copiare
o studiare con tutto mio comodo.» Ma più ancora de’ pittoreschi
casolari, del cielo, del mare, dei monti, lo ferivano i negri occhioni
delle isolane... Quei lunghi cigli di seta, quelle guardature gli
rimescolavano il sangue. Gli occhi cilestri, diceva, sono belli, non
c’è che dire! Ma anche i neri...

Proprio in quell’istante Dalia, la glauca Dalia, leggeva la di lui
lettera per la settima volta, e la baciava e ribaciava di nascosto...
Oh! come i cuori degli amanti, anche da lontano, s’intendono e battono
all’unissono!

Dai monti, dai villaggi, dagli sparsi casolari accorrevano i pastori,
i contadini siciliani, a frotte, a drappelletti, a coppie e si
schieravano lungo la strada acclamando il generale che passava; poi,
vinti dall’entusiasmo, dalla gratitudine, dalla gioja, si precipitavano
intorno a Garibaldi baciandogli la mano gloriosa, gli abiti, le redini
del cavallo. Vedevi i vecchi inginocchiarsi, curvare le venerabili
canizie e pregare per lui; vedevi le fanciulle gettargli un nembo di
fiori, e le spose sollevare a lui i loro bambini perchè li benedisse.
Ed egli sorrideva commosso, salutava e stringeva le mani a lui tese,
baciava, accarezzava i bambini; a tutti poi parlava della patria,
scaldando i petti coll’amore della libertà, il più bello, e il più
contrastato dei doni di Dio.

Intanto il comitato di Palermo, men sorvegliato dopo l’arrivo del
general Lanza, aveva potuto mettersi in comunicazione con Garibaldi, il
quale s’era arrestato presso Monreale, occupata, come dicemmo dai regj.
Il generale mulinava sul modo di aprirsi una strada verso la capitale
con uno di quei colpi di mano che gli sono famigliari, e che per lui
tennero sempre il luogo delle artiglierie.

— Palermo insorgerà, gli mandava a dire il comitato, purchè voi,
generale, vi presentiate alle porte della città.

— Accettato, rispose Garibaldi, e tosto si pose all’opera, onde mandare
ad effetto il suo piano strategico.

I regj, accampati sull’altipiano di Monreale, tenevano d’occhio i
Palermitani e i garibaldini, e intanto aspettavano il destro per
piombare sui secondi e dopo sugli altri.

La notte del 21 maggio Garibaldi, seguito da alcuni dei suoi uffiziali,
recavasi a visitare i posti. Tutto era silenzio; solo si udiva il grido
alternato delle sentinelle avanzate che si tramandavano l’all’erta;
grido che, mano mano si allontanava, affievoliva, morendo poi lontano
lontano. Limpidissima era la notte; la luna cheta cheta veleggiava pel
firmamento scintillante di stelle. Sulle vette dei monti che incoronano
la Conca d’oro, rosseggiavano intorno intorno i fuochi degli insorti;
fuochi che incoravano i Palermitani, i quali li vedevano da lungi, e li
salutavano come fari di libertà e di sicurezza.

Tratto tratto s’udiva una schioppettata, cui tenevano tosto dietro
molte altre. Allora Garibaldi arrestava il cavallo, spingeva lo sguardo
là dove partiva il rumore, e fiutava l’odore della battaglia come il
destriero di Giobbe.

Erano le bande degli insorti siciliani che, la notte, perlustravano
i contorni, radendo i posti avanzati dei nemici, appiattandosi nei
macchioni per sorprendere le pattuglie borboniche.

In una di queste avvisaglie, alcune ore prima che calasse il sole, era
rimasto ucciso l’intrepido Rosolino Pilo. Egli aveva promesso di tutto
spendere per la patria, averi e vita, ed aveva tenuta la parola[29].

Garibaldi, reduce al bivacco, radunò il suo stato maggiore e i capi
siciliani, e presi seco loro gli opportuni concerti, comandò che
all’alba si levassero le tende (modo di dire, chè i garibaldini per
tenda non ebbero che il firmamento).

Il colore bianchiccio della marina annunciava già l’alba novella,
quando Garibaldi, (lasciati parte degli insorti siciliani perchè la
notte vegnente continuassero a mantenere accesi i fuochi sui monti,
onde i regj lo credessero tuttora in quei dintorni) radunati i suoi
si allontanò di là marciando... Ma che dico! inerpicando per burroni,
sdrucciolando giù per le frane dei monti, pur traendo seco la sua
poca artiglieria trascinata, portata, Dio sa con quali fatiche! dai
suoi militi. Finalmente, dopo inauditi stenti, i garibaldini, il 23,
giunsero a Parco sulla strada di Piana.

Roberto, com’era sua usanza, appena fu arrivato a Parco, cercò un
ruscello, e cavatisi gli abiti, nudo com’era nato, vi si immerse,
gustando deliziosamente quella frescura. Valentino, raggiuntolo,
sedette anche lui sul margine del rivolo, e deterso il sudore e la
polve, tolse dal suo sacco due camicie grossolane di canapa, ma bianche
di bucato.

— To’ Roberto! disse all’amico porgendogli una camicia; una per me, una
per te...

— Ah, ah! sclamò Roberto; due camicie! E dove le hai pigliate?

— Me le ha date un bravo Siciliano, il padrone di quel mulino a
vento.... là, lo vedi?...

— Ma come hai fatto?

— Come ho fatto?... La mia camicia cadeva a brandelli... Sfido
io!... col camminare che si fa, ce ne vogliono delle camicie, ce ne
vogliono!... Ma perdio, che strade!... Saranno buone per le capre, ma
per un cristiano!... Ma spiegami un po’, Roberto; perchè mo in Sicilia
non ci sono strade come negli altri siti?

— Perchè i Borboni non vedevano di buon occhio che i Siciliani
comunicassero liberamente fra loro... È una delle mille arti per tener
disuniti e ignoranti i popoli...

— Che il diavolo si porti i Borboni e chi fa per loro!..

— Dunque, si può sapere come hai fatto ad aver queste camicie? chiese
Roberto buttando via quella che aveva, sdruscita e bucherellata, e
indossando quella nuova pòrtagli dall’amico.

— Che vuoi! povero figliuolo come sono, mi è sempre piaciuto aver
roba netta almeno sulla pelle... Dunque, mentre stava pensando al
modo per aver una camicia pulita, ecco farmisi incontro quel bravo
mugnajo: — Ben arrivato! mi disse stringendomi cordialmente la mano;
di che paese siete? — Sono Lombardo, gli rispondo. E lui: — Dio vi
benedica, signor caporale... — Sergente... — Signor sergente!... Dio
vi benedica, voi tutti e il vostro generale... Non so cosa pagherei
se lo potessi vedere... L’ho cercato, ma inutilmente. — Se non volete
altro, vi servo subito; venite con me.» Il brav’uomo non se lo fece
dir due volte, e, pigliatomi a braccetto, mi seguì fino nella corte
della casa dove alloggia il generale. Guarda la fortuna! Facciamo due
passi... ed eccoti il generale, che sorridendo discorreva con Bixio.
— Quello è Garibaldi! dissi all’orecchio del Siciliano — Qual’è dei
due? — Quello a sinistra, colla barba bionda. — Ah! sclamò il mugnajo,
e restò lì estatico con tanto di bocca aperta, colle mani in alto,
e colle ginocchia piegate... Così, guarda! (e Valentino ne imitava
l’atteggiamento). — Oh! se potessi baciargli la mano! borbottava il
mugnajo gratandosi il capo — Perdio! gli dissi, ci vuol tanto! andate
là... provatevi... Avete paura che vi mangi?» Allora l’amico si fa
cuore, cava il cappello, e pian piano si avvicina al generale, sulla
punta dei piedi, come camminasse sull’ova... Quando gli fu a due passi,
non osò andar più in là: anzi era lì lì per tornare indietro, quando il
generale, scòrtolo, gli sorrise affabilmente e gli chiese che volesse.
Se tu, Roberto, avessi veduto la faccia del Siciliano in quel punto!
Divenne.... meno nera, poi pavonazza... E che bocca apriva!... gli si
potevano vedere i polmoni. Il generale gli disse alcune parole, poi
strettagli la mano, entrò in casa.

— Chi sa come sarà rimasto contento il Siciliano!

— Figurati! Tornò da me, raggiante in volto come se avesse vinto un
terno al lotto e colla mano ancora tesa... — E così? gli chiesi — Avete
veduto? il grand’uomo mi ha stretta la mano.... — E cosa vi ha detto? —
Mi ha chiesto se era del paese, e se era contento che lui fosse venuto
a liberarci dai Borboni... Figuratevi cosa gli ho risposto! Intanto,
il mio bravo Lombardo, questa fortuna la devo a voi... Fatemi dunque
il piacere, venite a casa mia... Così dicendo mi pigliò per un braccio
e mi condusse difilato a casa sua, lassù al mulino. Mi ha fatto vedere
sua moglie, una donna con una ciera tutta bonomia; poi chiamò: Rosalia!
Rosalia! e subito dopo entrò la sua figliuola... Ah Roberto! che bel
fusto di ragazza.... Tu che sei pittore devi copiarla.... Che abito
curioso, che colori vivaci!...

— Copiarla!... come ho a fare?

— Ti aspettano lassù a desinare...

— Io?

— Sì, in mia compagnia...

— Ma come...

— Se mi lascerai finire saprai tutto! Quella buona gente, quando il
mugnajo ebbe loro raccontato come per mio mezzo egli aveva potuto
parlare con Garibaldi e stringergli la mano, mi fu intorno soffogandomi
di cortesie e di esibizioni. Io, in principio, ho fatto un po’ di
complimenti, poi pensando alla camicia che aveva indosso, e parendomi
che mi prudesse la pelle, domandai loro in favore, se per caso avessero
una camicia. — Ma sì, subito, signor caporale! si posero a gridare in
coro, e gesticolando babbo, mamma e tosa. (È però curioso come qui in
Sicilia non si sappiano distinguere i galloni, e come si confondono i
gradi!) Queste ultime due sparvero, ma subito dopo ritornarono. — Ecco
una camicia di mio marito, nuova fiammante. — Ed eccone una delle mie,
netta di bucato, disse la ragazza sorridendo; non è da uomo, ma può
scusare...» Io la pigliai subito, e... Eccola, Roberto!» Così dicendo
la sciorinò dinanzi agli occhi dell’amico che si mise a ridere.

— Ridi finchè vuoi, riprese Valentino; ma io non la darei per tutto
l’oro del mondo...» Così dicendo indossò la camicia, la quale non aveva
altro inconveniente che d’essergli soverchiamente larga sul petto, e di
maniche brevi tanto, da non giungergli alla metà dell’omero.

— Ehi! Valentino!.... Ricordati però di non portarla con te quando
tornerai a casa tua, o almeno di nasconderla ben bene.... Se la tua
amorosa la vedesse....

— Che vuol che dica l’amorosa? Le dirò schietto come la fu la cosa...
Ma questo è il meno; l’essenziale è di tornare a casa nostra; e se la
va di questo passo, ho paura.... Basta quel che sarà sarà. Intanto che
siamo al mondo pensiamo di passarcela il meglio che possiamo.

Vestiti che furono, Valentino, pigliato pel braccio l’amico suo, lo
condusse seco al mulino, che in quel punto soffiando un po’ di brezza,
cominciava movere in giro le sue braccia gigantesche.

— E tu dici che il mugnajo aspetta anche me?

— Sicuro! Quand’ebbi le camicie, credendo che il mio conto con
lui fosse saldato, salutatili tutti e ringraziatili, stava già per
andarmene pei fatti miei, quando il mio bravo Siciliano, piantatosi
colle gambe aperte sull’uscio, e incrociatesi le braccia sul petto: Di
qui non si passa, mi disse, senza prima aver mangiato un boccone in
compagnia, senza aver assaggiato un gocciolo del nostro vino, dorato
come il solfo entro cui è nato.

— E tu allora?

— Che vuoi che facessi? Come rifiutare un’offerta fatta col cuore
in mano?.. .Ho detto: Sentite, amici, io accetto... ma a patto che mi
permettiate di condurre con me un mio camerata milanese... — Venga,
venga nel nome di Dio!... È caporale anche lui? — Sergente, volete
dire! No, è più di me, è uffiziale. — Uffiziale! gridarono in coro. Ma
allora bisognerà... perchè.... noi siamo povera gente, e... — Eh via!
bando alle cerimonie!... noi siamo tutti eguali (quando non siamo sotto
l’armi, ben inteso!)... siamo tutti come fratelli;... dormiamo tutti
sullo stesso letto...

— Infatti dormiamo tutti sulla terra! rispose Roberto ridendo.

— E mangiamo tutti allo stesso rancio...

— Quando c’è.

— Benissimo! Fatto sta che si lasciarono persuadere, e dato un calcio
ai loro scrupoli rispettosi, ci attendono a braccia aperte.

Così dicendo i due amici erano arrivati a pochi passi dal mulino,
quando vennero incontrati dalla famigliuola, seguita da una mezza
dozzina di majali, e da un lungo corteggio di galline e di anitre,
animali che in Sicilia spingono la domesticità fino a dividere, se non
a contendere, anche il desco e il letto coi padroni di casa. Mentre
entravano, Roberto disse all’orecchio del suo amico:

— Perdio! hai ragione... che bel pezzo di ragazza! Anche Valentino,
non sapeva distaccar gli occhi da Rosalia, non già che la guardasse
sguajatamente, chè egli, oltre al non esser sfacciato per indole,
conosceva abbastanza i doveri dell’ospitalità.

Naturalmente (tutto il mondo è paese) l’uffiziale fu il più
accarezzato, e Valentino, non senza rodersi un pochetto, aveva
osservato che Rosalia, lui partito, s’era affrettata ad attillarsi con
maggior cura. Nei capelli della bruna Siciliana, apparivano i solchi
recenti del pettine, e tra le nerissime trecce spiccava un mazzolino di
fiori d’arancio, freschi, colti allor’allora.

— Ah donne, donne! borbottava tra sè il sergente: tutte eguali... tanto
ad Angera che a Parco...

Poco dopo i due garibaldini sedevano a tavola unitamente al mugnajo;
le donne andavano e venivano dal camino (sotto cui bolliva, friggeva,
arrostiva il frugal desinare) alla tavola, alla quale, occupate
com’erano, sedevano di rado. Rosalia poi, certamente per caso, occupava
sempre la sedia vicina a quella del giovine pittore; ciò che sfuggiva
a Valentino tanto occupato a masticare, che s’accorgeva nemmanco dei
porci, i quali, festeggiando gli ospiti con festevoli grugniti, gli
correvano tra le gambe.

— Miei bravi signori! disse il mugnajo, voglio che si beva un bicchiere
alla salute del dittatore e dell’attuale nostro re Vittorio Emanuele.

— Volontieri! risposero i due convitati: e alzati i bicchieri, entro
cui scintillava il più puro Marsala, ripeterono il brindisi:

— Viva il generale Garibaldi!

— Viva il re galantuomo!

In questo odono la trombetta che chiama frettolosamente i garibaldini a
raccolta.

— Che diavolo sarà? sclamò Valentino interrogando collo sguardo il suo
amico.

— Va a vedere, Valentino!... Va... presto...» Valentino, vuotato d’un
colpo il bicchiere, scappò via gridando:

— Torno subito...

— Che può essere, signor tenente? chiese timidamente la fanciulla a
Roberto, mentre il mugnajo e sua moglie si affacciavano alla finestra.

— Qualche allarme, bella Rosalia...

— Non partirete, vero?

— Forse sì e forse no!... dipendiamo tutti dagli ordini del generale...
Ad ogni modo, Rosalia, non dimenticherò mai la cordialità con cui ci
trattaste...

— Mai? chiese la fanciulla con un mesto sorriso, e guardando Roberto
fisso fisso, con certi occhioni...

— Mai, ve lo giuro! rispose Roberto vivamente commosso. Rosalia...
datemi una vostra memoria... Quei fiori d’arancio...

Non aveva finito di parlare che già quei fiori stavano in sua mano...

— Corri, corri, Roberto! gridò Valentino entrando a precipizio... Son
già tutti sotto le armi.

— Ma che c’è? chiese Roberto cingendosi in fretta la spada.

— Vengono i Napoletani...

— Ah Madonna santissima! gridarono le due donne.

— Vengano pure... li riceveremo come meritano, disse il mugnajo, e
pigliato in un angolo il suo fucile, se lo pose soldatescamente in
ispalla. Addio, donne, o meglio, a rivederci...

— Addio, addio! dissero alla loro volta i garibaldini, e strette
affettuosamente le mani alle due donne, uscirono frettolosamente di là,
insieme col mugnajo.

La massaja stette alla finestra fino a che furono in vista; ma Rosalia,
rifugiatasi nell’orto, sedette, e celatosi il volto nelle palme,
proruppe in un dirotto pianto.

Quanto aveva detto Valentino era vero. I regj, il dì dopo la partenza
di Garibaldi dalle vicinanze di Monreale, accortisi dello stratagemma
messo in opera dal generale per guadagnar tempo, spedirono contro di
lui tutta la truppa che in fretta in fretta poterono raccogliere, senza
però sguarnire le posizioni.

Garibaldi, portatosi incontro a quella mano di regj, dopo breve
scaramuccia li fugò.

Il dì dopo i regj tornarono numerosi, e alla lor volta attaccarono
i garibaldini. Ferveva da qualche tempo il combattimento,
quando Garibaldi ordinò la ritirata, la quale ebbe luogo così
precipitosamente, con tale disordine, che a ragione i regj gridarono
vittoria. E per festeggiare degnamente e glorificare il loro sovrano,
entrati nei villaggi di Madonna delle Grazie e di Parco, li misero a
sacco; vuotatili, e uccisi i pacifici terrazzani, appiccarono il fuoco
alle case. I condottieri dei regj, al bagliore di quell’incendio,
scrissero un bullettino (che pubblicarono il dì dopo) col quale
annunziavano la disfatta delle squadre garibaldine.

Il mulino ove Roberto e Valentino avevano desinato, andò salvo per
miracolo. Non fu tocco dalle fiamme, perchè posto fuor del villaggio.
Anche la famigliuola potè riparare in tempo sui monti, ove venne
raggiunta dal mugnajo. I regj sfogarono la loro rabbia sui pacifici
majali e sugli innocenti pollastri, ond’era popolato il casolare.

Al sentire che la famigliuola era sfuggita di mano a’ borbonici, i due
amici respirarono.

Garibaldi, come ognuno già se lo sarà immaginato, aveva simulato
fuggire. Con questo nuovo stratagemma aveva raggiunto il suo scopo,
imperocchè ritornato alla Piana, e mandatovi Orsini coll’artiglieria,
mentre i regj ne seguivano ansiosamente le tracce, egli, co’ suoi
Cacciatori delle Alpi e con bande scelte di _picciotti_, pigliava
la via dei monti. Per viottoli appena, diremo così, sbozzati tra
i burroni, dopo una marcia tanto faticosa da non aver riscontro
negli annali de’ garibaldini, che con qualche altra eseguita nel
quarantanove, nella celebre ritirata da Roma, e con quella di pochi
giorni dopo, giungeva a Misilmeri, ove aveva dato convegno a tutti i
capi, delle bande degli insorti.

A Misilmeri, Garibaldi assunse le più diligenti informazioni circa le
ultime mosse dei regj, e potè convincersi che il nemico era caduto nel
laccio, cioè che aveva preso sul serio la precipitosa sua ritirata e
che attribuiva a scoraggiamento il rinvio de’ cannoni.

Esploratori[30] venuti dalla Piana annunziavano, essersi quivi il
nemico considerevolmente rinforzato; che Parco era interamente occupato
dai regj, e che, sulla strada che conduce a Palermo e a Monreale,
trovavansi pure poderosi corpi; la piana di Borazzo e quella di Santa
Teresa essere i punti di concentramento per parte dei regj, e poco o
nulla guardate le altre uscite. Da questi rapporti Garibaldi comprese
essere giunto il momento favorevole di irrompere su Palermo.

Ideato il suo piano, convocò lo stato maggiore, e i capi delle
squadre indigene, e loro espose il suo disegno, soggiungendo non
essere suo costume di adunare consigli di guerra, ma per questa volta
credere opportuno di consultarli, dipendendo da questa risoluzione
le sorti della Sicilia, e forse di tutta l’Italia meridionale. Disse
potersi mettere in esecuzione due piani: o tentare un colpo di mano
e impadronirsi di Palermo, o ritirarsi nell’interno ad organarvi un
esercito regolare, e conchiuse: «Io sto per il primo».

La maggior parte del consiglio fu compresa da stupore per l’arditezza
di tanto progetto, e alcuni uffiziali fecero osservare al generale il
difetto di munizioni. Al che Garibaldi rispose: Non essere il numero
dei colpi quello che sgomenterà i regj, ma piuttosto un’irruzione
improvisa; fidare moltissimo nel valore de’ suoi Cacciatori e
nell’entusiasmo delle bande siciliane, ricordando per ultimo l’attacco
alla bajonetta che aveva sgominati e fugati i regj a Calatafimi. Una
salva d’applausi accolse queste parole. Garibaldi allora congedò il
consiglio, raccomandando agli uffiziali di trovarsi pronti ad ogni
evento.

Valentino, ricevuto anche lui dal suo comandante l’ordine di tenersi
pronto, disse fra sè:

— Per me son qua! Ma, e Roberto?... Dov’è Roberto?... È da jeri che non
lo vedo... Andiamo un po’ a vedere dove si è ficcato.

Così dicendo, mosse in traccia dell’amico. Arrivato dove bivaccava la
di lui compagnia, domandò ad alcuni militi, che stavano ingojando in
fretta in fretta un po’ di rancio, ove fosse.

— Qui non c’è! gli rispose un garibaldino.

— Non c’è?

— No.

— Dov’è dunque?

— Chi lo sa! È partito jeri di scorta all’artiglieria di Orsini...

— Non sapete dov’è andato Orsini?

— È andato alla Piana... Il sito preciso poi come si fa a saperlo...
Ohe! si parte, eh?

— Si parte a momenti... Ho veduto poco fa il generale... Aveva il
cappello abbassato sugli occhi...

— Affare grosso allora!... affare grosso!...

Valentino, salutati i camerati, tornò al suo posto borbottando tra sè:
Mi rincresce proprio che Roberto non sia con me... Siamo sempre stati
insieme!... Forse è meglio per lui, perchè, a quel che pare, c’è in
aria qualche cosa di straordinario... C’è un va e vieni, una pressa
negli uffiziali di stato maggiore... Povero Roberto!... Almeno ne
uscisse netto, chè anche laggiù nella Piana sento che non c’è da star
molto allegri... I borbonici fanno il diavolo da quelle parti... E se
ci pigliassero alle spalle?... e se... Baggiano che sei! Non ha da
saperlo il generale?... Lascia fare a lui...

Intanto il sole era giunto a mezzo il suo corso. Valentino guardava
con tenerezza un soffice tappeto d’erbe odorose, verdeggiante nel
mezzo d’un boschetto e che, salendo un pochino, finiva circuendo un
ciottolone, liscio alla superficie superiore, non troppo alto, un
comodissimo origliere insomnia, che pareva sorgere da un paniere d’erbe
e di fiori. Valentino sospirava guardando quel letto composto dalle
mani stesse della Providenza:

— Che bella dormitona farei qui all’ombra! sclamava tendendo le mani
verso quel profumato giaciglio.

E la Providenza non fu sorda verso chi dal fondo del cuore la
ringraziava delle sue cure.

Secondo il piano di Garibaldi, la marcia dei volontari doveva aver
luogo sullo stradale di Misilmeri; stradale largo abbastanza per
permettere alle colonne di spiegarsi comodamente; ma i capi de’
Siciliani avevano invece suggerito di preferire il passo della
Mezzagna, dal quale, per via più breve, dalle alture dietro il
Gebelrosso, si scende nel piano di Palermo. Garibaldi accettò questo
consiglio.

Valentino, quando il suo uffiziale gli ebbe detto che si partiva
quella notte, si lasciò cadere sull’erba, stirando voluttuosamente le
membra. Poi, disteso il suo fazzoletto sulla pietra che gli serviva
di guanciale, vi adagiò il capo. Pochi minuti dopo egli russava
tranquillamente.




CAPITOLO XI.

Palermo.

    L’undici maggio, a Marsala, sbarcano
    800 uomini. Ventisette giorni dopo, il
    7 giugno, a Palermo, 18,000 uomini sbaragliati
    s’imbarcano. Gli 800 sono il diritto,
    i 18,000, sono la forza.

                                  V. HUGO.

    (_Discorso tenuto nel_ meeting _di_ Yersey).


Tre giorni dopo Sua Eccellenza il generale Garibaldi, dittatore della
Sicilia in nome di S. M. Vittorio Emmanuele, dall’alto del palazzo
reale di Palermo, riceveva l’umile preghiera del generale Lanza, colla
quale chiedeva l’onore di una conferenza a bordo dell’_Hannibal_, nave
dell’ammiraglio inglese. Il filibustiere aveva mutato titolo.

Palermo presentava uno spettacolo lieto e luttuoso ad un tempo.
Tripudiavano i cittadini per l’avuta libertà; ma tripudiavano tra
le rovine della loro città bombardata[31]. Giammai il contrasto tra
la letizia e la desolazione fu sì vivo. Come la gioja ed il riso
valseggianti del poeta alemanno, ti si presentava alternativamente, ora
un volto roseo e gajo, ora un volto pallido e lagrimoso.

Dall’alto del castello grandinavano spesse le bombe; dal mare, i
legni napoletani lanciavano continue bordate a mitraglia entro le
principali vie di Palermo. Molte case della parte bassa della città
caddero in rovina; rimasero uccisi o mutilati gran numero di donne e di
bambini; molti perirono sepolti sotto i rottami; ovunque scoppiarono
incendi, ovunque vi ebbero morti e feriti. Così il generale Lanza,
palermitano, bombardava ferocemente la sua patria, e si preparava, tra
le maledizioni di un popolo, un posto nella storia delle infamie umane,
e l’odio di quello stesso governo a cui serviva[32].

I volontarj, festeggiati, ospitati, accarezzati, ricevevano dai redenti
Palermitani il premio delle loro fatiche, de’ loro eroici sacrifizj.
Garibaldi, circondato a tutte l’ore dalla folla, visitava i posti,
passeggiava la città seguito solo da qualche uffiziale. Ovunque era
acclamato, benedetto. Certamente quei giorni furono fra i più belli
della sua vita avventurosa.

Calmato quel primo entusiasmo, cominciò in Palermo la caccia dei
_Sorci_ (così il popolo palermitano chiama gli sgherri della polizia
borbonica). Avvennero scene di sangue, orribili rappresaglie,
condannabili al certo, ma che sono pur troppo la necessaria conseguenza
di una non mai interrotta sequela di soprusi, di prepotenze, di torture
efferrate, con cui i barboni di Napoli cruciarono i Siciliani, con
una calcolata freddezza, con crudeltà sì fina, da pareggiare la santa
Inquisizione; il che è tutto dire!

I Garibaldini, impiegarono tutta la loro influenza per reprimere quelle
rappresaglie; e più d’una volta, gettatisi fra le coltella sguainate
del popolo, che urlando precipitava su qualche _sorcio_ scovato nei
sotterranei (in cui celavansi i poliziotti lividi per la paura),
strapparono di là a forza il malcapitato sgherro, salvando chi, se la
sorte ci fosse stata avversa, avrebbe esperimentato sui nostri, caduti
nelle sue mani, la _cuffia del silenzio_, o lo _speculum ani_.

Il mattino del 30 maggio, Valentino, attraversata Palermo, moveva
di buon passo verso la strada che conduce alla Piana, allo scopo di
incontrarvi Roberto, il quale doveva recarsi a Palermo in quel giorno,
anzi in quella stessa mattina, latore di un dispaccio pel generale.

Valentino, in quei tre giorni, aveva impiegate le ore di libertà nel
visitare la città. Ignorante com’era, sentiva però istintivamente il
bello; certamente egli non si fermava a discutere sull’architettura
moresca di qualche edifizio, nè sull’antichità di un altro; contemplava
però a bocca aperta quanto gli si parava dinanzi di grandioso,
di nuovo, di strano come diceva lui. Epperò aveva seguito, senza
sbadigliare, un instancabile garibaldino, côlto e d’ottima famiglia
milanese, il quale andava pazzo per le anticaglie ed in ispecie
pei monumenti architettonici che arieggiano lo stile arabico ed il
normanno.

Poco importava a Valentino il sapere che Palermo anticamente
chiamavasi _Panormus_, e che quel mare fosse il ceruleo Tirreno. Però
godeva vedendo le vaste piazze della città le innumerevoli fontane,
paragonando per ciò la capitale della Sicilia alla nostra Brescia (da
lui visitata l’anno prima, appunto con Garibaldi); spaziava lo sguardo
per le ampie vie del Cassaro, di Toledo, di Maqueda, che trovava molto
superiori a quelle di Sesto Calende.

Ma il suo compagno garibaldino soleva invece arrestarsi ad ogni
tratto, esaminando con scrupolosa attenzione ogni angolo della città,
e tenendo nota di tutto in un suo albo, mischiando la politica,
coll’architettura, col culto, coi costumi ecc. ecc. Così, per esempio,
scrisse nel suo albo, che gli era piaciuta moltissimo la gran piazza
ottagona, ornata di begli edifizj di stile dorico, jonico e corinzio,
decorata di molte statue, barocche le più, e che ha nel mezzo una
fontana, giustamente celebre per la sua grandezza e per gli ornamenti
architettonici.

Quella piazza chiamavasi un tempo _Piazza del sole_, e adesso, de’
_Quattro cantonieri_, da che la città fu divisa in quattro quartieri,
cioè delle sante, Cristina, Ninfa, Oliva ed Agata, giacchè in Sicilia
i santi c’entrano dapertutto. Più ancora della piazza, gli piacque la
_Marina_, che è il passeggio più frequentato (è un argine che costeggia
la baja e che è largo 80 passi) e la _Flora_, delizioso giardino
pubblico, ornato di statue, di fontane, di chioschi. È il luogo in cui,
la sera, si riuniscono i Palermitani a godervi la frescura e il profumo
dei fiori, proveniente dal vicino orto botanico, il cui ingresso ha la
forma di un aulico tempio. Il palazzo reale sorge in una bellissima
situazione; è circondato da graziosi giardini. Vi rimarcò la famosa
cappella di Ruggiero, curioso monumento, il cui interno produsse nel
garibaldino antiquario un’impressione di stupore commista ad un non so
che di misterioso. Non potè visitare tutte le chiese ed i conventi; ci
voleva un anno, tanto sono numerosi; vi basti dire che quest’ultimi
sono nientemeno che novanta, quaranta pei maschi, e cinquanta per le
femmine! Quanto ai prodotti del suolo, dice che sono copiosissimi;
seta, vino, olio, aranci, cedri, pistacchi, mandorle, frutta secche,
tonno e altro, pesce moltissimo, poi cordami, ambra gialla, manna,
coralli, sale, seme di lino, canape ecc. ecc.

La popolazione di Palermo è, a un dipresso, pari in numero a
quella di Milano; ma al vedere il va e vieni continuo per le vie,
l’ingombramento, l’incontrarsi delle carrozze da nolo (meschine assai),
dei passeggeri d’ogni condizione, d’ogni età e sesso, si crede in
sulle prime che la popolazione sia molto più numerosa, e l’industria,
il commercio più considerevoli; ma poi si scorge che questa attività
proviene in parte dall’ozio della maggioranza del popolo, e dalla
necessità di andare a cercar mezzi di sussistenza nelle case di carità,
e nei conventi, ove si fanno giornaliere distribuzioni; quindi, allato
del lusso sfoggiato da pochi, si vedono migliaja di mendicanti, alcuni
dei quali di schifoso aspetto. Nella state il calore vi è sì intenso,
che si chiudono le case e le botteghe prima del mezzodì, per riaprirle
verso le cinque della sera; in quest’intervallo tutto è silenzio
e quiete, e il viaggiatore che, sfidando il sollione, visitasse
Palermo in quelle ore, crederebbe di camminare nelle spopolate vie
di Ercolano o di Pompei. Ma al vespro, gli affari e i piaceri (che ne
sono la causa) riprendono il loro corso e si prolungano fino a notte
inoltrata[33].

Ma è tempo di ritornare a Valentino che, camminando veloce, era già
un pajo di miglia fuori di Palermo. Dopo un altro tratto di strada,
ad uno svolto, vide venirgli incontro una carrozza di una forma tanto
antica che pareva un confessionale, tirata da uno slombato ronzino, che
trottellerava però di buona voglia, sapendo di esser vicino alla città.
Nella carrozza scorgevasi un uniforme rosso.

— Dovrebb’esser lui! sclamò Valentino, e sedendosi sul margine della
strada attese la carrozza.

Infatti era Roberto.

— Ohe! gridò Valentino affacciandosi allo sportello.

— Oh! sei tu Valentino! sclamò Roberto, e tesa la destra all’amico che
gli correva al fianco, tirò per l’abito il suo Automedonte, il quale
piegando all’indietro tirò anche lui di conseguenza le redini e fermò
il cavallo.

— Oh! quanto m’è caro di vederti!

— E io?... ti sono venuto incontro, tant’era la smania di sapere
cos’era avvenuto di te.

— Mille grazie il mio buon Valentino!... Aspetta che scendo... Questa
maledetta carrozza mi ha tutto sconquassato... Palermo è lontano?

— Due miglia, non più.

— Bene, facciamole a piedi insieme.

— Volontieri.

Roberto, pagò il vetturale, si cinse la spada, trasse dal legno la sua
borsa da viaggio, e pigliato il braccio dell’amico s’avviò seco lui di
buon passo alla volta della città.

— Dì, Garibaldi è a Palermo?

— Sì.

— Tanto meglio... ho una lettera per lui...

— Ti fermi a Palermo?

— Spero di sì... a meno che il generale non mi rimandi colla risposta.

— Ah! che ne dici della nostra entrata in Palermo? disse Valentino
fermandosi, e ponendosi le mani dietro la schiena.

— Una meraviglia, mio caro, una meraviglia!... Non vedeva l’ora d’esser
teco per sapere per filo e per segno come fu la cosa...

— Chi sa cos’avrete detto voi altri al sentire questa bella notizia...

— La fu una Providenza, mio caro! una vera Providenza!... Senza questa
bella notizia che sospese le mosse dei borbonici che ci attorniavano,
forse a quest’ora.... io non era qui a chiacchierare con te.

— Diavolo!

— Ma, certo! Che volevi che facessimo noi, un pugno di gente, contro
di loro che erano a migliaja? Sì, ci siamo barricati bell’e bene...
avremmo fatto un fuoco d’inferno, ci saremmo difesi fino all’estremo;
ma poi, come continuare senza rinforzi, senza munizioni, e quel che
è peggio, senza notizie di Garibaldi?... Intanto la è andata bene; i
borbonici sono là sbalorditi, senza notizie, senza comunicazioni col
loro generale in capo...

— Ora sono fritti, te lo dico io! A Palermo vedi... Ecco la città!
guarda quanti campanili, guarda il castello... È in mano nostra, vedi!

— Raccontami, Valentino, raccontami come avete fatto ad entrare in
Palermo. Brucio di voglia di saperlo.

— Ecco qua. La sera del 26, a Misilmeri, io dormiva pacificamente,
quando mi sento tirare una gamba. Apro gli occhi, e vedo il mio
capitano che con altri uffiziali e sott’uffiziali andavano svegliando
senza far rumore i nostri sdrajati qua e là sulla collina. In un attimo
fummo in piedi e in rango, sotto le armi. Mezz’ora dopo tutti, tutti
ve’! marciavamo sui monti. Potevano essere le dieci di sera.

— Chi marciava innanzi gli altri?

— Ecco com’eravamo disposti; te lo posso dire di preciso, perchè mi
sono passati sotto gli occhi tutti, prima ch’io potessi trovare la mia
compagnia.

— Era notte fitta eh!

— C’era la luna... (Pare che in Sicilia non ci sia notte senza luna),
ma capisci! non si può veder da lontano come di giorno...

— Dunque?

— Dunque, ecco con che ordine si marciava.

L’avanguardia era formata dalle Guide e da un corpo formato di militi
levati dai Cacciatori delle Alpi, tre per compagnia, ed era comandata
dal maggiore Tückeri, quell’uffiziale ungherese che sai[34].

— Vedo, vedo!... e poi?

— Poi veniva La Masa coi _picciotti_. Dopo i _picciotti_ c’erano i
bersaglieri genovesi; e finalmente due battaglioni di Cacciatori delle
Alpi, ed io con loro.

— E avete camminato...

— Senti, Roberto! rispose Valentino ponendosi una mano sul petto; ne ho
vedute, ne ho fatte delle strade in vita mia... Non è la prima volta
che fo il soldato sotto Garibaldi...; ma ti assicuro che strade così
scellerate... così inique... Ti ricordi quella strada che abbiam fatta
assieme per arrivare a Parco?... Era cattiva vero?... Ebbene fa conto
che la sia il Sempione in confronto di quella che ti dico...

— Capisco, capisco!...

— Ma no, chè se uno non le ha fatte quelle strade non può capire come
le sieno! Perchè, vedi, io ho detto strade, tanto per spiegarmi;
ma non le sono strade, ma piuttosto screpolature del monte, tracce
di ruscelli passati per l’erba dopo un temporale... Insomma ad ogni
tratto s’udiva una bestemmia, e uno di noi, o scappucciava, o cadeva
rotoloni, o picchiava della testa contro un masso; talvolta credevi di
mettere il piede sul sodo e invece lo affondavi in un buco, a rischio
di scavezzarti una gamba. Su, giù, poi ancora su, per discendere di bel
nuovo; si voltava a destra, poi subito a sinistra; si attraversarono
certi torrenti coll’aqua fino al ginocchio. Buon per me che so
nuotare!.... diceva io; poi se sono passati gli altri prima di me,
passerò anch’io;... e via!... C’era de’ momenti in cui credevamo di
andar dritti dritti all’inferno... Oh che strade! Oh che notte! Oh che
strapazzi!

— E poi? chiese Roberto ridendo delle smanie dell’amico.

— Finalmente, quando Dio volle, rotti per la fatica, con una spanna
di lingua fuori, si arriva, che faceva già chiaro, alle prime case,
a Porta Termini. Ci siamo! ho detto fra me. Avanti! e silenzio...
silenzio! ci dicevano con voce bassa gli uffiziali. Ma i _picciotti_,
avvezzi a far baccano, invece di starsene zitti, si mettono a saltare,
e a gridare con quanto fiato hanno in corpo: Viva Garibaldi!... viva
Garibaldi!

— Silenzio, perdiosanto! dicono i capi con voce strozzata; silenzio! Eh
sì! I _picciotti_, ritoccano: Viva qua! viva là!

— Che fatalità!

— Che vuoi! adesso che la è finita, li compatisco; l’allegria uno la
tiene in corpo, un altro no; è quistione di temperamento!... Quelle
maledette grida diedero l’allarme ai Napoletani. Dàlli, dàlli! presto,
presto! In un momento sono tutti in piedi,... arrivano di corsa,
difendono porta Termini colle barricate... La nostra avanguardia, che
senza quelle grida entrava in Palermo addiritura, senza trar colpo,
visto che era scoperta si fa innanzi...; ma è ricevuta a fucilate...
I _picciotti_, non ancora avvezzi alle schioppettate, piegano un
pochino... Allora ci avanziamo noi,... cioè si fa innanzi il primo
battaglione de’ Cacciatori delle Alpi... Si fa fuoco, si cerca di
correr dentro... ma non c’è verso... Arriva a passo di carica il
secondo battaglione... Allora anche i _picciotti_ piglian coraggio...
Avanti, avanti!...

— E io non ci doveva essere! gridò Roberto tendendo i pugni.

— Tutto ad un tratto si sente il cannone... Corpo del diavolo! erano
i Napoletani che ci tiravano cannonate a più non posso dalla Porta S.
Antonino... Ci pigliavano di fianco!

— E allora?

— E allora, al solito: Alla baionetta! avanti! Il maggiore Tückery, e
tre guide, scavalcarono pei primi la barricata... Tückery cade;... una
palla lo aveva colpito nel ginocchio. Subito dopo stramazza Benedetto
Cairoli, ferito anche lui in un ginocchio[35]. Avevamo dinanzi lo
stradone che mette dritto nella città.... e non potevamo avanzare...

— Perchè?

— Per un maledetto cannone, piantato là in faccia a noi, e che tirava
a mitraglia... Un colpo dopo l’altro, con una furia!... Quando...
Indovina un po’ cosa succede?... Succede che uno dei volontarj
genovesi, per far coraggio ai _picciotti_, visto che le parole
servivano poco (forse non si capivano bene), decise di spingerli
avanti animandoli col suo esempio. Piglia quattro sassi, se li pone
sulle braccia; poi dice ad un compagno: «Ficcami quella bandiera
sotto un’ascella.» Detto fatto. Allora corre innanzi a testa bassa,
infischiandosene della mitraglia; poi, arrivato ad un certo punto, si
ferma in mezzo allo stradone; mette giù i suoi sassi e vi pianta in
mezzo la bandiera...

— Pare impossibile!

— Poi le si pone a sedere vicino, tranquillamente, colle braccia
incrocicchiate sul petto...

— Ma è proprio vero? sclamò Roberto fermandosi sui due piedi, e
fissando l’amico.

— Se è vero? Ma l’ho veduto io con questi occhi!... E poi domanda ai
nostri e vedrai!... Allora _picciotti_ e garibaldini si precipitano
avanti, oltrepassano il Genovese e la bandiera, e giungono fin presso
la porta della città...

— Bravi, bravi, perdio!... E come si chiama questo intrepido Genovese?

— Non lo so!... mi rincresce, ma non lo so![36]

— Peccato!... E così?

— Siamo al punto decisivo. Noi, a dirtela in confidenza, non ne
potevamo più; il nemico ci serrava addosso di fronte, ai fianchi...
Io non sapeva in che mondo mi fossi! Quando ad un tratto sentiamo un
baccano d’inferno dalla parte della città; erano grida confuse, era
un fracasso come quando all’avvicinarsi d’un temporale, sbattono con
violenza porte, griglie, usci;... oltre ciò un maledetto scampanare...

— Cos’era?

— Erano i Palermitani che si levavano in massa addosso ai Borboni...

— Che rimasero tra due fuochi?

— Tra due fuochi, proprio tra due fuochi! Allora dovettero battersela
per salvar la pelle, e noi, dentro con Garibaldi, e innanzi innanzi
fino alla piazza di Fiera vecchia, dove trovammo quei del comitato,
il municipio e migliaja e migliaja di persone, che ringraziarono il
generale, che ci abbracciarono levandoci di peso da terra. Vecchi,
donne, fanciulli, preti, frati, monache... sì, Roberto, anche le
monache... (e ve ne sono di belline ve’!); chi piangeva, chi rideva...
Senti, Roberto!... ne ho ricevute delle dimostrazioni (e così dicendo
s’arrotolava fra le dita le estremità dei baffi), a Varese, a Como,
a Bergamo e Brescia, e poi anche qui a Salemi, a Misilmeri ecc. ecc.
ma come quelle di Palermo...» e agitava le braccia come a dire: è
impossibile vederne di più calorose, di più entusiastiche.

— Cos’avrei pagato per essere presente! disse Roberto sospirando.

— Te lo credo, Roberto, te lo credo! Vedi... al solo parlarne mi
vengono le lagrime agli occhi,... ma le son lagrime che danno
piacere... perchè rammentano una buona azione. A pensare al
divertimento, al gusto che si piglia a far del bene, non so capire
come ci sia a questo mondo della gente, la quale potrebbe farne tutti i
giorni, e che invece arrabbia, soffre, si dispera, e crepa se occorre,
e tutto questo per far del male...

— Seguita, seguita il tuo racconto.

— Quando entrammo in Palermo potevano essere le cinque e mezzo del
mattino. Tanto noi che i Palermitani ci ponemmo subito all’opera,
barricando contrade, chè il già fatto era molto, ma c’era bene
altro!... Intanto che si lavorava, che si correva di qua e là, che si
stanano i regj, ecco che verso le dieci casca giù una bomba, poi due,
dieci, cento, e via via, in men che nol dico, le venivan giù fitte che
parevan gragnuole... E che bombe ve’!... ce n’eran di quelle che io
arrivava appena appena a circondare colle braccia... E non solo bombe,
ma palle arroventate, e certe altre... Non so come le chiamano!... ma
dicono che, dove toccano, nasce subito un incendio.

— Chi sa quante vittime!

— Te lo lascio immaginare! Ma quasi non bastasse il bombardamento,
ecco i legni napoletani che erano nel porto, schierarsi e cominciare il
fuoco dall’altra parte.

— E il generale?

— Il generale stava sulla piattaforma nella piazza del Pretorio insieme
ai capi dell’insurrezione ed ai suoi uffiziali di stato maggiore.
Intanto s’era fatto notte e il bombardamento continuava, non colla
furia di prima, ma continuava. Palermo era tutto illuminata e in
festa...

— Sarà stato un curioso contrasto.

— Altro che!... La mattina del 28 si sentì un baccano indiavolato
per le strade; erano i prigionieri politici liberati e condotti in
trionfo;... scapparono però in quella confusione anche dei birbanti,
che di politica non se ne impicciarono mai, e che avrebbero fatto
meglio a restar dove erano. Intanto i regj seguitavano a ceder terreno,
vuotando la Vicaria e le caserme e riparando nel castello...

— In quel giorno respirammo anche noi là a Parco. Mentre ci aspettavamo
un assalto in tutte le regole, che è che non è, i regj se ne vanno via
quatti quatti...

— Mi ricordo infatti che in quel giorno ci venne fatto di sapere che le
truppe napoletane che erano a Monreale e a Parco, cercavano rifugiarsi
a Palermo... Arrivarono nel porto due vapori carichi di soldati e che
parevano volessero sbarcare... Ne avevano tutta la voglia, ma altro è
volere altro è potere!... Di lì a poco corse voce di una sospensione
d’armi. C’entrò di mezzo un ammiraglio inglese, ma a dirtela schietta
non so bene come sia stato questo negozio...


Riempiremo la lacuna lasciata da Valentino.

Il castello continuava il bombardamento, infame ed inutile opera
di distruzione. Intanto l’ammiraglio inglese Mundy faceva le sue
pratiche presso Garibaldi, e questi dava il suo consentimento alla
sospensione delle ostilità; ma non per tanto il bombardamento del
castello continuava, e i regj, approfittando della rilasciatezza dei
nostri nel guardare i posti, avevano preso possesso di alcune barricate
presso alla piazza Reale, e incendiate alcune case. Il dittatore già si
preparava a scrivere all’ammiraglio, e a lamentarsi della violazione
dei patti, quando giunse a lui il luogotenente di vascello Wilmot,
dicendo che non avendo il commodoro data risposta, il generale era
libero di riprendere le ostilità. Così fu fatto, e poche bombe alla
Orsini lanciate contro i regj, bastarono per metterli in fuga, e per
riprendere le posizioni perdute.

Da queste velleità dei comandanti l’esercito napolitano, si vede chiaro
come essi si trovassero da una parte spaventati da Garibaldi e dalla
rivoluzione, e dall’altra stimolati dall’amor proprio d’una rivincita,
sembrando loro troppo disonorevole, che un esercito bene ordinato di
venti e più mila uomini si ritirasse in faccia a gente senza disciplina
e senza armi.

Nella notte dal 28 al 29 partivano nella direzione di Termini alcuni
legni della flotta napoletana. Il bastione di Montalto, a sinistra del
palazzo reale, veniva sgombrato dai Napoletani che vi lasciarono un
cannone da trentadue. Il 29, il corpo dei regj che occupava il palazzo
delle finanze, mandava un parlamentario per ottenere di ritirarsi; ciò
non veniva concesso. Si veniva a conoscere che il castello, mancando
di aqua e di viveri, non poteva a lungo sostenersi. Un caposquadra
recava notizie sullo stato delle vicine campagne ingombre d’insorti;
altri dispacci accennavano a forti guerriglie che molestavano i regj a
San Martino, alla Favorita, a Monreale, a Parco; e che già gli insorti
venivansi raccogliendo nelle piane del Borazzo, e di Santa Teresa.


— Verso le tre dopo mezzodì, (prese a dire Valentino continuando il suo
racconto), la città fu tutta sossopra.

— Perchè?

— Ti dirò; due vapori che, come t’ho detto, erano nel porto, tentarono
di sbarcare le truppe che avevano a bordo, presso la porta dei Greci;
la popolazione di quelle vicinanze cominciò a fuggire in città,
portandovi l’allarme e la confusione. Quasi nello stesso momento
s’udirono cannonate e schioppettate sul bastione, tra il castello ed
il palazzo reale. Erano alcuni cittadini coraggiosi, i quali avevano
tentato d’impadronirsi di un certo gruppo di case, per tagliar le
comunicazioni tra i regj ch’erano sul bastione e quelli chiusi in
castello.

— La era ben pensata!

— I Napoletani fecero un fuoco del diavolo; i Palermitani risposero;
ma dopo un po’ di tempo s’accorsero che non avevano più munizioni;
se ne accorsero anche i regj, e ne approfittarono, sbucando fuori
e ricacciando i cittadini là dove erano venuti. Garibaldi se ne
stava desinando, quando gli si presentò il capitano Piva narrandogli
l’occorso. Il generale, udito che l’ebbe, si alzò dicendo: È meglio
che vada io stesso.» Vi andò, e, al solito, colla sua presenza mutò
la faccia delle cose, e i regj ebbero di grazia di potersi ritirare.
Garibaldi, nonostante le preghiere di noi altri tutti, rimase durante
il tafferuglio nel bel mezzo della strada parlando, e incoraggiando i
combattenti. Un Siciliano, ferito nel capo, cadde dinanzi al generale,
che lo sostenne tra le sue braccia; Türr, fu colto in una coscia da una
palla di rimbalzo mentre stava allato del generale. Infine, vedendo
che la cosa andava per le lunghe, Garibaldi rivoltosi ai nostri che
gli stavano intorno, gridò: Andate un po’ là voi altri e finitela.» E
noi, serratici insieme, via di corsa!... Ci trovammo tanto vicini ai
borbonici, da poter gittare in mezzo a loro una bomba all’Orsini, che
scoppiò, e buttò in terra sette soldati napoletani. Allora Garibaldi
disse al trombettiere che aveva presso, di suonare la carica... e i
regj scapparono. Questa mattina poi, quand’io, attraversava Palermo
per venirti incontro, ho sentito dire che il general Lanza, a mezzo
dell’ammiraglio inglese, aveva chiesto un abboccamento.

Intanto Valentino e Roberto erano arrivati a Palermo.

L’abboccamento chiesto dal general Lanza, e a cui Valentino fece
allusione, è quell’istesso da noi accennato nel principio di questo
capitolo.

Il dittatore aveva risposto, non avere alcuna obbiezione a fare, ed
esser pronto a venire a conferenza col generale napoletano a bordo
dell’_Hannibal_; manderebbe a’ suoi, ordine di cessar il fuoco:
l’armistizio comincerebbe a mezzodì, e che ad un ora pomerediana il
convegno avrebbe luogo sul legno ammiraglio. Il colonnello Türr,
ispettore generale delle forze nazionali, mandò la risposta del
dittatore al general Lanza, a mezzo del luogotenente di vascello
Wilmot[37].

Perchè l’armistizio cominciasse a mezzodì, Garibaldi aveva mandato
l’ordine di cessare il fuoco un’ora prima. Ma in quel momento una
colonna napoletana, provista d’artiglieria presentavasi a porta
Termini. Invano la bandiera bianca segnò l’armistizio; la colonna
mosse all’assalto, ed il castello vi cooperò con le solite bombe.
Parecchi uffiziali dei nostri montarono sulle barricate proclamando
l’armistizio, ma la colonna non ne volle sentire, e fece fuoco.
Garibaldi in quel punto cominciò a credere che l’armistizio non avesse
più luogo, quando due parlamentarj regj vennero a lui chiedendogli
scusa dell’occorso e dichiarando essere stato un malinteso. Intanto i
Napoletani si avanzavano, e il luogotenente Wilmot, che veniva recando
il consenso dell’ammiraglio, si trovò involto tra le schiere dei regj.
Garibaldi, raccolte allora le sue riserve, marciò innanzi. Una bomba
lanciata dal castello, scoppiò vicino a lui; i borbonici abbassarono
i fucili, vi fu un momento in cui la vita del dittatore si credette
perduta. Finalmente il luogotenente Wilmot, persuadendo i regj del loro
errore, riuscì a farli retrocedere.

All’ora determinata ebbe luogo l’abboccamento; da parte dei regj,
v’era il generale Letizia, e il comandante la stazione navale; da parte
nostra, lo stesso Garibaldi, accompagnato dal colonnello Türr.

L’ammiraglio inglese aveva frattanto invitato i comandanti della
squadra francese ed americana perchè fossero presenti alla conferenza.

Il generale Letizia porse in iscritto i sei punti sui quali desiderava
aprire la conferenza.

Queste proposte mostravano chiaramente in che stato si trovassero i
Napoletani.

Erano le cinque quando la conferenza terminò. Il ritorno di Garibaldi
e l’annunzio dell’armistizio di ventiquattro ore (benchè non si
conoscesse ancora il risultato dell’abboccamento) infuse nuovo
coraggio nei cittadini, che si apparecchiarono con maggiore alacrità
alla difesa. Preti, uomini e donne, tutti lavoravano alle barricate;
sui tetti si ammassavano pietre ed altri projettili da rovesciare
sugli assalitori; ai Cacciatori delle Alpi ed ai _picciotti_, furono
assegnati i posti da difendere; i più intelligenti e stimati tra
i cittadini andavano rassicurando il popolo, e lo incoraggiavano a
combattere per la libertà e per l’Italia.

Il popolo era ansioso di sapere il risultato della conferenza, e
Garibaldi non lo fece lungamente aspettare. Apparve un suo proclama
il quale diceva. — Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io accettai
quelle condizioni che l’umanità dettava si accettassero; ma fra queste
una ve ne era umiliante per la brava popolazione di Palermo, ed io la
riggettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza di oggi
fu dunque di ripigliare le ostilità dimani. Io ed i miei compagni
siamo festanti di potere combattere accanto ai figli del Vespro, una
battaglia che deve infrangere l’ultimo anello della catena con cui fu
avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.»

Garibaldi non aveva accettato dal generale Letizia la quinta proposta,
cioè: che il municipio dovesse indirizzare un’umile petizione al re,
esponendogli i bisogni della città. Noi non possiamo capire come si
potessero fare ad un generale e ad un popolo vincitori, proposte di
simile natura; ma è questo un segno della collera di Dio, di istupidire
chi n’è colpito.

La mattina del 31, militi e popolo si preparavano a riprendere le
ostilità, quando un parlamentario, inviato da Lanza al dittatore,
gli domandava una scorta pel generale Letizia, che per le dieci
antimeridiane desiderava un colloquio con lui; il dittatore
accondiscese, e alle dieci in punto il generale borbonico entrava
nel palazzo Pretorio ed esponeva al dittatore: Essere impossibile
trasportare tutti i feriti prima del mezzodì in modo che, ove
l’armistizio non venisse protratto, il suo scopo riuscirebbe
vano. Domandò inoltre un armistizio indefinito, facendo sperare la
probabilità di un accomodamento, onde schivare altro spargimento di
sangue[38].

Il dittatore negò l’armistizio indefinito, ed offrì il prolungamento di
giorni tre, che venne accettato dal generale Letizia.

La città ricevette a malincuore l’annunzio del protratto armistizio;
il fervore di combattere aveva invaso l’animo dei cittadini, i quali
inoltre sospettavano che la tregua potesse riuscire di vantaggio
al nemico, e di scapito per essi. Invece l’armistizio giovava alla
causa della libertà; perciocchè, non solamente si guadagnava tempo
onde costruire nuove barricate, e organare alla meglio le squadre dei
volontarj, ma si dava agio ai Napoletani di disertare, come infatti
accadde di molti ufficiali, che trascinati dalle idee liberali,
abbandonarono la bandiera borbonica e si raccolsero sotto quella di
Garibaldi. Di più, l’esercito napoletano a poco a poco stancavasi e
demoralizzavasi, mentre all’annunzio della presa di Palermo, altri
comuni dell’isola si ribellavano, e nuovi volontarj venivano ad
ingrossare le nostre schiere.

Nel pomeriggio di quel giorno stesso il dittatore fece un giro
d’ispezione per la città. Fu uno di quei trionfi già da noi descritti,
e che forse sembreranno troppo grandi per un uomo; quell’idolo popolare
vestito della sua casacca rossa, e con un fazzoletto colorato intorno
al collo, camminava a passo lento in mezzo al popolo numeroso che
delirante gridava, acclamava, si gittava ai suoi ginocchi, e come a
liberatore gli baciava la mano, e toccava religiosamente i lembi delle
sue vesti. E in mezzo a tanto fremito e delirio, Giuseppe Garibaldi
era calmo, sereno e col sorriso sulle labbra. Egli fermavasi, ora a
raccomandare la quiete, ora ad ascoltare i lamenti degli infelici che
avevano avute le case arse e saccheggiate. Quanto un popolo meridionale
sa fare e dire in momenti di tanta esaltazione, tutto fu fatto e detto
intorno al generale in quelle ore sublimi di morale trionfo.

Ritornato al palazzo Pretorio, fu come assalito dagli uffiziali inglesi
ed americani, dal console degli Stati Uniti, e dal console svizzero,
venuti a salutarlo, o a congratularsi con lui della sua vittoria.[39]

Poco dopo, dal palazzo delle finanze sventolava una bandiera
parlamentare, e da quel momento furono aperti i negoziati perchè i regj
sgombrassero quel palazzo, che poi fu ceduto il 2 giugno, nel quale
giorno, perchè prossimo al termine dell’armistizio, i lavori delle
barricate e i preparativi di guerra per parte dei nostri procedevano, e
si recavano a compimento col concorso di tutte le classi di cittadini,
e con tanto ardore che lo stesso Garibaldi meravigliato se ne
congratulò in un suo proclama ai Palermitani.

Il general Lanza era intanto riuscito a far conoscere alla corte di
Napoli che qualunque ulteriore resistenza in Palermo sarebbe tornata
inutile, e che quindi bisognava sgombrare la città; e il governo fu
costretto a cedere a quello stesso che egli aveva poc’anzi chiamato
sprezzantemente un filibustiere. Al cospetto de’ suoi popoli, al
cospetto di tutto il mondo, i Borboni di Napoli, dovettero volgersi
supplichevoli al vittorioso popolano, se vollero salvare la truppa dal
furore della rivoluzione.

Tanto dispetto veniva però raddolcito dalla speranza di una rivincita,
perciocchè concentrando il nerbo delle loro forze in Messina e
possedendo ancora i forti di Siracusa e di Augusta a tempo ed a
luogo lusingavansi di riconquistare la Sicilia, come nel 1849 aveva
fatto Ferdinando II per mezzo del generale Filangeri. Non per tanto
fu raccomandato al generale Lanza di capitolare non da vinto, ma da
soldato forte ancora, e che cedeva unicamente per principj di umanità;
l’onore delle armi in ispecial modo doveva essere salvato in faccia
all’Europa.

Era nelle intenzioni di Garibaldi di non umiliare troppo l’esercito
napoletano; chè anzi giovava cattivarsi l’animo di esso con atti
generosi; perciò determinò di agire secondo la bontà dell’animo suo,
e tanto più nobilmente, quanto più feroce, e inumano egli era stato
dipinto dal governo di Napoli.

Oltracciò il castello, presidiato da molta truppa poteva ancora
resistere, e, dove avesse continuato il bombardamento, la città
sarebbe andata in rovina, e molta strage sarebbesi consumata, e
danni incalcolabili ne sarebbero venuti. Sotto la pressione di questi
riguardi, che per altro grandemente onorano la prudenza, la politica
e i sensi umanitarj di lui, il dittatore acconsentiva alle molte
richieste del nemico, e il 6 giugno stipulava una convenzione, la quale
venne fedelmente mantenuta, e che pose fine alla ruina di Palermo.




CAPITOLO XII.

Troppo tardi!

    Tutti i milioni di Rothschild non valgono
    a comperare mezz’ora.

       Dr. PAOLO MANTEGAZZA. (_Il bene ed il male_).


Lettori, se non vi rincresce, torniamo in Lombardia; vi staremo per
poco.

La mattina del 9 giugno 1860, due signore passeggiavano nel giardino
che circonda una graziosa e solitaria villeggiatura posta a mezzo il
colle detto Campo de’ fiori, che sorge tra i due monti Valgrande e
Maria del monte, poco lungi dalla strada che da Gavirate conduce a
Laveno, che è quanto dire, dal lago di Varese al Verbano.

La più giovane delle due (la padrona di casa), passeggiava pian piano,
fiutando un garofano, con una cert’aria di abbandono e di languore,
come di persona avvezza a volar via lontano lontano col pensiero...
Dove poi si posassero i suoi pensieri, a noi poco importa il saperlo.
Fatto sta ch’essa volgeva gli occhi semichiusi a destra, a sinistra,
innanzi a sè, senza badare più che tanto alla stupenda scena che
offrivano quegli incantevoli dintorni, vivificati dai nascenti raggi
del sole.

L’altra signora, molto più attempata, dava segno, camminando, della più
viva impazienza. Affrettava il passo, indi retrocedeva per porsi a lato
della sua amica; poi si fermava, e sospirando, e crollando il capo,
guardava giù verso Lainate, e sulla strada che, radendo il lago di
Varese, mette a Gavirate.

— Quanto tarda questo benedetto Amedeo, quanto tarda!...

— Sarà in ritardo la diligenza!

— Eppure è l’ora, rispose la contessa Emilia, consultando per la decima
volta l’oriuolo che portava alla cintura. Ah! Irene, che martirio è
l’aspettare!» e camminava innanzi battendo palma contro palma.

Irene a queste parole, si portò la mano alla bocca per soffogare una
risata.

— Ah! esclamò la contessa fermandosi, sento rumore di carrozze...
Guarda un po’ tu, Irene, che ci vedi meglio di me.

— È la diligenza!... Eccola...

La contessa Emilia, postosi il suo _pince-nez_, guardò giù sulla strada
ripetendo: Eccola, eccola!... Ah finalmente! adesso Amedeo non può
tardar molto... Vo a vedere!

Così dicendo la contessa entrò frettolosamente in casa.


Come si trova qui questa signora? — Amico lettore, te lo dico subito.

La contessa Emilia era già da qualche giorno nella sua villa nel
piano d’Erba, quando verso gli ultimi di maggio le giunse da Genova
una lettera di suo nipote Ernesto, colla quale le annunciava ch’egli
sarebbe partito il 10 giugno colla brigata Medici, alla volta di
Palermo.

La zia gli rispose tosto che sarebbe venuta a Genova ad abbracciarlo,
prima che partisse. Poi, tornata a Milano, s’era affacendata a
prevedere tutto ciò che, secondo lei, suo nipote doveva portar con
sè. La buona signora, nella foga del suo zelo materno, aveva messo
a contribuzione non so quanti bottegaj, dal sarto al Rainoldi,
accumulando fagotti, cassettine, involti ecc. ecc. tanto che, quando le
parve di aver nulla dimenticato, quelle provigioni capivano a stento in
un’enorme cassa di legno, solidamente accerchiata di ferro.

La contessa volle metter mano ella stessa, (ajutata però dalla
cameriera) al collocamento di tutti questi oggetti. Dispose sul fondo
della cassa due coperte di lana che, diceva, dovevano essere _tanto
zucchero_ pel nipote; vi sovrappose non so quante paja di camicie
di tela, bianche e colorate, di mutande, di calze, di fazzoletti;
un corredo da sposi insomma! Sulla biancheria distese tre o quattro
gazzette, e su di esse, due abiti completi, l’uno dei quali da portarsi
dal nipote in occasione di visite; _frak_, calzoni, _gilet_ neri, e su
questi, due candide cravatte già artisticamente annodate, e una dozzina
di guanti color burro.

Savina, la cameriera, quando ebbe vedute le cravatte e i guanti, osò
osservare alla padrona che, secondo lei, un garibaldino avrebbe forse
potuto farne senza. Così non lo avesse detto! chè la contessa, pigliò
in mala parte quell’osservazione, attribuendola a poca affezione per
quel suo povero figliuolo, com’ella pateticamente lo chiamava.

Sugli abiti (previo un altro strato di gazzette) la buona vecchia
schierò (in modo da utilizzare ogni minimo spazio, ogni cantuccio)
saponi odorosi, aqua di Colonia, cartocci di polvere di Cipro, di
mandorle profumata coll’_ireos_, sigari di tutte le qualità, una posata
e un bicchiere d’argento, tre libbre di cioccolata, una scatoletta di
cristalli d’acido citrico per le limonate....

— La scusi, signora contessa, osservò l’incorreggibile Savina; io
sono una povera ignorante, ma ho sentito dire che in Sicilia i limoni
abbondano come da noi i sassi...

— Cosa sai tu di queste cose! Dammi mano a finire che sarà meglio...»
le rispose la padrona.

Poi depose nella cassa due bottiglie di conserve, diligentemente
incartocciate, due cassette di latta contenenti, l’una della gelatina,
l’altra del brodo secco; non dimenticò la macchinetta pel caffè, un
cartoccio di stoppini, una boccetta di spirito di vino, e, senza una
nuova rimostranza di Savina, vi avrebbe ficcato anche un astuccio
di solfanelli. Per ultimo, stese su tutta questa svariata mercanzia
due dozzine di salviette. Mandato poi pel falegname, volle assistere
all’inchiodamento del coperchio, e rabescare ella stessa su di esso,
con un pennello, l’indirizzo, e due P giganteschi.

Finito ch’ebbe, stette contemplando a lungo l’opera sua e la cassa; poi
si tolse di là, asciugandosi una lagrima, tanto ne fu commossa.

Sedata la commozione, messo il cuore in pace circa al corredo del
nipote, la contessa Emilia pensò a sè medesima. Benchè avesse già
veduti molti carnovali, tuttavia, per una inveterata abitudine, ella
soleva concedere un posto importantissimo all’acconciatura. Il pensiero
di doversi tra pochi giorni recare a Genova (non v’era stata mai),
gliene aveva fatto nascere subito un altro, corollario del primo:

— Ci vuole un cappellino nuovo! aveva detto meditando tra sè. Ci vuole
un cappellino nuovo!... aveva, il dì dopo, ripetuto alla sua modista,
la quale com’era naturale, s’era affrettata a rispondere:

— Ma sicuro!... le pare!... una dama come lei.... È la stagione
dei bagni, e Genova è piena di forestieri... Vi troverà anche molti
Milanesi...

— Basta così, basta così! La mi faccia subito un cappellino, ma!...

— Lasci fare a me, signora contessa...

— Me lo manderà a... Aspetti che ho qui l’indirizzo....» Così dicendo
frugava nella borsa.

— Lo so, signora contessa; lo manderò a Erba per...

— No, no! rispose la contessa rimettendo, un viglietto alla modista. Il
cappellino me lo manderà a Varese per Velate; dirigendolo a me presso,
la signora Irene ****.

La modista prese il viglietto e lo ripose.

— Jeri ho trovato la mia amica Irene (continuò la contessa) la
quale, sentito che io contava andare a Genova a salutare il mio
Ernesto, mi disse: Vieni con me, Emilia, a Campo de’ fiori (è la sua
villeggiatura); là siamo a poche miglia dal lago Maggiore; là presso
passa due volte al giorno la diligenza che da Varese va a Laveno, in
coincidenza coi Vapori del lago e quindi colla strada ferrata che da
Arona mette dritto a Genova...

— Quando parte la signora contessa? chiese la modista.

— Posdomani vo coll’Irene a Campo de’ fiori; poi, il 9 del mese
venturo, parto per Genova. Medici coi suoi, s’imbarca il 10... Dunque
mi raccomando...

— La si figuri! Entro la settimana ella avrà la cassetta col cappellino.

— Siamo intesi... Addio!... Oh! a proposito, Dalia, la mia tosa, vieni
con me un momento.

— Sono qui! rispose Dalia, alzandosi e seguendo la contessa.

— Ascolta, la mia ragazza, le disse questa quando furono sulle scale;
mi vuoi preparare la lettera di raccomandazione che mi hai promesso pel
tuo... Come si chiama?

— Roberto.

— Pel tuo Roberto?

— Sono ai suoi ordini.

— Bene, vieni su con me.


L’alba del giorno 9 sorgeva raggiante a Campo de’ fiori, e la
cassettina col cappellino non era ancor giunta. Aveva quindi ben
ragione la contessa Emilia di dar nelle smanie, tanto più che, tardando
ancora mezz’ora, non sarebbe giunta a Laveno in tempo di partire col
piroscafo alla volta di Arona.

Mentre la contessa Emilia sfogava il suo dolore colla Savina, che
stavasene presso la famosa cassa, e pronta a montare in legno al primo
cenno della padrona, ecco entrare Amedeo.

— Finalmente! sclamò la cameriera alzando le braccia.

— Finalmente! strillò la contessa correndogli in contro.

— Ma che vuole!... Non è mia colpa se....

— E la cassettina? dov’è la cassettina?...

— La cassettina? ripetè Amedeo facendo gli occhiacci e spalancando la
bocca ad uno sorriso sciocco. Non c’è....

— Non.... c’è?

— No, signora!

— La ci deve essere! gridò la contessa battendo i pugni sulla cassa.

— È quello che ho detto anch’io al conduttore della diligenza: La ci
deve essere! Ma lui, dopo aver guardato da per tutto, rispose che non
c’era...

— Oh! povera me! gridò la contessa, piagnucolando. Come fare adesso?

— Se ne fa senza, disse Irene, la quale, non vista, aveva assistito a
quella scena.

— Farne senza? Nossignora! rispose mezzo in collera la vecchia
volgendosi a lei. Vuoi che io mi faccia vedere per Genova con un
cappello da viaggio?... con quello straccio là? (e lo indicava). Di
queste figure, mia cara, non ne ho mai fatte!... Scellerata
modista!... dopo tante promesse!.... Ma se aspetta che io le faccia
guadagnare ancora un sol centesimo, sta fresca! oh sì! sta fresca...

— Cara Emilia, entrò a dire Irene, facendo forza a sè stessa per
mantenersi seria, bisogna decidersi... Se tardi ancora, addio Vapore,
addio strada ferrata, addio Genova....

La contessa si pose a passeggiare la camera pel lungo e pel largo,
gesticolando, e borbottando fra sè; poi fermandosi tutto d’un tratto,
sclamò:

— Partiremo questo dopo pranzo; andremo ad Angera col tuo legno...

— È ai tuoi ordini...

— Poi, piglieremo una barca, e in un quarto d’ora siamo ad Arona e di
là col convoglio della sera si va a Genova... Sì, sì partiremo dopo
pranzo.

— Per me fa come vuoi, mia cara, rispose Irene con accento melato; più
rimani, più ci guadagno... Oggi desineremo più presto del solito...

— Grazie, mia cara, grazie! Chi sa che intanto non càpiti il cappellino?

— Ma dì, Emilia, arriverai poi a tempo a salutare tuo nipote?

— Sì; arriviamo a Genova stanotte e domattina con tutto mio comodo
troverò Ernesto...

— Fa come credi; per questa mattina già, anche che tu volessi
partire, non sei più in tempo» rispose Irene, e ritornò in giardino a
fantasticare co’ suoi pensieri.

Infatti quel dì si desinò prima del consueto. Alle frutta s’intese
d’improviso uno strido, che eccheggiò per tutta la casa; ed ecco
entrare nel salotto da pranzo, Savina, la quale, col volto raggiante
di gioja, e recando trionfalmente tra mano la sospirata cassettina,
gridava:

— Signora contessa, è qui!... è qui!

Irene ed Emilia d’un balzo furono in piedi.

— L’ha portata un contadino da parte di un vetturale che veniva da
Varese....

— Bravo, bravissimo! sclamò la contessa gongolando di gioja; e cavata
una moneta d’argento: To’, Savina, le disse, dàlla a quel contadino.

Recise le funicelle, scoperchiata la cassettina, levati via certi
fogli di carta candida e sottile, finalmente apparve il cappellino. La
contessa lo cavò fuori pian pianino, e mostratolo ad Irene, le disse
sorridendo:

— Ah! che te ne pare?

— Bello!... Voglio provarmelo...» disse Irene e preso il cappellino
dalle mani della contessa, si avvicinò ad uno specchio. Ma guarda un
po’ cosa c’è dentro!... È un vigliettino appuntato nella fodera con uno
spillo.

— Da un po’ qui» rispose la contessa, e pigliato il vigliettino e
apertolo, lesse queste parole:

      Signora Contessa.

  Faccia buon viaggio, e dica al suo signor nipote di salutarmi tanto
  tanto il mio Roberto.

                                                             Dalia.

— Povera tosa! Sì che glielo dirò!» e riposto il vigliettino,
si appressò ad Irene, la quale intanto, acconciatosi in testa il
cappellino, stava contemplandosi nello specchio, dicendo tra sè
dispettosamente:

— È molto più adattato per me che per lei... È un cappellino da vecchia
codesto? Com’è ridicola!» Poi, levatoselo e postolo sulla testa di
Emilia, soggiungeva ad alta voce: Ti sta _d’angelo_....


Due ore dopo, la carrozza d’Irene si arrestava nella piazza d’Angera.
Sul serpe sedevano il cocchiere e Savina, e dentro Irene ed Emilia,
le quali erano a mezzo celate dall’enorme cassa che occupava tutto il
sedile davanti e s’elevava tanto da servir d’appoggio alla schiena
del cocchiere; la cassettina del cappellino era custodita dalla sua
proprietaria, la quale se lo teneva sulle ginocchia.

La carrozza venne tosto circondata dai curiosi che gironzavano
sfaccendati per la piazza; tra questi si fece innanzi Martin-pescatore,
il quale, sentito che si cercava una barca per Arona, trattosi
rispettosamente il cappello, offrì alle signore la sua.

Egli in quel giorno era venuto ad Angera per certe sue faccende e
dovendo tornare a Sesto, cercava di approfittare di quell’incontro per
guadagnare qualche soldo, poco importandogli di protrarre di qualche
ora il suo ritorno a casa.

— E perchè no, il mio uomo! disse la contessa scendendo dalla carrozza.
Per me l’uno o l’altro fa lo stesso... Dov’è la tua barca?

— Eccola, rispose additandola Martin-pescatore.

— Bene! Mettici dentro quella cassa lì...

— Sissignora...

— Questa qui, più piccola, la porto io...

Martino, ajutato dal cocchiere e da Savina, portò, barcollando sotto
il peso, la cassa nella barca, accompagnato dalla contessa che gli
gridava: Piano, ve’! piano!

Poi rifece il viaggio, caricato, lui e una giovinotta che gli era si
fatta presso, di non so quanti sacchi da notte, e borse d’ogni forma e
grandezza.

Finalmente, quando tutto il bagaglio fu nella barca, la contessa prese
congedo da Irene. Le due amiche si baciarono, si ribaciarono, facendosi
mille proteste di amicizia. Irene montò in carrozza, e, felice di
potersi distendere a tutto suo agio, fece ritorno a Campo de’ fiori.
Emilia e Savina, entrarono nella barca, sorrette da Martino, e dalla
contadinotta.

— È vostra figlia? chiese la contessa a Martino.

— Propriamente.... figlia... no; però è come lo fosse... N’è vero, Rosa?

La giovine sorrise arrossendo: poi, afferrata la prora e puntando co’
piedi contro la ghiaja, staccò la barca dal lido. Ciò fatto, inchinò
col capo la contessa augurandole buon viaggio, salutò Martino con un
sorriso, e cheta cheta si tolse di là.

Mentre la barca pigliava il largo, la contessa Emilia chiese al
barcajolo, se sarebbe giunta ad Arona in tempo per partire per Genova
col convoglio della sera.

— Conto di arrivare ad Arona una buon’ora prima, rispose Martino.

— Tanto meglio! così avrò tempo di consegnare la roba con tutto comodo.

— A quel che pare fanno un viaggio lungo, eh? le mie signore? chiese
Martino accennando col capo al voluminoso bagaglio.

— Andiamo a Genova, il mio uomo, rispose colla solita compiacenza la
contessa.

— Felice lei!... così potessi andarci anch’io a Genova.

— Davvero! e perchè?

— Per assistere all’imbarco dei garibaldini che vanno in Sicilia con
Medici.

— Noi pure andiamo colà per questo motivo. Io ho un nipote che parte
anche lui...

— Me ne congratulo di cuore con lei, la mia buona signora! esclamò
Martino, e presi i due remi con una mano, coll’altra levossi il suo
conico berretto di lana rossa, salutando la contessa. Io pure, continuò
Martino, rimettendosi a remare, io pure ho un figlio...

— Che parte?

— Il mio Valentino è già là in Sicilia; è uno dei mille...» Così
dicendo raddrizzava la persona.

— Dite davvero? chiese la contessa guardando il barcajolo attraverso i
vetri del _pince-nez_.

— Sicuro! ripigliò sorridendo Martino; è partito colla prima spedizione.

— E avete sue nuove?... sta bene?

— Bene, grazie al Signore! Se l’è cavata senza una sol graffiatura e,
quel che più importa, con onore. Lo hanno fatto sergente.... Il signor
Roberto, un suo amico che è uffiziale, ha scritto ad un altro bravo
giovane che parte domani, al capitano Federico, e nella lettera c’erano
tante belle cose sul conto del mio Valentino... Un bravo figliuolo,
veda!... non perchè sia mio, ma... (il buon uomo non potè proseguire
tant’era commosso).

— Me ne congratulo con voi! È segno che voi lo avete allevato
galantuomo...

— Oh questo sì! povero, ma galantuomo.

— Ma ditemi un po’! Mi pare che, parlando di quest’uffiziale amico del
vostro figliuolo, abbiate detto che si chiama Roberto...

— Sissignora!

— È Milanese?

— Milanese.

— Pittore?

— Pittore, sì.

— Allora è lui! sclamò la contessa sorridendo, e volgendosi a Savina,
che sorrise alla sua volta: È quel tal giovane,... l’amoroso di
Dalia... Guardate che combinazione!

— Lo conosce lei?

— Cioè... sì e no; ho una lettera per lui nella quale gli si raccomanda
mio nipote...

— È in buone mani! Il signor Roberto è un po’ stravagante, come
sono, dicono, tutti i pittori, ma è un giovane d’oro... Lui e il
mio Valentino sono come due fratelli... Anzi (la scusi, veda! se
un pover’uomo par mio le parla così) le dirò che se le occorre una
raccomandazione di peso pel suo signor nipote, una raccomandazione che
gli potrà essere di un gran utile in viaggio, arrivata a Genova, non ha
che da chieder conto del signor capitano Federico ***.

— A nome di chi?

— A nome mio, signora!

— Oh! davvero! sclamò la contessa con un sorriso in cui trapelava una
legger tinta d’ironia.

— Capisco che ciò le parrà strano!... Un povero diavolo come son
io raccomandare uno di gran levatura come al certo sarà il di
lei nipote;... ma che vuole?.... Adesso pare che il mondo vada a
rovescio!... Siamo noi popolani che qualche volta raccomandiamo i
signori... Almeno col _generale_ la è così... Dunque, come le diceva,
lei non ha che a cercar conto del capitano Federico *** e di dirgli: Le
raccomando mio nipote, il tale dei tali, a nome del Martin-pescatore di
Sesto. Vedrà che accoglienza!

— Va bene, va bene! me ne ricorderò, rispose la vecchia con aria
distratta, e, tanto per cambiar discorso, si pose a chiacchierare con
Savina.

Benchè d’ottima pasta, Emilia, non era stata contessa tanti anni
impunemente; nell’offerta del pescatore, benchè fatta col cuore in
mano, come si suol dire, essa aveva creduto vedere un certo non so che
di protezione, di superiorità, che l’aveva punta un pochetto. Ben è
vero che aveva accettata la commendatizia di Dalia senza guardar tanto
pel sottile; ma un’eccezione non fa regola. L’esibizione di Martino,
che essa vedeva per la prima volta, gli era paruta tanto confidenziale
da confinare coll’impertinenza.

Però, secondo il solito, la di lei buon’indole la vinse, sicchè durante
il tragitto continuò a ciaramellare col barcajolo, curando però di non
abbandonarsi troppo, onde non dar occasione al buon uomo di dir altre
minchionerie; tanto più che Savina, la cameriera, le aveva già ripetuto
per la terza volta, e con voce sommessa, che era bene l’esser affabile,
ma che colla gente di bassa condizione non bisognava eccedere.
Santodio! ne abusa sì facilmente!

Martin-pescatore mantenne la parola, e sbarcò le donne una buon’ora
prima della partenze del convoglio; e fu provvidenza, chè non ci
volle meno a consegnare alla stazione il bagaglio della contessa. Ma
il barcajolo, vecchio com’era, quando ci si metteva faceva per due;
laonde, quand’ebbe finito, la contessa lo rimunerò generosamente.
Martino, ringraziatala della sua cortesia, prima di licenziarsi da lei,
volle pregarla di un favore:

— La mi farebbe la grazia, le disse, di pregare il suo signor nipote a
voler portare i miei saluti al mio figliuolo?

Il barcajolo chiedeva questo favore alla contessa, umilmente, colla
berretta in mano; le parti erano adesso ben distribuite; la cosa
era quindi naturale e in piena regola, senza stranezze disdicevoli e
scandalose, per cui la contessa accolse affabilmente la domanda, e notò
il nome di Valentino sulla sopracarta della lettera di Dalia.

Martino, rinnovati gli augurj e gli inchini, se ne tornò alla sua
barca, e contento della giornata, si pose a vogare con lena verso Sesto
Calende.

Il viaggio da Arona a Genova parve interminabile alla contessa, la
quale, tranne qualche giterella da Milano a Monza, non aveva mai
bazzicato con ferrovie. Chiusa nel vaggone con una famiglia inglese,
non potè barattar parole che colla Savina, la quale dormicchiando le
rispondeva con monosillabi.

Quando giunsero a Genova, mancavano pochi minuti alla mezzanotte. La
contessa, già sbalordita dal continuo rumoreggiar delle ruote, dai
sibili improvisi, indiscreti della locomotiva, dal sussulto ondulatorio
del vagone, appena ebbe posto piede a terra, si trovò assediata,
travolta, assordata da una folla di conduttori di omnibus, di servitori
di locande, di facchini, che la tiravano ora qua ora là, afferrandole o
la scattola del cappellino, o la borsa da viaggio. Savina dal canto suo
strillava, si dibatteva, difendendo ad oltranza gli oggetti affidati
alla di lei custodia. Malmenate, assediate dai facchini e da una turba
di ragazzi, tanto la contessa che la cameriera, estenuate di forze,
soprafatte dall’onda crescente della folla, atterrite dal trovarsi ogni
tratto dinanzi alla faccia la fiamma rossastra delle torce a vento,
finirono coll’arrendersi a discrezione, abbandonando corpo e averi
nelle mani di un servitore di piazza, che le rimorchiò all’albergo
Reale.

Consegnate le due viaggiatrici ai camerieri dell’albergo, il servitore,
fattosi dare dalle medesime le polizze di riscontro, andò a levare il
bagaglio.

La contessa, trovatasi finalmente sola e lontana da quel baccano
infernale, si lasciò cadere su di un sofà:

— Ah! sia lodato Dio!.... Non ne poteva più! Oh che babilonia!...» e
tergevasi il sudore che, di sotto la parrucca, le scorreva sul fronte.
Ma dì un po’, Savina, che si fa adesso?

— Si cena, poi si va a letto....

— Cenare? a quest’ora? Eppure qualche cosuccia bisognerà prendere;...
mi sento debole... E se intanto cercassimo di Ernesto?

— Andarlo a pigliare a quest’ora il signor Ernesto!

— Capisco! è un po’ tardi... Ma almeno chiediamone conto al cameriere.

— Chi sa se lo conosce...

— Non importa! saprà però qualche cosa della spedizione Medici... Tutta
Genova ne parlerà...

In quella entrò il cameriere a chiedere se le signore abbisognassero di
qualche cosa.

La contessa rispose che sì, e disse quel che voleva.

Il cameriere inchinatosi, accennava già d’andarsene, quando la contessa
lo fermò:

— Ehi! quel giovine!... Ditemi un po’: sapete voi quando partano,
Medici e i suoi?

— Credo domani... cioè oggi;... soggiunse poi sorridendo e additando
l’orologio che segnava le dodici e mezzo.

— Non lo sapete di sicuro dunque?

— Nossignora.

— Fatemi il favore d’informarvi, e di sapermi dire l’ora precisa della
partenza.

— Ma per saperlo, o signora, bisognerebbe essere a Sestri.

— A?

— A Sestri.

— E perchè a Sestri?

— Perchè Medici coi garibaldini si trova colà da due giorni...

— Che dite mai! Non sono a Genova dunque? Oh! questo mi spiace davvero!
Guardate un po’! come si fa adesso... Oh che imbroglio, che imbroglio!

— Vede! Se fossimo partiti questa mattina da Campo de’ fiori...»
osservò Savina.

— Fammi un po’ il piacere di lasciarmi in pace! È mia la colpa se la
cassettina è arrivata tardi?

— Avrebbe potuto benissimo far senza del cappellino, brontolò Savina.
Fortunatamente la contessa, sbalordita com’era dai disagi del viaggio,
dal fracasso, e da quella notizia non l’intese.

Il cameriere aveva approfittato di quel po’ di bisticciamento per
scendere in cucina. In sua vece entrò un facchino con un baule.

— Ditemi un po’ il mio uomo! Noi vorremmo andar a Sestri domattina...»
gli disse la contessa.

— C’è un vapore che va a Chiavari alle otto.

— Ma noi vogliamo andare a Sestri...

— Da Chiavari a Sestri è una passeggiata. Buona notte!» e se ne andò
anche lui.

— Ci vuol pazienza! sclamò la contessa; se Ernesto non è a Genova,
bisogna andarlo a trovare dov’è... Manco male che c’è un vapore che
va a Chiavari, se no stavamo fresche... Rischiavamo di non poterlo
salutare... Ho a dirtela, Savina? Io non sono mai stata sul mare, e una
giterella di poche ore la fo volentieri.

— Non ci sono mai stata nemmen io... Dicono però che si soffre molto la
prima volta che si viaggia sul mare...

— Sì, un po’ di giramento di testa, un po’ di nausea....

— Ma dicono che sia un male terribile.

— Esagerazioni, Savina, esagerazioni!... Oh, a proposito! Apri quella
scatola e dà un’occhiata al cappellino per vedere se ha sofferto in
viaggio... Domani la porteremo con noi quella scatola, così a Sestri,
metterò il cappellino nuovo... per far onore al mio Ernesto... Sai,
Savina, proseguì a voce bassa e sorridendo, ho qui in serbo per lui
un pajo di dozzine di _marenghi_... Povero giovane! chi sa come sarà
contento.

— Più che di vedere il cappellino nuovo, disse fra sè Savina, cavandolo
dalla scatola e presentandolo alla padrona.

In questo entrò il cameriere colla zuppa, e le nostre viaggiatrici,
rifocillatesi, si posero a letto; la contessa in una camera, Savina
nell’altra, e ambedue, malgrado il fischiar del vento e il fracasso
delle ondate che si spezzavano contro il molo, si addormentarono
profondamente.

La mattina seguente, alle otto meno un quarto, la contessa Emilia e
la cameriera salivano la scaletta di un piroscafo ancorato nel porto,
seguite da quattro facchini col bagaglio, che essi deposero sul cassero
in modo da farne una piramide abbastanza elevata, e avente per base il
cassone contenente gli oggetti di Ernesto, e per apice la cassettina
col cappellino.

Il cielo era sereno, ma soffiava un vento gagliardo che sollevava alte
e spumanti le onde. Savina ne era atterrita, ma la contessa sorrideva
di quella paura, dicendole:

— Su di un bastimento grande come questo, quelle onde, che ti pajono
gran cosa, non si sentono nemmeno.

Ma quando il piroscafo, uscito dal porto, cominciò la lotta colle onde,
lotta vittoriosa sì, ma contrastata, allora anche la contessa mutò di
parere, e Savina da consolata, divenne consolatrice.

Le poverette, non potendo reggersi in piedi sul ponte, sedettero sul
loro bagaglio, cercando supplichevolmente intorno qualche viso amico
che le confortasse; ma nessuno badava loro.

Mezz’ora dopo il mare chiese imperiosamente il solito tributo alle
viaggiatrici che per la prima volta si affidavano al suo dorso. Le
infelici in sulle prime fecero le sorde, fingendo di non capire; ma il
mare insistette; chiesero soccorso, pietà, invano;... dovettero cedere
e... _væ victis_!

Le nostre donne, trabalzate ora da una parte, ora dall’altra, si
urtavano a vicenda, per rovesciarsi poi insieme sul bagaglio che loro
serviva di sedile e di letto. Discinte, pallide in volto, cogli sguardi
errabondi, semispenti, avrebbero fatto compassione a chicchessia, meno
ai marinaj che andavano e venivano zufolando indifferenti.

— Oh! che gente!.... che gente senza cuore! mormorava timidamente
Savina, porgendo la quinta tazza di tè alla padrona.

— Ah! io non ne posso più! sclamava gemendo la contessa e premendosi
con una mano il moccichino alla fronte, e coll’altra il cuore, che
pareva volesse balzarle dal petto. Fammi il piacere, Savina... Va là in
fondo, e chiamami il capitano... Quello là colle spalline d’oro...

Savina ubbidì camminando a mala pena e appoggiandosi colle mani su
tutti gli oggetti che trovava, tanto per reggersi in piedi; ma subito
dopo retrocedette.

— E così? le chiese la padrona: cosa ti ha detto?

— Mi ha detto che ho buon tempo.

Qui un nuovo impeto di... tosse, impedì alla contessa di rispondere.
Come succede di solito in questo caso, Savina imitandola, le tenne
subito dietro.

La contessa appena potè tirare il fiato, appena potè reggersi sulle
gambe, appoggiandosi al braccio di Savina (la quale alla sua volta
tratto tratto si appoggiava alla padrona), si avvicinò al capitano, che
guardò le due donne senza moversi dal suo posto;

— Signor capitano! gli disse con voce supplichevole la contessa.

— Che c’è?

— Io sono la contessa Emilia ***

Il capitano nulla rispose.

— Io sono disposta a qualunque spesa, proseguì la contessa traballando,
ma voglio scendere a terra... subito... subito...

— Tra poco scenderà, rispose il capitano; così dicendo si allontanò di
là, e, scesa la scaletta, si chiuse nella sua cameruccia.

— Oh che orso! che malcreato! gridò la contessa giungendo le mani.
Piantarmi qui a questo modo! Ma non son chi sono se non domando
soddisfazione... Oh! l’avrà a fare con me,... se camperò, perchè ho
paura...

— Ah! che maniera di assassinare la gente! soggiungeva Savina.

Ma un più terribile colpo era riservato alla sventurata contessa.
Erano giunti a poche miglia da Chiavari, e il piroscafo dondolava più
fortemente di prima, urtato dalle onde ripercosse dalla spiaggia. Vi fu
un istante in cui la nave si abbassò tanto da un lato, che gli stessi
marinaj dovettero abbrancarsi ai cordami per non rotolare in mare. La
contessa e la sua cameriera, credendo giunto l’ultimo loro momento,
caddero carponi, raccomandandosi l’anima a Dio. La cassettina del
cappellino, la quale, come avvertimmo, stava sull’apice della piramide
formata coi bagagli della contessa, al piegarsi del bastimento perdette
l’equilibrio e balzò in mare.

Rialzatosi il piroscafo, si rialzarono tosto anche le due donne, e
precipitarono al parapetto gridando: Ferma! ferma!

Accorsero i marinaj, e i passeggieri, e chiesero alle donne se qualcuno
fosse caduto in mare.

— Eccola, eccola! gridava la contessa, additando la cassettina che
ballonzolava allegramente sulle onde.

— Cos’è?

— È la mia cassettina.... col cappellino nuovo» rispose sempre
strillando la contessa.

Uno scroscio di risa accolse queste parole.

— Ahimè! ahimè! la cassettina affonda... fermate il Vapore; presto...
presto...

Gli astanti si sbellicavano dalle risa.

In questo s’udì un grido disperato... La contessa gettò un braccio al
collo della cameriera onde sostenersi.

La cassetta, che si immergeva sempre più, mano mano che l’aqua vi
penetrava, sparve infine per sempre negli abissi del mare.

Un’ora dopo la contessa boccheggiava (assistita dalla fida Savina)
distesa su di un sofà, in un albergo di Chiavari. Riavutasi a poco a
poco dallo stato di prostrazione in cui l’aveva gettata il mal di mare,
i suoi primi pensieri furono per il nipote.

— Senti, Savina, io non posso movermi; quel maledetto mare m’ha tutta
sconquassata...

— E io, signora padrona! Mi sento tutta rotta la persona, come
se m’avessero bastonata... E quel rustico d’un capitano? e quei
marinaracci malcreati...

— Quel che è stato è stato! Che vuoi! son gente che non vive che
sull’aqua... Per me ho già dimenticato tutto, e ho dimesso il pensiero
di far rapporto sul conto loro. Ora quel che mi preme è di veder
Ernesto. Io, come ti ho detto, non posso reggermi in piedi. Dunque
manderemo ad avvertirlo che sono arrivata... Savina, chiamami qualcuno
dell’albergo.

Savina, benchè di malavoglia, alzatasi da sedere, moveva già per uscir
dalla camera, quando s’udì picchiare all’uscio:

— Avanti! gridarono le due donne.

Entrò un facchino, il quale, strisciata una riverenza, disse:

— È delle signore il cassone che c’è laggiù sotto il portico?

— È mio.

— Abbiam da portarlo su?

— No, no; anzi sarà bene che la trasportiate a bordo del Vapore...

— Di qual Vapore?

— Di quello su cui devono partire i garibaldini con Medici...

— Scusi, signora, ma non ho capito bene...

La contessa ripetè le stesse parole, traducendole però in italiano onde
meglio farsi comprendere.

— I garibaldini?... Medici, ha detto?

— Ma sì! rispose la contessa impazientita.

— Ma se sono partiti jeri di notte, e non di qui...

— Chi? come?

— Medici coi garibaldini...

— Partiti... jeri notte... e non di qui?» balbettò la contessa,
puntando colle gomita e levandosi a sedere.

— Sissignora! sono partiti jeri alle due in punto dopo mezzanotte da
Sestri di ponente... Erano due Vapori....

— Ma voi siete ubbriaco! gridò fuori di sè la contessa.

Il facchino per tutta risposta, uscì dalla camera, per tornarvi subito
dopo in compagnia d’un cameriere.

— Dite un po’ voi... qui a queste signore che a me non vogliono
credere. Quand’è partito Medici coi suoi volontarj per la Sicilia?

— Questa notte da Sestri di ponente, rispose il cameriere[40].

— Ma... questo qui presso... non è Sestri?

— Questo è Sestri di levante.

— Oh! beatissima Vergine!

— Mentre quello da cui partirono Medici e i garibaldini è...

— È?

— Sestri di ponente, distante poche miglia da Genova.

— Ah! poveri noi cos’abbiamo mai fatto!... E, dite, sono partiti tutti,
proprio tutti? chiese Savina trepidando.

— Tutti! risposero il facchino e il cameriere.

Questa volta la povera contessa Emilia svenne davvero.




CAPITOLO XIII.

Le Memorie di Elpis Melena.

    «I manoscritti da me rimessi ad Elpis Melena
    sono scritti di mio pugno.

            GARIBALDI (Bologna, 26 settembre 1859)


— A tavola, signori! gridò un cameriere recando un’odorosa minestra di
paste.

— A tavola, a tavola! ripeterono alcuni garibaldini, i quali radunati
nelle sale di una trattoria di Palermo, stavano contemplando la marina
dal balcone, aspettando l’ora del pranzo.

In un attimo furono tutti a posto. Il capitano Federico fece sedere
presso di sè Ernesto; poi venivano Roberto, Valentino e cinque o sei
altri, militi e graduati alla rinfusa.

Già tutti stendevano la mano ai piattelli, quando Roberto, alzatosi,
gridò:

— Un momento! Ricordatevi, amici miei, che la gratitudine è tra i primi
doveri dell’uomo; dunque nessuno ardisca mangiare prima di ringraziare
con un brindisi l’ottima signora zia d’Ernesto...

— Benissimo! gridarono in coro i convitati impugnando i bicchieri.

— La quale ebbe la felice idea di inviare per la posta un grazioso
rotoletto di _marenghi_ a quel bravo giovane di suo nipote, al quale
pure faremo un brindisi in compenso dell’averci invitati ad ajutarlo a
degnamente spendere il regalo della zia.

La proposta di Roberto fu accolta con gioja da tutti gli astanti;
si fece il brindisi in onore della contessa, la quale, se lo avesse
inteso, avrebbe per quell’istante di dolcezza dimenticati i tanti guaj
sofferti in causa del _qui-pro-quo_ che vi abbiamo narrato, e che,
tornata alla sua villeggiatura, soleva ripetere a quanti andavano a
visitarla.

Il pranzo fu allegrissimo per la gioja schietta e confidente che
animava i convitati.

Alle frutta, com’è il solito da Omero ai giorni nostri, cominciò il
novellare. Si parlò, com’era naturale, di quanto in allora formava
argomento di tutti i discorsi, cioè della guerra d’insurrezione, dei
diversi fatti d’armi, e di quanto rimaneva a fare; si parlò del paese
nativo, della famiglia e degli amici assenti, e, come si dice di tutte
le strade che mettono a Roma, tutti quei discorsi si convergevano e
finivano in un sol punto,... Garibaldi.

C’era tra i convitati un capitano, il quale sapeva appuntino le
avventure del generale, che egli aveva conosciuto fin dal quarantasette
in America. Pregato dai compagni a narrarle, non se lo fece dire
due volte, e cominciò a raccontare per filo e per segno alcuni dei
tanti episodj di cui è intessuta la vita avventurosa di quest’uomo
straordinario.

Però per quanto il capitano ne sapesse, egli non avrebbe al certo
potuto competere colla Elpis Melena (pseudonimo d’una miss inglese,
intrepida viaggiatrice); alla quale il generale Garibaldi affidò i
proprj manoscritti, ch’ella tradusse non in inglese, ma in tedesco[41],
allo scopo di diffondere per la Germania le virtù dell’eroe nizzardo,
e, se è possibile, convertirla a nostro vantaggio.

Per questi motivi, e per i diritti del sesso, noi daremo la preferenza
a _miss_ Elpis Melena, radunando in un brevissimo sunto le Memorie di
Garibaldi da lei tradotte, e che spargono molta luce su molti punti
tuttora sconosciuti della di lui vita.


Garibaldi è nato a Nizza il 4 luglio del 1807. Suo padre, Domenico,
nato a Chiavari, era figlio di un marinajo e, dall’infanzia, marinajo
lui stesso. Egli desiderava che suo figlio Giuseppe abbracciasse una
professione più tranquilla della sua; avrebbe voluto farne o un medico,
o un avvocato, o un prete; ma Giuseppe era destinato ad una vita
avventurosa, e il destino (fortunatamente per noi) la vinse.

Benchè ancora ragazzo, Garibaldi non sognava che viaggi; un bel dì
fuggì di casa, e si diresse con un suo compagno a Genova, in un
battello ch’egli governò alla meglio; ma, raggiunto a Monaco, fu
ricondotto a casa.

Odessa fu lo scopo del suo primo viaggio; dopo, visitò Roma, Cagliari,
Genova, Costantinopoli, ove una malattia lo ritenne alcuni mesi.
Guarito, volle andarsene, ma, scoppiata la guerra tra lo Tzar ed il
Sultano, il porto venne bloccato e il giovane marinajo per campare,
accettò l’ufficio di precettore presso una famiglia italiana.
Quando Dio volle potè partire; avuto il comando di un brigantino, da
Costantinopoli recossi a Gibilterra, retrocedendo di poi per la stessa
via.

Fin d’allora, la libertà e l’indipendenza d’Italia erano i più ardenti
tra i suoi desiderj; e vivissima fu la sua gioja quando, ne’ suoi
viaggi, stretta relazione con un affigliato alla _Giovine Italia_,
seppe che molte migliaja d’Italiani ardevano come lui di pari amore
per la libertà della patria. Quella santa idea fu, da quel dì, lo scopo
della vita di Garibaldi.

Nel 1833, mentre egli dimorava a Marsiglia, venne presentato a
Mazzini come uomo fidato a tutta prova; il tribuno gli assegnò una
parte nella cospirazione che andava ordendo. Mentre i Mazziniani,
riuniti e irreggimentati in Isvizzera, dovevano sollevare il Piemonte,
incominciando dalla Savoja, Garibaldi si arrolava nella marineria
piemontese, e veniva accettato come marinajo di prima classe a bordo
della fregata _l’Euridice_. Egli doveva affigliare l’equipaggio alla
_Giovine Italia_, ed impadronirsi a tempo opportuno della fregata e
tenerla a disposizione dei rivoltosi.

Un bel dì, mentre la fregata stava ancorata nel porto di Genova, si
sparse la voce che era scoppiata la rivolta in città, e che la caserma
della gendarmeria (posta nella piazza Sarzana) era già in potere
degli insorti. Garibaldi, impaziente di verificare coi suoi occhi il
fatto, si getta in un canotto, smonta alla Dogana, e corre in piazza
Sarzana. Tutto era tranquillo. S’informa, e gli vien detto che il
colpo di mano era andato fallito, che la polizia aveva sventato il
complotto, che erano stati fatti molti arresti, e che i Mazziniani si
ponevano in salvo: Siccome (dic’egli ingenuamente) io m’era arrolato
nella marineria piemontese per secondare l’insurrezione, così,
fallito il tentativo, non credetti necessario di ritornare a bordo
dell’_Euridice_.» All’imbrunire di quell’istesso giorno, Garibaldi,
travestitosi da contadino, usciva di Genova.

Dopo d’aver camminato dieci notti sui monti, arrivò a Nizza, e riposò
un giorno intero presso sua madre; ma, sicuro com’era che la polizia
era sulle sue tracce, continuò a camminare, e, attraversato a nuoto
il Varo (le cui aque eransi in que’ dì ingrossate) afferrò la riva
francese. Arrestato, non avendo passaporto, disse chi era, raccontando
con tutta ingenuità quanto era accaduto. La cosa parve molto sospetta
alle guardie francesi, le quali credettero bene di condurre il
fuggitivo a Grasse, presso Draghignano, e di chiuderlo provisoriamente,
in un locale della caserma di gendarmeria. Garibaldi saltò dalla
finestra, attraversò la città, guadagnò i monti, vicini e, arrivato
a Marsiglia, non sapendo che fare, pigliò in prestito un altro nome,
aspettando che la Providenza gli offrisse l’occasione di ripigliare la
vita del marinajo.

Certo Francesco Gazan, capitano d’un piccolo bastimento mercantile,
lo prese a bordo in qualità di luogotenente. Di poi fece un viaggio
nel mar Nero; indi condusse a Tunisi una fregata da guerra che quel
bey aveva fatto costruire a Marsiglia. Poco dopo venne spedito a
Rio-Janeiro; ritornò di bel nuovo a Tunisi, e di là a Marsiglia,
proprio in quella che il coléra vi infieriva. Ivi si erano aperti
nuovi ospitali provisorj, e tutti gli uomini di buona volontà vennero
chiamati a soccorrere i malati. Figuratevi se uno della tempra di
Garibaldi doveva rimaner sordo a quell’appello! Egli accorse, e per
più settimane prestò l’opera sua come infermiere negli ospitali di
Marsiglia, vegliando dì e notte presso i colerosi, coll’ardente carità
d’una suora di San Vincenzo.

Pochi mesi dopo egli trovavasi di bel nuovo a Rio-Janeiro.

Allora cominciò la sua carriera militare.

«Sotto la bandiera dell’indipendenza (scrive Garibaldi nel VI capitolo
delle sue Memorie), sul vasto e libero Oceano, seguito da sedici arditi
compagni, io sfidai un impero, e, solo rappresentante della repubblica
di Rio-Grande, ne feci sventolare la bandiera sugli alberi delle mia
nave». Garibaldi qui intende parlare dell’impero del Brasile.

In quell’epoca conobbe e sposò Anita. Ell’era amazzone, come suo marito
era soldato. Lo seguì ovunque, dividendo seco lui tutti i pericoli con
una annegazione mirabile. Fra due battaglie diventa madre. Framezzo
a questa guerra di sorprese, di colpi di mano, di imboscate, ella non
sa il mattino ove poserà la sera col pargoletto. Pochi giorni dopo il
parto è costretta di rimontare in sella, ed eccola che si slancia al
galoppo col suo neonato tra le braccia. Vien presa; e giunge a fuggire;
è ripresa; la si crede morta.... quand’eccola ricomparire d’improviso,
sorridente e fiera col suo bambino.

Assestate le cose della repubblica di Rio-Grande e finita la guerra
col Brasile, Garibaldi, stabilitosi a Montevideo, fu costretto a
mutar professione tanto da poterla campare lui e la famigliuola.
Quand’ecco si accende la guerra tra Montevideo e Buenos-Ayres. Il
generale Manuel Oribe, già presidente di Montevideo, venne esigliato da
quella repubblica, e come Coroliano tra i Volsci (la comparazione è di
Garibaldi) andò a chiedere soccorso e protezione al nemico della patria
sua, a Rosas, dittatore di Buenos-Ayres. Oribe, sostenuto da Rosas,
marciò su Montevideo. A Garibaldi venne dapprima affidato il comando
d’una flottiglia sulla Plata, poi quello d’una legione italiana. Le
sue spedizioni, le sue vittorie, la difesa di Montevideo, lo resero
allora popolare non solo nell’America meridionale, ma anche in parte
dell’Europa.

Garibaldi, dopo l’assedio di Montevideo, viveva come il più umile e
il più povero tra i cittadini di quella città che egli aveva difesa
sì valorosamente, allorchè, l’anno dopo (1847) la fama delle riforme
liberali incominciate da Pio IX, giunse anche in America. Il cuore
dell’esule allora palpitò di gioja! Garibaldi scrisse a Pio IX una
lettera di ringraziamento, di ardenti felicitazioni, offrendogli il suo
braccio; gliela spedì a mezzo del nunzio; questa lettera è in data del
20 ottobre 1847. Anzani, il suo più caro amico, firmò anche lui quella
lettera. Pio IX ebbe il pudore di non rispondere.

Qualche mese dopo giunse a Montevideo la notizia della rivoluzione
detta del quarant’otto. Garibaldi tosto decise di recarsi in Europa.
Raccolto il denaro occorrente, frutto d’una soscrizione, il capo della
legione italiana s’imbarcò con cinquantasei compagni, colla moglie,
coi figli e col fido Aguyar, un negro della Plata che gli fu compagno
in tutte le imprese, e che perì miseramente a Roma il 30 giugno 1849,
colpito in fronte da una scheggia di bomba.

Garibaldi e i suoi compagni approdarono il giugno (1848) a Nizza. Ivi
morì Anzani, il fratello d’armi del generale, dicesi d’una congestione
cerebrale, causata dalla violenza dell’emozione onde fu assalito
alla vista della riva italiana. Garibaldi, resi gli estremi ufficj al
diletto amico, lasciati a Nizza la moglie e i figli Menotti, Ricciotti
e Teresita, partì tosto per Genova, ove giunse il 20. In quell’istesso
giorno egli portossi al campo e offrì i suoi servigi a Carlo Alberto,
che lo indirizzò al ministero della guerra. Garibaldi volò a Torino e
si presentò a Ricci, allora ministro della guerra. Ma il condottiero
di Rio-grande e della Plata, puzzava troppo di repubblicanismo, sicchè
il ministro, ascoltata freddamente la domanda, lo consigliò di portarsi
a Venezia, ove facilmente avrebbe potuto trovare il comando di qualche
nave: «Ecco il posto, conchiuse il Ricci, che più d’ogni altro conviene
all’eroe della Plata.»

Garibaldi, accortosi che era pazzia sperare appoggio dal governo,
risolse di farne senza e di non contare che su sè stesso; raccolse in
Lombardia i Corpi franchi, e cominciò a battere la campagna a suo modo,
senza punto inquietarsi di quanto faceva l’armata piemontese. Era già
successo il disastro di Novara, e Garibaldi, su quel di Varese, teneva
ancora testa agli Austriaci, battendoli più volte; finalmente, vedendo
che ogni resistenza era oramai inutile, licenziò i Corpi franchi, e
riparò in Isvizzera.

A tutti sono note le sue imprese del quarantanove, la difesa di Roma,
e la mirabile sua ritirata a San Marino, la quale gli costò la perdita
della consorte, l’eroina di Imbìtuba, di Lages, di Caquari, e di Morso
da Barra, che mai non lo aveva abbandonato.[42]

«Tutti i miei consigli, tutte le mie preghiere (scrive Garibaldi nelle
sue Memorie) furono inutili; invano la supplicai di riflettere allo
stato in cui si trovava (Anita era incinta). — Tu non mi vuoi presso
di te, rispondeva essa; tu cerchi dei pretesti per allontanarmi...
Dubiteresti forse del mio coraggio? — Non ne aveva essa già date
prove? Non amava forse la bella vita del soldato, la vita a cavallo?
Forse che le battaglie non erano divertimenti per lei? Che importavano
le privazioni e le fatiche, a lei, che associata alle mie imprese,
viveva con tanta energia della vita del cuore?... A San Marino,
durante la nostra ritirata, s’erano palesati in Anita alcuni sintomi
di una malattia mortale; rinnovai le mie istanze perchè la si fermasse
in quella città; invano. Quanto più crescevano i nostri pericoli,
altrettanto la di lei risoluzione era incrollabile. A Cesenatico,
un’intera notte fu spesa nel preparare alla partenza i battelli
che dovevano condurci a Venezia. Anita, appoggiata ad un macigno,
seguiva cogli occhi il nostro lavoro, con una simpatia dolorosa. Ci
imbarchiamo; ahi! l’urto dei flutti aggravò lo stato della malata, e
per tutto il tempo ch’ella rimase a bordo, i suoi patimenti non ebbero
un istante di sosta. Quand’io sbarcai con essa sulle rive di Mesola,
era mezzo-morta e incapace di reggersi in piedi. Ella sperava che il
soggiornare a terra avesse a restituirle le forze... Ahimè! la terra
altro non aveva a darle che una tomba!»

Garibaldi per trentacinque giorni errò alla ventura nella pineta di
Ravenna, nascondendosi di macchia in macchia, di roccia in roccia,
circondato dai Croati che sapendolo lì presso, gli davano la caccia.
Ma il proscritto seppe coll’audacia del guerrigliero, coll’astuzia del
selvaggio indiano, e (diciamolo a loro onore) coll’ajuto dei Romagnoli,
sfuggire alle ricerche dei nemici. Finalmente, di pericolo in pericolo,
di avventura in avventura, attraversata l’Italia, giunse al piccolo
porto di Fullonica, ove s’imbarcò per l’isola d’Elba.

Ma giunto in quell’isola, dovette tosto pensare alla propria sicurezza,
e ripartire al più presto col medesimo canotto in cui era arrivato, e
che conduceva egli stesso remando. Nelle vicinanze di Livorno s’imbattè
in un bastimento inglese, il cui capitano lo raccolse a bordo e lo
sbarcò a Porto Venere. Di là Garibaldi, portatosi a Chiavari, venne
arrestato e tradotto a Genova come prigioniero di Stato. Dopo d’aver
passato qualche giorno chiuso nel palazzo del governatore, venne
condotto dal generale La Marmora, il quale accoltolo con ogni riguardo,
fattolo salire a bordo del _Carlo Felice_ (fregata da guerra che
trovavasi ancorata nella rada), gli disse di scegliere egli stesso il
luogo del suo esiglio, chè la di lui presenza nel regno era divenuta
incompatibile. Garibaldi chiese in via di grazia, che gli permettessero
almeno di abbracciare i suoi figliuoli e di passare ventiquattro ore
con essi a Nizza. Venne condotto a Nizza sul _San Giorgio_ e, il dì
dopo, ricondotto a Genova su questo stesso piroscafo. Garibaldi dovendo
fare di necessità virtù, scelse Tunisi per sua dimora. Ma giunto a
Tunisi, quel bey, non volendo aver garbugli colla Francia, gli negò
ospitalità, proibendogli fino di sbarcare. In allora il capitano
del bastimento tornò indietro, e, in attesa di altri ordini, depose
Garibaldi nell’isola della Maddalena.

Il futuro dittatore della Sicilia, già da un mese viveva tranquillo in
quell’isola nella capanna d’un pescatore, certo Pietro Susini, quando
il signor Falchi, governatore dell’isola, scrisse al governo piemontese
che era pericoloso il lasciare un tal uomo tanto vicino alla Sardegna.
Qualche giorno dopo un _brik_ da guerra, il _Colombo_, giungeva alla
Maddalena, e pigliato il generale, lo conduceva a Gibilterra.

Il governatore di Gibilterra permise a Garibaldi di sbarcare, ma appena
ebbe toccato terra, gli ingiunse di abbandonare Gibilterra entro sei
giorni. Garibaldi si tolse subito di là e se n’andò, soletto in una
barca, a cercare sulle coste barbaresche l’ospitalità che gli veniva
negata in Europa.

Giunto a Tangeri, si portò dal console sardo, e nominatosi, gli chiese
asilo. Il console (il signor Carpaneto) lo accolse cortesemente, e
il povero esigliato fu per sei mesi (cioè fino all’aprile del 1850)
l’ospite ed il commensale del degno rappresentante la Sardegna.

Nei primi giorni di quella primavera, Garibaldi da Tangeri si portò a
Liverpool, e nel giugno s’imbarcò per Nova-York, ove dimorò tutto un
anno. Ivi per campare, si associò al suo amico e compatriota Meucci,
fabbricatore di candele[43]. Poco dopo una società americana gli offrì
il comando d’un bastimento mercantile, e Garibaldi si chiamò felice di
poter riprendere la vita del marinajo. Egli fece vela verso Nicaragua,
verso la Nuova Granata e Panama; ma una ardente febbre, che lo spinse a
fil di morte, lo obbligò a rinunciare a quel comando.

Guarito, verso la fine del 1851, si portò su di un piroscafo inglese
a Lima. Nel gennajo del 1852 gli si presentò un’altra occasione
d’imbarcarsi; un negoziante genovese, stabilito nel Perù, gli affidò un
bastimento da trasporto, sul quale l’ardito marinajo andò dall’America
in Australia, dall’Australia a Canton, tornando a Nova-York.

Nel principio del 1854, in causa di altri impegni contratti, Garibaldi
si portò di bel nuovo in Inghilterra; soggiornò qualche tempo a
New-castle e a Londra, poi viaggiando pel Mediterraneo, pervenne, il
maggio, a Genova.

Questa volta il governo piemontese ebbe il buon senso di accordargli
la libertà di vivere in patria. Garibaldi si condusse tosto a Nizza,
e là visse tutto quell’anno affatto oscuro, e occupato esclusivamente
de’ suoi figli. Per ultimo, cercando una solitudine ancor più profonda,
comperò un pezzo di terra incolta nella quasi deserta isola di Caprera,
e vi si stabilì l’anno dopo.

Caprera (i lettori lo sanno) non è che una roccia di granito, ricoperta
da uno strato di terra fecondabile. L’isola è abbastanza vasta,
estendendosi in circonferenza quindici miglia, e in larghezza, cinque.
La popolazione dell’isola è formata dai suoi quattro proprietarj,
cioè dal generale, da un Inglese e da due poveri pastori. Di case che
meritino questo nome, non ce n’è che due, quella del generale e quella
(di stile moresco) dell’Inglese, posta sulla punta dell’isola verso la
Maddalena; i due pastori, che dividono con Garibaldi e coll’Inglese la
proprietà dell’isola, dimorano in certi antri aperti nelle rocce[44].

Garibaldi pose piede per la prima volta nell’isola di Caprera nel
maggio del 1855. Trovò quei massi di granito affatto deserti e
ricoperti appen’appena da un sottil strato di terra, la quale in molti
luoghi era tanto stracarica di ciottoli, che pochi e tristi arbusti vi
potevano allignare, e tra questi l’erica e qualche famiglia di erbe
aromatiche. Al presente, dopo due anni e mezzo di fatiche, l’aspetto
dell’isolotto è mutato. Vi si scorge una bella e comoda casa (Garibaldi
a Caprera abitò, prima sotto una tenda, poi in una capanna di legno)
circondata da un muricciuolo lungo circa due miglia, eretto pietra
per pietra dalle mani del generale, nel recinto; crescono, prosperano
legumi, mandorli, pomi, peri, castagni, le viti e fino la canna da
zucchero. Il campo è solcato da copiosi ruscelletti distribuiti con
arte. Vi sono inoltre dei forni con cui si fa carbone delle radici
sbarbicate dal suolo.

Nel 1859, Garibaldi aveva divisato di intraprendere un viaggio
nell’America co’ suoi figli e con Bixio, quando gli avvenimenti lo
chiamarono di bel nuovo alle armi.


Gli astanti avevano ascoltato con sommo piacere il racconto del
capitano garibaldino, il quale, solleticato dai segni di aggradimento
coi quali venivano accolte le sue parole, disse:

— Adesso, amici miei, voglio raccontarvi un’altra storia...

— Del generale?

— Proprio del generale.

— Bravo! bene! dì su!» gridarono in coro gli astanti.

— Vi voglio raccontare una scena... C’era anch’io, e me lo ricordo come
se la fosse successa jeri... Ma prima datemi da bere, che a forza di
mandar fuori parole, mi si è seccata la gola come un pezzo d’esca.

Dato ch’ebbe un lungo bacio al bicchiere, il capitano continuò in tal
modo la sua narrazione.

— Lo scorso autunno il generale si trovava a Ravenna; c’erano anche
Menotti, sua sorella, e il servitor vostro. È una bella città Ravenna!
Dopo Roma nessuna città ha tanti monumenti... Poi c’e il sepolcro di
Dante... E la _Pineta_ la contate per nulla?... Chi l’ha veduta di voi
altri la _Pineta_?

Nessuno degli astanti rispose.

— Dunque nessuno l’ha vista!... Peggio per voi. La _Pineta_ è un
immenso bosco di pini, nel quale Garibaldi, dopo l’affare di Roma,
stette nascosto più di un mese... Del resto chi ne vuol sapere di più
non ha che andar a vederla... e se ne troverà contento[45].

Gli astanti risero; e il capitano continuò:

Era il mattino di una bellissima giornata, serena, sorridente come la
ciera d’un galantuomo. Entrati nella _Pineta_, la nostra meraviglia
cresceva ad ogni passo; là ci sono tutte le varietà di verde creato da
Domeneddio, chè, oltre ai pini alti come giganti, il terreno è coperto
da un’infinita varietà di arboscelli, di macchie, di arbusti selvaggi,
frammisti a ciliegi, a peri, a pomi, inghirlandati dalle vite che va
su e giù da un punto all’altro come un serpente. Il generale, in quel
giorno[46], nonostante le violenti emozioni che doveva provare alla
vista di quei luoghi testimonj della morte della sua povera moglie e
dei patimenti che egli aveva dovuto soffrire per sottrarsi alla caccia
dei Croati, il generale, dico, era di ottimo umore. Parlò a lungo
dell’ultima campagna (una magnifica campagna diceva lui), e notava con
compiacenza che durante la guerra, non era stato costretto a punire
alcuno de’ suoi soldati. Lodava poi moltissimo i Romagnoli, e diceva
che tra tutte le città della Romagna, Ravenna si era sempre distinta
per l’assenza completa delle rivalità di casta, e per la lealtà e la
concordia de’ suoi abitanti. Mi ricordo anche del bene che disse di
un tal Bonnet di Comacchio, che l’aveva salvato dalle unghie degli
Austriaci, con grave pericolo della sua vita. Se Garibaldi si ricordava
dei Romagnoli, anche questi non l’avevano al certo dimenticato, tanto
che, quando seppero che egli era nella _Pineta_, accorsero da tutte le
parti. Mano mano che noi ci addentravamo nel bosco, cresceva la folla,
crescevano i viva. Avevamo già percorsi circa tredici miglia, quando
la carrozza ove c’era Garibaldi e che precedeva le nostre, voltò a
destra e noi, seguendolo, ci trovammo tutto ad un tratto innanzi ad
una fattoria che, come abbiam saputo di poi, è proprietà del marchese
Guìccioli. Smontati, entrammo in un modesto salotto... Era precisamente
quello in cui spirò Anita Garibaldi, vittima del suo amor conjugale....

Qui vi furono alcuni istanti di silenzio; poi il garibaldino, continuò:

— Se avessi a raccontarvi per filo e per segno la festa che il fattore
e la sua famiglia, fecero al generale (non lo vedevano da dieci anni!)
non la finirei più! Vi dirò soltanto che in quella solitaria fattoria,
chiusa in mezzo alla _Pineta_, trovammo una tavola allestita, ma! coi
fiocchi... Altro che una collazione!... fu un vero pranzo da sposi,
che i nostri ospiti seppero rendere doppiamente saporito e allegro,
tanto furono cortesi e compagnevoli. Eravamo diciotto a tavola, e
ad ogni minuto entrava qualche Romagnolo nel salotto; tutti volevano
berne un bicchiere col generale, tutti facevano a gara per parlargli,
rammentandogli qualche avventura del quarantanove, qualche pericolo
incontrato insieme a lui, tanto che in men di mezz’ora, la sala fu
zeppa di gente, da non potersi movere. Al di là degli usci aperti,
si vedeva una folla di teste...; ogni tratto si udivano grida di
gioja: viva Garibaldi! viva l’Italia, ecc. ecc. Finita la colazione,
e pigliato congedo da quella brava gente, risalimmo in carrozza...
Indovinate un po’ da quanti legni siamo stati accompagnati al nostro
ritorno dalla fattoria? Nientemeno che da cinquanta!

— Oh?

— Proprio da cinquanta! Vedete che n’era venuta della gente! Dopo un
miglio, ci siam fermati davanti una cappelletta solitaria, sulla cui
porta stava un prete che ci accennò di smontare e di seguirlo nella
chiesuola; entrammo infatti. Presso l’altare c’era una tomba coperta
da un strato nero, stracarica di ghirlande e di mazzi di fiori colti
allor’allora. Era la tomba di Anita... Noi tutti ginocchioni pregammo
per quella poveretta... Che momento solenne fu quello! c’era un
silenzio.... un raccoglimento!... pareva che ognuno di noi pregasse
per sua madre... Ah! non la dimenticherò più quella giornata! non lo
dimenticherò più quel momento!...




CAPITOLO XIV.

Milazzo.

    Ho il presentimento, Vittore, di non tornar
    più! Ma ho promesso a Medici di
    esser sempre con lui, e manterrò la
    promessa[47].


Come avrete veduto nel principio dell’antecedente capitolo, Medici
co’ suoi, giunto felicemente a Palermo con un grosso piroscafo (gli
altri due legni l’_Utile_ ed il _clipper_ americano, erano stati
catturati[48]) si era acquartierato colla sua brigata nella capitale
della Sicilia, a disposizione del generale.

Roberto e Valentino fecero, come si suol dire, gli onori di casa al
capitano Federico arrivato con Medici, e tutti e tre di poi, al nipote
della contessa Emilia, il quale, ricevuta a mezzo postale una lettera
della zia e una per Roberto (quella di Dalia), aveva stretta relazione
col pittore e quindi co’ suoi camerata.

La contessa nella sua lettera al nipote, gli aveva raccontate tutte
le tribolazioni, i disastri (come essa scriveva) del suo viaggio
a Chiavari, tutto insomma (dall’episodio del cappellino in fuori)
quanto aveva sofferto per poterlo raggiungere ed abbracciare prima che
salpasse per la Sicilia.

Ernesto, benchè grato a tante prove d’affetto, non aveva però potuto
a meno di ridere dal _qui-pro-quo_ preso dalla zia a proposito dei due
Sestri. È bene inoltre avvertire, che il gruppetto ricevuto poco dopo
la lettera, lo aveva meravigliosamente disposto alla gajezza.

E della famosa cassa, che era avvenuto?

La contessa Emilia non si era data per vinta, e con un proscritto
in quell’istessa lettera, annunciava al nipote che, quando meno se
l’aspettava, avrebbe ricevuto una cosa che gli avrebbe fatto tanto
piacere; e finiva lì, pensando di fargli correre l’aquolina in bocca.

Anche Roberto fu lietissimo di ricevere nuove di Dalia. Ne disse
qualche motto a Valentino, ma non andò più in là. Ma la sera trovatosi
soletto, prima di coricarsi, rilesse la lettera di Dalia, poi la baciò
e ribaciò, e si addormentò pensando che gli occhi cilestri vincono
d’assai i neri, fossero anche grandi, limpidi e lampeggianti come
quelli di Rosalia.

La mattina dopo, Roberto rispose alla giovinetta con una lunga lettera
nella quale fedele alla fattale promessa, proseguì il racconto delle
sue avventure (tacendole però di Rosalia) e delle mirabili vittorie
del generale, e scrivendo e scrivendo, tanto gli si scaldò il sangue,
che fu lì in procinto di chiuder la lettera col promettere di sposarla
finita la guerra... Fortunatamente per lui, Valentino entrò in quella
a dirgli non so che cosa, ma che ebbe virtù di fargli finire, chiudere
e suggellare in fretta quella lettera, senza toccare il tasto del
matrimonio. Roberto, pigliato pel braccio l’amico, uscì pei fatti suoi.

Intanto le cose non andavan molto bene nell’isola, specialmente nella
provincia di Messina, dove la cattiva scelta dei nuovi governatori, e
la vicinanza del nemico tenevano inquieti gli animi. Il dittatore pensò
quindi di spedire a quella volta il generale Medici per assestare le
cose, e per osservare davvicino i movimenti del nemico.

La partenza di Medici da Palermo con un corpo di volontarj, fu salutata
dagli applausi di quei cittadini, i quali, da quella spedizione si
promettevano moltissimo. Medici, giunto a Termini l’ultimo di giugno,
vi doveva riposare quarantotto ore; ma nello stesso giorno arrivarono
a lui due corrieri; il primo gli portava un dispaccio della segreteria
di Stato per la guerra e marina, con un ordine dittatoriale che lo
nominava a comandante di tutta la provincia di Messina con ampie
facoltà militari e civili. Era detto in quell’ordine, che tutti
gl’impiegati militari e finanziarj dovessero dipendere da lui, ch’egli
avrebbe potuto sospenderli, proporne di nuovi, e prendere tutte quelle
determinazioni che la eccezionalità dei tempi gli avesse indicato
necessarie per il buon andamento delle cose. L’altro corriere, arrivato
quasi contemporaneamente, veniva da Patti, e recava notizie che i regj
avevano fatto qualche movimento in avanti. Correva inoltre voce (e
pareva verace) che un corpo di truppe borboniche era uscito da Messina,
che si inoltrava a marce forzate, anzi che l’avanguardia era già
arrivata al castello di Spadafora, punto importante, perchè domina la
strada che conduce a Barcellona.

I garibaldini, ai quali era stato concesso di riposare per ventiquattro
ore, ebbero l’ordine di ripigliare la marcia, non solo, ma di
affrettarla.

Prima però che partissero da Termini accadde un fatto che per la sua
singolarità merita di essere raccontato, tanto più che non ha riscontro
nelle storia.

Termini, al giungere dei volontarj di Medici, fu sossopra; quei
cittadini accolsero i loro liberatori con entusiasmo, disputandosi il
piacere, l’onore di averne qualcuno a loro ospite e di festeggiarlo
il meglio che potevano. Ora avvenne che un giovinetto terminese,
maneggiando imprudentemente un revolver d’un garibaldino, fece scattare
la molla e ricevette una palla nel petto, sicchè restò ucciso sul
colpo. Questo deplorabile accidente gettò la mestizia in mezzo alla
gioja e alla festa. Medici non volle lasciar Termini prima di appurare
l’accaduto; radunò quindi un Consiglio di guerra, innanzi a cui venne
tradotto il volontario; ma prima ch’egli pronunziasse una parola in sua
difesa, una donna seguita da una ragazza, si aprì la via attraverso
la folla e si presentò al cospetto dei giudici. Erano la madre e la
sorella dell’ucciso.

Allora la povera donna disse piangendo, ma con voce sonora: Io era là;
so com’è accaduta la disgrazia; quel garibaldino è innocente della
morte del mio figliuolo, che io considero come morto sul campo di
battaglia; ma essendo abituata ad avere presso di me un figlio, io vi
prego, cedetemi questo (e così dicendo cinse con un braccio il collo
del milite), io l’adotto.

Il volontario venne immediatamente rimesso in libertà. La nuova sua
madre, impostogli il nome dell’ucciso, lo condusse trionfalmente a casa
sua, ove passò alcuni giorni tra le più affettuose carezze.

Molti per questo fatto chiamarono quella donna un’eroina degna de’
migliori tempi di Sparta. Noi, che infatto di maternità abbiamo
opinioni molte severe, non troviamo di che entusiasmarci nel vedere
una madre consolarsi sì presto, e con tanta disinvoltura della perdita
di un figlio, come se si trattasse di quella di un marito per andare a
seconde nozze.

Ad ogni modo la condotta di quella madre non è al certo il più
bell’elogio del defunto.

Medici col suo corpo camminò tutta la notte, e allo spuntar dell’aurora
giungeva a Cefalù. Quivi volle che i suoi riposassero, tanto più che,
dovendosi spingere sino a Barcellona, aveva a fare marce lunghe e
faticosissime, tra monti e spiagge senza altre strade che stretti e
difficili sentieri. A Cefalù le notizie continuavano a giungere poco
rassicuranti; la provincia rimasta senza amministrazione, aveva bisogno
della presenza di un capo per impedire i disordini, e per ridonare
agli abitanti fiducia e confidenza. Il nemico s’ingrossava a Messina,
e specialmente al Gesso, posizione formidabile sopra Messina, e anello
tra questa città e Milazzo, ove pure giungevano nuovi rinforzi[49].

Medici, impaziente di portarsi sul teatro ove era chiamato ad agire,
per guadagnar tempo, lasciò il corpo da lui comandato a Cefalù; diede
le disposizioni necessarie perchè si movesse in avanti con la maggiore
possibile sollecitudine, e decise di recarsi egli stesso con alcuni
uffiziali dello stato maggiore e poche guide a cavallo, a riconoscere
le posizioni, e a studiarle più davvicino e nei più minuti particolari.

Così fu fatto; Medici viaggiando dì e notte, ora a piedi ed ora
a cavallo, giunse finalmente la mattina del 5 a Barcellona. Quivi
incominciarono gli atti di lui come capo della provincia.

Viaggiando da Cefalù a Barcellona, Medici sdrajatosi, riposava sulla
spiaggia del mare insieme al suoi compagni, quando un vaghissimo
augellino volò sull’arena, e vi si fermò; preso, divenne argomento di
varie osservazioni; vi fu persino chi ne trasse felici augurj. Medici
pigliatolo in mano, sorridendo disse: «Siamo venuti per la libertà,
dunque libertà anche agli uccelli.» Non aveva ancora finito di parlare
che già l’uccellino volava libero.

Medici, ricevuto a Barcellona con ogni manifestazione di simpatia e di
gioja, e trovando gli animi atteggiati a nobili imprese, non tardò a
far conoscere agli abitanti della provincia, e la sua carica e il suo
animo, e quanto sperava dal concorso dei buoni cittadini, a vantaggio
della causa italiana, alla quale tutti dovevano con eguale animo e
valore generosamente concorrere. Quindi, il 5, pubblicava un bellissimo
proclama, nel quale sono specialmente ammirabili le parole con che
spiega, con l’accento del soldato, com’egli sentisse la libertà.

Frattanto si mostravano continui i movimenti nelle regie truppe
di Milazzo, rinforzate da nuovi corpi che sopraggiungevano da
Messina, onde vedevasi chiaro che i regj volevano dare una battaglia
nelle vicinanze di quella città, e, se fortuna arridesse, marciare
prestamente sulle insorte provincie della Sicilia.[50] Medici, fatto
accorto dei progetti del nemico, non essendo stato ancora raggiunto da
tutto il suo corpo, cominciò a fare delle escursioni verso Milazzo,
per istudiare le migliori posizioni, e supplire così, col vantaggio
di esse, allo scarso numero delle sue forze. Il 6 luglio, il generale
Medici, ed alcuni de’ suoi uffiziali, trasvestitisi, si recarono a
Santa Lucia, alla destra di Barcellona, e dalla torre di un antico
monastero guardando la sottoposta pianura di Milazzo, concepirono
un piano di difesa, pensando specialmente di occupare Santa Lucia,
posizione molto importante. Altri punti vennero visitati in quel giorno
stesso; si accostarono a Gesso e di là, seguendo la catena dei monti
verso sud, poterono scorgere Messina, dove speravano inalberare quanto
prima la bandiera dell’unità italiana.

I volontarj lasciati dal generale Medici a Cefalù, marciavano verso
Barcellona; e mangiando e alloggiando malamente, tra fatiche inaudite,
laceri e scalzi, la mattina del 10 giunsero a Barcellona. In quattro
giorni tutto fu accomodato alla meglio; riposati i volontarj,
racconciate le scarpe e le vesti, ordinate le armi e distribuite le
munizioni, talchè il 14, il piccolo corpo di Medici accampò a Meri, ad
un’ora da Barcellona, verso Messina.

Dalla parte dei regj si era cambiata la guarnigione di Milazzo;
al comandante Torre Bruna, era stato sostituito il generale Bosco,
Palermitano, fedelissimo al suo re, coraggioso, esperto nelle cose
di guerra, ma vanitoso, millantatore, fanatico, e che agognava ad
ogni costo al vanto di abbattere Garibaldi. Bosco aveva condotto
seco da Messina meglio di 5000 uomini di truppe scelte, la più parte
cacciatori: cavalleria, artiglieria, munizioni, nulla mancava ai regj,
mentre i nostri, pochi di numero, n’erano scarsamente provisti.

I volontarj si stendevano a destra ed a sinistra del paese di Meri.
La linea era molto estesa, ma era mestieri coprirla, per opporre
resistenza su tutte le vie nelle quali il nemico poteva spingersi.
Questa linea era segnata dal letto di un torrentello (il Mela), che
dai monti, alla destra dei nostri, discende fino al mare. Limite
della sinistra, era il mare istesso; alcune altre stradicciuole, tutte
praticabili, serpeggiano da Barcellona a Milazzo; alla destra rimaneva
il paese di Santa Lucia, con un seguito di colline descriventi una
curva, che si serra alquanto sul centro; alcune di queste colline con
facile declivio si prolungano verso S. Filippo.

Quasi tutto il letto del Mela è incassato tra due muricciuoli, che
seguono gli accidenti del letto istesso; e che, mediante alcuni lavori,
si prestavano a tener fronte ad un attacco. La strada principale per
Milazzo corre in mezzo alla pianura, e traversa il letto del torrente.
Questo passaggio era guardato da due cannoncini, che i nostri avevano
trovato a Barcellona, e che costituivano tutta la loro artiglieria. Il
15, una colonna di Napoletani uscì da Milazzo, ma ad un tratto si fermò
e rientrò. Medici, a fronte di queste dimostrazioni, per poter movere i
suoi pochi soldati, senza sguarnire di troppo le posizioni, aveva fatto
convenire a Meri le guardie nazionali, ed alcune squadre dei paesi
limitrofi.

Nella notte del 16, una pattuglia dei nostri, che guardava le
posizioni di Santa Lucia, si spinse verso gli avamposti napoletani;
si scambiarono le prime fucilate. La mattina seguente, una colonna
di circa mille uomini, uscita da Milazzo, dirigevasi verso le nostre
posizioni di destra. Il colonnello Simonetta con circa 300 uomini,
ebbe ordine di osservarla; questi si spinse sulla strada maestra;
inviò in ricognizione un’avanguardia, e fece avanzare a destra una
compagnia, comandata dal capitano Cattaneo. L’avanguardia ebbe ad
avanzarsi per poco, perocchè tosto incontratasi coi regj, s’impegnò
un vivo combattimento. Il nemico lanciò la cavalleria, che caricò a
tutta possa, ma i volontarj l’attesero col maggior sangue freddo e la
carica fu respinta. Si combatteva a destra e a sinistra, ove i nostri
erano accorsi per sostenere l’impeto che i nemici facevano anche da
quella parte. Le forze erano disuguali, pure i regj ripiegarono; allora
dai nostri si tentò una carica alla bajonetta; ma il terreno, troppo
malagevole, non permise di condurla ad effetto. Alcuni, spintisi troppo
avanti, affaticati per le difficoltà del cammino, e che nel retrocedere
non poterono superare con la facilità di prima, rimasero cattivi. I
regj, fatti quindici prigionieri, dei quali cinque feriti (anche il
Cattaneo venne fatto prigioniero), non pensarono che a ritirarsi, e
per essere più sicuri rinnovarono una carica di cavalleria; era essa
diretta specialmente contro coloro che si trovavano sulla strada
maestra, e fu quivi appunto che i nostri uffiziali si scagliarono
sopra i cavalieri nemici, uccidendone varj. Fatta quest’ultima prova,
i Napoletani rientrarono in Milazzo. I nostri in quella fazione ebbero
circa 40 uomini fuori di combattimento, il nemico ne perdette circa un
egual numero.

Il generale Medici, vista impegnata la lotta, spinse nuove forze
verso il luogo del combattimento; quindi i volontarj che avevano avuto
parte all’azione, poterono ritirarsi, e i nuovi arrivati occuparono il
caseggiato attiguo alla collina che mena sulla strada di Santa Lucia,
prendendo anche posizione nelle prime case del villaggio di S. Filippo,
ond’essere in grado di resistere ad un nuovo attacco. Il nemico infatti
faceva continue evoluzioni verso la nostra destra; egli mirava a girare
quella importante posizione, la quale, nel caso che i nostri avessero
dovuto abbandonare la linea occupata, doveva servir loro di ritirata
per la via dei monti. Quindi Medici ordinò che sulla strada maestra
fosse eretta una barricata, allo scopo di difendere la linea interposta
tra la strada istessa ed il sommo della prossima collina, ove la
nostra destra rannodavasi, alla sinistra, colle squadre comandate del
colonnello Interdonato.

Alle quattro dopo mezzo giorno, il nemico riapparve con forze doppie.
Egli coronava le alture sopra Ceriolo, occupava il paesello di questo
nome, scendeva per il letto di un torrente, e si avanzava. Allora il
fuoco ricominciò: regj e garibaldini si trovarono faccia a faccia;
il maggiore sforzo dei Borboniani era di spingersi dalla nostra
sinistra alla destra. Conveniva perciò tener forte dalla parte ove
egli irrompeva con maggior impeto, impedire, dalla barricata, il
passaggio della strada e non lasciare effettuare il suo piano. Con
questo intendimento Medici mandò ordini ad un battaglione, che stava
in riserva fra il crocicchio della strada per Santa Lucia a destra e
Milazzo a sinistra, di avanzarsi. Questo rinforzo giunse a passo di
corsa, proprio nel momento decisivo, quando la lotta alla barricata
era più accanita, e quando il nemico, fatto ardito dalla preponderanza
delle sue forze, attaccava di fronte la nostra posizione, facendola
bersagliare ai fianchi da una fucilata veramente energica. Il rinforzo
rinvigorì l’ardire dei nostri, che riacquistato nuovo entusiasmo e
coraggio, si slanciarono fuori della barricata al grido di: viva
Italia; indi con una brillante carica alla bajonetta, respinsero
il nemico dai vigneti, dai muricciuoli e dalle case occupate,
costringendolo a ripassare in fretta il letto del torrente.

Ma sulle alture il fuoco continuava vivissimo. Il nemico, appostati
due pezzi sulla strada che dal paese sbocca nel torrente, tirava
spessi colpi, ma senza risultato. Un po’ più tardi lanciò razzi e
granate, anch’esse senza effetto; indi, aumentato il cannoneggiare,
dal punto ove erasi riordinato mosse ad un nuovo attacco. I nostri
lo bersagliarono vigorosamente dalle alture e quelli specialmente
della barricata, animati dal primo successo, si lanciarono di nuovo
sulla strada, e caricarono alla bajonetta. Per alcuni minuti fu uno
spettacolo veramente straordinario; perciocchè i nostri correvano
avanti, ed i Napoletani non meno arditi, correvano loro incontro:
quando ad un tratto il nemico fermossi sulla riva del fiume, la sua
colonna si schiuse smascherando l’artiglieria che aprì il fuoco.
I nostri continuarono ad inoltrarsi sulla strada; già avevano
occupato una casa, e si spingevano avanti quasi fin sopra i pezzi
dell’artiglieria nemica, ma sopravvenuta la sera, furono richiamati.

In quella fazione i Napoletani si batterono valorosamente: i nostri
ebbero pochi morti, molti feriti, e di bajonetta. Medici, aveva in
parte raggiunto il suo scopo, perciocchè in quella giornata con energia
straordinaria, con posizioni ben scelte, e con evidente esperienza di
guerra, aveva respinto due volte il nemico, e più da vicino avevalo
serrato dentro Milazzo.

Da Palermo intanto giungevano avvisi di prossimi rinforzi; il generale
Cosenz stava per arrivare, e difatti, il 18, giunse coll’avanguardia
al campo dei nostri, e visitati i posti, e verificate le posizioni, ne
rimase grandemente soddisfatto. La mattina del 19 i nostri volontarj,
che erano ancora sotto le armi, videro arrivare una carrozza; in un
istante tutti i beretti si trovarono sulle bajonette; dal cuore e dalla
bocca di quei bravi militi uscì un grido indescrivibile; essi avevano
riconosciuto Garibaldi. Il legno che giungeva in quel momento conteneva
il dittatore della Sicilia, in camicia rossa, e col solito cappello
nero.

Garibaldi, dal primo ingrossarsi del nemico in Milazzo, aveva compreso
che l’armata borbonica intendeva dare battaglia; e volendo trovarsi
presente e comandare in persona i suoi volontarj, lasciato in Palermo
qual prodittatore il generale Sirtori, affrettò la sua partenza, e
raggiunse in tempo il campo di Medici. Il giorno stesso del suo arrivo
si fece un nuovo esame a tutte le posizioni. Garibaldi chiede di
tutto, interroga su tutto, osserva minutamente ogni cosa, approva con
espansione d’animo l’operato di Medici, gli serra più volte la mano, e
la sera, prima della cena, fumando il suo sigaro, scrive l’ordine del
giorno, col quale promove a maggiori generali, Medici, Cosenz, Bixio e
Carini; aggiunge, la brigata Medici avere ben meritato della patria; i
suoi militi assaliti da forze superiori aver provato ancora una volta,
ciò che valgano le bajonette dei figli della libertà.

La mattina del 20, Garibaldi, presi gli opportuni concerti col generale
Medici, fece diramare i suoi ordini alle truppe. Alle 5 del mattino
queste erano tutte sotto le armi e pronte a marciare; due colonne
dovevano formarsi; una comandata dal colonnello Simonetta, l’altra dal
colonnello Malenchini; queste colonne avevano ordine di recarsi da Meri
a S. Pietro, ove giunte, avrebbero avute nuove istruzioni. La colonna
Simonetta, era composta dei battaglioni non completi del I.º reggimento
e d’una compagnia del III.º battaglione, con aggregati il battaglione
bersaglieri, comandato dal maggiore Specchi e circa 20 uomini armati
di carabina. La colonna Malenchini era composta dei tre battaglioni
del II.º reggimento, più una compagnia di volontarj messinesi. S’era
ordinata una colonna di riserva, la quale si componeva del battaglione
Dunn, già arrivato, del battaglione Corte, del battaglione Corrao e
del battaglione Valchieri; le quali forze, essendo i battaglioni molto
sottili, potevano ammontare a circa 3500 uomini.

La prima colonna ebbe l’ordine di percorrere lo stradale di Messina
sopra S. Pietro a Milazzo, occupando le case ed i vigneti, in gran
parte cinti di muri. La seconda colonna, descrivendo una diagonale, si
recò ad occupare Barone, che è una frazione di S. Pietro. Erano queste
le due colonne d’attacco, alle quali fu ingiunto di distendersi, onde
collegarsi e formare una sola fronte di battaglia, la quale doveva
inoltrarsi molto avanti, a destra, per osservare davvicino le mosse, e
le posizioni del nemico. Simile incarico aveva avuto pure la sinistra,
allo scopo di sorvegliare il nemico dalla parte della marina, d’onde
poteva seriamente minacciare il fianco dei nostri.

I regj intanto erano usciti da Milazzo con forze poderose, e avevano
avuto agio di far loro pro d’ogni cosa, d’ogni prominenza, dei muri
e dei vigneti, per combattere coperti stando sulla difensiva, o per
spingersi avanti contro i nostri. Ciò avevano ottenuto moltiplicando i
corpi d’osservazione; nè i garibaldini potevano molestarli, sia perchè
disponevano di forze inferiori, sia perchè non era loro intenzione
di attaccare la fronte del nemico. Ne veniva per conseguenza lo
spiegamento dei nostri, e tanto più perchè l’esercito Napoletano
stendevasi molto a sinistra verso i mulini, ed a destra quasi fino alla
marina. Il nemico non poteva temere di estendersi troppo, e perchè
così facendo teneva in rispetto e sorvegliate le nostre ali; e per
ultimo perchè, qualora fosse stato costretto a ripiegarsi, sarebbesi
concentrato con maggior potenza al centro, in guisa da poter operare
in quel punto energicamente, nulla avendo a temere ai lati, garantito
come era dal mare. Particolarmente alla sinistra, i Napolitani avevano
ben munite con molta artiglieria le case dei mulini, e gli sbocchi
principali delle strade.

I due eserciti stavano già in faccia l’uno dell’altro; erano le sette
del mattino, quando il nemico mosse dalla sua destra verso la sinistra
dei nostri e l’attaccò. Repentinamente il fuoco si aprì su tutta la
linea. Il generale Medici ordinò alla colonna Simonetta di spingere una
parte della sua gente verso Archi, onde rendersi padrone delle mosse
nemiche a sinistra. Questo movimento eseguito dal maggiore Migliavacca,
coadjuvato dal maggiore Croff, fece sloggiare i regj dalle posizioni
che avevano occupate; dal lato sinistro i nostri si spingevano avanti,
stendendosi verso la marina, movimento che si dovette appoggiare coi
rinforzi del centro, il quale per portarsi all’altezza della sinistra,
fu costretto ad inoltrarsi; imbattutosi col nemico, e impegnò un
vivissimo combattimento. Così nel tempo stesso si pugnava al centro,
alla sinistra ed alla destra. I Napoletani combattevano valorosamente,
e tanto che, dopo lungo tempestare, alla sinistra cominciavano ad
avere il sopravvento. L’artiglieria, che imboccava la strada, e che
fulminava i nostri, rendeva i nemici superiori. Il fianco dei nostri
era gravemente minacciato. Il generale Medici spediva immantinente a
quella volta un uffiziale di stato maggiore colla metà del battaglione
Dunn che era di riserva. Con questi rinforzi e con l’energia del
generale Cosenz che dirigeva quella parte del combattimento, i nostri
riuscirono a ripigliare i posti perduti. Ma il nemico che a cagione del
ripiegamento a sinistra aveva avuto campo di spingere nuove forze al
centro, imperversava furiosamente da questo punto.

Garibaldi, dalla strada, colla parola, col gesto coll’esempio dirigeva
l’attacco; già combattevasi un’altra volta su tutta la linea. Contro le
forze del centro, fatte quasi irresistibili dalle circostanze naturali,
gli sforzi dei nostri prodi non valevano. Molti di quei generosi
caddero, e molti altri più animosi ancora, si avanzavano in mezzo a
quell’eccidio. Ma il solo coraggio non bastava; le nostre perdite di
momento in momento si facevano più sensibili; tutte le nostre truppe
erano giunte, tutte erano al fuoco, anche le riserve; il momento era
pur troppo decisivo.

Un movimento a destra fu quello che decise le sorti della giornata
in favore di Garibaldi. Accennando energicamente dalla nostra
estrema destra al fianco sinistro, ed al centro nemico, si cambiò la
situazione, perciocchè, i regj improvvisamente incalzati dal nuovo
movimento, cominciarono a ritirarsi, e il terreno da loro abbandonato
veniva occupato dai nostri. Le truppe nemiche si ritiravano in Milazzo,
si riordinavano, tentavano di scendere a nuova battaglia, ma alcuni
colpi di cannone del piroscafo il Veloce, sopra cui in quel frattempo
erasi imbarcato Garibaldi, li costrinse a continuare il movimento di
ritirata.

Nella lotta del centro, un pezzo d’artiglieria dei regj rimaneva
nelle mani ai nostri; un drappello di cavalleria fu lanciato a
riconquistarlo, ma invano perciocchè oltre al pezzo, perdettero
anche i cavalli, e quasi tutti i cavalieri. Vi furono lotte corpo
a corpo, colpi di _revolver_ a bruciapelo, cavalli azzuffantisi
insieme; dittatore, generali ed uffiziali dovettero giuocar di spada;
tanti sforzi condussero i nostri sino al ponte di porta Milazzo.
Contemporaneamente i nostri di sinistra giungevano alla lor volta, dopo
d’aver superate le posizioni nemiche.

Ma la lotta non era ancora finita; il passaggio del ponte era
difficilissimo; la moschetteria e la mitraglia grandinavano senza
posa. I garibaldini fecero sosta ai Magazzeni, che erano alla loro
sinistra; con molto ardimento riuscirono a trascinare sul ponte i due
cannoncini che possedevano, i quali, se materialmente non potevano
offendere gran che, moralmente imponevano al nemico, che credette
i nostri essere possessori di un’artiglieria. I Napoletani avevano
occupate tutte le case appena fuori della città, e dal molo, e di
dietro le barche, tiravano con molto successo con le loro carabine; le
artiglierie mandavano palle e mitraglia, e qualche bomba. A sloggiare i
cacciatori, fu mestieri stabilire una linea d’attacco, che dal ponte,
pei vigneti cinti di mura, andava sino alla marina, e conduceva molto
vicino alla città, alle case ed alle posizioni occupate dal nemico. In
questo incontro specialmente giovarono moltissimo i colpi dei nostri
piccoli pezzi. Frattanto un battaglione fresco, che aveva avuto ordine
di rimanere a Meri a guardare le posizioni sulla marina, e che, deciso
il combattimento in favore dei nostri, s’era portato sul posto a passo
di corsa per raccogliere definitivamente il frutto della giornata,
fu spinto contro la città per entrarvi. D’allora in poi il nemico non
oppose seria resistenza, ma di posizione in posizione raccogliendosi,
s’affrettò a ritirarsi nel forte. Vi fu un momento in cui si vide il
generale Medici a cavallo, nella strada principale di Milazzo, in mezzo
ad un nembo di fumo, ma fortunatamente ne uscì sano e salvo.

Il combattimento finì alle 5 pomeridiane; era quindi durato dieci ore.
I nostri tra morti e feriti perdettero circa 800 uomini; il maggiore
Migliavacca lasciava la vita sul campo. Il nemico ebbe gravi perdite,
ma inferiori alle nostre.


Il romanziere Alessandro Dumas trovossi presente a questa battaglia.
Egli prima della spedizione di Sicilia avveva avvicinato il generale
Garibaldi a Milano ed a Genova per avere da lui schiarimenti sulla sua
vita e sui suoi fasti, per pubblicarli in un giornale di Parigi e in
un’ampia biografia. Quando seppe lo sbarco di Garibaldi in Sicilia e
la sua entrata in Palermo, si affrettò a raggiungerlo, e partitosi di
Marsiglia giunse alla capitale dell’isola. Quivi conferì col dittatore,
indi si diresse alla volta di Catania. Fu di là che intese vagamente
come una colonna napoletana era partita da Messina per incontrare
Medici. Spedito un messo al console francese di Messina, e da lui avuta
risposta che la nuova era vera, senza perder tempo, levata l’àncora
partì alla volta di Milazzo. Egli giungeva nel golfo orientale appunto
quando il combattimento era incominciato. In alcune sue lettere dirette
al brigadiere Giacinto Carini, ispettore generale di cavalleria,
descrive minutamente le vicende ed i fatti di quella giornata. Noi
riprodurremo un brano d’una sua lettera per mostrare in qual pericolo
si fosse trovato quel giorno il generale Garibaldi, e quali furono i
supremi sforzi dei nostri.

«Il fuoco (scrive il Dumas) cominciò alla sinistra a mezza strada tra
Meri e Milazzo. S’incontrarono gli avamposti napoletani nascosti tra i
canneti. Dopo un quarto d’ora di moschetteria sulla sinistra, il centro
alla sua volta si è trovato in faccia alla linea napoletana, e l’ha
attaccata e sloggiata dalle prime posizioni.

«La dritta in questo frattempo scacciava i Napoletani dalle case che
occupavano.

«Ma le difficoltà del terreno impedivano ai rinforzi di arrivare. Bosco
spinse una massa di 6000 uomini contro 5 o 600 assalitori che l’avevano
costretto a rinculare, e che, soprafatti dal numero, erano stati
obbligati ad indietreggiare alla lor volta.

«Il generale spedì tosto a chieder dei rinforzi; arrivati che furono,
attaccò di nuovo il nemico nascosto tra i canneti, e riparato dietro
i fichi d’India. Ciò era un grande svantaggio per i volontarj, che non
potevano caricare alla bajonetta.

«Medici, marciando alla testa dei suoi, aveva avuto il cavallo ucciso
sotto di sè. Cosenz aveva ricevuto una palla morta nel collo ed era
caduto a terra; lo si credeva ferito mortalmente, allorchè si rialzò
gridando: Viva l’Italia! La sua ferita, fortunatamente, era leggiera.

«Garibaldi si pose allora alla testa dei carabinieri genovesi, con
alcune guide per affrontare i Napoletani ed attaccarli di fianco,
togliendo così la ritirata ad una parte di essi. Ma si imbattè in una
batteria che fece ostacolo a siffatta manovra.

«Missori ed il capitano Statella, si spinsero allora avanti con una
cinquantina d’uomini; il generale Garibaldi era alla testa e dirigeva
la carica; a venti passi il cannone fece fuoco a mitraglia.

«L’effetto fu terribile; cinque o sei uomini solamente rimasero in
piedi; il generale Garibaldi ebbe la suola d’una scarpa, e la staffa
portata via da una palla di cannone; il di lui cavallo ferito divenne
indomabile, sicchè fu costretto ad abbandonarlo, lasciando nella sella
il suo _revolver_. Il maggior Breda e il suo trombetto furono colpiti
ai fianchi. Missori cadeva da cavallo, il quale era ferito a morte da
una scheggia. Statella restava in piedi, fra un uragano di mitraglia;
tutti gli altri, morti o feriti.

«Da tutti si combatteva, e valorosamente.

«Il generale, vedendo allora l’impossibilità di prendere il cannone
che aveva fatto tutto questo danno di fronte, comanda al colonnello
Dunn di scegliere qualche compagnia e di lanciarsi con essa attraverso
i canneti, raccomandando a Missori e a Statella di saltare appena
sormontati i canneti al di sopra del muro, e poscia di impadronirsi del
cannone che doveva essere a poca distanza.

«La mossa fu eseguita da due uffiziali, e da una cinquantina d’uomini,
ma allorchè arrivarono sulla strada la prima persona che vi trovarono
fu il generale Garibaldi a piedi e colla sciabola in pugno.

«In questo momento il cannone fa fuoco, uccide alcuni dei nostri; gli
altri si lanciano sul pezzo, se ne impadroniscono, e lo portano via.

«Allora la fanteria napoletana s’apre, e dà il passaggio ad una carica
di cavalleria, che si avventa per riprendere il pezzo.

«I militi del colonnello Dunn, poco abituati al fuoco si dividono a due
lati della strada in luogo di sostenere la carica alla bajonetta, ma
a sinistra sono trattenuti dai fichi d’india, a dritta da un muro. La
cavalleria passa come un turbine: da due lati i Siciliani allora fanno
fuoco; l’esitanza d’un momento svanita.

«Le schioppettate continuano a destra e a manca; l’uffiziale napoletano
s’arresta e vuol tornare indietro, ma ecco in mezzo alla via serrargli
il passo Garibaldi, Missori, Statella e cinque o sei altri. Il generale
salta alla briglia del cavallo dell’uffiziale gridando: arrendetevi.
L’uffiziale per tutta risposta gli tira un fendente, il generale lo
para, e d’un colpo di rovescio gli spacca la gola. L’uffiziale vacilla,
e stramazza; tre o quattro sciabole sono alzate sul generale, che
ferisce uno degli assalitori con un colpo di punta. Missori ne uccide
altri due e il cavallo d’un terzo con tre colpi di _revolver_. Statella
mena le mani dalla sua parte, e ne uccide un altro. Un soldato smontato
di sella si getta alla gola di Missori, che a bruciapelo gli fracassa
la testa con un quarto colpo di _revolver_.

«Durante questa lotta di giganti, il generale Garibaldi ha rannodato
gli uomini sgominati.

«Egli carica con loro, e mentre riesce a sterminare o a far prigioni i
cinquanta cavalieri dal primo fino all’ultimo, incalza alla fine colle
bajonette, secondato dal resto del centro; i Napoletani fuggono; i
Bavaresi e gli Svizzeri tengono fermo un momento, ma alla fine fuggono
essi pure.

«La giornata è decisa, la vittoria non è ancora, ma sarà, dell’eroe
d’Italia.»


Milazzo, città costruita a cavaliere su d’una penisola, conta circa
14,000 abitanti; ma essi erano tutti spariti; molti usciti di città
e sparsi per le campagne, e molti ancora chiusi nelle proprie case,
talchè quando i nostri vi entrarono, non rinvennero una città, ma un
sepolcro. Un sol uomo fu visto; egli era un vecchio che usciva da una
casa con lo spavento negli occhi e nella persona; era la sua testa
canuta, e portava nella destra una daga sguainata: pareva che egli
cercasse la vita, ma incontrò sventuratamente la morte; una cannonata
a mitraglia lo gettava a terra orribilmente mutilato. Per alcune ore
non fu vista anima viva; i cacciatori delle Alpi erravano per le città
col fucile tra le mani, con la minaccia negli occhi. Medici, a cavallo,
stava alla loro testa; i colpi a palla e a mitraglia continuavano
spessi ed accompagnati da granate; ma i nostri seguitavano la loro
marcia in avanti. La maggior parte di essi si riuniscono alla marina;
alcune compagnie vanno ad occupare le posizioni elevate intorno al
forte, e lo stringono da vicino; dal convento de’ Cappuccini mandano
contro i regj pochi ma ben aggiustati colpi di carabina; così da altura
in altura si portano nel punto più elevato dell’istmo, proprio ove
sorge il mulino a vento d’onde, alla distanza di circa cinquecento
metri, si domina buona parte dell’interno del forte. La fucilata durò
viva sino alla sera; alla notte, i colpi si fecero radi, più come
avvisi di _allerta_ che per offendere. In quella notte il quartiere
generale era alla marina, sul sagrato di una chiesa.

Era spettacolo singolare veder colà Garibaldi sdrajato per terra
riposarsi delle durate fatiche, e circondato dal suo stato maggiore,
dettare proclami, e annunciare all’Europa la presa di Milazzo, a molte
madri la morte dei loro figli, e al governo di Napoli la disfatta delle
truppe comandate dal generale Bosco.

Il 21, il fuoco di moschetteria e di artiglieria continuava. Per
precauzione i nostri avevano erette alcune barricate; erasi anche
disposto per alcune opere di contro fortificazione, che dovevano
servire al collocamento di alcuni pezzi, che dovevano battere il
castello nel lato più debole, ma non poterono essere collocati, perchè
mancavano i mezzi alle opere. Intanto cominciavano le trattative per la
capitolazione; ma il generale Bosco pretendendo gli onori di guerra,
e Garibaldi non volendoglieli accordare, quel giorno e il seguente
passarono senza che nulla si fosse definito. Quando in sul vespro del
23, apparvero sette legni a vapore parte napoletani e parte francesi,
ma al servizio di Napoli per capitolare col generale Garibaldi. Il 24
fu conclusa la capitolazione a queste condizioni:

«Che la guarnigione uscisse dal forte, e s’imbarcasse sui legni che
erano in porto, con tutti gli onori di guerra:

«Che dovesse portar seco l’armamento ed il bagaglio:

«Che dovesse lasciare nel forte tutte le bocche da fuoco, tutti i
cavalli, compresi quelli degli uffiziali e dello stesso comandante
Bosco, e la metà dei muli.»

I nostri acquistarono in quella occasione trentasei cannoni, due in
bronzo e trentaquattro in ferro, centotrentanove cavalli e ottantatre
muli.

Noteremo essere stato stabilito che i pezzi d’artiglieria ceduti,
non dovessero essere menomamente danneggiati, ma sedici di essi
vennero slealmente inchiodati; furono fatte da parte di Garibaldi
energiche proteste; si era quasi al punto di rompere le trattative,
ma l’ammiraglio Anzani, che trattava per la parte di Napoli, si
mostrò così dispiacente dell’accaduto, parlò tanto caldamente della
sua completa ignoranza di quel fatto, e riprovò così altamente la
vergognosa violazione dei patti, che i nostri uffiziali non fecero più
parola dei cannoni inchiodati. Il 24, a sera, le truppe borboniche
avevano totalmente sgombrata Milazzo; il 25, Medici prendeva i
necessarj concerti per la partenza; la notte del 26 il suo corpo
bivaccava sulle alture di Messina, in cui la mattina del 27 doveva
entrare in mezzo agli applausi della popolazione.

Così ebbe fine la battaglia di Milazzo, dalla quale il generale
Bosco molto promettevasi; battaglia, che dai soldati napoletani fu
valorosamente combattuta, e nella quale i volontari di Garibaldi
colsero una imperitura corona di gloria. Dolorosa oltremodo riuscì al
campo dei nostri la perdita del valoroso Migliavacca.

Come succede sempre dopo una battaglia, i volontarj erravano qua e là
pel campo, incrociandosi, e chiedendosi a vicenda notizia degli amici
più cari. Valentino, benchè stracco morto, gironzava già da un pezzo,
senza che ancora avesse potuto venire a capo di raggranellare qualche
notizia de’ suoi camerati.

Quando Dio volle, poco prima che calasse la notte (una notte siciliana,
limpida, fresca, stellata, rischiarata dalla luna) incontrò il capitano
Federico, il quale, accortosi che il suo povero cavallo era sfinito
dalla fatica, scesone, camminava pedestre, tirandosi dietro colla
briglia l’animale:

— Oh! capitano! quanto ho caro di vederla.... È un pezzo che la cerco...

— Addio, il mio Valentino! rispose Federico stringendogli
affettuosamente la mano. Sano e salvo, eh?

— Come un pesce, grazie a Dio! Ma è però un miracolo se son qui, glielo
dico io!..

— Ah, sì perdio! la fu una giornata calda.

— E dei nostri ha notizie, capitano?

— No, Valentino; anzi voleva chiederne a te.

— Io non ne so niente. Roberto...

— Era alla barricata sulla strada...

— Brutto sito!... E del signor Ernesto...

— Ernesto era con Roberto; gli ho veduti io assieme, quando quei di
Medici si sono mischiati con quelli di Bixio là alla barricata.

Così dicendo erano giunti presso un bivacco, sotto un gruppo di alberi,
e dal quale partirono tosto allegre voci che chiamavano: Federico!...
Valentino!... qui, qui con noi....

I chiamati, appressatisi, conobbero tosto, al chiaro di luna, cinque
o sei visi amici. Ricambiatesi le strette di mano, sedettero in giro
intorno al fuoco su cui rosolavano alcune fette di carne porcina,
infilzate sulle bacchette da fucile. Sull’erba stavano disposti alcuni
fiaschi, e cacio e pane e frutti.

La conversazione ferveva animatissima, come succede di chi ha molte
cose da raccontare, ma molte, in modo che tutti vogliono essere i primi
a parlare per timore che la memoria non giunga a ritenere tutte le idee
che ronzano nei cervelli. Erano argomento di tutti questi discorsi le
diverse fasi della battaglia; i pericoli corsi individualmente e quelli
affrontati in comune; l’accanimento con cui s’erano battuti i regj,
degno d’una causa migliore; il combattimento a corpo a corpo sostenuto
dal generale, da Missori, e dagli altri pochi che aveva con sè; quanto
accadde al Liparacchi comandante il _Veloce_[51]; poi vennero le
lamentele per le morti, per le ferite dei compagni, e via via.

Tutti questi discorsi però, lieti o lugubri che fossero, non avevano
possa di affievolire l’appetito in que’ giovanotti, i quali, digiuni
fin dal mattino, appena la carne parve cotta, si accinsero a far onore
al festino.

Staccate quelle fette di carne dalle bacchette ed equamente
distribuite, i commensali cominciavano già a stracciarle co’ denti,
quando s’udì gridare:

— Ohe! e io?... Ohe! piano piano;... voglio anch’io la mia parte...

Tutti gli sguardi si rivolsero verso un giovane uffiziale, il quale,
odorata da lungi la cena, precipitava verso quella a passo di corsa.

Era Roberto.

L’appetito di Roberto era proverbiale tra i suoi commilitoni;
tuttavia, benchè sapessero di avere in lui un formidabile concorrente,
coll’accoglierlo festosamente, col fargli posto, col porgergli tosto
una lauta porzione di carne, mostrarono quanto se lo tenessero caro.

Roberto sedutosi, mosse in giro lo sguardo sui suoi compagni,
nominandoli ad alta voce, e con gioja mano mano li discerneva.

— Qui tutti! qui tutti sani e salvi!... Benone perdio! Ma che dico
tutti!.... Pur troppo ne manca uno!... continuò di poi crollando il
capo.

— Chi manca? gli chiesero i compagni guardandosi l’un l’altro.

— Manca Ernesto.

— Ah! è vero...

— Che n’è avvenuto? chiesero ad una voce Federico e Valentino.

— È morto, rispose mestamente il pittore.

— Morto?

— Sì, una palla lo colpì dritto nel cuore, poco prima che morisse
Migliavacca.

— Oh, povero Ernesto! Un così buon giovane!...

— Spirò nelle mie braccia, là dietro quella maledetta barricata!...
Perdio! i nostri cadevano come le mosche...

— E così?

— E così, intanto che io, raccolto uno schioppo da terra, mi divertiva
per mio conto, chè già dietro la barricata non c’era da far nulla nè
colla sciabola, nè col _revolver_, sento Ernesto che grida: Roberto!
mi volto, e allungo il braccio appena a tempo per sostenerlo. Egli
aveva già gli occhi semichiusi...; lo abbraccio, lo trasporto dietro un
albero;... gli parlo, ma inutilmente; mormorò qualche parola che non ho
potuto capire, e felice notte!... spirò.

— Povero Ernesto!... Pace alla sua anima! dissero in coro gli astanti,
mandando l’ultimo saluto al prode giovinetto morto combattendo per la
patria.

— Dopo la battaglia, continuò Roberto, ho fatto trasportare il cadavere
all’ambulanza... Non che ci fosse a sperare,... ma a buon conto l’ho
fatto visitare dal nostro dottore. Quando fu constatato che era proprio
morto, gli abbiamo frugato nelle tasche per vedere se ci fosse qualche
carta, qualche lettera, insomma qualche cosa che potesse interessare la
di lui famiglia...

— Cos’avete trovato?

— Ecco qua! (così dicendo trasse di tasca due lettere) quest’è una
lettera di sua zia.

— So cos’è, disse Federico; è la lettera che accompagnava certi
_marenghi_...

— Proprio quella; e quest’altra è.... insomma è un affar di cuore. Poi
gli togliemmo dal taschino l’orologio; eccolo qui! lo voglio consegnare
io stesso a quella buona donna di sua zia... È una memoria.

— E i denari?

— Eccoli in questo portamonete; dodici _marenghi_, e delle monete
d’argento e di rame. Cos’abbiamo a farne di questo denaro?

— Godiamceli allegramente, rispose un milite filosofo.

— No, bisogna mandarli a sua zia, disse un altro.

— Facciamogli fare una lapida?

— Io invece direi di darli all’asilo infantile che il generale ha fatto
aprire a Palermo.

Quest’ultimo progetto fu accettato a pieni voti.

Finita la cena, que’ giovinetti, accesi i loro sigari si sdrajarono
sull’erba. Pochi minuti dopo erano sepolti in un profondo sonno.


Il 28 luglio, in forza di una convenzione stipulatasi tra i generali
Clary e Medici, i regj sgombrarono Messina, riducendosi nella
cittadella.




CAPITOLO XV.

Messina ed il Monarca.

      Nux erat, et placidum carpebant fessa soporem
    Corpora per terras, sylvæque et sæva quierunt
    Æquora: cum medio volvuntur sidera lapsu:
    Cum tacet omnis ager, pecudes, pictæque volucres,
    Quæque lacus late liquidus, quæque aspera dumis
    Rura tenent, somno positæ sub nocte silenti
    Lenibant curas, et corda oblita laborum.

                  (VIRGILIO. _Eneid. Lib. IV_)


Medici, conchiusa la convenzione, partì alla volta di Gesso, ove aveva
stabilito il suo quartier generale.

La fama della stipulata convenzione si sparse immantinente lungo la
spiaggia, e tra le campagne circonvicine, sicchè i Messinesi, che
prima s’erano sbandati temendo il bombardamento, a torme rientrarono
in città. Dai balconi, dalle logge, dalle vie, si videro sventolare i
tre colori nazionali e tutta la popolazione si abbandonò al tripudio
per la libertà con tanta ansia desiderata. Poco prima del mezzogiorno,
la festa si animò di bel nuovo per l’arrivo di Medici che rientrava in
città alla testa della sua divisione.

Due ore dopo si spargeva per Messina la notizia che arrivava il
dittatore. Infatti egli era alle porte della città. Tosto i Messinesi
accorrono, lo circondano, staccano i cavalli dalla sua carrozza e lo
conducono in trionfo fino al palazzo ove alloggiava Medici. Quivi
giunto, fu costretto ad affacciarsi replicatamente al balcone per
mostrarsi al popolo, che lo acclamava liberatore dell’isola. La sera,
la città comparve quasi per incanto illuminata tutta, e pavesata di
un infinito numero di bandiere italiane. Quella notte stessa, verso le
11, da una mano di gente furono abbattute le due statue in marmo state
erette in onore dei due sovrani borboni Ferdinando I e Francesco I. Il
generale Medici ed il sindaco, informati di ciò, spedirono della forza
imponente per evitare che si distruggessero le altre due, di Carlo III
e Ferdinando II, capilavori d’arte, le quali in seguito vennero levate
di là e custodite nel museo dell’università.

Giammai Messina era apparsa sì bella.

Messina, l’antica _Zancle_, detta di poi _Messana_ (ricorriamo di bel
nuovo all’albo dell’infaticabile garibaldino milanese, che a Milazzo
fu a un pelo di perderlo in una colla vita), siede sullo stretto a cui
diede il nome.

Ha la forma d’un paralellogrammo, e s’innalza a mo’ d’anfiteatro ai
piedi dei Nettunj, sopra uno spazio di circa una lega. Vista dal mare,
è vaga assai, specialmente per il contrasto tra la bianchezza de’ suoi
edifizj e la tinta oscura delle foreste che popolano il dorso di que’
monti.

Messina è piazza di guerra di prima classe, il cui circuito con
bastioni, è difeso dalla cittadella (nella quale s’era, come
avvertimmo, rinchiuso co’ regj il generale Clary), dai forti Gonzaga e
Castelluccio, e da molte batterie elevate sopra una penisoletta, che
dal porto si estende in semicircolo verso l’est. Questo porto, forse
il più bello del Mediterraneo, è anche profondissimo. L’ingresso però
è stretto e difficile; ma i bastimenti, una volta ancorativi, sono al
sicuro. Sulla penisoletta, presso la bocca del porto, si eleva il faro.

Dopo il terribile terremoto del 1783, le case di Messina vengono
costruite meno alte, e le strade sono più larghe e meglio allineate.
Tra le principali vie, pressochè tutte lastricate di lava, distinguonsi
quella detta della Marina, divisa dal porto da una bella spiaggia,
e quella di San Ferdinando, decorate ambedue da statue. Due rapide
correnti, che attraversano la città per poi gettarsi nel porto, sono
disciplinate in modo da prevenire le inondazioni. I migliori edifizj
sono, la cattedrale, la cui architettura è di stile gotico, il palazzo
reale, quello dell’arcivescovo e quello del senato.

Al solito, trovi chiese ogni dieci passi; in Messina ve ne sono oltre
cinquanta, delle quali alcune bellissime e adorne di preziosi dipinti.
Anche i conventi, focolaj dell’ozio e della superstizione, vi abbondano
a dismisura.

Messina vanta un cospicuo numero di setificj, da cui escono rasi
pregiati, damaschi, moerri ecc. Il commercio è tenuto vivo dal
continuo transitarvi delle merci dal Levante alla penisola italiana,
dall’esportazione dei prodotti del suolo naturali o manufatti, come
stoffe seriche, vini, olio, lana, lino, frutti freschi ed essiccati,
agrumi, pece, catrame, terebentina, liquirizia, tartaro, soda, sale,
coralli.

La popolazione di Messina, molto più numerosa un dì, ora è di
settantatremila anime.

Il garibaldino, tenero com’era di tutto che ridondasse all’onore
d’Italia, annotò con compiacenza sul suo albo i nomi dei più illustri
messinesi, e, fra gli antichi, quelli di Simmaco, che riportò tante
corone nei giuochi olimpici, di Ibico poeta, di Lico storico e del
medico Policleto; fra i moderni Moletius, professore a Padova, Antonio
da Messina pittore ecc.

Beati i popoli, la cui storia nulla offre di interessante! Ma così
non si può dire di Messina, tante volte percossa dalla natura e dagli
uomini.

Messina venne fondata da una colonia greca, 530 anni prima della
distruzione di Troja, cioè 1814 anni prima di Cristo. I Messinesi
scacciati dal monte Ida dai Lacedemoni, s’imbarcarono verso la Sicilia
(circa 670 anni prima dell’era cristiana) e venuti ad abitare in questa
città, le mutarono il nome di Zancle (cioè falce, dalla sua forma
curva) in quello di Messana. I Mamertini poscia se ne resero padroni,
ma assaliti alla lor volta da Jerone e dai Cartaginesi, chiesero
soccorso ai Romani, che l’accordarono; di qui la prima guerra punica.

Messina fu di poi colonia romana. Fu presa dai Saraceni (1058); indi
ebbe molto a soffrire al tempo dell’imperatore Federico II. Carlo
d’Angiò, re delle Due Sicilie, volendo vendicare i Francesi trucidati
nel famoso Vespro, assediò Messina, che si difese eroicamente. Soccorsa
da don Pietro d’Aragona, Carlo dovette ritirarsi, perdendo buona parte
delle sue navi.

Nel 1674 i Messinesi, stanchi delle continue vessazioni del governo
spagnolo, e specialmente per le enormità commesse dal governatore don
Luigi dell’Hojo, si ribellarono; già la flotta spagnola aveva bloccato
il porto e minacciava lo sterminio della città, quand’ecco giungere
le navi francesi commandate da Duquesne, che battè completamente gli
assedianti. Dopo, la peste, il terremoto, e i Borboni congiurarono
contro l’infelice città, gareggiando a chi le facesse più male.

Quando Dio volle, Garibaldi la redense.


Cadeva la sera del 13 agosto; una di quelle sere splendide e nello
stesso tempo tranquille dell’Italia meridionale; sulla placida marina
scherzava una auretta confortatrice. Innumerevoli canotti e barche
pescherecce staccavansi dal porto di Palermo e pigliavano il largo;
alcune di queste ballonzolavano dolcemente per pochi istanti sulle onde
inalzate dalle ruote di un piroscafo che, uscito dal porto di Palermo,
dirigevasi a tutto vapore verso Napoli; era il _Veloce_, ribattezzato
col nome di _Tukery_, e comandato dal cavaliere Lercari. A bordo
v’erano varj uffiziali, fra cui il segretario di stato per la marina,
cavaliere Piola, e circa trecento uomini di equipaggio.

Roberto era della comitiva. Udito che si trattava di una spedizione sul
mare di nottetempo, aveva chiesto ed ottenuto di prendervi parte, senza
darsi fastidio di cercare più in là: «Una volta a bordo, aveva detto
fra sè, domanderò schiarimenti; intanto l’essenziale è di passare una
stupenda notte sul mare.»

Roberto, sdraiatosi comodamente a prora, entro un circolo di gomene,
stava contemplando ora il cielo limpidissimo, scintillante di stelle,
ora la luna che tratto tratto scompariva dietro qualche errante
nuvoletta; poi chinava lo sguardo sul mare fosforescente, sulla candida
schiuma sollevata dall’agile chiglia, e dalle ruote. A poco a poco
Roberto, rapito in estasi da quello spettacolo tanto sublime nella
sua calma, sollevato sull’ali dell’immaginazione, più non si ricordava
d’essere a questo mondo.

Il _Tukery_ era già in alto mare; la Sicilia era sparita agli occhi di
quegli audaci naviganti; altro non vedevasi che la curva del firmamento
e il mare sconfinato. Alta era la notte; tutto era silenzio:

      _Nox erat_ . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . _sub nocte silenti_
    _Lenibant curas, et corda oblita laborum._

Ma a trarlo da quell’estasi ed a richiamarlo dalle nuvole, gli si
avvicinò un uffiziale, il quale nojato di quel viaggio (pare che in
costui il senso estetico fosse piuttosto ottuso), si chiamò felicissimo
di barattar quattro chiacchiere col pittore, ch’egli aveva già
conosciuto a Palermo.

— Ohe! gli disse, hai trovato un letto comodissimo a quanto pare?

— Eh! non c’è male, gli rispose Roberto, in modo che voleva dire: se
aspetti che ti ceda il mio posto, stai fresco!....

— Avremo ancora tre ore di viaggio, continuò l’altro sgangherando la
bocca ad uno sbadiglio.

— A proposito! sclamò Roberto levandosi a sedere sul suo letto di corde
ed accendendo un sigaro, mi sapresti dire dove diavolo si va?

— Che! non lo sai?

— No.

— Davvero?

— Davvero... Che vuoi! Era un pezzo che desiderava di passare una notte
sul mare...

— Ne avrai passate delle altre sul mare?

— Appunto per questo! Mi piaccion tanto queste belle notti, limpide,
stellate...

— Matto! io preferisco un buon letto all’albergo.

— Ognuno ha i suoi gusti!... Io credo che non ci sia al mondo voluttà
maggiore di quella di starsene comodamente sdrajati e (così dicendo si
stendeva di bel nuovo nel suo giacilio) contemplando il cielo, il mare,
e fumando un sigaro...

— Gran cervelli balzani che siete voi altri pittori! rispose l’altro
frenando a stento colla mano un altro sbadiglio.

— Che c’entra la pittura! Fa egli mo’ bisogno d’esser pittore per
godere di questo fresco venticello, dopo una giornata di fuoco?

— Io invece sono già stufo, e non vedo l’ora di arrivare a
Castellammare...

— Ah! si va a Castellammare dunque?

— Sicuro; s’è saputo che in quella rada sta ancorato un magnifico
vascello da guerra napoletano, il _Monarca_ e allora s’è detto:
andiamolo a pigliare!

— Benissimo! rispose Roberto, che trovava la cosa affatto naturale.

— Così s’è fatto; noi adesso siamo in viaggio per questo...

— Ora capisco! Se il colpo riesce, dev’essere per noi una gran bella
cosa il ritornar domani a Palermo con quel bastimento. Che festa! che
stizza pei borbonici!..

In quella s’udì la voce di varj ufficiali che chiamavano l’equipaggio
a raccolta. Allora Roberto ebbe nozioni ed ordini più precisi sul
da farsi, e quando, sciolti i _ranghi_, fece ritorno al suo letto di
cordami, egli sapeva perfettamente quanto gli rimaneva a fare, arrivati
che fossero nella rada di Castellammare.

Ecco in breve come l’audace impresa era stata disposta il dì prima a
Palermo, dal comandante Casalta d’Arnami.

Il I picchetto, composto di 36 uomini, doveva rimanere sul _Tukery_
onde rispondere al fuoco del forte; lo comandava il luogotenente
Colombo Giuseppe; il II picchetto, di 24 uomini, doveva agire sulla
coperta a poppa del _Monarca_ per tagliare certi cordami ecc.; era
sotto gli ordini del sottotenente Vecelio Osnaldo; III picchetto, 24
uomini, a poppa 1.ª batteria; comandanti i sottotenenti Girardi Emilio
e Lignarolo; IV picchetto, 24 uomini, a poppa 2.ª batteria per guardare
il corridojo; comandante Gentiluomo Enrico e sottotenente Stoppani
Diodato, marina Canevaro; V picchetto, 24 uomini, a poppa in coperta
di riserva; comandante Sgavallino Andrea; VI picchetto, 24 uomini, a
prora in coperta; comandante Gallo Guglielmi; VII picchetto, 24 uomini,
a prora, 1.ª batteria; comandante sottotenente Frediani Francesco e
Vassalla; VIII picchetto, 24 uomini, a prora, 2.ª batteria; comandato
dai sergenti Mertello e Palagi; IX picchetto, ed il rimanente della
forza (fra cui Roberto), doveva agire sul centro del _Monarca_, come
riserva, per recare soccorso ove più abbisognasse. Gli uffiziali
coi loro pelottoni dovevano recarsi ai punti indicati in silenzio,
velocemente, senza spari. Pena di morte a chi senza ordine cambiasse di
posto.

L’impresa era più che ardita, temeraria; per cui Roberto, avvicinandosi
il momento del pericolo, si sentì chiamato a pensieri più intimi ed
affettuosi.

Dolevagli che Valentino non gli fosse presso; egli era partito con
Bixio alla volta di Bronte, ove la plebe, sorta contro i signorotti che
la tiranneggiavano, aveva commesso ogni sorta di eccessi, di inauditi
eccessi, fra i quali (per citarne uno solo che tenga per tutti)
quello di masticare pubblicamente le carni sanguinolenti svelte dai
cadaveri[52].

Roberto avrebbe voluto anche in quella notte rinnovargli le estreme sue
disposizioni... d’affetto ben inteso, ch’egli non aveva altri tesori a
lasciare: Per me, diceva fra sè sospirando, poco m’importa il morire;
ma la povera Dalia... Chi penserà a lei?... Eh perdio! continuava
levandosi e passeggiando per distrarsi sul ponte, ci penserà la
Providenza...

E riandava colla mente la lettera che da pochi giorni aveva scritta
alla giovinetta; una lunga lettera, in cui le narrava tutti i dettagli
della battaglia di Milazzo, e che finiva colla nuova della morte di
Ernesto.


Al tocco della mezzanotte il _Tukery_, entrato cheto cheto nella rada
di Castellammare, s’era accostato al _Monarca_; calate le lance, i
nostri circondarono il vascello e già cominciavano a segare le catene
di ferro che lo univa alle àncore, quando una sentinella di bordo,
entrata in sospetto di qualche insidia, gridò all’armi. Allora i
nostri, vistisi scoperti, cominciarono un vivo fuoco di moschetteria,
al quale risposero tosto i borbonici dal _Monarca_. I nostri
sforzavansi intanto di avvicinarsi il più che potevano al vascello
napoletano per pigliarlo all’arrembaggio, ma i soldati che guardavano
il vicino forte di Castellammare, accorsi alle loro batterie,
cominciarono a cannoneggiare il _Tukery_, che in allora dovette
staccarsi dalla tanto agognata preda e girando dietro a due vascelli,
uno dei quali era inglese, l’altro francese, riguadagnare il largo. La
città di Castellammare si sbigottì a quei colpi di cannone; la guardia
nazionale, con alcuni gendarmi, accorse ad acquietare gli animi, e dopo
qualche ora tutto ritornava in calma.

Due giorni dopo, Garibaldi, reduce dal golfo degli Aranci (tra l’isola
di Caprera e il capo Figari) ove erasi recato sul _Washington_
ad acchetare gli animi insofferenti di indugio dei volontarj colà
raccolti, seppe l’infelice esito della spedizione.

Quanto a Roberto, che anche questa volta era uscito illeso dal
tafferuglio, si consolava della mala riuscita dell’impresa, dicendo
agli amici che se ne rammaricavano: Già fa lo stesso; un dì o l’altro
quel bastimento ha da esser nostro... Intanto quello che vi posso dire
di sicuro, si è, che una notte come quella non la vedrò più se dovessi
campare gli anni di Matusalemme.




CAPITOLO XVI.

Lo sbarco.

    .... parecchie galere ed altri legni
    di guerra, valendosi dell’opportunità
    di una notte propizia, salirono il fiume
    ed oltrepassate felicemente le batterie
    nemiche, si ripararono a salvamento
    alle parti superiori.

        (BOTTA, _Storia della guerra dell’Indipendenza
          degli Stati Uniti d’America_.
          Libro VIII.)


La mattina del 28 luglio, il breve tratto di spiaggia che separa la
torre del Faro dal mare, presentava un curioso spettacolo.

I garibaldini, che da un pezzo arrostivano (è la lor frase) su quelle
arene infocate, contemplando l’opposta riva calabrese e il breve
stretto che anelavano oltrepassare, in quel dì, come risorti a nuova
vita, correvano gaj e snelli per la spiaggia, e si radunavano in folla
intorno ad una straordinaria quantità di barche che erano arrivate in
quella da Milazzo, salutate con grida di giubilo dai volontarj, che
avrebbero voluto buttarsi dentro addiritura e oltrepassare lo stretto,
tanto erano nojati dall’aspettare sì lungo, tanto erano infastiditi
dall’afa che loro toglieva il respiro, senza che loro fosse concesso
almeno il refrigerio del nuotare, che presso quelle rive vagavano
numerosi i pescicani, crudeli quanto i Borboni e molto più oculati di
questi.

Valentino, alla vista di quelle barche, sentivasi tornare in petto
l’amor della professione; saltava da una in altra, con tanta foga
da compromettere un pochino la sua dignità di sergente. Acquetato
quel primo tumulto, Valentino, lasciate le barche e sedutosi sulla
riva, stava pensando tra sè come diavolo s’era potuto trovare, così
improvvisamente, tante barche; da dove venivano? chi le conduceva? a
che erano destinate? A passar lo stretto; va bene; ma quando?

In quella, ecco arrivare alcuni uffiziali (i più, dello stato
maggiore), e fra questi anche Roberto, la cui bella condotta alla
barricata durante la battaglia di Milazzo, gli aveva fruttato il grado
di capitano.

Valentino, da quel giovine discreto che era, si avvicinò pian piano a
quel gruppo di uffiziali che s’era arrestato dinanzi alle barche; poi
appressatosi a Roberto, lo tirò per l’abito:

— Oh! sei tu, Valentino! esclamò il pittore volgendosi e stringendo
affettuosamente la mano all’amico. Non ci siam veduti da un pezzo!

— Che vuoi! gli rispose Valentino; m’hanno inchiodato qui, in questo
maledetto sito... Uf! non vedo l’ora d’andarmene!... Che vita che si
fa quì! Figurati! si sta quì tutto il giorno a cuocere a bagnomaria
sulla sabbia, cercando un po’ d’ombra dietro i muri come le lucertole,
tanto da metter al coperto la testa dal sole... La notte, tira una
brezza che ti fa battere i denti... Nell’aqua non si può andare in
causa di quei diavoli di pescicani... Ah Roberto! ne ho veduto uno
jeri... Crederesti! benchè fosse morto e disteso sulla sabbia, mi
faceva paura... Altro che i lucci del nostro lago! Misericordia! che
bocca, che denti...; sei fila di denti!... Se ti acchiappa una gamba,
te la spicca via netta... Al solo pensarvi mi vien la pelle d’oca!...
Poi c’è un altro.... So io cos’è! lo dicono un pesce, ma, io che di
pesci credo di intendermene, ti assicuro che non lo è affatto....
Figurati! è come un lenzuolo color rosa, sta nell’aqua, ha cento
occhi, dicono, e cento bocche, ti si appiccica alla pelle come
vischio, e ti tira giù giù fino in fondo... e buona notte!... Gli
danno un nome a questo mostro... un nome che so io!... Aspetta...
politico,... no!... polizia,... nemmeno!

— Polipo! disse Roberto ridendo.

— Giusto così! polipo... Ah tu ridi?... Va là che se ti sentissi tirar
in fondo al mare da questo mostro, non rideresti, no! Ma lasciamo stare
i pesci; di’ un po’ Roberto, da che sito vengono tutte queste barche?

— Dal porto di Milazzo.

— Passeremo di là dunque?

— Lo spero; le barche son qui per questo.

— Mi pajono poche.

— Poche? ma se sono centosettanta!

— Capisco! ma per trasportarci tutti, ci vuol altro!

— E tu credi dunque che si andrà di là tutti in una volta?

— E perchè no?

— Non ci mancherebbe altro! Un pajo di vapori napoletani che ci
passasser sopra, siamo tutti in bocca ai pescicani.

— No, per l’amor di Dio! non dirlo nemmeno per ischerzo. E quei marinai
là, chi sono?

— Sono i marinaj del _Tukery._

— E cosa fanno qui?

— Hanno con loro i cannoni del _Tukery_, che ora sta disarmato nel
porto di Milazzo; domani si pianterà là, sotto il Faro, presso la riva
del mare, due batterie che ci proteggeranno, nel caso che venisse
il ticchio a qualche vapore napoletano di dar la caccia alle nostre
barche.

— Ho paura che con tutte quelle barche abbia a nascere confusione.

— Perchè? non sai che tutto è già disposto, ordinato dal generale?

— Ma che ha a che fare....

— Ti spiego subito come va la faccenda. Chi comanda tutte queste barche
è Salvatore Castiglia...

— Ma se n’intende poi?

— Diavolo! vuoi tu che Garibaldi abbia ad affidare il comando della sua
flottiglia...

— Flottiglia?....

— Sì, flottiglia; quando si tratta di tante piccole barche si dice così.

— Ho capito; va innanzi.

— Castiglia dunque, oltre all’essere buon patriota (era in esiglio
fin dal quarantanove) è un eccellente marinajo. Egli, pratico com’è,
ha divisa la flottiglia in quattro divisioni, e io, che ho un gusto
matto per le cose di mare, mi sono informato di tutto, e so già chi
le comanda queste divisioni, e di che si compone la loro forza. La
prima divisione è di cinquanta barche, le altre tre di quaranta; ogni
divisione poi è suddivisa in cinque squadriglie, e ogni squadriglia è
di cinque barche, in ognuna delle quali c’è un timoniere e sei marinaj.
Vuoi sapere anche chi comanda le quattro divisioni?

— Dì su.

— Ecco; la prima è comandata dal capitano Rossi, la seconda da Sandri,
la terza da Marini e l’ultima da un volontario francese, uomo di mare,
certo La Flotte. Capo di stato maggiore poi è un tal Tilling.

— Ho capito, ho capito.... Guarda, se lo avessi saputo!... Di’,
Roberto, non potresti tu farmi entrare nell’equipaggio della
flottiglia? Per dio! sono nato in barca!

— Si tratta solo di un pajo d’ore, poi dovresti buttare il remo per
pigliare di nuovo lo schioppo, dunque mi pare inutile...

— Hai ragione, Roberto; non ci aveva pensato... Ma tornando al discorso
di prima, e se, come dicevi benissimo, i vapori napoletani ci vengono
addosso a mezza strada?

— Si è pensato anche a questo; si sono armate cinque grosse barche,
ciascuna delle quali è munita di un cannone da quattro; queste barche
le comanda un vecchio lupo di mare; guardalo là!

— Chi? quel vecchio?

— Proprio lui, Bartolomeo Loreto.


Poco dopo i due amici si separarono; Roberto ritornò a Messina, e
Valentino alla torre del Faro. Là per ripararsi dal sole, si accoccolò
di bel nuovo dietro un pezzo di muro in rovina, aspettando il tanto
sospirato segnale della partenza, chè egli credeva di passar di là quel
giorno istesso.

Ma invece i garibaldini, sempre cogli occhi fissi sul breve tratto
di mare che li divideva dalla terraferma, passarono al Faro tutto il
luglio, ed i primi d’agosto.

Quando Dio volle, il generale Garibaldi, chiamato a sè il Castiglia,
gli impose stesse pronto la notte dell’8 agosto con una flottiglia
di venticinque barche. In queste si imbarcarono trecento militi della
brigata Sacchi, e comandati da Missori; seppero deludere la vigilanza
degli incrociatori borbonici, sicchè prima che spuntasse l’alba,
erano tutti sbarcati sulla spiaggia calabrese, in un luogo detto la
Fiumaretta.

Missori si inerpicò tosto col suo drappello sul sentiero che conduce
ad Aspromonte, luogo naturalmente forte e dove i volontarj calabresi
dovevano congiungersi coi nostri.

Tre giorni dopo, Garibaldi ordinò un imbarco di altri seicento militi,
parimenti della brigata Sacchi, ma non ebbe buon esito. I borbonici
stavano all’erta in causa dell’antecedente sbarco, e tempestarono di
palle la flottiglia, numerosa di cinquanta barche, sicchè Castiglia,
fulminato anche dai cannoni del forte d’Alta Fiumara, dovette
retrocedere.

Quando Garibaldi ebbe di questo modo richiamata tutta l’attenzione de’
regj su quel punto di litorale, partì per Taormina, ove bivaccava la
divisione Bixio, e di là ordinò altre spedizioni più verso il sud della
Calabria.

Noi, raggranellando le relazioni dei diversi imbarchi, relazioni che
i nostri amici Roberto, Federico e Valentino si fecero da poi l’un
l’altro, quando tutta l’armata garibaldina ebbe passato lo stretto,
daremo un breve cenno di tutte.

La seconda spedizione salpava da Taormina il 18 agosto, circa alle
dieci di sera. Il mare era tranquillo, nè si vedevano incrociatori. I
garibaldini imbarcaronsi su due piroscafi il _Franklin_, e il _Torino_.
Sul primo stava Garibaldi che aveva preso il comando della spedizione.
Dopo d’aver navigato felicemente tutta la notte, all’alba giunsero al
capo Pellaro, e subito dopo entravano nel porto di Melito. Su questa
spiaggia, il _Torino_, spinto a tutto vapore, arenò con tanto impeto,
che rimase mezzo incassato nella sabbia.

Garibaldi, quando tutti quelli che erano a bordo del _Franklin_ furono
sbarcati, scese anche lui a terra ed ordinò che il _Franklin_ si
portasse tosto ad ajutare il _Torino_, e a cavarlo d’impaccio. Per ben
sei ore la ciurma del _Franklin_ lavorò per disimpacciare il _Torino_,
ma inutilmente: si dovette quindi abbandonarlo. Il _Franklin_ tornò
a Messina il giorno dopo; cammin facendo venne inseguito e raggiunto
dal _Fulminante_ e dall’_Ettore Fieramosca_, vapori regj, ma giunti
all’altezza dello stretto, girarono di prora e sparirono.

Cosenz avuta notizia dello sbarco di Garibaldi a Melito, si accinse
tosto a passare anche lui lo stretto colla sua divisione, in modo di
costringere le truppe borboniche ad una diversione, sbarcando alla
sinistra di Reggio; così i regj sarebbero rimasti chiusi tra lui e
Garibaldi.

Nella notte del 20 al 21 agosto, Castiglia e Cosenz concertarono
tutto, ed alle 2 del mattino, le cose vennero disposte in modo che
l’operazione riuscisse non avvertita dai regj. Quindi, in ogni barca
vennero imbarcati quattordici uomini delle truppe destinate a quella
spedizione. Erano vari reggimenti della divisione Cosenz, i carabinieri
genovesi e la compagnia degli esteri. Montati che furono nelle barche,
alle 3 fu dato l’ordine di salpare. Per punto di riunione fu fissato la
parte verso ovest di torre del Faro. Quivi vennero disposte le quattro
divisioni, la prima in cinque linee, le altre in quattro ciascuna
di due squadriglie; in testa della colonna stavano le cinque barche
cannoniere.

Alle 4 e mezzo, le divisioni si trovavano pronte a salpare. Da un
canotto fu fatto esplorare il canale, e riconosciutolo libero di legni
nemici, fu dato il segno della partenza, ed ordinato alle tre ultime
divisioni, essendo il mare in perfetta calma, di seguire co’ remi il
movimento della prima, l’una dopo l’altra. La flottiglia dirigendosi
verso Favazzina, avrebbe dovuto navigare verso il nord, ma il forte
Scilla, posto all’imboccatura del Faro, l’avrebbe danneggiata, e
quindi fu diretta per nord-ovest affinchè facendo un semicerchio, si
trovasse sempre fuori di tiro. Il tutto riuscì felicemente; il forte
Scilla tirò molte cannonate, ma la flottiglia, fuori di pericolo, potè
continuare il suo cammino in buon ordine. Varcato il punto in cui si
potevano temere le cannonate del forte, la flottiglia piegò a destra,
e si diresse verso il nord. Giunta a mille metri circa dalla spiaggia
di Favazzina, fatto allentare un poco il vogare, venne dato ordine alle
cinque barche cannoniere di avanzarsi, e di inclinare, tre di esse,
a sinistra, e le altre due a destra lasciando in mezzo tanto spazio
bastevole perchè la flottiglia potesse eseguire lo sbarco con tutta
facilità, e nel caso, con l’incrociare i fuochi, spazzar via le truppe
nemiche dal luogo fissato per lo sbarco.

All’allarme dato precedentemente dal forte Scilla, i regj che
trovavansi in Bagnara, si erano avanzati verso Favazzina per la strada
militare; allora le tre cannoniere di sinistra aprirono il fuoco sopra
di essi, sicchè i regj furono costretti a retrocedere. Sicuro allora
che la spiaggia era libera da nemici, il comandante Castiglia ordinò
alla flottiglia di avanzarsi e poco dopo la prima divisione cominciò lo
sbarco delle truppe.

Il primo a metter piede a terra fu Andrea Rossi comandante la prima
divisione. Egli, ajutato da alcuni marinari, corse immediatamente
a tagliare il filo elettrico. Dopo la compagnia degli stranieri,
sbarcarono i carabinieri genovesi, sotto il comando del bravo Mosto;
essi salendo sulle colline soprastanti alla strada militare, aprirono
con le loro carabine di grande portata, il fuoco sulle truppe regie, e
così le costrinsero sempre più a indietreggiare. Già le prime divisioni
avevano sbarcate le loro truppe, e la quarta stava per mettere a
terra le sue, quando s’incominciò a sentire tuonare i cannoni delle
batterie di torre di Faro. Ciò diede indizio che i legni a vapore
nemici, chiamati dal cannoneggiamento del forte Scilla, forzavano il
passaggio del Faro per venire sopra la flottiglia. Ed in fatti, le
quattro divisioni avevano già preso il largo, quando vennero vedute
quattro fregate a vapore nemiche. Nulladimeno, le cinque barche
cannoniere continuavano senza interruzione il loro fuoco, per dare
agio al generale Cosenz e alle sue truppe di allontanarsi da quella
spiaggia. Il comandante Castiglia, dopo avere assistito allo sbarco
dei volontarj, s’imbarcò insieme ai due uffiziali di marina Capezzi
e Bottoni, ma la mancanza assoluta di vento, tale da non potersi
adoperare le vele, faceva sì che la flottiglia venisse sopraggiunta
nella sua ritirata dalle fregate nemiche, le quali, dopo avere tirato
qualche colpo di cannone a mitraglia e di fucile sulle barche, ne
prendevano circa trenta facendone prigionieri gli equipaggi insieme
ad undici uffiziali, tra i quali Tilling, che in quel dì comandava la
terza divisione.

Dopo qualche ora, i marinarj fatti prigionieri venivano dai nemici
rinviati su tre sole delle nostre barche, colando a fondo le altre.
Alcuni dei marinarj rilasciati erano stati feriti, un timoniere ucciso.
Gli undici uffiziali e dieci soli marinarj ritenuti quali prigionieri
di guerra, venivano trasportati dai regj nella cittadella di Messina.

Intanto le cinque barche cannoniere, cessato il fuoco, non potevano
più pigliare il largo senza rischio d’essere anch’esse predate,
quindi le due di destra venivano tirate a secco, e le tre di sinistra,
costeggiando la sponda calabrese, riparavano verso Palmi. I cannoni
delle prime e gli attrezzi furono sepolti nella spiaggia, e più tardi
ricuperati; ma i loro scafi si perdettero, perchè una delle fregate
nemiche, accostatasi al luogo ove era seguito lo sbarco, mandava le sue
lancie armate a terra e faceva bruciare le barche.

Il comandante Castiglia riusciva a riparare a Raisicolmo, ove riuniva
molte barche della flottiglia già messe in pieno disordine per
l’accaduto.

Lo sbarco della divisione Türr avvenne il 24 agosto. Riproduciamo un
brano dell’opera di Massimo Du-Camp[53] nel quale appunto narra l’esito
di quella spedizione.

«Un ordine di Garibaldi, ci ingiungeva di tenerci pronti a passare
in Calabria. Io l’accolsi con gioja; perchè il soggiorno di Messina
incominciava a nojarmi. Feci con tutta la possibile lestezza i miei
apparecchi; cavalli e ordinanze mandai al Faro, onde si provedesse al
sollecito loro imbarco; e fatta qualche visita di convenienza, stetti
pronto ai cenni del generale.

La divisione del generale Türr aveva già varcato lo stretto, ad
eccezione della brigata Eber, che col suo stato maggiore attendeva
al Faro i battelli a vapore, onde guadagnare le rive calabresi. Due
uffiziali dovevano partire soli col generale Türr, la cui affranta
e debole salute, sì gravemente compromessa dalle prime fatiche della
campagna, era per gli amici suoi argomento di serie inquietudini. Da
tre giorni egli non aveva potuto abbandonare il letto; in preda ad una
febbre ardentissima, affievolito e spossato da lievi sbocchi di sangue,
che la scienza indarno tentava diminuire, Türr, sollevando il povero
suo corpo infermo, dava ordini, vegliava su tutti i servizj, dettava
lettere, e ricadeva vinto dalla fatica, per riaversi tosto; e quando
noi con una insistenza a cui dà diritto l’amicizia, gli dicevamo: «Ma,
generale! non partite sì tosto».

— «Noi ci imbarcheremo oggi a quattr’ore» rispondeva. Non mai più
gagliarda energia di questa, animò sì debole corpo, ed io m’ebbi campo
a convincermi, vivendo con lui, che nessun dolore, nessun patimento può
in quell’anima di bronzo.

Fin dal 1848, il generale Türr consacrò la sua vita ai combattimenti
per la libertà delle nazioni. All’epoca della guerra di Crimea, era
stato incaricato di non so qual missione sulle rive del Danubio per
conto dell’Inghilterra, al servizio della quale era entrato in qualità
di colonnello. È noto come l’Austria lo facesse arrestare, e porre in
carcere, reclamandolo siccome antico uffiziale disertore dell’esercito
imperiale. Ma l’Inghilterra su certe cose non ama scherzare, e fece
sì che Türr fosse rilasciato. Dotato di una penetrazione di spirito a
tutta prova, e sempre anelante alla liberazione del suo paese, egli non
potevasi ingannare sugli indizj forieri della guerra del 1859.

Türr accorse in Italia, e fece con Garibaldi la campagna di Como e
Varese. In un combattimento presso Brescia, cadde colpito da una palla
austriaca. Una ferita al braccio sinistro lo tenne settimane e mesi
immobile in un letto. Oggi l’inerte suo braccio pende senza forza lungo
il corpo, e della mano affievolita a stento può servirsi. A Marsala,
Türr sbarcò il primo; era a Calatafimi; era a Palermo ove fu ferito;
sempre presso Garibaldi; con lui sempre vegliando quando gli altri
dormivano, studiando le posizioni, preparando le prossime pugne; egli
era a tutti d’esempio.

Dopo la capitolazione di Palermo, avviandosi nell’interno del paese,
moveva verso Catania; ma la salute sua non poteva lottare contro
l’ardente clima della Sicilia, letale nel luglio, e ad onta dei
suoi sforzi e della abituale sua energia, cadde gravemente ammalato.
Garibaldi turbossene, e comprese che il giovane soldato, che offriva
con tanta annegazione la sua vita, avrebbe avuto più tardi imperiosi
doveri a compiere verso l’Ungheria; per cui lo costrinse a prendersi un
mese di permesso, onde ristabilirsi e sotto clima più mite. Il generale
Türr recossi alle aque d’Aix, in Savoja, da dove ai primi d’agosto
riprendeva le mosse per la Sicilia, riassumendovi il comando della sua
divisione.

Türr ordinò che si passasse lo stretto; ci mettemmo quindi in una
lancia. Türr si stese su d’un materasso, nel fondo di essa, col tremito
della febbre, e la debole sua mano tentava proteggere gli occhi dalla
luce vivissima del sole siculo. Prendemmo posto sulle panchette, difese
da una povera tenda, e dieci barcajoli diedero mano ai remi, mentre
dalla riva altri ci mandavano il loro addio.

Arrivammo al Faro, ove Türr doveva sostare alcuni minuti onde dare,
e rinnovare ordini. Il sole erasi già nascosto e il crepuscolo
disegnavasi nel cielo allorchè vi giungemmo. La notte era vicina, e si
accendevano i fuochi sulla riva fra tumulti, e clamori d’ogni sorta; le
barche spinte dalla corrente sì urtavano; tre _steamers_ sprigionavano
il vapore, mandando sibili acuti; uffiziali e soldati movevano in
cerca di qualche cantina, ove potessero bagnare le labbra con un
bicchier d’aqua di sambuco. I cavalli, che eran tratti sulla sabbia
onde imbarcarli, atterriti, nitrivano, si impennavano, mordevansi fra
loro; i tamburi battevano l’appello, le trombe davano il segno della
raccolta, i capitani gridavano a tutta gola cercando di raccogliere
i loro militi; luogotenenti, forieri, sergenti, caporali, facevano lo
stesso; quelli che non parlavano, gridavano; quelli che non gridavano,
cantavano; tutti bestemmiavano. Fatto il da farsi, ci allontanammo
tosto da quella Babele, e movemmo verso la Calabria. I nostri rematori
erano stanchi; il vento soffiava contro di noi, ed essi agitavano senza
energia i pesanti loro remi. Talvolta il generale aveva per loro parole
di incoraggiamento: «Animo, figliuoli, voghiamo!» E i marinaj a fargli
eco e a farsi cuore fra loro col dare qualche vigoroso colpo di remo;
ma tosto dopo ricadevano nella loro neghittosità.

Noi eravamo immobili e silenziosi, avvolti nei nostri mantelli, ed
impazienti della lentezza dei marinaj, accorgendoci che l’uomo che
accompagnavamo soffriva, e sospirava un letto coll’impazienza nervosa
di chi è tormentato dal male. — D’un tratto l’uno di noi esclama:
— Veh! veh! una fregata napoletana che ci dà la caccia.» Lo scherzo
ebbe un successo prodigioso; i marinaj raddoppiarono i loro sforzi,
e con degli _han!_ profondi, spinsero i loro remi ben addentro i
fiotti; curvi e anelanti, non osavan volgere lo sguardo indietro, ed
imprimevano alla barca una velocità straordinaria. Un marinajo si fe’
coraggio, e chiese:

— Vedete voi ancora la fregata?

— Ella guadagna ancora su noi; animo! remate presto....

Ci avvicinammo finalmente alla riva, e l’afferrammo con tale impeto,
che la barca, lanciandosi sulla sabbia, ebbe la parte anteriore quasi
completamente fuori dell’aqua.

— Ma dov’è dunque la fregata?

— Ella avrà al certo avuto paura di voi, miei bravi, ed avrà preso il
largo....

I marinaj compresero lo scherzo, che loro non garbò assai...; ma noi
intanto eravamo giunti a riva.

Trenta case, una piccola chiesa ed alcuni giardini, formano il borgo di
Canitello, situato tra la punta del Pizzo e Scilla. Alcuni uffiziali
ci attendevano, e dietro la loro guida ci recammo al presbiterio, ove
era stato preparato l’alloggio pel generale Türr, e per il suo stato
maggiore.

Lo sgomento era in quella casa; sarebbesi detto che vi fosse arrivato
il diavolo. Il curato, e un suo fratello, che era sindaco, tremavano,
balbettavano, si inchinavano, e ci chiamavano tutti, da Türr all’ultimo
palafreniere: «Sua eccellenza monsignor generale in capo». I poveretti
facevan pietà; lividi per la paura, essi ci precedevano, e cogli abiti
a lembi, volevano mostrarci come, ridotti ad estrema miseria, noi
avremmo fatto un cattivo affare spogliandoli. Eravamo considerati quali
banditi della peggior specie. Il curato, vecchio orribile, dal volto
angoloso e a rughe, affettava un sorriso forzato, che ne scomponeva
i lineamenti; egli aveva una voce stridula, che il terrore rendeva
ancor più disgustosa; uno dei nostri uffiziali, udendone l’aspro
suono, esclamò: «La è una voce più che di testa, di cappello!» Tutti
ci mettemmo a ridere, il curato compreso; ma questo sforzo sorpassava
il suo coraggio; cadde sulla sedia, e s’asciugò la fronte grondante di
sudore.

Suo fratello il sindaco, uomo ben tarchiato e robusto, alzava le
spalle, giungeva le mani, e a tutto quanto gli domandavamo, ripeteva: —
«Che la signoria vostra ci perdoni! ma noi siamo povera gente!...»

Il cuore ci veniva meno a quello spettacolo! Sotto quale terribile
oppressione questa gente deve aver vissuto per essere ridotta a tale
stato! Le persone di servizio, ritte, immobili, impastate quasi sul
muro, facevano tanto d’occhi; quando si bussava alla porta, non osavano
discendere per aprire, e noi eravamo obbligati ad accompagnarli, affine
di rassicurarli. — Frattanto nelle altre case del villaggio, si cantava
a piena gola, o si gridava: Viva Garibaldi!

I nostri cavalli erano giunti, e dai battelli a vapore partiti dal
Faro, sbarcavano incessantemente nuove truppe; tutti gli uffiziali
dello stato maggiore arrivarono. Ad ogni nuova figura che entrava nella
casa, i nostri ospiti eran presi da spavento; e alla voce del curato
montava di tre di quattro tuoni, e ancora più. Verso le undici della
sera ci venne offerto da cena. Accettammo; e udimmo tosto il rantolo
d’un gallo, che veniva sgozzato secondo le nostre intenzioni. Un’ora
dopo eravamo serviti. Prendemmo posto in giro alla tavola, allestita
con piatti di terra da pipa, per la maggior parte rotti, e con posate
di ferro. Il curato ed il sindaco, simultaneamente ci spiegarono come
avesser mandata la loro argenteria a Napoli, affinchè la si foggiasse
secondo la moda. Per un caso che essi deploravano, non avevano a
disposizione delle nostre signorie che indegni coperti, di cui però le
nostre eccellenze avrebbero avuto la bontà di accontentarsi. Noi non
rispondemmo, perchè poco ci importava che le posate fossero di questo o
di quel metallo; ma uno dei nostri, traendosi di dosso, una cintura che
conteneva seimila franchi in oro, la consegnò al curato, dicendogli: —
«Fatemi il favore di conservarmela sino a domattina, perchè ora la mi
dà fastidio.» Il curato si fece rosso scarlatto; s’assise costernato, e
comprendendo vagamente che gli veniva data una lezione, non sapeva più
come contenersi.

Allora il colonnello Spangaro, adattando il discorso a cotesti
cervellacci, spiegò loro lo scopo della nostra missione».




CAPITOLO XVII.

Il 7 settembre 1860.

    «... permettete che io, e questi egregi
    deputati della città, vi diamo un bacio
    sulla fronte;... questo è il bacio di
    cinquecentomila abitanti».

      (_Discorso di_ MARIANO D’AYALA _al gran_
        Capitano italiano).


— Sarei proprio curioso di sapere dove diavolo sono io adesso!...
Ah! ecco lo stretto...; là di fronte ci dovrebbe essere Taormina...;
quel promontorio lì a sinistra è il capo Spartivento senz’altro...;
a dritta, laggiù in fondo ci dev’essere Messina... ma non la posso
vedere...» Così diceva il capitano Roberto, il quale pigliava lena
seduto all’ombra di un bosco, che sorgeva a mezzo di un monte aspro
e scosceso (Aspromonte), proprio dove la via si biforca, scendendo a
sinistra nella vallea, e salendo più in su, a destra, tortuosamente per
la foresta.

Tranne il frusciar delle foglie agitate dal vento, tutto era silenzio;
nessuna voce umana giungeva fino lassù. Roberto, spingendo lo sguardo
tra gli alberi, scorgeva al basso la marina scintillante, di fronte
l’Etna, le coste della Sicilia, il firmamento sereno, sorridente.

— Oh che bel sito! continuava parlando a sè stesso. Se fossi qui per
divertimento, quante belle cose copierei sul mio albo... ben inteso
se lo avessi ancora l’albo; ma ora è in fondo al mare, ove desterà la
meraviglia de’ pesci... Aveva ben altro pel capo che l’albo l’altra
notte nel passar lo stretto! Intanto eccomi in Calabria, solo soletto,
su per un monte a cercare Missori, che oggi, 20 agosto, deve trovarsi
qui, proprio in questo sito. Se non lo trovate, tornate indietro, mi
ha detto il generale. Va benissimo! io l’ho cercato, non l’ho trovato,
dunque torno indietro; sono in perfetta regola. Ma dove diavolo saranno
questi Calabresi! Vorrei chiederne conto; ma qui non c’è anima viva...
Il meglio che mi rimane a fare è di scendere e raggiungere i miei
compagni. Prima però voglio tirare una schioppettata in aria... Chi sa
che non mi si risponda...» Così dicendo pigliò la sua carabina (nella
sua qualità di esploratore se l’aveva presa con sè) e fece fuoco.

Nessuno rispose, tranne l’eco che, lontano lontano, mandò un brontolio
che si spense tosto.

Allora Roberto, ricaricata la carabina, se la pose ad armacollo e
cominciò la discesa, ora lentamente, ora a balzelloni, secondo lo
richiedeva il sentiero, che qui era rapido e sdrucciolevole, là sassoso
e smarrentesi pel bosco in oziosi serpeggiamenti.

Camminava già da mezz’ora, arrestandosi tratto tratto ad origliare,
quando ad uno svolto, vide, lontano un centinajo di passi, un Calabrese
armato di tutto punto, e che, appoggiato col dorso ad un albero, pareva
vi facesse sentinella.

— Che bell’uomo! disse fra sè Roberto; che bizzarro costume!... ma che
faccia scura!..

Il Calabrese era infatti di bellissime forme, e aveva l’occhio, la
barba, i capelli nerissimi. Portava un cappello acuminato, fregiato
di fettucce di velluto; aveva le brache corte fino al ginocchio, e
le gambe nude dal ginocchio in giù; invece di scarpe, calzava una
semplice suola di cuoio stretta al collo del piede da alcune funicelle
incrocicchiate. Appoggiava una mano sulla canna di un lungo moschetto,
e l’altra teneva alla fascia che gli cingeva i fianchi, e dalla quale
pendevano un lungo coltello ed una pistola a pietra.

All’apparir del garibaldino, il Calabrese non si mosse; solo lo guardò
fisso. Roberto, che lo fissava del pari, quando gli fu presso, fermossi
esclamando.

— Viva l’Italia!

Il Calabrese alzò un dito (il che vuol dire: viva l’Italia una), indi
postasi la mano alla bocca, la ritirò subito dopo salutando.

— Siete solo? gli chiese Roberto stringendogli la mano.

Il Calabrese rispose di no colla testa.

— Dove sono i vostri compagni?

L’altro accennò colla testa i monti.

— Chi è il vostro capo?

— Il barone Stocco, rispose finalmente il Calabrese.

— Avete veduto i garibaldini?

— Sono con noi da jer l’altro.

— Missori?

Il Calabrese accennò affermativamente.

— Voi siete di sentinella, è vero?

L’istessa risposta.

— Aspettate Garibaldi?

Il Calabrese si permise un leggier sorriso, che durò un minuto secondo.

— Bene, sappiate che io sono stato mandato avanti appunto da Garibaldi
in cerca di Missori e di voi altri bravi Calabresi... Adesso, non
avendo trovato nessuno, torno indietro....

— Verranno... presto, rispose il Calabrese accennando di bel nuovo ai
monti.

— Tanto meglio! Voi però dovreste andare a prevenire il vostro
comandante che Garibaldi sale il monte co’ suoi, e che si porta
al luogo del convegno fissato già con Missori fino da quando era a
Messina. Avete capito?

Il Calabrese si affrettò a rispondere che sì, e rinnovata la stretta di
mano, si pose il fucile in ispalla e sparve pel bosco.

— Che economia di fiato devono fare costoro in fin d’un anno! pensava
fra sè Roberto ripigliando il suo cammino. Però preferisco uno che
parla poco ad un chiacchierone... Intanto sono contento d’aver trovato
quel Calabrese... Quel tornare al generale senza sapergli dir proprio
nulla, mi sapeva male... Almeno adesso posso dargli la notizia che
Missori c’è, e questo è il più; poi che i Calabresi insorti ci sono
anch’essi.... Se gli altri somigliano a questo qui, devon essere la
gran bella gente!

Roberto un’ora dopo raggiungeva il generale che si mostrò contento
delle notizie recategli dal capitano. Garibaldi e i suoi continuarono
a salire, dirigendosi però verso Reggio. Giunto al luogo ove, come
dicemmo, doveva incontrarsi con Missori, fu sorpreso di non trovarlo;
dopo d’averlo aspettato una buona ora, prese la risoluzione di
seguitare il suo cammino. Quand’ecco arrivare alcune guide annunziando
l’arrivo di Missori a Garibaldi, che si fermò ad attenderlo. Arrivato
finalmente, concertò seco lui il piano di difesa e di attacco.

Fu convenuto che il generale Bixio, il più audace generale dell’armata
siciliana, attaccherebbe Reggio di fronte, intanto che Garibaldi,
girando il forte, prenderebbe i regj tra due fuochi.

Le colonne si misero in marcia, e protette dal silenzio della notte,
sorpresero le truppe regie, scaglionate alla rinfusa sulla gran strada
di Reggio. Erano tre e un quarto del mattino, quando l’avanguardia
di Bixio s’imbattè nelle vedette nemiche. Il fuoco cominciò subito, e
l’azione divenne tosto generale. I comandanti delle forze napoletane,
credendo di avere solamente a fare coi quattro battaglioni di Bixio,
concentrarono le loro truppe all’estremità aperta di Reggio, e
cominciarono un fuoco di battaglione così ben nudrito, che l’ala destra
del bravo generale genovese per un momento vacillò; ma Bixio volle
confermare quanto si disse di lui dopo le campagne di Lombardia, cioè
che gli ostacoli non fanno che aumentare la sua audacia, e renderlo
indomito. Egli, vedendo la sua destra minacciata, portò rapidamente due
battaglioni sul punto del pericolo, e in poco tempo ristabilì l’ordine
e riprese l’offensiva.

Dipoi Bixio, impaziente di indugio, alla testa della colonna, ordinò
la carica alla bajonetta. La mischia fu terribile; la rotta dei
nemici non si fece aspettare, e i Napoletani si ripiegarono in massa
sulla cittadella. Intanto Garibaldi e Missori erano arrivati a tiro
di fucile dal forte, e i loro cacciatori cominciarono ad imberciare
colle carabine inglesi le cannoniere della cittadella. Il loro tiro
era così preciso che molti regj furono uccisi sui cannoni, molti
altri dovettero ritirarsi. Garibaldi e Bixio intanto si avanzavano,
quando quest’ultimo, avendo sloggiato una compagnia di borbonici dalle
prigioni della città, trovò ventiquattro cavalli, dodici muli e due
pezzi d’artiglieria. Fu questa una preziosa conquista, perchè Garibaldi
non aveva cannoni con sè.

Con questi due cannoni ebbe principio l’attacco del forte. Le colonne
di Bixio si avanzavano sempre, e quelle di Garibaldi minacciavano
già la scalata. Erano circa le nove antimeridiane, quando il forte
cessò il fuoco; le truppe reali, scoraggiate, poco dopo si arresero
al vincitore. Quel combattimento costò poche perdite all’esercito dei
volontarj e alle truppe borboniche.

Frattanto il generale Cosenz, dopo il suo sbarco in Calabria, si
avanzava pure verso Reggio, prendeva il forte di Scilla, occupava altri
punti importanti, ed attuava il congiungimento delle sue truppe con
quelle di Bixio e di Garibaldi, mentre i borbonici, o ritiravansi, o
cadevano prigionieri, o passavano al nemico. In questa guisa l’estrema
Calabria cadeva in mano dei nostri, e Garibaldi si apriva la strada a
nuove vittorie ed a nuovi trionfi.

Circa dodicimila erano i soldati regj, concentrati in quell’ultima
parte della penisola, e che dovevano impedire lo sbarco dei volontarj,
o sterminarli appena sbarcati. Non v’ha dubbio che, avuto riguardo
ai mezzi che stavano nelle mani dei borbonici, doveva riuscire
facile il distruggere i garibaldini, che sbarcavano pochi per volta
e che mancavano di artiglieria e di cavalli. Ma la truppa regia
era demoralizzata, ed i comandanti non avevano nè forza d’animo, nè
coraggio; oltreciò, dopo i fatti di Sicilia, il nome di Garibaldi e del
suo esercito, erano divenuti più formidabili, e la pubblica opinione
accennava già alla inevitabile rovina del trono di Francesco II. Tutte
questo ragioni contribuivano a scemare il coraggio dei soldati regj,
i quali si battevano mal volentieri, ed anzichè procacciarsi gloria,
cercavano di salvare la vita. Si aggiunga che per tutte le Calabrie
temevasi l’imminente irrompere della rivoluzione, già in alcuni punti
scoppiata, e per la quale le truppe borboniche venivano a trovarsi
serrate tra i volontarj di Garibaldi, e gli insorti. La situazione dei
borbonici era per questo infelicissima, perciocchè, oltre agli esterni
nemici, avevano a temere gli interni[54].

Gli animi dei Calabresi erano già concitati, la propaganda
rivoluzionaria aveva prodotto i suoi effetti, talchè, non appena si
seppe lo sbarco di Garibaldi e la presa di Reggio, tutto fu finito,
e la rivoluzione levò la testa minacciosa e terribile. Le città
principali della Calabria spezzarono gli stemmi borbonici, radunarono
comitati, inaugurarono governi prodittatoriali, armarono nuovi
volontarj, inviandoli ad ingrossare le file del generale, e a rompere
le comunicazioni dello sperperato esercito di _Bombicella_. Però tutto
questo accadeva col maggiore ordine possibile, e i comitati e i governi
provisorj prendevano a governare la cosa pubblica ed a reggere il
proprio paese in nome di Vittorio Emanuele II, dell’Italia una, e del
glorioso dittatore delle Due Sicilie.

Intanto la caduta di Reggio e la disfatta toccata alle truppe
borboniche, posero Garibaldi nella felice condizione di continuare
le sue marcie e di estendere la rivoluzione delle Calabrie. Con soli
800 uomini egli, privo d’artiglieria, ne aveva fatto capitolare quasi
2,000, e due ben munite fortezze. I generali napoletani Gallotti e
Briganti, che comandavano nell’estrema Calabria, si trovarono nelle
mani del vincitore, il quale, non lasciando pace al nemico, e partito
alla volta di Accerello, guadagnò i monti che sovrastano ai forti
di Pizzo, di Alta Fiumara e di Scilla; fece la sua congiunzione con
Cosenz, arrivato il giorno prima a Salino, dove il bravo colonnello
De Flotte, chiaro per la difesa da lui fatta nel giugno 1848, delle
barricate nei sobborghi insorti contro l’assemblea costituente di
Francia, perdeva la vita pel tradimento di un soldato napoletano.
Garibaldi, appena operata la sua congiunzione col corpo di Cosenz,
determinò lasciare gli accampamenti di Mittinetti e scendere verso
Alta Fiumara, per circondare i forti e prendere in pari tempo una
posizione contro la brigata del generale Melendez, che da Scilla moveva
ad incontrarlo. Melendez aprì il fuoco contro la colonna dei nostri
che scendeva dal monte, ma non gli fu dato arrestarla. Il movimento
strategico di Garibaldi era pienamente riuscito[55]; Melendez aveva
perdute le sue comunicazioni coi forti; sicchè dovette capitolare; in
tal modo Alta Fiumara, Torre Cavallo e Scilla caddero in potere di
Garibaldi. Le guarnigioni di queste fortezze furono imbarcate senza
armi, e spedite a Napoli; una parte disertò, un’altra parte si sparse
per la campagna.

Il 30 agosto Garibaldi trovavasi a Mileto.

«Mileto (è ancora il Du Camp che scrive) mi parve bruttissima; ridotta
a nuovo coi vecchi materiali, è composta di tre strade parallele, e
larghe come una piazza. Quando noi v’arrivammo, vi si faceva tanto
chiasso, e v’era tanto movimento, da farci girare il capo; Garibaldi
vi aveva il suo quartier generale. Una tenda improvisata sotto un
albero in un campo, era la sua abitazione; egli stava seduto in
terra e teneva presso lui alcune carte spiegate; due preti, ritti in
piedi, lo contemplavano con una specie di curiosità feroce, mentre
egli ascoltava una deputazione degli abitanti di Monteleone, che lo
pregavano d’accorrere al più presto, onde impedire alla guarnigione
napoletana di commettere eccessi. I regj del resto s’apprestavano, a
quanto dicevasi, alla ritirata anzichè a darci battaglia sui piani di
Monteleone, come credevamo in sulle prime. Essi si ritiravano sotto
gli ordini del generale Ghio, allo scopo di disputarci il passaggio
a Cosenza. Si temeva però che prima di ritirarsi da Monteleone non la
saccheggiassero.

— Ci vado subito, rispose Garibaldi a que’ di Monteleone, e saltò in
carrozza. Tutti lo seguimmo, chi a piedi, chi a cavallo. Il generale
Türr raggiunse tosto il dittatore.

«A Reggio, pescatori del pesce spada; a Catanzaro, i tessuti di seta; a
Mileto, briganti e preti». È un proverbio antico nelle Calabrie. Mileto
è città nuova; il terremoto del 1783 l’ha interamente inghiottita;
il suolo in allora si schiuse e poscia si rinchiuse, inghiottendo la
città, per cui non si è ancor finito di ricostruirla; alcune capanne e
tugurj, un vasto seminario, il palazzo del vescovo ed una porzione di
chiesa...; ecco Mileto.

Una volta era la città prediletta e favorita dei principi normanni; ora
è una miserabile borgata, d’aspetto sinistro, e che conta appena due
mila anime. Dei suoi passati splendori non le rimane che un vescovato;
ma il vescovo se l’era data a gambe al nostro avvicinarsi. Dei preti
la percorrevano timidi e curiosi; ci rimiravano fissi fissi, quando
credevano di non essere veduti, e meravigliavano di non vederci le
corna alla fronte, come il diavolo, e ai piedi le unghie biforcate.
Allorachè ci passavano vicino, ci salutavano con quell’aria umile e
dimessa, che indica la paura pronta ad ogni concessione; non vi ha
franchezza in quegli sguardi, non nel gesto, non nella voce.

Era il 27 agosto; due giorni prima in questa uggiosa città di
Mileto, si compiva una terribile tragedia. Il XV reggimento di linea
napoletano, venendo da Villa San Giovanni, accampava sulla piazza, e
nelle vie; quelle soldatesche indisciplinate mormoravano, vedendo con
terrore d’essere costrette a faticose tappe, di cui l’ultima doveva
essere Napoli, e rifuggendo dal mestiere del soldato, domandavano
d’essere rimandati liberi, con congedo illimitato. Gli uffiziali
scoraggiati non rispondevano, costretti d’obbidire ad ordini superiori.
Il generale Briganti giunse frattanto a cavallo, seguito da un solo
domestico. I soldati riconoscendolo, gridarono: A morte, a morte!
Briganti passò oltre, senza arrestarsi a tali clamori. Aveva egli
oltrepassato il villaggio, e trovavasi sulla strada di Monteleone,
quando gli venne in mente di tornare indietro. Chi lo riconduceva sui
suoi passi? Il fermo proposito di tener fronte al pericolo, e calmare
una sedizione militare, che poteva, scoppiando, trascinar seco il sacco
della città, o piuttosto quell’invisibile mano che spinge gli uomini
verso il destino che devono compiere? Nol so; ma egli ritornò; allora
sorsero nuove grida e minacce più violenti. Il generale si ferma e vuol
parlare; due fucilate gli atterrano il cavallo.

Il domestico, spaventato, si dà alla fuga. Il generale si alza, e move
verso gli ammutinati, con coraggio e serenità d’animo. Parla della
sua età, ricorda le cure paterne che ebbe sempre per loro; invoca
la disciplina, senza cui i soldati non sono che banditi armati. I
rivoltosi esitavano, ed erano per cedere, quando un sotto-uffiziale,
avvicinandosi al generale, esclama:

— Le mie scarpe sono rotte, ed io devo marciare a piedi nudi; tu
hai degli stivali eccellenti — e gli tira un colpo di fucile. Più
di cinquanta palle allora colpirono lo sfortunato Briganti. Il
sotto-uffiziale gli levò gli stivali, e tutta la truppa, briaca di
sangue, si gettò a colpi di bajonetta sul generale che venne fatto
a brani. A gran pena si potè strappare dalle mani di quei selvaggi
il corpo mutilato, per nasconderlo nella chiesa. Sfondarono allora
quattro o cinque botteghe, ove si vendevano sigari, caffè e vino, e
le saccheggiarono completamente. Ritornarono quindi alla chiesa, ne
atterrarono la porta, e tirando pei piedi il cadavere, gli fecero
oltraggi senza nome, strappandogli i capegli e la barba, ficcandogli
negli occhi delle capsule, alle quali davan fuoco, ed altre atrocità di
questo genere. Quando furono sazj, si raccolsero di nuovo sulla piazza,
e deposte le armi, si sbandarono, dirigendosi ognuno al suo paese.
Interrogammo alcuni di quegli sciagurati, del perchè avessero così
massacrato il loro generale.

— Perchè era un borbonico, dissero gli uni.

— Perchè era un liberale, dissero gli altri.

Un solo disse il vero: — Noi l’abbiamo ucciso perchè era il nostro
generale.»


Intanto Garibaldi progrediva. I Borbonici appena lo seppero a
Monteleone si sbandarono; parte, gettate le armi, s’incamminò a casa,
parte passò tra le file degli insorti. Sora, Mobile, Avellino, Bari,
Lecce, sollevavansi al grido di viva Garibaldi.

Il generale avanzava sempre, seguito dai suoi e dai bravi Calabresi,
finchè, poco dopo, potè scrivere al prodittatore Mattini, che «coi
Calabresi aveva fatto abbassare le armi a diecimila soldati, e che si
era impadronito di altrettanti fucili, di dodici cannoni e di trecento
cavalli».

Il 7 settembre, Garibaldi avvisò il comitato napoletano, che in quello
stesso giorno egli sarebbe entrato nella capitale delle Due Sicilie.

Tutta Napoli, sparsasi la voce dell’imminente arrivo del dittatore,
era in moto fin dal mattino; in tutte le strade, e segnatamente in
quella principale di Toledo, sventolavano bandiere tricolori; la
guardia nazionale tutta era sotto le armi, un numero straordinario di
carrozze erano state dalle più distinte famiglie napoletane inviate
alla stazione; un immenso popolo stava accalcato ad attendere il gran
capitano.

Alle 11 e mezza, il dittatore giungeva con un convoglio speciale. È
indescrivibile l’entusiasmo del popolo, e le grida, che furono mille
volte universalmente ripetuti di «viva Garibaldi dittatore! viva
l’Italia! viva Vittorio Emanuele!» Tutta quella folla plaudente,
frenetica, accresciuta ad ogni passo, frammezzata da migliaja di
carrozze, in parte seguiva ed in parte precedeva quella del generale
lungo la strada del Pigliero, ove da tutti i balconi, gremiti di
signore, si gittavano fiori e si scambiavano grida di entusiasmo.
Ad un’ora dopo mezzo giorno, Garibaldi giungeva al palazzo della
Foresteria, ove fu ricevuto dai maggiori della guardia nazionale e da
altri distinti personaggi.

Frattanto, dall’immenso largo di S. Francesco di Paola, stipato
tutto intorno da gente accorsa dagli angoli più remoti della città,
prorompevano tali fragorose voci, che Garibaldi più volte dovette
affacciarsi al balcone a salutare, e a parlare al popolo. Fra le altre
cose disse: «Bene a ragione avete dritto di esultare in questo giorno
in cui cessa la tirannide che vi ha aggravati, e comincia un’era di
libertà. E voi ne siete degni, voi figli della più splendida gemma
d’Italia! Io vi ringrazio di questa accoglienza, non solo per me, ma in
nome dell’Italia che voi costituite nell’unità sua mediante il vostro
concorso; di che non solo l’Italia, ma tutta l’Europa vi debb’essere
grata.»

Intanto _Bombicella_ nicchiava a Capua, e livido per la paura,
raccomandavasi alla sant’anima di suo padre e a San Gennaro.




CAPITOLO XVIII.

Da Caserta.

    Desta l’Aurora omai dal letto scappa
      E cava fuor le pezze di bucato;
      Poi batte il fuoco, e cuocer fa la pappa
      Pel suo giorno bambin che allora è nato;
      E Febo, che è il compar, già colla cappa
      E con un bel vestito di broccato,
      Che a nolo egli ha pigliato dall’Ebreo,
      Tutto splendente viensene al corteo.

              (L. LIPPI, il Malmantile).


Il 15 ottobre 1860, uno splendido sole _seguiva il corteggio
dell’aurora_, e rallegrava colla sua benedizione di luce
l’impareggiabile piano d’Erba, che in quella stagione era animato da
numerosi villeggianti.

Nel mezzo di un viale, ombreggiato da una doppia fila di plàtani che
conduceva ad un palazzotto annerito dal tempo, e quasi per intero
rivestito da piante rampicanti, passeggiavano a godervi il puro aere
mattutino, la contessa Emilia ed una bionda giovinetta, la quale,
tuttochè camminasse, era intenta ad un lavoro domestico.

— Tarda Carlambrogio! disse la contessa fermandosi e guardando giù per
lo stradone che, passando dinanzi al viale, mette ad Erba.

— Poveretto! è vecchio, rispose la giovinetta; poi da qui ad Erba la è
una bella tirata.

— È una passeggiata, mia cara, una passeggiata! dì piuttosto che
Carlambrogio avrà trovato per istrada qualche compare e se incomincia a
chiacchierare, chi lo ferma?

Carlambrogio, quasi a smentire le poche caritatevoli parole della
contessa, si affacciò in quella al viale.

— Eccolo, eccolo! gridò la giovinetta correndo incontro al vecchio
contadino.

Raggiungerlo, strappargli di mano una lettera, e rivolare dalla
contessa, fu per la giovinetta l’affar d’un istante.

— È di lui? chiese sorridendo la vecchia.

— Sì.

— Come ti sei fatta rossa!

— È la corsa...

— Già la corsa!... Ora via carina, calmati.... guarda come ti batte
il cuore... Benedetta gioventù!... Vieni qui, Dalia, sediamo su questa
panchetta all’ombra...

La giovinetta la seguì, e le si assise al fianco aprendo la lettera.


Come mai la povera orfanella si trovava in compagnia della contessa
Emilia?

La c’era da parecchie settimane, ed ecco il come.

Dalia, incaricata da Roberto di annunziare alla contessa la morte del
di lei nipote, aveva adempiuta l’incresciosa commissione con tanti
riguardi, con una delicatezza tanto affettuosa, consolando la vecchia,
piangendo, soffrendo con lei, che quest’ultima (la quale aveva sempre
visto di buon occhio la giovinetta) l’aveva pregata di farle compagnia
durante la villeggiatura.

Dalia in sulle prime aveva esitato, chè, fiera come era, temeva sempre
di incontrare qualche dispiacere, qualcuna di quelle umiliazioni con
che i signori, generalmente parlando, sogliono (lontani le mille miglia
dal farlo per cattiveria) amareggiare e talvolta disgustare affatto
chi (al di sotto di loro in fatto di denari e di posizione sociale)
vogliono carezzare.

Ma la contessa aveva insistito con tanta buona grazia, dicendole che
aveva bisogno di lei e delle sue consolazioni, e che non le sarebbe
mancato lavoro, caso mai temesse di mangiare il pane a tradimento, che
in fine Dalia aveva ceduto, e pigliata licenza dalla _maestra_, aveva
seguita la contessa alla campagna.

Nelle città, nelle provincie d’Italia, o meglio, in tutto il mondo, in
que’ dì non parlavasi che di Garibaldi e di Cialdini, dei due eserciti
e delle loro gloriose gesta. Questi erano quindi i temi favoriti anche
dei villeggianti in quella parte di Brianza, i quali ogni mattina
portavansi ad Erba ad attendervi la posta ed i giornali. E questo era
il compito giornaliero di Carlambrogio, il quale per altro non soleva
interessarsi gran che per quelle notizie, ripetendo egli sempre questo
prosaico ritornello: Vinca Erode, vinca Pilato, noi povera gente saremo
sempre in miseria.

È però giustizia il dire che queste cose, il povero vecchio, le
brontolava sottovoce.


L’ultima lettera ricevuta da Dalia portava la data di Messina; in essa
Roberto le parlava del prossimo tragitto, dei pericoli che andavano
ad incontrare, e dei pesci cani, del cui teschio aveva sbozzato il
ritratto nel margine di quella lettera. Dalia ne fu tanto spaventata,
da non poter chiuder occhio per tutta una notte.

D’allora in poi non aveva più avute notizie di Roberto. Aveva letto
in compagnia della contessa i giornali; sapeva quindi dello sbarco,
de’ continui trionfi di Garibaldi, del meraviglioso di lui ingresso in
Napoli, e infine della sanguinosa battaglia del 1 ottobre; ma nulla di
chi tanto le stava a cuore.

Ora immagini il lettore con che ansia, con che tremito, con che
sussulto di cuore, Dalia aprì quella lettera.

— Da dove viene? chiese la contessa.

La giovinetta, letta la data, rispose: da Caserta.

— Ih! com’è lunga quella lettera!

— Uno, due, quattro fogli, disse Dalia sorridendo di compiacenza. To!
c’è anche due pagine di stampato... È un proclama di Garibaldi.

— Ora mo, da brava! leggi... Comincia dalla lettera.

Onde non ripetere il già detto, noi riprodurremo la lettera del
garibaldino, incominciando là dove egli racconta cose da noi non per
anco toccate. Diremo solo che Dalia, lette poche righe, mandò un grido
balzando in piedi si improvvisamente, con tal impeto, che la contessa
sbigottita fu a un punto dal non cader riversa dall’altra parte della
panchetta.

— È capitano! è capitano! gridava Dalia ebbra di gioja.

— Chi?

— Ma lui... Roberto..., l’hanno fatto capitano!»... e baciava la
lettera, ripetendo colle lagrime agli occhi: Garibaldi è un angelo!

Calmata quell’ebbrezza, continuò la lettura. Il volto di Dalia
prendeva un’espressione d’ambascia mano mano che progrediva, leggendo
i pericoli, le fatiche, le privazioni sofferte da Roberto e da’ suoi
compagni nelle lunghe marcie da Reggio a Napoli. «La sete ci tormentava
più di tutto (scriveva Roberto); il sole ci bruciava la pelle, la
polvere ci soffogava; c’era dei momenti in cui i nostri occhi vedeano
tutti gli oggetti color violetto, alberi, strade, sassi, erba, cielo,
tutto insomma. I nostri cavalli non potevano più reggersi in piedi. Ti
basti sapere, per aver una idea di quanto soffrivamo in quei momenti
noi e le bestie, che un mio amico, il maggiore Setti di Treviglio
(uno dei migliori uffiziali della divisione Cosenz, e che ha fatta
la campagna di Roma e quella dell’anno scorso), fece con un colpo di
_revolver_ saltare le cervella al suo cavallo, non reggendogli l’animo
di vederlo soffrir tanto.»

— Poveri giovani! gridò la contessa; se il mio Ernesto si fosse trovato
con loro, chi sa cos’avrebbe sofferto, lui sì delicato...

— Egli ora ha finito di soffrire, rispose Dalia, e per non lasciar
tempo alla contessa di ricadere in quelle malinconie, continuò a
leggere.

Roberto, quasi a mitigare la penosa impressione che il racconto dei
sofferti patimenti doveva produrre sull’animo della sua amica, aveva
mutato argomento e stile. Parlava quindi della sua splendida dimora di
Caserta, poi del miracolo di san Gennaro.

Anche il Du Camp nelle sue memorie parla sì di Caserta che del santo
patrono di Napoli, e con tanto brio, da vincere quanto Roberto scrisse
sullo stesso argomento; perciò daremo la preferenza al Du-Camp. Ecco
ciò ch’egli scrive in proposito:

«Il palazzo di Caserta è uno dei più grandiosi concepimenti
architettonici usciti da mente umana. Vanvitelli che lo ideò, ebbe
la sorte di vegliare all’esecuzione sino al suo compimento, cioè fino
all’anno 1752 e ciò per ordine di Carlo III. La facciata è imponente,
benchè monotona; quattro corti quadrate dividono la costruzione
interna; attraverso di esso sorge un porticato splendido, sorretto da
sessantaquattro colonne di marmo; lo scalone è di una maestà imponente;
è tutto in marmo, e sormontato da una cupola i cui dipinti, che
rappresentano gli Dei che ammirano una Venere, le fattezze della quale
non mi parvero senza seduzione. Il teatro del palazzo è graziosissimo;
è sostenuto da sedici colonne tolte al tempio di Serapide, di
cui le ruine veggonsi lambite dal mare sulla strada di Pozzuoli.
L’appartamento di Ferdinando II ti inspira un’indifinibile tristezza:
non un mobile vi è rimasto; dal muro vennero graffiate via le pitture;
si abbruciarono le tappezzerie, le armi, gli intagli, tutto insomma. Vi
sarebbe stata una specie di barbara grandezza nel seppellire un re coi
suoi tesori, le sue donne, le sue guardie; ma è puerilità l’incendiare
le camere di un re morto, a meno che ciò non sia imperiosamente imposto
dall’igiene; e tale vuolsi sia stato il caso presente.

Infatti re Ferdinando, che era di una corpulenza enorme, morì dopo
una sì lenta e profonda decomposizione, che si può dire di lui, aver
egli assistito, vivendo, alla propria putrefazione. Finì i suoi
giorni implacabile nelle sue idee, e facendo giurare al figlio di
non governare se non coi precetti dell’assolutismo[56]. Tali precetti
dovevan finire col distruggere le forze della dinastia, tanto più che
l’alleato più fedele di questa ben presto la tradiva; voglio parlare di
san Gennaro.

La sua festa avvicinavasi. Napoli era in una commozione da non potersi
dire. Per chi l’infallibile santo avrebbe preso partito? era desso
italiano? borbonico? Grave quistione che si faceva ovunque, e che
nessuno ardiva sciogliere anticipatamente. San Gennaro è l’idolo dei
Napoletani, i quali sono fermamente persuasi che Dio non regna nei
cieli che per concessione di quel santo. Una volta però, presi da
collera improvvisa contro di lui, lo detronizzarono, e misero al suo
posto sant’Antonio qual patrono di Napoli.

Era il 1799; S. Gennaro s’era fatto democratico; il suo sangue erasi
liquefatto al grido di: Viva la repubblica, e quando la reazione
guidata dal cardinal Ruffo giunse a Napoli, abbandonandosi ad eccessi e
a massacri di cui la memoria non è ancora cancellata, non si obbliarono
le velleità democratiche del santo, e lo si destituì, come un semplice
funzionario; si parlava anche di gettarlo in mare, e innanzi la sua
statua si urlò: Abbasso il giacobino! Ma troppo forti ed intimi erano i
vincoli che stringevano i Lazzaroni al loro patrono; cotal separazione
era troppo penosa per essi. Gli uni si pentivano della lor violenza;
l’altro promise di non essere per l’avvenire che un buon realista, e la
pace fu segnata.

Si congedò S. Antonio, e si reintegrò san Gennaro nel possesso di tutti
i suoi onori, titoli e privilegi.

Il suo sangue, raccolto dopo il martirio, si conserva in un’ampollina,
e da secco che è, in certi giorni dell’anno si liquefa e bolle. Il
santo fa attendere più o meno lungamente il prodigio, a seconda della
maggiore o minore sua soddisfazione sulla politica, e sul governo del
paese; ma non havvi esempio ch’ei siasi ribellato al miracolo, neppur
dinanzi al generale Championnet, che non gli concedeva se non dieci
minuti per compire il prodigio. A fronte dei gravi avvenimenti che
avevano nell’estate del 1860 messo sossopra il regno delle Due Sicilie,
come si sarebbe comportato san Gennaro?

Il dì della sua festa, verso le 10 del mattino, io mi recai in duomo:
è una gran chiesa ristaurata sul gusto italiano della decadenza, epoca
nella quale l’arte è assolutamente vinta dal valore o dalla rarità
della materia prima. Tu vi trovi un reggimento di statue d’argento, il
cui valore sta tutto nel peso. Nella cappella di S. Gennaro, che è a
dritta, la folla s’incalza, e si stringe; si soffoca pel caldo; presso
la balaustrata che protegge l’altare, è un urtarsi, uno spingersi,
d’averne rotte le ossa. I posti migliori son per chi ha forza maggiore
nei gomiti. Le donne qui mi sembrano più numerose degli uomini: alcune
recano i loro bimbi che strillano orribilmente. Si canta messa; ma chi
l’ascolta? Nessuno. Tutti sono trepidanti, ansiosi; di tratto in tratto
qualche voce acutissima sorge dalla folla, e si compone al canto; è la
voce di una donna già inspirata, che spera così di affrettare l’arrivo
del santo.

La porta della sagristia finalmente è dischiusa; un grido di gioja
echeggia sotto le volte spaziose; colla massima pompa si reca
l’immagine di S. Gennaro, coperta di un velo rosso ricamato in oro.
Portato da un canonico, preceduto dalle guardie nazionali che fanno
far largo alla folla, il santo si apre una via fra i suoi adoratori,
che furtivamente cercano di toccare colle mani il velo che avvolge le
sembianze del protettore, e avidamente poi baciano la parte avventurata
che toccò il miracoloso tessuto. Il prezioso idolo è finalmente deposto
sull’altare, tolto il velo, appare il busto d’argento. Ciò che allora
io vidi può rendere modesti coloro che nella loro vita si sono creduti
amati, perchè giammai essere umano non ispirò l’amore che si dimostra
per questo immobile simulacro. Le donne gridavano: «O san Gennaro,
o mio piccolo san Gennaro, san Gennarello del mio cuore, delle mie
viscere, dell’anima mia!» A lui protendevano le braccia; le lagrime
sgorgavano copiose dai loro occhi stravolti; le loro labbra tremanti
mandavano suoni confusi, e baci; i muscoli del collo, gonfi come grosse
corde, s’agitavano sotto la precipitata pulsazione delle arterie;
alcune più briache delle altre, strappatasi la pezzuola dal collo,
si percuotevano il petto a colpi di pugno, sollevando lamentevoli
lai. Frattanto si veste il santo; sulla fronte gli si compone una
mitra ricca di pietre preziosissime; sulle spalle lo si adorna con
pallio di porpora a ricami d’oro, e d’amatiste; nel dito gli si infila
l’anello episcopale. Frattanto le grida raddoppiano: «Quanto è bello!
È lui, proprio lui; o mio caro S. Gennaro!» e ricomincian così le
genuflessioni, i baci, i nervosi tremiti. — Vicino a me stava una
giovine che singhiozzava amaramente.

— Che avete per piangere così? le domando.

— Ah! signorino mio! il santo non mi guarda.

Infatti essa era collocata in modo da non potere vedere il busto.
Una tempesta di clamori orribili, voci di gioja, di disperazione,
di invocazione, cozzavano nell’aere, per ricadere su noi. Le guardie
nazionali stanche e sfinite dal calore, non potevan mettere ordine in
tanto trambusto:

In cotesta immonda commedia che trascinava tanto popolo sino
all’estasi, chi fra noi era pazzo? Il popolo, od io? Giammai spettacolo
di degradazione dell’anima umana aveami colpito sì profondamente;
v’eran momenti in cui mi coglieva la smania di rovesciarmi a colpi di
bastone su questa folla indemoniata, e spezzare l’idolo sull’altare,
come ai tempi primi del cristianesimo, gli eroi di questo rovesciavano
nel templi le statue degli dei.

Un canonico, curvo dagli anni, coperto di splendide vesti, toglie il
velo all’ostensorio che raccoglie la preziosa reliquia. L’ostensorio
è d’argento, e munito di due cristalli, che facilitano la vista
dell’ampolla ivi contenuta, ed ha la forma di una lanterna da
_cabriolet_.

Offerto alla vista del pubblico, il canonico lo bacia e poi divotamente
lo innalza tra le sue mani, ed esclama: _Il sangue è duro_; e quindi lo
agita dall’alto al basso, tenendovi sopra fissi gli occhi, affine di
determinare l’istante preciso in cui il sangue coagulato incomincia a
sciogliersi. Dietro di lui un prete rischiara la reliquia con un cero,
di modo che lo si possa veder per trasparenza. Durante cotal funzione,
si cantano inni, si recitano delle speciali preci, delle quali il
tumulto che regna nella cappella mi toglie di comprendere motto.
Alcune donne del popolo, che passano per parenti di san Gennaro, come
quelle che pretendono discendere dalla vecchia mendicante alla quale
il Santo apparve dopo il suo martirio, onde indicare il luogo ove era
stato deposto il suo corpo, sono schierate in luogo d’onore presso la
balaustrata. Elleno interpellano famigliarmente il santo; le une gli
parlano supplichevolmente, le altre gli fanno violenti ingiunzioni, che
contrastano con tanta adorazione.

— Oh! san Gennaro del cuore, dicevan le une, non ci far languire, e
dinne col miracolo che tu sei felice, che sei contento di noi, e che ci
proteggerai sempre.

— Andiamo, canaglia, brigante! sclamavano le altre; e che! ci credi tu
fatte per aspettarti? Affrettati a sciogliere il tuo sangue, vecchio
sdentato; altrimenti andremo a cercar sant’Antonio, che ti metterà alla
porta.

D’un tratto il canonico solleva l’ostensorio, pronunciando parole che
non compresi, e io vidi quel sangue bollire lentamente nell’ampolla.
Tre minuti eran bastati al miracolo! Uno scoppio di urli fece
quasi crollare il tempio; tutti si prostrano col volto a terra,
singhiozzando, o gridando grazia! Torme d’uccelli svolazzano per la
vôlta spaventati; gli organi mandan suoni giulivi, s’intuonano canti
d’allegrezza, e son gettati a piene mani fiori sul busto; fumano gli
incensi; e cent’uno colpi di cannone dai forti annunziano a Napoli che
il suo patrono veglia sempre su di lei!»

Le nostre donne letta l’istoria di san Gennaro, quale la narrava
Roberto, risero di cuore:

— Poveri Lazzaroni! disse la contessa, come sono ignoranti!

— E noi, objettò Dalia, coi nostri preti che salgono in una nuvola di
carta a pigliare il santo chiodo il dì di Santa croce, in Duomo, ci
mostriamo forse più innanzi di loro? Dunque!

— Non hai torto la mia tosa!... ma finisci la lettera.

Roberto narrava gli avvenimenti che precedettero di qualche giorno il 1
ottobre e la battaglia che ne seguì.

Garibaldi ci aveva spediti fino a S. Maria presso Capua, onde tenere in
rispetto i trentamila borbonici che stavano con Francesco II nelle due
fortezze di Gaeta e di Capua, e in un grande tratto di paese intorno
ad esse. Fino alla metà del settembre nulla era accaduto di serio
fra i due eserciti nemici, eccetto poche fucilate, che gli avamposti
scambievolmente tiravansi, specialmente i _picciotti_, i cacciatori
genovesi di Mosto e qualche altro corpo della brigata Eber; ma il 19
i nostri passarono il Volturno, nonostante la presenza di dieci mila
Napoletani che tratti in inganno da una dimostrazione mossa dai nostri
contro Capua, si lasciarono sorprendere dal battaglione Catabene,
il quale dopo lungo combattimento, occupò Cajazzo. Quella fazione,
comandata dal brigadiere capo dello stato maggiore del generale Türr,
costò ai nostri la perdita di centocinquanta uomini, ma fu eseguita
con ardimento degno dei più valorosi veterani. Duemila Garibaldini, con
soli due pezzi d’artiglieria, ebbero il coraggio di cozzare contro le
muraglie di Capua, difese da molta truppa e dalle poderose artiglierie
della fortezza. Capua posta sulla sinistra del fiume Volturno, le di
cui aque la avvolgono intorno intorno per più di due terzi; fortificata
dal francese Vauban, e resa ancor più forte dalle opere erettevi nel
1855 da un uffiziale russo del genio, mal si poteva espugnare senza
batterie in breccia e bombardare. Ai nostri era quindi impossibile
prenderla con sì poche forze, ma l’attacco operato dal brigadiere
Rüstow, non tendeva che a trarre in inganno la guarnigione della
piazza, per lasciar tempo a Türr e ad Eber di operare il movimento
di fianco verso l’alto Volturno e guadarlo. Il movimento essendo
pienamente riuscito, i nostri avendo occupato Cajazzo, divennero
padroni della riva sinistra del fiume, e si misero a cavaliere della
strada di Gaeta. La ricognizione durò sei ore, e in questo tempo
noi stemmo impavidi sotto il fuoco formidabile dei nemici, e solo ci
ritirammo quando si ebbe contezza che il generale Türr trionfava delle
difficoltà che i regj gli avevano preparate sull’alto Volturno.

Vi furono, un colonnello, tre tenenti, ed un capitano uccisi; quattro
altri uffiziali feriti. La cavalleria napoletana, sebbene facesse
le mostre di voler caricare, non lo osò, e la fanteria non ardì mai
incontrare le baionette dei nostri. Molti Inglesi, fra i quali il
terzo figlio del conte di Shaftesbury e lord Seymour, seguirono, con
alcuni corrispondenti dei giornali inglesi, le operazioni della colonna
Rüstow e il secondo nominato, combattè per ben due ore, recò ordini e
diede disposizioni per i trasporti dei feriti. Poco prima di mezzodì
la colonna Rüstow tornava a S. Maria, dove barricatasi, attese di
piè fermo i Napoletani di Capua. Questi però non si mossero, sebbene
potessero spingere contro i nostri una forza di dieci mila uomini,
attaccare la città aperta, e prenderla con grande facilità.

Dopo quella vittoria le divisioni di Cosenz e Medici si misero in
marcia per raggiungere quella di Türr appostata tra S. Maria, S.
Angelo, Scafo Formicola, e Scafo Cajazzo. La divisione comandata dal
colonnello Panciani le seguiva in riserva; così i nostri si avanzavano
nelle vicinanze di Capua, in quasi ventiduemila uomini per assaltare la
fortezza, prenderla, o costringerla a capitolare.

Il 19, accennando a piccoli fatti avvenuti nei giorni precedenti, il
generale Türr emanava agli avamposti un bell’ordine del giorno, e alle
3 pomeridiane dello stesso dì scriveva al ministero della guerra in
Napoli il seguente dispaccio, che ti trascrivo:

«Jeri inviai una colonna per attaccare questa mattina Cajazzo; ordinai
una ricognizione forzata per questa mane di S. Maria e S. Prisco verso
Capua, e mi portai pure questa mattina colla brigata Sacchi e due pezzi
di cannone per fare una forte dimostrazione verso lo Scafo di Formicola
e Scafo di Cajazzo. I regi, i quali si trovavano da questa parte
del Volturno, furono rigettati al di là del fiume. Abbiamo sostenuto
quattro ore di fuoco. Ricevo in questo istante rapporto del comandante
Catabene, che dice d’aver presa Cajazzo. Il generale Garibaldi venne
a vedermi allo Scafo di Formicola, e di là passò alle colonne che si
trovavano tra S. Maria e Capua».


Ora, mia cara, Dalia, dovrei descriverti la battaglia del 1 ottobre,
presso Capua; ma ci vorrebbe un libro, non una lettera. A te basti
quanto ne scrisse il generale Garibaldi nell’ordine del giorno che
troverai qui unito.

Eccolo, disse Dalia spiegazzandolo, e lesse:

                   _Ordine del giorno di Garibaldi._

«Il 1 ottobre, giorno fatale e fratricida ove Italiani combatterono sul
Volturno contro Italiani con tutto l’accanimento che l’uomo può portare
contro l’uomo. Le bajonette de’ miei compagni d’armi incontrarono anche
questa volta la vittoria sui loro passi da giganti.

«Con egual valore si combattè e si vinse a Maddaloni, a S. Angelo, a S.
Maria.

«Con egual valore i coraggiosi campioni dell’indipendenza italiana,
portarono i loro prodi alla zuffa.

«A Castel Morene, Bronzetti, emulo degno del fratello[57] alla testa
d’un pugno di cacciatori, ripeteva uno di quei fatti che la storia
porrà certamente accanto ai combattimenti dei Leonida e dei Fabi.

«Pochi, ma splendidi dell’aureola del valore, gli Ungheresi, i
Francesi, gli Inglesi che fregiavano le file dell’esercito meridionale,
sostennero degnamente la fama guerriera dei loro connazionali.

«Favorito dalla fortuna, io ebbi l’onore nei due mondi di combattere
accanto ai primi soldati, ed ho potuto persuadermi, che la _pianta uomo
nasce in Italia — non seconda a nessuno_, ho potuto persuadermi, che
quegli stessi soldati che noi combattemmo nell’Italia meridionale, non
indietreggeranno sotto il glorioso vessillo emancipatore.

«All’alba di quel giorno, io giungeva in S. Maria da Caserta, per la
via ferrata. Al montar in carrozza per S. Angelo, il generale Milbitz
mi disse: «Il nemico ha attaccato i miei avamposti di S. Tammaro».

«Subito fuori di S. Maria verso S. Angelo udivasi una viva fucilata, e
giunto ai posti di sinistra della detta posizione, li trovai fortemente
impegnati col nemico.

«Era bel vedere i veterani dell’Ungheria marciare al fuoco, colla
tranquillità di un campo di manovra e collo stesso ordine. La loro
impavida intrepidità contribuì non poco alla ritirata del nemico.

«Col movimento in avanti della mia colonna e sulla destra, io mi trovai
bentosto a congiungermi colla sinistra della divisione Medici, che
aveva valorosamente sostenuta una lotta ineguale tutta la giornata.
I coraggiosi carabinieri genovesi che formavano la sinistra della
divisione Medici, non aspettarono il mio comando per ricaricare il
nemico. Essi, come sempre, fecero prodigi di valore.

«Il nemico, dopo aver combattuto ostinatamente, tutta la giornata,
verso le 5 pomeridiane rientrò in disordine dentro Capua, protetto dal
cannone della piazza.

                                                           2 ottobre.

«Reduce la sera del 1 in S. Angelo, io ebbi notizia che una colonna
nemica da 4 a 5000 uomini trovavasi a Caserta vecchia; ordinai per
le 2 della mattina ai carabinieri genovesi di trovarsi pronti con
350 uomini del corpo di Spangaro ed una sessantina di montanari del
Vesuvio. Marciai a questa ora su Caserta per la strada della montagna
e S. Leucio. Prima di giungere a Caserta il prode tenente colonnello
Missori, ch’io aveva incaricato di scoprire il nemico con alcune delle
valorose sue guide, mi avvertì che i regj trovavansi schierati sulle
alture da Caserta vecchia a Caserta, ciò che potei verificare io stesso
poco dopo.

«Mi recai a Caserta per concertarmi col generale Sirtori, e non
credendo il nemico sì ardito da attaccare quella città, combinai collo
stesso generale di riunire tutte le forze che si trovavano alla mano
e di marciare al nemico pel suo banco destro, cioè attaccarlo per le
alture del parco di Caserta, mettendolo così tra noi e la divisione
Bixio, a cui aveva mandato l’ordine d’attaccare dalla sua parte.

«Il nemico teneva ancora le alture, ma scoprendo poca forza in Caserta
aveva progettato di impadronirsene, ignorando senza dubbio il risultato
della battaglia del giorno antecedente, e perciò lanciava circa la metà
delle sue truppe.

«Un cocchiere ed un cavallo delle vetture del mio seguito furono
ammazzati. Potei passare più liberamente grazie al valore della brigata
Simonetta, divisione Medici, che occupava quel punto, e che respinse
coraggiosamente il nemico.

«Giunsi così all’incrocicchio della strada di Capua e S. Maria,
centro delle posizioni di S. Angelo, e vi trovai i generali Medici
ed Avezzana, che col solito coraggio e sangue freddo, davano le loro
disposizioni per respingere il nemico incalzante su tutta la linea.

«Dissi a Medici «Vado sull’alto ad osservare il campo di battaglia,
tu ad ogni costo difendi la posizione». Procedeva appena verso le
alture che ci stavano alle spalle, quando mi accorsi esserne il nemico
padrone.

«Senza perder tempo raccolsi quanti soldati mi capitarono alla mano
e ponendomi a sinistra del nemico ascendente, cercai di prevenirlo.
Mandai nello stesso tempo una compagnia di bersaglieri genovesi verso
il monte S. Nicola per impedire che il nemico se ne impadronisse.
Quella compagnia e due compagnie della brigata Sacchi ch’io aveva
chiesto e che comparivano opportunamente sulle alture, arrestarono il
nemico.

«Movendomi io poi verso destra, sulla linea di ritirata, il nemico
principiò a discendere ed a fuggire. Solamente dopo qualche tempo
io venni a sapere che un corpo di cacciatori nemici, prima del loro
attacco di fronte, erasi portato alle nostre spalle, per un sentiero
coperto, senza che nessuno se ne accorgesse.

«Intanto la pugna ferveva nel piano di S. Angelo ora favorevole a
noi, ed ora obbligati di ripiegarci davanti al nemico assai numeroso e
tenace.

«Da vari giorni non equivoci indizi mi annunziavano un attacco, e
perciò non m’era lasciato allettare dalle diverse dimostrazioni del
nemico sulla destra e sulla sinistra nostra: e ben ci valse, poichè
i regj impiegarono contro di noi, nel primo ottobre, quante forze
disponibili avevano, e ci attaccarono simultaneamente su tutte le
posizioni.

«A Maddaloni dopo varia fortuna, il nemico era stato respinto. A
S. Maria parimenti, ed in ambo i punti aveva lasciato prigionieri
e cannoni. Lo stesso avveniva a S. Angelo dopo un combattimento di
più di sei ore; ma essendo le forze nostre in quel punto inferiori
d’assai al nemico, egli era rimasto con una forte colonna padrone delle
comunicazioni tra S. Angelo e S. Maria; di modo che, per portarmi
alle riserve, ch’io aveva chieste al generale Sirtori, da Caserta a
S. Maria fui obbligato di passare a levante dello stradale che da S.
Angelo conduce a quell’ultimo punto. Giunto in S. Maria verso le due
pomeridiane, vi trovai i nostri comandati dal bravo generale Milbitz,
che avevano valorosamente respinto il nemico su tutti i punti.

«Le riserve chieste da Caserta giungevano in quel momento. Le feci
schierare in colonna d’attacco sullo stradale di S. Angelo. La brigata
Milano in testa; seguiva la brigata Eber, ed ordinai in riserva parte
della brigata Assanti. Spinsi pure all’attacco i bravi Calabresi
di Pace che trovai nel bosco sulla mia destra, e che combatterono
splendidamente.

«Appena uscita la testa della colonna dal bosco, verso le tre
pomeridiane, fu scoperta dal nemico che cominciò a tirare delle
granate, ciò che cagionò un po’ di confusione allo spiegamento dei
giovani bersaglieri milanesi che marciavano avanti. Ma quei bravi
militi, al suono di carica delle trombe si precipitarono sul nemico che
cominciò a piegare verso Capua.

«Le catene dei bersaglieri milanesi furono tosto seguite da un
battaglione della stessa brigata, che caricò impavidamente il nemico
senza fare un tiro.

«Lo stradale che da S. Maria va a S. Angelo forma, colla direzione di
S. Maria a Capua, un angolo di circa quaranta gradi, in guisa che,
procedendo la colonna sullo stradale, lo spiegamento di essa doveva
essere sempre sulla sinistra ed alternato in avanti. Quindi impegnata
che fu la brigata Milano ed i Calabresi, io spinsi al nemico la brigata
Eber sulla destra della prima delle sue forze su quella città. Mentre
adunque mi trovava marciando al coperto, sul fianco destro del nemico,
questo attaccava di fronte Caserta, e se ne sarebbe forse reso padrone,
se il generale Sirtori colla sua consueta bravura, ed una mano di prodi
non lo avessero respinto.

«Coi Calabresi del generale Stocco, e quattro compagnie dell’esercito
settentrionale, io procedevo intanto sul nemico che fu caricato;
resistè poco e fu spinto quasi alla corsa sino a Caserta vecchia.
Ivi un picciol numero di nemici si sostenne per un momento facendo
fuoco dalle finestre e dalle macerie, ma presto fu circondato e fatto
prigioniero. Quei che fuggirono in avanti, caddero nelle mani dei
soldati di Bixio, il quale, dopo d’aver combattuto valorosamente il 1 a
Maddaloni, giungeva come un lampo sul nuovo campo di battaglia. Quelli
che restarono indietro capitolarono con Sacchi, a cui aveva dato ordine
di seguire il movimento della mia colonna; dimodochè di tutto il corpo
nemico, pochi furono quelli che poterono salvarsi.

«Questo corpo pare essere quello stesso che aveva attaccato Bronzetti a
Castel Morone — e che l’eroica difesa di quel valoroso, col suo pugno
di prodi, aveva trattenuto la maggior parte del giorno, ed impedito
quindi che, nel giorno antecedente, ci giungesse alle spalle.

«Il corpo di Sacchi contribuì esso pure a trattenere quella colonna
al di là del parco di Caserta, nella giornata del 1, respingendolo
valorosamente[58].

Caserta, 3 ottobre 1860.

                                                       G. GARIBALDI.»




CONCLUSIONE


Circa un mese dopo, due giovani arrivati da Genova ad Arona colla
ferrovia, si avviavano verso il porto in cerca d’una barca per
tragittare all’opposta riva del lago.

Era una di quelle giornate di novembre, foriere del verno; il cielo,
d’un color bigiccio, uniforme, invitava gli animi al silenzio, e
li avvolgeva lentamente in una dolce malinconia. I due giovani,
prima di giungere al porto, si fermarono sotto il filare di robinie
che ombreggia la sponda del lago, e stettero mutoli, lungamente
contemplando la sponda lombarda, e i villaggi biancheggianti sulle
colline specchiantisi nel lago. Uno di essi fissava lo sguardo su
di Angera che gli stava schierata dinanzi; sospirava, guardava alla
sfuggita il compagno, indi di nuovo il lago, le colline:

— Ah! non ne posso più, Roberto! non ne posso più! ho un gruppo qui
nella gola che mi soffoga... Guarda!... piango» così dicendo Valentino
stendeva all’amico la mano bagnata di lagrime.

— Vuoi che te lo dica, Valentino? Fo anch’io una fatica del diavolo
a mandare indietro le lagrime.... Perdio! la vista del sito dove si
è nati fa un curioso effetto!.... Figurati quando vedrò da lontano la
guglia del Duomo!... Al solo pensarvi mi si piegano le gambe...

— Come si piegano le mie al veder quella riva là.... A pensare che fra
poco sarò presso a quel buon vecchio di mio padre...

— E a qualchedun altro!.... disse Roberto sorridendo.

— Sia pure!... Rosa la vedrò prima di mio padre... Povera Rosa! chi sa
cos’ha sofferto...

— Oh! sai che c’è di nuovo? che è ora di finirla con queste malinconie!
Tante smanie per arrivare, e adesso che siam qui... Davvero, sembriam
due matti!

— Hai ragione, Roberto! rispose Valentino crollando tutta la persona
come per gettarsi di dosso quella tristezza. Andiamo a pigliare una
barca....

Così dicendo ripresero i loro fardelletti in cui tenevano custodite le
loro gloriose uniformi rosse (modesti com’erano, se l’eran levata per
non dar nell’occhio) e s’avviarono verso il porto.

I nostri due garibaldini avrebbero voluto volare come rondini
sull’altra riva, ma Valentino, incontrato, riconosciuto da certi suoi
conoscenti, dovette fermarsi parecchie volte a stringere la mano ad
uno, a rispondere, il meglio che poteva, ad un diluvio di domande che
un altro gli dirigeva, l’una dopo l’altra, quasi senza tirar fiato.
Valentino mostrò la croce dei mille a chi la volle vedere, e la mostrò
con un giusto orgoglio, che la è la più gloriosa decorazione del mondo.

Poi vennero gli inviti a bere in onore di Garibaldi e de’ suoi mille;
insomma Dio sa come la sarebbe finita, se Roberto, veduto che il
compagno ammollivasi a tante cortesie e seduzioni che gli accarezzavano
dolcemente l’amor proprio, non avesse frapposta la sua autorità,
dinanzi alla quale, benchè fratelli in amicizia, Valentino non s’era
mai impennato.

Trovata la barca, vi saltarono dentro. Valentino, dato di piglio ai
remi, voltossi a salutare i conoscenti assiepati sulla riva unitamente
alla folla dei curiosi; indi con quattro colpi vigorosi spinse la barca
fuori del porto.

Mentre Valentino remava con lena, Roberto, seduto sulla prora, a poco a
poco ingolfavasi ne’ suoi pensieri.

Il volto del giovane barcajolo mano mano si avvicinava alla riva,
animavasi; i suoi occhi erano fissi sulla piazza d’Angera per vedere se
mai... Ma aveva bel guardare, Rosa non c’era.

Finalmente toccarono terra.

— Va pure pei fatti tuoi, disse Roberto al compagno, quando furono
sbarcati; io ti aspetterò là al caffè.

— Torno subito...

— Fa pure con tuo comodo.

Valentino, moderando a stento la smania di correre, lasciata la piazza,
si internò nel borgo.

Intanto Roberto, sedutosi al caffè, mentre sorseggiava una tazza
d’acqua inverdita dall’assenzio, pensava filosoficamente tra sè al modo
con cui era finita la brillante spedizione garibaldina:

— Ecco come torniamo a casa nostra, dopo tanti disagi sofferti,
dopo tanto sangue sparso! Chi lo avrebbe detto! In quanto a me
poco m’importa; il soldato in tempo di pace, non lo farei per tutto
l’oro del mondo... Ma quando penso al Generale, ai dispiaceri che
ha dovuto inghiottire.... Pover’uomo! lui sì buono, sì eroico, sì
disinteressato... Ma! per esser proprio grande non gli mancavano
che le amarezze dell’ingratitudine... Ad ogni modo, io per adesso
torno a scarabocchiare coi miei colori, ma quando sonerà l’ora della
liberazione di Roma e di Venezia, quando il Generale dirà per la quarta
volta: Ragazzi! qui con me; all’armi!»... io ripiglierò il mio fucile e
tornerò garibaldino.

A toglierlo da’ suoi pensieri, giunse Valentino con una ciera lunga
lunga.

— E così? gli chiese Roberto.

— E così, Rosa non c’è.

— Non c’è?

— No; è a Sesto da oltre una settimana...

— A far che?

— Ad assistere il mio povero padre che è ammalato... Quella tosa è un
angelo!

— Oh! questo mi spiace, mi spiace davvero! Speriamo che la malattia non
sia grave...

Valentino sospirò stringendosi nelle spalle.

— Quand’è così, partiamo subito per Sesto.

— Sì sì, partiamo subito». Così dicendo Valentino si affrettò verso la
barca.

— Aspetta, Valentino! piglierò un barcajolo...

— Non serve.

— Tu ti affaticheresti troppo.

— No, no...

— Perdio! come sei testardo! gridò Roberto indispettito. Con soli due
remi arriveremo a Sesto stassera. Lascia fare a me dunque!....

Valentino cedette al solito; Roberto trovò un barcajolo, e subito dopo
pigliarono il largo.


Martino, pescatore, stavasene seduto nella camera terrena del suo
tugurio, presso il camino, sotto cui fumicava, mandando uno scarso
calore, un mucchio di _carbon bianco_.

Così i contadini lombardi chiamano i torselli delle pannocchie sgranate
di maiz, i quali servono loro di combustibile.

Il vecchio era pallido, stremato, come chi entra nella convalescenza
dopo una lunga malattia. La giubba e le brache di frustagno verde-cupo
gli cadevano a larghe pieghe sul dorso curvo, e sulle gambe dimagrite;
sulla testa portava la solita berretta conica di lana rossa. Pareva
ch’egli si spassasse tracciando colla molle crocioni e ghirigori nella
cenere, che poi cancellava per risolcarla con altri rabeschi, ma quello
era un giuoco puramente meccanico della mano, il suo pensiero era
lontano lontano, in un paese a lui sconosciuto, ma che da tempo gli era
divenuto caro come il suo nativo.

Martino pensava al suo figliuolo, che forse non avrebbe più veduto, chè
egli, benchè uscito allora allora di pericolo, presentiva vicino il suo
fine.

Seduta sul predellino del focolare, stavasene Rosa, la pietosa
infermiera del vegliardo. Anch’essa pareva assorta nell’agucchiare,
mentre colla mente volava ben lungi in cerca del garibaldino caro al
suo cuore.

Tanto il vecchio pescatore che Rosa erano da un pezzo privi delle
notizie di Valentino. L’ultima sua lettera era del 28 settembre.

Il buon vecchio, come se desto da un sogno, si scosse, guardò
intorno per la stanza, vide Rosa e le sorrise; poi guardò il cane
che stavasene accovacciato sul limitare della stanza (un cane da
pagliajo, nero e brutto quanto intelligente). Il vecchio cavò dal
taschino del giustacuore la sua tabacchiera di bosso, l’aprì, si saturò
rumorosamente il naso di tabacco, sospirò e disse:

— Anche oggi senza lettere, Rosa!

— Non è ancor sera! rispose la giovane cercando di infondere nel
vecchio una speranza ch’essa stessa era ben lungi dall’avere.

In questa il cane rizzò le orecchie; levatosi in piedi stette alquanto
origliando immobile, poi via a furia.

— Cos’ha il _Moretto_? chiese Martino.

— È matto, rispose Rosa sorridendo.

— Ma senti come abbaja! replicava il vecchio tendendo l’orecchio.

Infatti s’udì dapprima un guaìto, poi un latrare concitato, a brevi
intervalli, un latrare a festa.

Il vecchio e la fanciulla levatisi in piedi si guardarono in volto;
erano pallidi entrambi.

In quella udirono una voce (una voce ben nota che li fe’ trasalire)
gridare:

— Abbasso, _Moretto_, abbasso! Perdio! vuoi farmi cascare...

Rosa in un baleno fu fuori dell’uscio.

Il povero vecchio rimasto solo, fe’ per allontanarsi dal camino, ma le
gambe gli traballarono sotto; ricadde quindi sul seggiolone e levando
al cielo le mani scarne e tremolanti:

— Oh! grazie, grazie, il mio Signore! balbettò rigando le guance di
lagrime. Indi puntando le mani sui braccioli, si rizzò di bel nuovo....

Valentino entrato nella camera d’un salto, lo raccolse nelle sue
braccia.

                                 * * *

Due giorni dopo, di buon mattino, Roberto attraversava pedestre il
paesello d’Albese. Rivide l’insegna dell’osteria posta all’estremità
del villaggio, e sulla quale c’era tuttora dipinto il San Carlo, a
mezza figura vestito di rosso, colle mani giunte in orazione.

Entrò nell’osteria a rifocillarsi; rivide l’istesso oste all’istesso
fornello, intento ad ammannire forse la medesima vivanda d’un anno
prima.

Quante cose erano avvenute da un anno in poi!

I nostri lettori capiranno di leggieri il perchè Roberto si trovasse
in quei luoghi. Separatosi a Sesto Calende da Valentino, il nostro
pittore s’era portato dritto dritto a Milano. Giunto a casa sua, seppe
da una vicina, la quale abitando una stanzuccia terrena faceva anche un
pochino da portinaja, che Dalia era tuttora alla campagna.

— Diavolo! aveva borbottato fra sè Roberto; ancora in campagna! Che la
ci fosse, lo sapeva, che me l’ha scritto; quello che è strano si è che
la ci sia ancora... in novembre! Poveretta! la si troverà benone con
quella brava signora! Si vede che tutto il bene che Dalia mi ha scritto
di lei, è la pura verità. Basta! Posdomani volo a lei; non voglio
prevenirla del mio arrivo; sarà un’improvvisata...

Infatti due giorni dopo Roberto, giunto a Como, rifece a piedi la
strada tanto amena che conduce ad Erba; in breve era giunto ad Albese,
chè ad un garibaldino par suo, quelle sette miglia erano parute due
passi.

Fatta colazione, Roberto proseguì il suo cammino, allegro, spigliato,
col cuore in festa... Soleva dire di poi che quel giorno era stato uno
dei più belli della sua vita.

Rivide il piano d’Erba, ingemmato dai laghetti d’Alserio, di Pusiano,
d’Annone, e dal Lambro, scintillante tra il fogliame degli alberi e
le praterie come un nastro d’argento; rivide l’incomparabile panorama
(incomparabile sì, anche per lui che aveva ammirate le meraviglie della
Sicilia, della Calabria, del napoletano) incorniciato dal solitario
monte Barro, dal Monterobbio, dalle verdi ghirlande di colline, da
cento villaggi.

— Chi sa, pensava tra sè il giovane, quanto quest’aria balsamica,
questo cielo sì bello e puro, avranno fatto bene a Dalia! Oh! guarda!»
e fermavasi sorridendo a contemplare un casolare contadinesco che
stavagli dirimpetto a mezzo una collina, al piede della quale,
preceduto da un viale di platani, sorgeva un vecchio palazzotto
ammantato di piante rampicanti. «Oh! guarda! ecco la villeggiatura che
mi sono scelta un anno fa, quando dall’alto del giardino dell’osteria
di Albese, ho fabbricato tutti quei castelli in aria... Ecco là i
due pioppi;... peccato che tutte le foglie sien già cadute; ecco là
al basso il laghetto d’Alserio... Oh! la sarebbe bella davvero che
la villa della contessa fosse lì presso! Vediamo un po’!» E scorto
un contadino che radunava col rastrello le foglie ingiallite di cui
era coperto il terreno, gli chiese ove fosse la villeggiatura della
contessa Emilia ****.

— Eccola! rispose il contadino additando il palazzotto.

— Come? è quella là.... coi muri coperti di verde?

— Proprio quella... Se la ci vuol andare lesto, pigli questa
scorciatoja tra i campi, e in meno d’un quarto d’ora la ci arriverà.

Roberto aggradì la proposta, e ringraziato il contadino, si cacciò per
l’indicatogli sentieruzzo.

Arrivato nel viale dei platani, sostò, tanto gli batteva il cuore.
Poi fattosi animo, volendo arrivare d’improviso, lasciò da una banda
il viale, e si inoltrò nel giardino. Fatti alcuni passi si fermò,
spiando per scegliere tra le tante stradicciuole intersecantisi, quella
che metteva al palazzo. Quand’ecco nel girar gli occhi, vide sorgere
in mezzo ad un cespuglio una figura di donna, che egli, benchè gli
voltasse il tergo, riconobbe tosto per quella d’una giovinetta...

— È lei! disse tra sè Roberto ponendosi una mano al cuore per frenarne
il battito; è Dalia!... Davvero che è ingrassata... Sempre bella
però quella cara creatura, sempre graziosa ne’ suoi atteggiamenti!...
Maledetto quel cappellaccio di paglia che mi impedisce di vedere il suo
visino, e quella capigliatura d’oro... Oh! a me adesso!... E inoltrossi
pian piano....

      Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro
    Tutto si ferma, e l’altro par che mova
    A guisa di chi dar teme nel vetro;
    Non che il terren abbia a calcar ma l’ova,
    E tien la mano innanzi simil metro.

È a quattro passi da lei, che non s’accorge di nulla e seguita a
mondare colle forbici i fiori che tien fra mano; è a tre passi,.... a
due...

Roberto le serrò improvvisamente le spalle tra le sue gomita, le chiuse
gli occhi colle palme, e le coprì di baci il collo.

La donna a quell’assalto inaspettato, a quella stretta, a quei baci,
lasciò cadere paniere, fiori e forbici, e proruppe in un acutissimo
strido; poi, dibattendosi, volse indietro spaventata la faccia...

— Cristo! gridò Roberto, facendo un salto indietro; non è lei...» e
restò immobile come il don Bartolo del _Barbiere_.

Savina (giacchè l’assalita era lei) si diede a scappare con quanta lena
aveva, ed entrò in casa, appunto in quella che Emilia e Dalia, udito
quello strido, ne uscivano per vedere che fosse.

— Sei matta, Savina? le disse Emilia.

— Come se sono matta! ho creduto di morire per lo spavento...

— Ma che è stato? le chiese Dalia.

— Un giovane... là... in fondo, rispose Savina ansando, mentre coglieva
i fiori... mi ha.... abbracciata...

La contessa e la giovinetta guardarono tosto da quella parte...

D’un tratto Dalia mandò alla sua volta un grido non meno acuto di
quello di Savina; poi via di corsa...

A questo secondo strido, la contessa, ancora allarmata dal primo, fu lì
lì per ispiritare.

— Ma che! son tutti matti quest’oggi in questa casa?

— Signora contessa!... signora contessa! gridava intanto Dalia.

— Vengo, vengo!... Per l’amor di Dio cos’è successo?»... Così dicendo
studiava il passo a quella volta. Ed ecco comparirle dinanzi Dalia, la
quale rossa come una ciliegia, ansante per la corsa e per la commozione
si rimorchiava dietro il suo amoroso, tutto confuso per l’equivoco e
per la presenza della contessa; trattosi il cappello, egli s’inchinò
sorridendo.

— È il nostro garibaldino!... è il mio Roberto! continuava a gridare
Dalia, presentando il giovane alla contessa, la quale postosi il _pince
nez_, sorridendo graziosamente, lo squadrò dal capo ai piedi.

                                 * * *

La scorsa primavera, il casolare contadinesco che Roberto, ne’ suoi
castelli in aria, aveva scelto a sua residenza, era mutato affatto
d’aspetto.

La contessa, la quale ricca e oramai sola al mondo, volle adottare
que’ due poveri giovani, aveva ceduto quell’abituro allo sposo, che
s’era affrettato a dar corpo a’ suoi disegni, e con una porzione
della dote di Dalia (dono anche questo della buona contessa) aveva
cominciato immediatamente ad esercitare i suoi diritti di proprietà
coll’aggiungere al rusticale abituro, un’ala di fabbricato, erigendovi
sei camere, tre al pian terreno e altre tre sopra queste, schierandole
a preciso mezzodì. Aprì sei finestre, che munì tosto di griglie
verdi, e ammantò tutto il fabbricato di viti selvatiche, di quelle cui
l’autunno tinge le foglie in rosso. Poi d’un colpo recise due enormi
robinie che intercettavano la vista; indi disegnò il giardino, che vide
di subito verdeggiare smaltato de’ più bei fiori; le dalie poi v’erano
piantate a centinaja. Scelse più in giù un pezzo di terra, e sbarbicato
spietatamente tutto il grano turco che c’era, ne fece un’ortaglia,
la quale tosto popolossi di peschi, di pruni, di albicocchi, di peri,
di pomi, ecc. ecc. Fissò un altro brano di terreno per coltivarvi gli
asparagi de’ quali era ghiottissimo; indi seminò qui erbaggi, là piantò
agrumi, che tosto attecchirono meravigliosamente e crebbero di poi
lussureggianti a perfetta maturanza.

Roberto, disposto il giardino e l’orto, pensò alla sua nuova dimora,
che esposta com’era all’aria e al sole, asciugò in breve tempo. Scelse
una camera, la più gaja, per lavorarvi; la mobiliò, la adornò a modo
suo, appendendo alle pareti, un bel ritratto di Garibaldi, un quadro
con entro la gloriosa stella dei mille, armature, quadri, pipe ed un
cocodrillo imbalsamato. Dopo allestì la sala da pranzo; poi la cucina,
nella quale aprì un ampio camino, ai cui lati, sotto una vastissima
cappa, pose due comode panche[59].

La pace più invidiabile e schietta regna in quella famigliuola,
la quale, (se la taglia di Dalia non inganna) tra pochi mesi verrà
aumentata. Effetto della buona nutrizione e dell’aria vitale!

Roberto riprese passionatamente a dipingere, nonostante che la buona
contessa gli vada sempre ripetendo:

— Non affannarti tanto, il mio Roberto, chè quand’io sarò morta, i
padroni del fatto mio sarete voi altri due.

                                 * * *

Ecco come =uno dei mille= fu degnamente compensato.... dalla
Provvidenza.


  FINE




CONTIENE


  CAPITOLO
      I.  Roberto                        pag.  5
     II.  Un avanzo di Russia             »   14
    III.  L’incontro                      »   27
     IV.  Addio!                          »   40
      V.  Dalia e Rosa                    »   49
     VI.  Una spia                        »   59
    VII.  L’assalto                       »   78
   VIII.  L’imbarco                       »   93
     IX.  Calatafimi                      »  113
      X.  Il consiglio di guerra          »  152
     XI.  Palermo                         »  172
    XII.  Troppo tardi!                   »  195
   XIII.  Le memorie di Elpis Melena      »  219
    XIV.  Milazzo                         »  257
     XV.  Messina ed il _Monarca_         »  234
    XVI.  Lo sbarco                       »  277
   XVII.  Il 7 settembre 1860             »  204
  XVIII.  Da Caserta                      »  307
  CONCLUSIONE                             »  328




NOTE:


[1] Il conte Rastoptchine, l’incendiatore di Mosca, odiato da’ suoi
compatriotti: scacciato dallo czar Alessandro, riparò a Parigi e visse
gli ultimi suoi giorni fra quegli stessi Francesi ai quali aveva
giurato odio implacabile. Rastoptchine fu continuamente lacerato
dai rimorsi e la notte lo tormentavano visioni e allucinazioni
spaventevoli.

L’incendio di Mosca costò alla Russia tremila uomini e tre miliardi di
franchi.

[2] In centosessantacinque giorni eransi perduti ventisettemila
trecentonovantasette uomini, novemila cavalli, ottantotto cannoni,
centonovantun cassoni, settecentodue carri di trasporto; e non per la
salvezza del proprio paese, nè tampoco per la sua gloria.

CANTÙ. (_Storia degli Italiani; campagna di Russia_)

[3] Storico.

[4] Vedi l’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_.

[5] Nel contado milanese soglionsi chiamar spose anche le vecchie,
senza che queste se n’abbiano a male e sospettino di canzonatura.

[6] Les artistes ont des chagrins comme des maladies qui leur sont
propres, et ces chagrins on ne peut ni les plaindre, ni les adoucir,
car on ignore leur nature. DE LA HARPE.

[7] Vedi l’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_.

[8] Napoleone I.º nel 1806, chiamava la regina Carolina «la
moderna Atalia; una donna scellerata, che tante volte e con tanta
sfacciataggine aveva violato quanto gli uomini hanno di più sacro; via
costei dal regno, scriveva; vada a Londra a crescere il numero degli
intriganti; non più perdono ad una Corte senza fede, senza onore, senza
ragione; il più bel paese del mondo non porti oltre il giogo de’ più
perfidi tra gli uomini.»

[9] Scrive C. Cantù, (_Storia degli Italiani_ Cap. CLXXVIII).

[10] Il fingere amore per una donna onde poterle strappare qualche
segreto, non è arte nuova negli annali de’ criminalisti.

Il Claro riferisce questa opinione di Paride dal Pozzo. «_Paris dicit,
quod judex potest mulierem ad se adduci facere secreto in camera,
et eidem dicere quod vult eam habere in suam et fingere velle illam
deosculari et ei pollicere liberationem; et quod ita factum fuit
a quodam regente qui quamdam mulierem blanditiis illis induxit ad
confidendum homicidium, quæ postea decapitata fuit._»

[11] Notiamo alcune tra le atrocità commesse dal Salzano e dal
Maniscalco, che potrebbero servire di tema ai bassorilievi di un
monumento d’infamia da erigersi ai re Borboni Ferdinando I.º e
Francesco II.º

Un Vaizo di Messina, giovine d’ingegno, fu imprigionato a Messina e
condotto a Palermo, senza che la famiglia sentisse più a parlare di
lui. Fu prima orribilmente bastonato in casa del commissario Carrega,
poi legato pei piedi ad una colonna e per le mani ad un’altra, e sul
suo corpo, sospeso a quel modo, un birro ballava ripetendo: _su, canta!
canta!_ che vuol dire confessa, confessa!... L’infelice è rimasto
storpio per tutta la vita.

Un vecchio di onesta ed antica famiglia, per sospetto di corrispondenza
coi proscritti, spirava sotto il bastone insieme alla figliuola incinta
di cinque mesi.

Salvatore La Licata, intendente della marchesa di San Marco,
perseguitato della polizia come inquisito di mene rivoluzionarie,
ricoveravasi nel villaggio di Bagheria in una casa di provati amici.
La polizia n’è istrutta, sorprende la casa, vi fruga, vi cerca, ma
indarno; un birro, chiamato il _Corso_, antico sicario ed assassino,
suggeriva un espediente al suo capo, il quale accoltolo con gioja,
faceva condurre in istrada i due conjugi, e là alla presenza del
marito, ordinava si spogliasse nuda la sposa, e restasse così esposta
allo sguardo dei passeggeri; il pudore oltraggiato vinceva la fede
ospitale, e La Licata era consegnato ai suoi persecutori.

In prigione l’infelice soffrì strazio così orrendo che la nuova
della sua morte si sparse per la città; i parenti accorsero presso il
procurator generale Pasciuta, e con caldissime istanze lo indussero
a visitare la prigione. La prima volta gli ricusavano l’ingresso col
pretesto che _La Licata fosse prigioniero della polizia, e non della
giustizia penale_; finalmente le porte dell’antro si aprirono dinanzi
al magistrato, ed egli trovò quasi un cadavere. La Licata gli mostra
le piaghe di cui è coperto il suo corpo, gli racconta le torture
sopportate, ed il procurator generale, vincendo ogni prudente riserva,
redige processo verbale dei fatti, ma dalla polizia è costretto a
lacerarlo, ed il codardo magistrato preferisce il conservar la carica
al dovere ed all’umanità.

Un Giovanni Vienna da Messina nella metà di gennajo dello scorso anno
recavasi a Palermo per affari di commercio; l’arrestavano come sospetto
per ordine della polizia di Messina; frugato, gli trovarono una lettera
in cifre, e senza indirizzo; interrogato non volle palesare a chi era
diretta; la dimane il commissario di polizia Pontillo, l’inventore
_della cuffia del silenzio_, lo faceva deporre in una barca con mani
e piedi legati; indi ordinò ai birri vogassero verso il deserto capo
Zafferano; quivi giunti rinchiudono il Vienna in un sacco, e lo tuffano
nel mare, e ve lo tengono finchè non dà segno di vita. Lo ritirano
allora, e con fregagioni ridestano in lui la vitalità, e lo esortano a
parlare, e perchè l’intrepido uomo tace, lo rituffano in mare, indi lo
ririportano a Palermo semimorto.

Vincenzo La Porta, fabbricante di paste, acciuffato per sospetti, è
tanto tormentato, che perde l’uso delle braccia, essendosi rotte le
articolazioni; il misero ora accatta il pane non potendo più lavorare.

In un villaggio presso Palermo un giovine, certo Scaduti, passando
presso i birri è da costoro interpellato; se ne spaventa e fugge;
un colpo di archibugio lo stende al suolo, e nessuno chiede conto
dell’assassinio.

La polizia di Palermo cercava certo Casimiro Cusimano, e non riuscendo
ad afferrarlo, imprigionò la di lui madre, la consorte ed i figliuoli,
e tutti vennero torturati senza pietà pel sesso o per gli anni.

Alcuni proprietarj di giardini presso Palermo si nascondevano per
non esser vittime della polizia; l’infernale genio di Maniscalco fece
divergere l’aqua che irrigava i giardini, onde i miseri per salvare gli
agrumi, loro unica ricchezza, si dessero in mano ai carnefici.

La tortura poi variava a norma dello spirito inventivo di ciascun
commissario.

Pontillo faceva sedere il paziente nudo su d’un seggiolone a gratella,
guarnito di lame di rasoj con al di sotto un braciere di carboni
ardenti.

L’ispettore Luigi Maniscalco impiegava manopole di ferro con viti a
pressione.

Il carceriere Bruno legava i prigionieri con la testa fra le gambe.

Altri servivansi di cordicine per stringere i cranj, finchè
penetrassero fino alle ossa, stringendo quelle funicelle con un
bastone.

Ve n’era per tutt’i gusti, per tutti gli appetiti.

Basterebbero questi strazj, uniti alla pessima amministrazione, per
santificare la rivoluzione, ma altri ne racconteremo.

Furono arrestati e bastonati a Palermo moltissimi cittadini d’ogni
classe, come impiegati di grado superiore, nobili, avvocati,
negozianti, magistrati; nessuno poteva sottrarsi agli arbitrj ed alle
feroci prepotenze del Maniscalco.

La polizia metteva inoltre le mani nei traffici, nella pubblica annona;
un giorno, per mancati ricolti, i prezzi delle biade aumentarono;
il feroce Carioca mise la mano sui sensali del grano, li accusò
d’intendersela coi rivoluzionarj e li fece rinchiudere nelle segrete.

La città se ne commosse, i parenti implorarono da Maniscalco la
libertà degl’innocenti sensali, e questi si lasciò commuovere ed ordinò
che fossero fatti liberi; ma come i grani rincarivano sempre, nuove
ingiunzioni della polizia imponevano loro di presentarsi dinanzi al
noto Carrega; spaventati fuggirono, e allora la polizia riempì le loro
case di birri che dovevano vivervi a discrezione, e nell’istesso tempo
l’ispettore Maniscalco si faceva consegnare le chiavi dei magazzini dei
più grossi negozianti di grani, e ne faceva vendere a prezzo infimo
quella quantità che a lui piaceva, senza tener conto delle enormi
perdite; si voleva contentare la plebe con la ruina di venti o trenta
famiglie.

[12] Vedi op. cit.

[13] Giovanni Riso spirò pochi giorni dopo nel suo carcere.

[14] Vedi op. cit.

[15] Vedi Rüstow. _La guerra italiana del 1860_.

[16] Vedi op. cit.

[17] V. Rüstow op. cit.

[18] Vedi la relazione fatta dal capitano Marryat al vice-ammiraglio
Sir A. Fanshawe (A bordo dell’_Intrepido_, Malta il 14 maggio 1860) e
inserita nel _Daily-News_.

[19] Ecco come la gazzetta ufficiale (14 maggio) di Napoli raccontava
il fatto:

«Jer l’altro, 11 corrente, all’ora una e mezza pomeridiane, due
vapori di commercio genovesi, denominati il _Piemonte_ e il _Lombardo_
approdavano a Marsala ed ivi principiavano a disbarcare _una mano di
qualche centinaja di filibustieri_. Non tardarono i due RR. piroscafi
_Capri_ e _Stromboli_, che trovavansi incrociando su quelle coste,
a principiare i loro fuochi sui due legni che commettevano l’atto il
più manifesto di pirateria, e dal fuoco dei due mentovati piroscafi
napoletani risultò la _morte di molti filibustieri_, la calata a fondo
del _Lombardo_, che era il più grande de’ due vapori genovesi e la
cattura anche dell’altro vapore il _Piemonte_, ecc. ecc.

[20] Vedi le note di A. Dumas nel giornale l’_Indipendente_.

[21] Nell’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_, ho data la
biografia del martire Ugo Bassi, citando preziosi documenti circa la
sua cattura, il miserevole suo fine, e l’iniquità de’ suoi carnefici,
tra cui si distinse il turpe cardinal Bedini.

[22] Ecco il proclama.

      Ai preti buoni.

  «Comunque sia, comunque vadano le sorti dell’Italia, il clero fa
  oggi causa comune coi nostri nemici, che compra soldati stranieri
  per combattere Italiani. Sarà maledetto da tutte le generazioni.

  Ciò che consola però e che promette non perduta la vera religione
  di Cristo, si è di vedere in Sicilia i preti marciare alla testa
  del popolo per combattere gli oppressori.

  Gli Ugo Bassi, i Verità, i Gusmaroli, i Bianchi non son tutti
  morti, e il dì che, seguito l’esempio di questi martiri, di questi
  campioni della causa nazionale, lo straniero avrà cessato di
  calpestare la nostra terra, avrà cessato di essere padrone dei
  nostri figli, delle nostre donne, del nostro patrimonio, e di noi.

                                                      G. GARIBALDI.

[23] E furono La Porta, Marinuzzi, Mocarda, Marcedo, Coppola, i
fratelli Bruno ed altri.

[24] Garibaldi pubblicò la sua dittatura in Sicilia con un proclama
datato da Salemi (11 maggio 1860) e firmato (per copia conforme) dal
suo ajutante generale Stefano Türr.

[25] V. il citato giornale.

[26] A meglio conoscere però lo scoraggiamento del generale Landi, dopo
la rotta toccatagli a Calatafimi, trascriviamo un suo documento, il
rapporto cioè che egli inviava al governo di Palermo dopo la sconfitta.

                                       _Calatafimi_ 15 _maggio_ 1860.

  Eccellentissimo,

«Ajuto, e pronto ajuto — la banda armata che lasciò Salemi, questa
mattina ha circondato tutte le colline dal S. al S. 0. di Calatafimi.
La metà della mia colonna avanzata è stata colta in tiro ed attaccò
i ribelli che comparivano a mille da ogni dove. — Il fuoco fu ben
sostenuto, ma le masse dei Siciliani unite colle truppe italiane erano
d’immenso numero.

«I nostri hanno ucciso il gran comandante degli Italiani, e presa la
loro bandiera che noi conserviamo — disgraziatamente un pezzo delle
nostre artiglierie caduto dal mulo è rimasto nelle mani dei ribelli;
questa perdita mi ha trafitto il cuore.

«La nostra colonna fu obbligata battere un fuoco di ritirata, e
riprendere il suo passo per Calatafimi, dove mi trovo io adesso sulla
difesa.

«Siccome i ribelli, in grandissimo numero, mostrano d’attaccarci,
io dunque prego V. E. di mandare istantaneamente un forte rinforzo
d’infanteria, ed almeno un’altra mezza batteria, essendo le masse
enormi ed ostinatamente impegnate a pugnare. Io temo di essere
assaltato nella posizione che occupo, io mi difenderò per quanto è
possibile, ma se pronto soccorso non giunge, io mi protesto non sapendo
come l’affare possa riuscire. La munizione dell’artiglieria è quasi
finita, quella dell’infanteria considerevolmente diminuita, sicchè la
nostra posizione è molto critica, ed il bisogno pei mezzi di difesa mi
mette nella più grande costernazione.

«Io ho settantadue feriti, non posso darvi esatto conto dei morti
scrivendovi immediatamente dopo la nostra ritirata. — Con altro
rapporto darò a V. E. un preciso ragguaglio.

«Finalmente io sottometto all’E. V. che, se le circostanze mi
costringono, io devo senza dubbio, per non compromettere l’intera
colonna, ritirarmi, e, se lo posso, in alto.

«Io mi affretto di sottomettere tutto ciò a V. E. perchè sappia essere
la mia colonna circondata di nemici, di numero infinito i quali hanno
assalito i mulini e preso le farine preparate per le truppe.

«V. E. non resti in dubbio sulla perdita del cannone di cui ho
discorso. Io sottometto all’E. V. che il pezzo fu posto a schiena di
mulo, il quale fu ucciso al momento della nostra ritirata, perciò
non fu possibile ricuperarlo. Io conchiudo che da tutta la colonna
si combattè con fuoco vivo dalle 10 antimeridiane alle 5 pomerediane,
quando io feci la nostra ritirata.

  A. S. E.
  Il P. CASTELCICALA.

                                             _Il generale Comandante_
                                                           M. LANDI».

Questo rapporto del generale Landi cadde nelle mani dei nostri, e
dall’ajutante Türr, vi furono aggiunte le seguenti osservazioni:

«Il cannone fu preso nell’atto di far fuoco, ed essendo sulle sue
ruote è segno che il mulo non fu ucciso, ma piuttosto che i due muli
appartenenti al cannone caddero nelle nostre mani.

«Il gran comandante non fu ucciso _fortunatamente_ per l’Italia. Quanto
alla bandiera, essa non era di battaglione, ma semplicemente delle
tante che esistono a volontà, e che il bravo Schiaffini aveva seco
portata al di là della colonna, ove morì colpito da due palle.

«Il general Landi può mostrare negli annali della guerra un
portabandiera simile?

«Ma basta leggere il suo rapporto per conoscere come egli _fu servito_
da una forza vestita da villani, e che combattè con tutta l’anima per
la libertà della patria.

                                             STEFANO TÜRR ajut. gen.»

[27] Vedi Storia dell’insurrezione siciliana.

[28] Scander-beg (Giorgio Castrioto), figlio di Giovanni Castrioto,
principe d’Epiro e d’Albania, è giustamente chiamato da Pouqueville
l’ultimo eroe della Macedonia. Nato nel 1404, dopo di aver disfatti i
Turchi in più battaglie, morì di malattia a Lissa nel 1467.

[29] Rosolino Pilo della illustre famiglia dei conti Capaci, era nato
nel 1820.

[30] Vedi op. c.

[31] In causa del bombardamento rovinarono, oltre molte case di
privati, quindici conventi e diciotto chiese, ciò che prova come in
quella città sia eccessivo il numero de’ tempj e dei chiostri.

[32] Vedi la Storia dell’insurrezione siciliana.

Certo signor E. de Gumoëns, ex-uffiziale borbonico, in una sua
relazione su _La campagne de l’armée napolitaine du Volturne a Gaëte_
(relazione inserita nel fascicolo XLII — 20 giugno 1861 — della
_Bibliothèque universelle de Genève_), dopo d’aver detto, tra le altre
belle cose, che l’ex-re Francesco era _rempli des meilleures intentions
et doué d’un cœur excellent_, lagnasi perchè i nemici del borboncino
hanno osato _lui reprocher_ les quelques bombes _que le fort de Palerme
avait lancées sur des rebelles!_

[33] L’albo del garibaldino milanese contiene anche un breve cenno
storico della città di Palermo, cenni che noi riportiamo in una nota,
onde non annojare il lettore che non amasse d’essere sviato di troppo
con narrazioni di cose che egli forse sa già da un pezzo.

Secondo Tucidide e Polibio, questa città venne fondata da una colonia
di Fenicj. I Cartaginesi, che se ne impadronirono di poi, ne fecero
la capitale dei loro possedimenti nella Sicilia, ed il centro di un
animato commercio. Cadde in potere dei Romani nel 255 prima di Cristo,
dopo che Metello ebbe riportato, sotto le sue mura, una segnalata
vittoria sui Cartaginesi. I Romani le concessero molti privilegi, e fu
considerata come città libera ed alleata.

Più tardi i Saracini la scelsero anch’essi a capitale dei loro
possedimenti nell’isola. Roberto e Ruggiero la presero nel 1077. Da
quell’epoca in poi essa fu sempre considerata come la capitale della
Sicilia, e soggiacque a tutte le vicende alle quali andò soggetta
quest’isola. Nel 1282 fu teatro del famoso Vespro siciliano. Nel 1676,
il duca di Vivone bruciò nel porto di Palermo una flotta olandese.
I Borboni vi si rifuggirono nel 1806 e, due anni dopo, gli Inglesi,
onde proteggerla, vi recarono forze considerevoli, e vi si stabilirono
militarmente sino al 1814.

[34] Il maggiore Tückeri si era già segnalato a Kars, sotto gli ordini
del generale Kmely.

[35] Cairoli venne raccolto su di una barella; mentre lo trasportano,
una cannonata mette in fuga i portatori e il ferito è sconciamente
rovesciato sul terreno.

Il bravo Cairoli soffre tutt’ora per la sua ferita.

[36] Rincresce anche a noi di non poter dare il nome di questo giovane,
modesto al certo quanto eroico.

[37] Vedi, Storia dell’insurrezione siciliana.

[38] Vedi, op. c.

[39] Quest’ultimo forse rammaricavasi che tra i borbonici vi fossero
tanti suoi connazionali prezzolati.

[40] Pochi giorni dopo, io riceveva una lettera, scritta in lapis, da
mio fratello Giulio. Eccola:

      Caro fratello.

  Sto bene e ti scrivo a bordo dell’_Elvetie_, ancorata dinanzi a
  Cagliari.

  La mattina del 10, alle ore due, ci imbarcammo a Sestri di ponente
  in 1200 — Fra due giorni, credo, partiremo per la Sicilia. Magni e
  Picozzi sono con me.

      Addio. I saluti ecc.

                                                              G. O.
                                                      Tuo fratello.

  Cagliari, il 2 giugno 1860.

[41] Garibaldi’s Denkwurdigkeiten nach handschriftlichen Aufzeldinungen
desselben, und nach authentischen Quellen bearbeitet und herausgegeben
=von Elpis Melena=; 2 Band, Hambourg, 1861.

[42] V. i _Cacciatori delle Alpi_.

[43] La sera, per riposare e ristorarsi di quello stupido lavoro,
scriveva le sue _Memorie_, le stesse che Elpis Melena, come abbiam
detto, pubblicò in tedesco, e da cui noi cavammo queste notizie.

[44] L’isola della Maddalena alla punta _della moneta_ è separata da
quella di Caprera da un stretto canale.

Elpis Melena, visitandola, vi conobbe tre Inglesi che l’abitano da
tempo; i conjugi C... bizzarri eremiti, nella cui vita, dicono, si
asconde qualche dramma misterioso, e il vecchio capitano R.... uno
tra i più distinti uffiziali della marina inglese e che, finiti i suoi
anni di servizio, si divertì per qualche tempo correndo i mari sul suo
_yacht_; infine, attirato dal dolce clima di quel piccolo arcipelago,
sedotto dalla caccia e dalla pesca tanto copiose in quei paraggi, si
stabilì definitivamente in quella solitudine, ove egli offre un modello
perfetto dell’eccentricità britannica.

Il capitano R..., che fu l’amico di lord Byron e di Shelley, rivelò ad
Elpis Melena alcune notizie sulla misteriosa morte di quest’ultimo, le
quali sono di grande interesse nella storia della letteratura inglese
del secolo XIX. Noi le riprodurremo, certi di far cosa grata ai nostri
colti e gentili lettori.

È noto che Shelley, nel luglio del 1822, perì in un naufragio sulla
costa d’Italia, e si aggiunse (la è ormai una credenza consacrata
dalla tradizione) che l’audace autore della _regina Mab_, dei _Cenci_,
e del _Prometeo liberato_, rimase vittima d’una tempesta da lui
volontariamente sfidata. Ora, Elpis Melena, ebbe dalla bocca del
capitano R.... questi ragguagli.

«La sera prima del fatale avvenimento (le disse il capitano R...)
Shelley assistette meco ad una festa datasi in onor suo e di Byron, a
bordo d’un bastimento da guerra inglese, ancorato davanti a Livorno.
Shelley, dopo la festa, montò in un battello a vela, accompagnato
solamente da un suo amico di nome Williams, e si diresse verso Lerisi,
piccolo villaggio situato sulla costa orientale della baja della
Spezia, e presso cui sorgeva la villa del poeta. Poco dopo ci giungeva
la notizia che i nostri due compatriotti avevano naufragato.

Io mi portai immediatamente con alcuni amici a Viareggio, ove
trovammo i cadaveri dello due vittime, che il mare aveva rigettato
sulla spiaggia. Ci facemmo tosto un dovere di render loro gli estremi
ufficj; ma i pregiudizj degli Italiani contro la religione protestante
(pregiudizj ancora tenaci in quell’epoca) non ci permisero di dar
sepoltura ai due naufragati, sicchè altro non potemmo fare che
bruciarne i cadaveri.

Io non dimenticherò mai il sublime spettacolo di questa cerimonia!
(soggiungeva commosso il capitano R....) Venne scelto pel rito funebre
un punto della spiaggia su cui si elevava una gran croce. A noi dinanzi
spiegavasi il mare colle sue belle isole e, di dietro, la catena degli
Apennini chiudeva maestosamente l’orizzonte; a destra e a sinistra
la vista si perdeva entro i cespugli, e gli alberi dal vento marino
stranamente contorti.

Il Mediterraneo era in perfetta calma; le onde cerulee si spingevano
mormorando sulla sabbia giallastra della spiaggia, e il contrasto di
questa sabbia dorata coll’azzurro cupo del cielo, offriva un quadro
d’una magnificenza di tinte affatto orientale. Noi demmo principio
alla lugubre cerimonia. Le fiamme che consumavano le spoglie dei nostri
due amici, raggiunsero ben tosto la croce, appiedi della quale era la
catasta, di modo che il simbolo cristiano, avviluppato alla base dal
fuoco, apparve per qualche tempo come staccato dalla terra e sospeso
nel cielo. Dal cadavere del poeta togliemmo il cuore, prima che le
fiamme lo incenerissero; più tardi il cuore di Shelley, unitamente alle
ceneri dei nostri due amici, vennero sotterrati a Roma nel cimitero dei
protestanti.

S’è detto e ripetuto che il mare in quella notte fatale del giugno
1822, fosse agitato dalla tempesta e che Shelley abbia voluto sfidare
gli elementi; altri affermarono che il poeta s’era annegato di sua
volontà. Io affermo che non è vero; non un soffio di vento quella notte
agitava il mare. Piuttosto io credo ch’egli abbia urtato contro qualche
scoglio, o, ciò che è ancor più verosimile, sia stato di nottetempo
violentemente urtato e calato a fondo da qualche bastimento.»

[45] La _Pineta_ è la più antica, la più bella, la più interessante tra
le foreste d’Italia. La celebrarono Boccaccio, Dante, Dryden e Byron
ecc. Si estende lungo la spiaggia dell’Adriatico al nord di Ravenna,
circa trentacinque miglia; la sua larghezza è da uno a tre miglia.

[46] Vedi le citate Memorie.

[47] Con queste parole il maggiore Filippo Migliavacca, pigliava
congedo da me, e da alcuni altri amici, il giorno prima di partire
da Milano per Genova, onde imbarcarsi per la Sicilia. Pur troppo quel
presentimento fu veritiero.

[48] «Da posteriori notizie ricevute jeri, mercoledì, risulterebbe che
l’_Utile_ ed il _clipper_ americano (il _Charles and Jane_) da esso
rimorchiato, non sarebbero stati catturati nelle acque di Gaeta, ma
poco distante dal Capo Corso.

«Il capitano d’una fregata napolitana, vedendo l’_Utile_ tanto vicino
da farsi udire, lo salutò in francese, chiedendogli ove fosse diretto.

«Quelli dell’_Utile_, credendo che la fregata fosse francese, risposero
con fragorose grida: _Vive la France! Vive l’Italie! Vive la Sicile! A’
bas les Bourbons de Naples!_

«A queste grida la fregata napolitana rispose con due cannonate e fece
prigionieri l’_Utile_ ed il _clipper_. (Vedi il giornale l’_Opinione_
del 21 giugno 1860).

[49] Vedi St. dell’ins. sic.

[50] Vedi op. c.

[51] Dopo la battaglia di Milazzo, cessato il fuoco d’ambo le parti,
il comandante del _Veloce_ ebbe ordine dal dittatore di portarsi nella
rada di Milazzo, ancorando fuori del tiro del castello. Durante questo
tragitto, un capitano mercantile del paese, arrivato a bordo del
_Veloce_, fece scorgere al Liparacchi un brigantino carico di viveri
pei Napoletani, e che attendeva occasione favorevole per disbarcarli.
Il comandante del _Veloce_ ebbe la tentazione di farne preda, ma non
vi potè riuscire, perchè il brigantino, secondato dal vento e dalla
notte, potè accostarsi agli altri legni Napoletani. Giunto alla meta
ed ancorato al porto indicato da Garibaldi, un ajutante di questo
salì a bordo e comunicò al comandante l’ordine di recarsi nel vicino
porto di Milazzo. Egli ubbidì, e levò l’àncora; ma dato il comando,
udì tre colpi insoliti nella macchina della fregata; il cilindro
alla destra erasi rotto, quindi spargimento di vapore a segno che la
macchina rendevasi momentaneamente inservibile. Ma avendo l’àncora
levata, ed il vento venendo da terra, il bastimento s’accostò al
forte, abbenchè subito si fosse dato ordine di far fondo. L’ajutante
si incaricò di riportare l’accaduto al dittatore, e il Liparacchi,
per ridursi col mezzo di rimorchj al porto fissato, lo incaricò, di
mandargli quante barche poteva rinvenire. Molto tempo passò prima
del ritorno dell’ajutante, e frattanto per sollecitare le manovra
stabilita, la fregata erasi di nuovo messa in moto; ma il vento
improvisamente aumentato, la fece ancora fermare. In questa situazione,
nei piloti, ed in tutti gli ufficiali nacque la tema d’essere battuti
dal cannone nemico, e dichiararono essere indispensabile uscire dal
porto, e con le vele prendere la direzione di Palermo. Liparacchi si
oppose a questo consiglio, mostrò quanto ciò fosse imprudente alla
presenza d’un equipaggio formato di coscritti pescatori, e siccome
voleva assolutamente dar corso agli ordini del generale, così fece
ancorare di nuovo non curandosi della opposizione. Tornò l’ajutante
senza i rimorchj, perchè disse non averne trovato, e siccome il
generale dormiva, così era di avviso di ridursi in porto. L’operazione
era difficile e lunga; l’alba spuntava, la fregata, ove fosse stata
scoperta dal castello, sarebbe stata fulminata; non per tanto il
Liparacchi e l’ajutante di Garibaldi insistevano perchè si andasse
avanti, ma l’equipaggio, e gli ufficiali rinnovarono più fortemente le
loro opposizioni.

Fu allora stabilito di riunire un consiglio di guerra a bordo, non per
discutere sul comando del generale, ma piuttosto per decidere se il
legno era tanto in pericolo da doversi allontanare dall’ancoraggio.
Il comandante, primo ad esporre la sua opinione, disse essere suo
precipuo dovere l’eseguire l’ordine avuto da Garibaldi; che non vedeva
tanto pericolo per la vicinanza del castello, e che giudicava assai più
pericolosa la partenza per Palermo, non potendo usare della macchina.
Fra sette, cinque furono contrari all’opinione del Liparacchi;
l’ajutante partì forse senza riflettere che in quel momento,
rappresentando Garibaldi, poteva imporre l’assoluta sua volontà e
non lasciare alla decisione del consiglio ciò che fosse da farsi. Ne
nacque che il comandante dovette salpare, e con le vele ridursi a breve
distanza dal forte, sempre con la ferma idea di ritornare in porto,
anche affrontando la contrarietà degli uffiziali.

Due ore dopo, due ufficiali del dittatore vennero a bordo; uno di
essi condusse a terra il comandante del _Veloce_, l’altro rimase sul
bastimento. Il Liparacchi fu condotto alla presenza di Garibaldi;
questi si mostrò molto malcontento dell’accaduto; ma il Liparacchi fece
qualche osservazione, e chiese essere assoggettato ad un consiglio di
guerra. Il suo voto fu esaudito, e dopo alquanti giorni, non solamente
il consiglio di guerra lo dichiarava innocente, ma Garibaldi stesso,
rallegrandosi di quella decisione, lo rimetteva al suo posto, nel quale
continuò a prestar servigj alla patria. (_St. dell’ins. sic._)

[52] «Ho veduto io con questi occhi (mi diceva il tenente Malagrida che
fece parte della spedizione di Bronte) un contadino lacerare coi denti
una mammella recisa dal petto d’una fanciulla.

[53] _Expédition des Deux-Siciles_. _Paris_, 1861.

[54] V. St. dell’ins. sic.

[55] Anche il maggiore Ferdinando Lecompte, in un suo libro stampato
di recente (_L’Italie en 1860, esquisse des événements militares el
politiques. Paris, 1861_), paga un tributo di ammirazione ai grandi
talenti militari del generale Garibaldi. Manco male!

[56] Così, ma ben mollemente, parla di quel tiranno il Monnier.

«De 1848, en quelques jours d’angoisse, le jeune roi s’était changé en
vieillard. Ses cheveux blanchirent tout à coup. Il avait trente-huit
ans. Et depuis lors il n’a plus vécu à Naples. Il a retirè à son peuple
les fêtes et les joies qu’il lui donnait autrefois, jusqu’à la musique
militaire qui égayait son jardin royal tous les dimanches. Il boude,
il sent qu’on ne l’aime pas. Il est plus captif que ses prisonniers
politiques, il est plus exilè que ses proscrits. Il rode tristement
de château en château; il se cache à Castellammare, à Caserte; il
s’enferme l’hiver dans sa forteresse de Gaëte. Il vit misérablement,
sans bonheur et sans plaisir» (M. Monnier, _Histoire de la conquête des
Deux-Siciles. Paris, collection Hetzel_; 1861).

[57] Morto a Rezzato nel 1859.

[58] La potenza di Garibaldi sugli animi è veramente grandiosa ed
acquistata coi mezzi più semplici e più naturali. Garibaldi è l’uomo
«senza educazione militare» il «fortunato avventuriere» per gli allievi
delle accademie militari, dalle coste del Piemonte, fino alle coste
della Russia. Ma non lo è per gli uomini che hanno cuore ed intelletto.
Agli occhi d’ogni vero soldato, egli è un gran generale, e come egli
sappia condurre rilevanti masse di truppe sopra un più vasto campo
di battaglia, tuttochè egli adoperi altri mezzi che gli alunni delle
scuole pedantesche, lo dimostrò nello stesso anno alla battaglia
decisiva del Volturno, il 1 ottobre.

(RÜSTOW; _La guerra italiana del 1860, pag. 163. Milano, 1861_).

[59] Vedi il capitolo 1 a pag. 10 di questo romanzo.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.



*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 75660 ***